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Intervento in Aula sull’istituzione della commissione Antimafia
Due brevi riflessioni
Il primo punto che vorrei sottolineare è l’emendamento del nostro gruppo del Partito Democratico in commissione, sostenuto anche da Liberi e Uguali, che la maggioranza ha respinto. Si trattava di eleggere il Presidente della Commissione tra le fila dei gruppi dell’opposizione, come ad oggi è previsto solo per il Copasir.
A questo proposito apro un inciso: opposizione significa votare contro la fiducia al governo, chi si astiene decide deliberatamente di porsi in una posizione terza, non assimilabile né alla maggioranza né all’opposizione, come è sempre stato chiaro alla Camera e come ora è inconfutabilmente chiaro anche al Senato, dopo la recente riforma del Regolamento.
Perché questa proposta? Non c’è niente di estemporaneo. Si tratta di codificare in norma una prassi che è stata ben praticata in alcune legislature, in particolare negli anni ’80, ma che viene anche da più lontano. Quando infatti all’Assemblea Costituente Costantino Mortati propose di costituzionalizzare l’istituzione di commissioni di inchiesta lo fece per due ragioni, la prima, quella che è rimasta, è quella di consentire l’istituzione anche con atti non legislativi, in particolare anche monocamerali; la seconda, venuta meno nel corso dei lavori, era quella di far scattare l’istituzione anche solo per un’iniziativa di una consistente minoranza, specificata in un terzo, come previsto anche in altri ordinamenti. In altri termini Mortati collocava la costituzione delle Commissioni di Inchiesta dentro “la esigenza della protezione delle minoranze” come ebbe a chiarire nella seduta del 21 settembre 1946.
Intendevamo quindi muoverci in questa chiave, che non è particolarmente rivoluzionaria perché nella commissione, rispecchiando le proporzioni delle Aule, la maggioranza è comunque tale, ma se non riconosciamo uno statuto a partire da poteri propri, come può essere l’istituzione di una commissione o l’attribuzione di una presidenza, come pensiamo di poter realizzare un sistema equilibrato che nulla nega comunque alla maggioranza e al Governo, al loro legittimo diritto di applicare il proprio programma?
Il secondo punto è sul rapporto tra una Commissione di inchiesta su un tema così delicato ed il potere giudiziario. Sia il potere politico, attraverso il legislativo e l’esecutivo, sia quello giudiziario, hanno il dovere di combattere le mafie. C’è quindi una doppia natura dell’impegno antimafia, che va distinta per meglio unirla. Doppia natura senza confusione e senza divisione.
Il rischio è duplice: per un verso che ci si intenda contrapporre pregiudizialmente al potere giudiziario, ma questo resta un rischio astratto e non frequente in questo ambito; per altro verso che si intenda invece la sede istituzionale e politica come un luogo che funzioni solo da amplificatore acritico di inchieste in corso o di sentenze spesso non definitive. Gerardo Chiaromonte, che fu apprezzato ed equilibrato presidente dell’Antimafia, ha scritto un testo ”I miei anni all’antimafia 1988-1992”, che è centrato sui pericoli di quest’ultimo atteggiamento. Come ricorda nella prefazione il Presidente emerito Napolitano nella sua illuminante Prefazione, Chiaromonte “contesta la tendenza dilagante ad affidare al potere giudiziario il compito del risanamento del sistema politico. Gli tocca difendersi, con forza e con sdegno, dall’accusa di ‘leso Montesquieu’ per aver mosso critiche all’operato di questo o quel magistrato”.
Eppure proprio Chiaromonte era stato stretto amico di Cesare Terranova che aveva mostrato nella propria vita in modo esemplare l’associazione senza confusione di quella doppia natura dell’impegno antimafia: prima come magistrato, poi come parlamentare eletto come indipendente dal Pci senza esservi iscritto (lo sottolineo, specie dopo la recente sentenza della Corte, senza esservi iscritto, ma non per questo meno efficace, anche come segretario dell’Antimafia) e poi di nuovo come magistrato fino al suo assassinio.
E proprio al Presidente Napolitano è toccato, in nome dell’equilibrio dei poteri, difendere con successo di fronte alla Corte costituzionale le prerogative non di una persona, ma dell’istituzione della Presidenza della Repubblica, rispetto ad alcune derive di populismo giudiziario sorte dal cosiddetto processo trattativa.
Ben venga quindi il lavoro della prossima Antimafia nell’esaminare, al di là delle timidezze sbagliate del testo voluto dalla maggioranza, le modifiche relative allo scioglimento delle amministrazioni comunali o dell’uso sociale dei beni confiscati.
Questa è la nostra parte di dovere di parlamentari, nel dare al Paese un riferimento politico e non solo legislativo nella lotta contro le mafie, che va esercitato sino in fondo, per non ricadere nell’errore di confidare solo nel lavoro della magistratura e, pertanto, nel legittimare forme sbagliate di populismo giudiziario, secondo l’insegnamento di Gerardo Chiaromonte, anche e soprattutto quando esso appaia controcorrente.

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