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Cosa ci dice il libro “Il Renzi”: la vocazione maggioritaria leva per stabilizzare il sistema
Di Stefano Ceccanti
Il libro “Il Renzi” (Editori Internazionali Riuniti) curato da Mario Lavia con molti altri giornalisti e studiosi che ci spiegano le 50 parole chiave con cui capire il nuovo Presidente del Consiglio, si legge benissimo ed è molto illuminante si dall’Introduzione di Lavia (e dalla Voce “Decisionismo” di Fabio Martini), la quale inizia dal successo delle europee, Un successo che rivela come per la prima volta la sinistra sembri aver risolto la questione di una leadership forte ed autorevole, in netta discontinuità con tutta la storia del secondo sistema dei partiti della Repubblica. Una risoluzione al momento per via politica, ma che allude anche a un diverso assetto istituzionale, finalmente libero dal “complesso del tiranno” che necessariamente limitò lo slancio dei nostri Costituenti, che si dovette limitare a una Prima Parte molto esigente della Costituzione necessariamente contraddetta allora da una parte organizzativa molto debole.

Da questo punto di vista Renzi, anche in alcun sue contraddizioni (a partire da quella di aver pensato in origine a un Senato di sindaci in uno Stato regionale) è anzitutto il prodotto dell’innovazione istituzionale più riuscita degli anni ’90, l’elezione diretta del sindaco (Voce “Firenze” di David Allegranti), capace di costruire, come nelle grandi democrazie parlamentari, un continuum che va dal corpo elettorale al Parlamento e al Governo. Ed è poi anche il prodotto di due innovazioni infra-partitiche: le primarie aperte che rendono contendibili le cariche andando al di là dell’elettorato di appartenenza e la norma statutaria veltroniana della coincidenza tra segretario e premier. Norma europea per cui il partito non può separare irresponsabilmente la sua responsabilità dal Governo che guida (Voce “Nazareno” di Fabrizio Rondolino).
Per questo la riforma costituzionale è la prima issue , senza la quale le riforme economiche sono bloccate dai poteri di veto ed è quindi strategico l’accordo sulle regole con Berlusconi per essere meglio alternativi (su cui vedi la voce “Berlusconi” di Fabrizio Rondolino e “Italicum” di Alessandro De Angelis) dopo la sentenza della Corte costituzionale che finiva col bloccare le elezioni e condannarci a una palude di Grandi Intese permanenti. Si tratta del passaggio chiave dell’affermazione politica della leadership dopo il successo delle primarie nonché la premessa per l’accesso al Governo al posto del precedente esecutivo di tregua irreversibilmente logorato (Voci “Bipartitismo” di Laura Cesaretti e “Elezioni” di Maria Teresa Meli).
Sulla cultura politica ha ragione Marco Damilano (Voce “Cattolici”) a spiegare come Renzi abbia mixato la spregiudicatezza movimentista tipica delle aggregazioni più intransigenti con la laicità del cattolicesimo democratico connessa alla tradizione familiare della sinistra dc, laicità rilanciata dalla fine della retorica sui principi non negoziabili col nuovo pontificato, mentre sulle istituzioni prosegua le intuizioni di Beniamino Andreatta (Voce “Prodi” di Marco Damilano) che sin dai primi anni ’80, alla Commissione Bozzi, era stato antesignano delle tesi sulla coincidenza tra segreteria e premiership e della legittimazione diretta dei Governi (compreso, va aggiunto, il doppio turno di coalizione con premio legato al Premier). Da questo punto di vista non c’è dubbio che siamo anni luce davanti alla cultura del conservatorismo costituzionale che scambia i limiti del processo costituente del ’47 dovuti alla Guerra Fredda (e che gli stessi costituenti avvertivano come limiti, basti pensare a Mortati che definiva “inutile doppione il Senato”) addirittura come pregi da mantenere (Voce “Professoroni” di Daniela Preziosi, la quale utilizza una citazione di Asor Rosa con cui si ammette di fato di essere uomini di altri tempi).
Dal punto di vista politico più che con i partiti il paragone più utile è quello con Fanfani (su cui inizia già Lavia nell’Introduzione seguito da Damilano in “Cattolici” e da Martini in “Decisionismo”) e non solo perché in un altro 25 maggio (quello del 1958) fu l’ultimo nel primo sistema dei partiti a superare l 40%, ma perché aveva reso il partito più indipendente dalla Chiesa e aveva provato a superare la feudalizzazione correntizia unificando segreteria, premiership e guida della politica estera. Ciò che è appunto normale nelle grandi democrazie parlamentari ed ancor più da quando è cresciuta l’integrazione europea, spazio di collaborazione ma anche di competizione, in cui chi diverge dai parametri di efficienza istituzionale finisce con lo svolgere un ruolo minore rispetto al suo rilievo geopolitico. E’ soprattutto per questo che Renzi, come sostiene Cundari nella pur critica voce “Partito”, è il principale sostenitore dell’autonomia della politica rispetto ad altri centri di potere. Ma l’autonomia per farsi valere ha bisogno fuori di nuove regole istituzionali a regime e, dentro, di proseguire sulla strada del partito “estroverso”, non bloccato nei veti oligarchici di vertice. Per questo, come spiega Stefano Menichini nella voce “Quaranta per cento” (quel risultato che Veltroni aveva a suo tempo intravisto, anche per la mobilità potenziale nuova dell’elettorato, senza poi riuscire a perseguirlo) l’ambizione maggioritaria vista alle europee può essere la risorsa decisiva per stabilizzare il sistema.

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