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Gli esponenti del Movimento 5 Stelle sembrano scambiare la pacatezza e la disponibilità ad argomentare degli esperti e dell’opposizione, da prima di loro attenti al tema del rinnovamento degli strumenti di democrazia diretta, come un sostanziale consenso alla loro specifica proposta di referendum propositivo.
Così non è. Tra gli esperti c’è stata una sostanziale unanimità contro la proposta semplicistica di eliminazione secca del quorum che rischia di creare derive populiste e di dittatura della minoranza.
C’è stata poi una preoccupazione largamente prevalente contro l’utilizzo di questo strumento a proposito di leggi di spesa, rompendo il legame tra tassazione e rappresentanza. Se il propositivo è uno strumento più incisivo dell’abrogativo, i limiti devono essere almeno identici se non più forti.
Infine l’idea di contrapporre nel voto popolare una proposta popolare e una parlamentare, come molti hanno rilevato, configura un’alternatività tra democrazia diretta e rappresentativa, non un’integrazione.
Se questi elementi dovessero permanere, non solo ci sarebbe una chiara alternatività con le proposte dell’opposizione, ma ciò richiederebbe una reazione proporzionata a quello che sarebbe non solo una proposta sbagliata, ma un consapevole scardinamento della democrazia rappresentativa. Non è che il carattere quantitativamente limitato della riforma elimina a priori il rischio di rottura degli equilibri e dei principi supremi.
Ci pensi bene la maggioranza prima di imboccare questa strada di contrapposizione totale

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