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Mi trovo di fronte a una contraddizione: condivido il libro in tutti i suoi principali passaggi nell’insistenza favore di una regolamentazione della democrazia interna, ma reputo politicamente molto problematica la questione in questa fase, come però anche l’Autore qua e là sembra ammettere (p. 19- si richiederebbe esistenza di un quadro politico non troppo conflittuale; p. 21 il M5s è contrario, ed è il primo partito nel Paese e nella maggioranza)
E’ senz’altro vero (p. 3) che la dottrina maggioritaria ha accolto da tempo questa impostazione e che anche il quadro comparatistico va in questa direzione (p. 36) e ss.
Per inciso segnalo solo che, al di là della Guerra Fredda, nel primo sistema dei partiti questa esigenza non era particolarmente sentita da iscritti ed elettori a causa della particolare natura del sistema dei partiti, sia pure con un rendimento decrescente. L’adesione al Pci aveva caratteristiche da religione secolare con una delega piena al gruppo dirigente in quella logica; nel contempo, essendo la Dc una federazione di correnti eterogenee tenute insieme dal Pci, quello che interessava ai suoi elettori era soprattutto la competizione tra correnti al momento dell’espressione dei voti di preferenza. La domanda diventa forte dopo il 1989.
E’ altrettanto vero che era difficile fare una legge nel secondo sistema dei partiti formatosi da lì a poco, che aveva da una parte una leadership non contendibile (Berlusconi) di cui partito e per alcuni versi la stessa coalizione erano una protesi e dall’altra una coalizione litigiosa avversa alle leadership (p. 75).
Insomma in ognuno dei tre sistemi di partito si sono presentati ostacoli seri a una legislazione in merito.
Oltre tutto in anni recenti si è aggiunta la contraddizione tra alcune prime norme incentivanti rispetto a un minimo di trasparenza e democrazia e la soppressione dell’incentivo più consistente, il finanziamento pubblico (p. 126).
Per di più i partiti italiani si inseriscono in un quadro europeo ancora gracile e incerto (p. 255).
Aggiungerei che a complicare il quadro contribuisce una legislazione elettorale politica che on sembra consolidata.
Anche l’argomento del pericoloso attivismo giudiziario (p. 268) non sembra risolutivo giacché il M5S ha una cultura politica che non vede male tale fenomeno.
Le tendenze dell’attuale maggioranza sembrano andare obiettivamente in senso opposto: l’atto Camera 1189 sulle misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione non inserisce elementi di democraticità o almeno di trasparenza interna ed invece regolamenta in modo rigidissimo il finanziamento privato (articoli da 7 a 11), ad esempio complicando notevlmente le procedure per i modesti contributi da 500 a 5.000 euro (dichiarazione congiunta e pubblicizzazione) Si cercherà di ribilanciare il provvedimento con maggiore trasparenza interna e minore rigidità sul finanziamento, ma il punto di partenza è problematico.
Alla fine dei giochi, pertanto, al di là di questa riduzione immediata del danno, mi sentirei consigliare un approccio differenziato: provare a incentivare con rimborsi pubblici forme di primaria per la scelta dei candidati alle elezioni dirette di sindaci e presidenti di regione (ma occorre che almeno due schieramenti su tre vi facciano ricorso) e rilanciare invece sul piano nazionale una riforma elettorale politica che consenta di scegliere direttamente il vertice dell’esecutivo, a cui agganciare dopo, una volta stabilizzatasi come scelta permanente, un’analoga forma di primarie.

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