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1- Non si può lasciare a lungo il Pd in una situazione di incerta transizione. L’elezione di Martina come segretario di tregua, per dare tempo di preparare un Congresso non affrettato, non può comunque far differire quest’ultimo oltre le europee. Anzi la mozione congressuale dovrà avere come discrimine proprio il modo con cui si andrà alle europee: se staticamente con il solo Pse o se invece cooperando con quella larga alleanza da Macron a Tsipras su cui sta lavorando Macron, che comprenderà anche il Pse, per un europeismo realista e combattente (come dal discorso di domenica su Simone Veil) e che richiede un intreccio stretto tra rappresentanza e tassazione. Quello che sembra sfuggire a Zingaretti che prospetta l’elezione di un Presidente europeo, ma che poi non punta sul bilancio dell’eurozona ma sui deficit spending nazionali. Concetti simili li hanno espressi prima di me Gennaro Migliore e dopo di me Dario Parrini e Sandro Gozi. C’è un problema di trovare un candidato adeguato? Certo, ma questo non è un argomento per differire scadenze che sono oggettivamente insuperabili: non si va a un’elezione nazionale come le europee con un quadro incerto e precario. Prima viene la scelta in grado di rilanciare il partito e poi, dentro di essa, la competizione per assicurare al partito la leadership più innovativa e non tradizionalista-corbyniana su cui dovranno decidere iscritti ed elettori, ma in tempi adeguati, quindi necessariamente corti. Non ci sono esiti certi, esattamente come in tutti i partiti di sinistra e centrosinistra: si può vincere o perdere, ma se si sbagliano i tempi si perde tutti.

2- Il congresso non può segnare una regressione identitaria ripudiando le policies innovative del periodo Renzi che hanno frenato il declino del partito. Vanno ampiamente ripensate, ma non rinnegate. Dopo la Terza Via abbiamo bisogno di una Quarta, non di tornare alla Seconda, come sembra proporre (legittimamente) la minoranza, magari proponendo manovre politiciste che facciano sponda all’anima “de sinistra” del M5s, come scrive oggi giustamente Paolo Mieli. L’elenco delle policies da cui non regredire lo ha fatto Scalfarotto (compresa la conseguente posizione critica al cosiddetto decreto dignità, mentre dalla minoranza sembrano venire voci meno critiche), a cui ho aggiunto l’impegno per la democrazia governante da riprendere dopo la sconfitta del referendum. Si è aperta una contraddizione tra il progetto del Pd a vocazione maggioritaria e la regressione proporzionalista, ma è la seconda che va messa in crisi, non la prima.

3- Conseguentemente si può discutere più o meno tutto dello Statuto del Pd, ma non il modello originale di partito sia di iscritti sia di elettori. E su cosa coinvolgere gli elettori se non sulla scelta di un segretario che sia anche e soprattutto il front runner alle elezioni? Che poi sia anche il Presidente del Consiglio dipenderà dai voti e dagli assetti istituzionali, ma intanto va affermata sia la coincidenza delle figure (si governa il partito perché si p capaci di parlare agli elettori e non solo agli iscritti) e la legittimazione larga che è legata a questa logica.

Di queste cose parleremo con Libertà Eguale a Orvieto.

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