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Mi vorrei concentrare sui tre problemi più gravi che si pongono su questo decreto.
Il primo, di gran lunga più importante in termini di sistema, è quello dell’eterogeneità.
Come sappiamo il milleproroghe è tradizionalmente esposto a questo problema perché l’omogeneità sarebbe data dal ricorso a proroghe.
Il problema non si pone tanto in partenza giacché a quel livello intervengono vari fattori deterrenti, compreso il controllo della Presidenza della Repubblica, controllo agevolato dalla giurisprudenza della Corte che è già più volte intervenuta in merito.
Il nodo sta nella microlegislazione che dietro lo schermo di proroghe, più o meno fittizie, viene introdotta nel corso dell’esame parlamentare. Microlegislazione che di norma non proviene, nonostante le apparenze, da singoli parlamentari , ma da esigenze che originano dal Governo e dalla maggioranza, che possono così eludere i controlli a monte. L’indicatore principale ci è fornito dalla crescita del numero dei commi.
Ora il milleproroghe straordinario di quest’anno, nato di luglio anziché di dicembre, ossia il milleproroghe antipasto, è partito con 28 commi e nel corso dell’esame al Senato è addirittura triplicato, salendo a 75.
E’ una crescita in linea con la legislatura precedente, che possa essere portata a scusante?
Decisamente no, anche se si volesse prescindere, ma ovviamente non lo si può fare, dal fatto che è un antipasto.
I milleproroghe della scorsa legislatura hanno avuto questa crescita:
nel 2013 da 70 a 98 commi;
nel 2014 da 64 a 141;
nel 2015 da 54 a 131;
nel 2016 da 95 a 216.
Per di più nella precedente legislatura, a differenza di quanto sta accadendo in queste ore, i commi non sono mai cresciuti nella seconda Camera d’esame: nel 2013 scesero di uno e negli altri casi venne confermato il testo proveniente dalla prima Camera. Nell’esame in Commissione, viceversa, i commi sono cresciuti di 4.
Due record, quindi, niente male, di crescita quantitativa complessiva e di aumento anche nella seconda Camera.
E siamo solo all’antipasto. I conti completi li faremo a dicembre, ma già oggi si registra una bella smentita per chi aveva esordito denunciando gli eccessi della decretazione.

Gli altri due aspetti sono relativi a disposizioni introdotte per intesa di maggioranza nel corso dell’esame parlamentare, a conferma di come esso venga utilizzato in via surrettizia da Governo e maggioranza per sfuggire ai controlli preventivi e non certo per rispondere ad esigenze emerse nel dibattito.
Si tratta anzitutto dell’articolo 13, snaturato con un emendamento volutamente contorto che ha approfittato della giurisprudenza costituzionale sul Titolo Quinto non già per limitarsi a rispettarla, ma per usarla come un cavallo di Troia per definanziare un piano periferie.
Prima c’è stata la sentenza 247 del 2017 che ha affermato il principio che il vincolo di pareggio (che non include la possibilità di avanzo) debba valere solo a livello di comparto comunale e non di singolo ente. Se ci sono effetti di finanza pubblica – dice la Corte – il Governo si deve arrangiare e mettere i soldi a copertura. Non comportava tagli di nessun tipo al bando periferie.
Poi c’è stata la 74 del 2018, che è una sentenza sulla procedura, che chiede l’intesa con le regioni e non ha niente a che fare con le coperture. Si risolveva solo mettendo il vincolo di un’intesa preventiva o successiva senza cambiare altro.
Posto quindi che la giurisprudenza della Corte non comportava alcun definanziamento, l’idea di utilizzarla come cavallo di Troia per rimettere in discussione impegni di spesa già concordati con enti locali, oltre agli elementi paradossali (si interviene per inserire un’intesa con le Regioni, ma si rompono intese già stabilite coi Comuni). Che fine fa così il principio costituzionale di valorizzazione delle autonomie locali solennemente affermato nell’articolo 5 della Costituzione e il connesso principio di leale cooperazione?

L’ultimo aspetto su cui vorrei intervenire, non ultimo per importanza, è quello relativo ai vaccini. Far sopravvivere a oltranza, oltre una breve fase di transizione, l’autocertificazione, magari con la riserva mentale di prorogarla ulteriormente con l’analogo decreto di dicembre, significa scegliere una soluzione palesemente irragionevole. Andando alla materialità dell’applicazione della norma non si capisce infatti perché in una fase a regime, avendo a disposizione un foglio di avvenuta vaccinazione, lo si dovrebbe nascondere a favore di uno che la autocertifica. Al di là di questa evidente irragionevolezza è evidente che è in gioco il diritto alla salute perché anche ipotizzando un comportamento virtuoso della grande maggioranza dei cittadini, compresi coloro che decidessero stranamente di ricorrere all’autocertificazione, sarebbe sufficiente una piccola quota a determinare effetti a catena rilevantissimi per la salute di un numero ingente di bambini. Non è un segreto per nessuno che questa piccola minoranza intensa antiscientifica esiste ed è ad essa, anziché al diritto alla salute di tutti, che la norma si rivolge. Le fonti di informazione hanno ad esempio riportato il testo di un comunicato del M5S piemontese che plaudiva all’approvazione dell’emendamento definendola “una norma di buonsenso per evitare gli allontanamenti scolastici e la disparità di trattamento”. Una sorta di autodenuncia giacché è evidente che se si sostiene che senza autocertificazione ci sarebbe allontanamento ciò comporta ammettere la falsità dell’autocertificazione. Questo emendamento rappresenta quindi una sorta di 8 settembre delle istituzioni, di armistizio senza chiarezza, ma si sa che in questo Governo sul senso e sulle conseguenze dell’8 settembre non c’è particolare chiarezza.

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