In Diario

 

Cittadinanza e Costituzione tra passato e futuro

di Stefano Ceccanti

Treviso, 30 maggio

  1. A cosa servono le Costituzioni? A non tornare indietro , ma anche ad andare avanti

Le Costituzioni servono soprattutto, con norme puntuali che fanno tesoro di esperienze positive e negative, a non andare indietro, ma non possono e non debbono essere utilizzate per impedire di andare avanti, fermandosi alle garanzie già riconosciute.

Il percorso costituzionale svolto sin qui, in Italia e in Europa, ha ampiamente seguito questo percorso, anche se ci misuriamo con serie inadeguatezze, con la necessità di far fronte a sfide nuove.

Sul non andare indietro viene in mente soprattutto l’ancoraggio dell’art. 22, che vieta il riprodursi di discriminazioni politiche che facciano perdere la cittadinanza. Fu la questione più discussa alla Costituente, in presenza di una forte omogeneità sociale che portava a privilegiare in modo pressoché univoco lo ius sanguinis sulla base della vecchia legge del 1912.

Sulle possibilità dischiuse dal testo per poter andare avanti il riferimento è anzitutto all’articolo 3, all’uguaglianza, che ha consentito sia di equiparare i diritti di uomini e donne nella mancata perdita della cittadinanza in caso di matrimonio con persona straniera (1975), sia di interpretare in senso atecnico il riferimento ai cittadini nella Prima Parte della Costituzione, estendendo quindi i diritti fondamentali anche a non cittadini sin dagli anni ’80 fino alla solenne sentenza 148/2008 e persino, in taluni casi particolarmente delicati come il diritto alla salute, persino ai soggiornanti irregolari (269/2010).

Il riferimento, però, sull’andare avanti, è anche all’art. 11 (ed ora, dopo il 2001, anche al nuovo primo comma dell’art. 117) che, con l’apertura sovranazionale hanno co-determinato questa logica espansiva dei diritti fondamentali verso tutte le persone ed anche, specie grazie al trattato di Maastricht, di intaccare anche in materia di diritti politici il legame sin lì indissolubile con la cittadinanza, almeno per le elezioni locali ed europee.

  1. Un itinerario condiviso nello spazio giuridico europeo, ma oggi sotto stress per la crisi

Questo percorso di avvicinamento tra i diritti dell’uomo e del cittadino ha riguardato tutto lo spazio europeo: la distanza tra il cerchio più ristretto dei diritti dei cittadini e quello più ampio dei residenti si è ristretta, tenendo conto del maggiore pluralismo delle popolazioni presenti, che tende a smantellare la visone monista della coincidenza perfetta tra nazione, popolo e Stato (1).

Spesso l’evoluzione è stata opera dei legislatori, ma ancora più spesso è stata merito delle Corti, al riparo dal rischio di perdere consensi nelle fasce di popolazione che, specie in periodi di crisi, si sentono minacciate dalle aperture alle minoranze outsiders. Come mi è capitato di segnalare in un recente convegno (2),  i periodi di crisi economica, scatenando conflitti redistributivi, sono periodi di blocco nell’espansione dei diritti, almeno per le decisioni che possano essere assunte dal legislatore, perché le fasce sociali medio-basse la avvertono come una minaccia alle proprie tutele, anche quando la minaccia è più  un fantasma improbabile che una vera realtà, come nel noto caso dell’idraulico polacco agitato in occasione del referendum francese sulla Costituzione europea.

Ovviamente questo giudizio di fatto non ci deve fermare nel nostro dovere di espansione delle tutele costituzionali, ma esso deve essere perseguito cum grano salis, con criteri di apertura che rassicurino e che non confermino le prevenzioni, che non determinino crisi di rigetto, favorite da imprenditori politici populisti, specie nei Paesi come l’Italia che, per loro collocazione geografica, costituiscono almeno una tappa più facile di arrivo, se non anche una vera e propria meta.

Vale in fondo il criterio della torre di Babele: la volontà divina, in questo caso l’evoluzione costituzionale, mette in crisi la reductio ad unum linguistica, cioè la pretesa monista dell’identificazione tra Nazione, popolo e Stato sulla base dei legami tradizionali di sangue; tuttavia il contrario di Babele non è una somma di monismi incomunicanti, ma è Pentecoste, ossia l’azione divina che consente la compresenza di unità e pluralismo, di lingue diverse che sono reciprocamente comprese. E’ quello a cui sono chiamati i legislatori.

  1. La sfida della riforma della cittadinanza: l’apertura con criteri

Anche se la differenza tra i diritti dell’uomo e del cittadino si è ridotta, sdrammatizzando la condizione dei non  cittadini, tuttavia la riforma della cittadinanza rappresenta un passaggio fondamentale, teso a trasformare in diritto (specialmente sul decisivo versante del diritto di elettorato attivo e passivo) una cittadinanza già di fatto maturata sul piano sociale.

Ancora una volta vale la massima per cui il diritto nasce dal fatto. Quale fatto però? Con quali criteri? Un’apertura indiscriminata, per di più in un Paese di transito, non appare socialmente sostenibile sotto vari profili, anche perché configura un automatismo.

La mediazione di un criterio di frequenza scolastica, che incentiva peraltro ad evitare l’evasione dall’obbligo, così come test linguistici e culturali, appaiono più che opportuni perché fanno maturare sul piano sociale quella cittadinanza che poi è riconosciuta sul piano strettamente giuridico (3).

La chiusura degli ordinamenti è antistorica, ma un ordinamento abituato a una storica chiusura riesce a evolvere senza crisi di rigetto quando l’apertura è chiaramente ancorata a criteri ragionevoli.

In questo senso la ragionevolezza, tante volte richiamata dalle Corti costituzionali come criterio interpretativo chiave, è la nostra bussola verso il futuro.

(1)    Cfr. l’ampio quadro fornito da C. Grewe e H. Ruiz-Fabri “Droits contitutionnels européens”, Puf, Paris, 1995, specie pp.240/249

(2)    http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/documenti_forum/temi_attualita/diritti_liberta/0041_ceccanti.pdf

(3)    Cfr. F. Occhetta, “La cittadinanza in Italia. Tra ‘ius sanguinis’ e ‘ius soli’ “ in “La Civiltà Cattolica”, n. 3919 (5 ottobre 2013).

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