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Di fronte al contesto italiano ed europeo, segnato dal fallimento della Brexit e dalle difficoltà pressoché insormontabili dell’attuale maggioranza di conciliare permanenza nell’Euro e rispetto dei propri programmi, l’Italia ha bisogno di partiti a vocazione maggioritaria e di una democrazia rappresentativa rinnovata contro le suggestioni grilline di referendum senza quorum e senza limiti. Per grandi sfide servono grandi soggetti.
L’eventuale crisi di Governo porta con sé il rischio di un Pd che riduca le sue ambizioni, che si trasformi in un fortino della vecchia sinistra che pensi di tornare al governo come satellite del M5S? Certamente sì: portano lì, di fatto, in modo più o meno trasparente ed implicito, tutte le piattaforme dei candidati residui alla segreteria, nessuno dei quali è minimamente votabile o perché le piattaforme sono chiaramente sbagliate o perché elusive. Se la scelta fosse limitata a quelli sarebbe obiettivamente impossibile partecipare al Congresso. Ma per arginare questo rischio, che è vero e reale più di quanto non si dica, non serve né una scissione (come pare sia l’intento di Renzi a partire da un’analisi di quel pericolo, sventato a inizio legislatura) né l’impostazione deludente di Minniti (che in sostanza sembra ritirarsi perché nelle condizioni date non potrebbe vincere).
Se difesa bene, nel merito delle singole policies, da quella istituzionale a quelle economiche, anche in minoranza si possono bloccare scelte sbagliate. Nel congresso di Pesaro dei Ds del 2001 Enrico Morando pese il 4,1% ma quell’esperienza però moltissimo.
C’è quindi l’urgenza, nelle prossime ore, di trovare una nuova candidatura che prenda sul serio i profili di contenuto che abbiamo elaborato, tra gli altri, nelle recenti Tesi di Libertà Eguale per evitare che ci troviamo di fronte due mezzi partiti, nessuno dei quali minimamente motivante, perché poco utili all’Italia.

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