In Diario

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JOBS ACT
IL DISEGNO DI LEGGE SULLA RIFORMA DEL LAVORO
Approvato dal Senato
Nota n. 3
a cura di Stefania Lanzone e Silvia Di Gennaro
Ottobre 2014
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INDICE
Premessa pag. 3
Disciplina degli ammortizzatori sociali pag. 4
Servizi per il lavoro e politiche attive pag. 11
Semplificazione delle procedure e degli adempimenti pag. 19
Riordino delle forme contrattuali pag. 24
Maternità e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro pag. 30
Gli interventi in Aula del PD, del Governo e del Relatore pag. 37
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Premessa. L’8 ottobre 2014 il Governo ha posto la questione di fiducia sull’approvazione dell’emendamento interamente sostitutivo del disegno di legge delega di riforma del lavoro.
Rispetto al testo approvato dalla Commissione Lavoro del Senato il maxiemendamento su cui il Governo ha posto la fiducia ha introdotto poche modifiche che recepiscono il contenuto di alcuni emendamenti presentati da una parte dei senatori del Gruppo del Partito Democratico. Si tratta di modifiche delle disposizioni relative agli ammortizzatori sociali e al riordino delle forme contrattuali (vedi infra).
Si segnala che le modifiche apportate dalla Commissione Lavoro sono riportate in corsivo, mentre quelle apportate dal maximendamento sono riportate in rosso corsivo.
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Linee generali. Il disegno di legge si pone l’obiettivo di realizzare riforme di grande portata innovativa, attraverso l’esercizio di apposite deleghe conferite al Governo, quali:
1) il riordino della disciplina degli ammortizzatori sociali;
2) la riforma dei servizi per il lavoro e delle politiche attive;
3) il completamento del processo di semplificazione delle procedure e degli adempimenti in materia di lavoro;
4) il riordino delle forme contrattuali attualmente vigenti in materia di lavoro;
5) il rafforzamento delle misure di sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

DISCIPLINA DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI
1. La delega al Governo in materia di ammortizzatori sociali.
Al fine di realizzare nel mercato del lavoro italiano un sistema di tutele più ampio ed aderente ai cambiamenti in atto, il disegno di legge reca una delega al Governo per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali volto ad assicurare, per la disoccupazione involontaria, tutele uniformi e legate alla storia contributiva dei lavoratori, a “razionalizzare” la normativa in materia di integrazione salariale e a favorire il coinvolgimento attivo dei soggetti espulsi dal mercato del lavoro ovvero beneficiari di ammortizzatori sociali, “semplificando le procedure amministrative e riducendo gli oneri non salariali del lavoro”, tenuto conto delle peculiarità dei diversi settori produttivi.
1.1. Strumenti di tutela in costanza di rapporto di lavoro e strumenti di sostegno in caso di disoccupazione involontaria
Con riferimento agli strumenti di tutela in costanza di rapporto di lavoro, nell’esercizio della delega il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) esclusione di ogni forma di integrazione salariale in caso di cessazione dell’attività aziendale o di un ramo di essa;
b) semplificazione delle procedure burocratiche, attraverso l’incentivazione di strumenti telematici e digitali, considerando anche la possibilità di introdurre meccanismi standardizzati di concessione prevedendo strumenti certi ed esigibili;
c) accesso alla cassa integrazione solo in caso di esaurimento delle possibilità contrattuali di riduzione dell’orario di lavoro eventualmente destinando una parte delle risorse attribuite alla cassa integrazione a favore dei contratti di solidarietà (emendamento PD);
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d) revisione dei limiti di durata, da rapportare al numero massimo di ore ordinarie lavorabili nel periodo di intervento della CIGO e della CIGS e individuazione dei meccanismi di incentivazione della rotazione (emendamento PD);
e) sotto il profilo della contribuzione, una maggiore compartecipazione da parte delle imprese effettivamente utilizzatrici e la riduzione degli oneri contributivi ordinari, con la rimodulazione degli stessi tra i settori, in funzione dell’effettivo impiego;
f) revisione dell’àmbito di applicazione della cassa integrazione ordinaria e straordinaria, nonché dei fondi di solidarietà bilaterali fissando un termine certo per l’avvio dei fondi medesimi e previsione della possibilità di destinare gli eventuali risparmi di spesa derivanti dall’attuazione delle disposizioni di cui alla presente lettera al finanziamento delle disposizioni sugli ammortizzatori sociali e sui servizi per l’impiego e le politiche attive. Ciò consente di prevedere risorse aggiuntive a partire dal 2015;
g) revisione dell’ambito di applicazione e delle regole di funzionamento dei contratti di solidarietà, con particolare riferimento alla messa a regime degli stessi. Si tratta di una disposizione finalizzata a consentire una maggiore flessibilità nel ricorso all’istituto del contratto di solidarietà, con particolare riferimento all’inserimento di nuove figure professionali. In particolare, si prevede una revisione dell’ambito di applicazione e delle regole di funzionamento dei contratti di solidarietà, con particolare riguardo a quelli cosiddetti espansivi ed alla messa a regime delle norme transitorie le quali estendono alle imprese non rientranti nell’àmbito di applicazione della disciplina dei contratti di solidarietà difensivi la possibilità di stipulare tali contratti.
Con riferimento agli strumenti di sostegno in caso di disoccupazione involontaria, nell’esercizio della delega il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) rimodulazione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI), con OMOGENEIZZAZIONE della disciplina relativa ai trattamenti ordinari e ai trattamenti brevi (ASpI e Mini ASpI), rapportando la durata dei trattamenti alla storia contributiva del lavoratore;
b) incremento della durata massima per i lavoratori con carriere contributive più rilevanti;
c) universalizzazione del campo di applicazione dell’ASpI, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa;
d) introduzione di massimali in relazione alla contribuzione figurativa;
e) eventuale introduzione, dopo la fruizione dell’ASpI, di una prestazione per i lavoratori, in disoccupazione involontaria, che presentino valori ridotti dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE);
f) eliminazione dello stato di disoccupazione come requisito per l’accesso a servizi di carattere assistenziale;
Con riferimento a entrambi gli strumenti, nell’esercizio della delega il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) individuazione di meccanismi che prevedano un coinvolgimento attivo del soggetto beneficiario dei trattamenti di cui sopra al fine di favorirne l’attività a beneficio delle comunità locali, tenuto conto della finalità di incentivare la ricerca attiva di una nuova occupazione da
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parte del soggetto che cerca lavoro (emendamento PD), con modalità che non determinino aspettative di accesso agevolato alle pubbliche amministrazioni;
b) adeguamento delle sanzioni nei confronti del lavoratore beneficiario di sostegno al reddito che non si rende disponibile ad una nuova occupazione, a programmi di formazione o alle attività di comunità locali.
Le novità in sintesi
1) Sistema di garanzia universale per tutti i lavoratori;
2) risorse per finanziare la riforma ammortizzatori e delle politiche attive;
3) meccanismi automatici di concessione;
4) messa a regime dei contratti di solidarietà;
5) omogeneizzazione Aspi e miniAspi;
6) tutele uniformi legate alla storia contributiva dei lavoratori;
7) estensione Aspi ai lavoratori con contratti di co.co.co.;
8) introduzione dopo Aspi di una prestazione aggiuntiva per lavoratori con valori ridotti ISEE.
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A.S. 1428 Testo iniziale presentato dal Governo Testo approvato dalla Commissione Lavoro Testo maxiemendamento Art. 1. (Delega al Governo in materia di ammortizzatori sociali) Art. 1. (Delega al Governo in materia di ammortizzatori sociali) Art. 1
1. Allo scopo di assicurare, in caso di disoccupazione involontaria, tutele uniformi e legate alla storia contributiva dei lavoratori, di razionalizzare la normativa in materia di integrazione salariale e di favorire il coinvolgimento attivo di quanti siano espulsi dal mercato del lavoro ovvero siano beneficiari di ammortizzatori sociali, semplificando le procedure amministrative e riducendo gli oneri non salariali del lavoro, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, uno o più decreti legislativi finalizzati al riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali, tenuto conto delle peculiarità dei diversi settori produttivi.
2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene, rispettivamente, ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) con riferimento agli strumenti di tutela in costanza di rapporto di lavoro:
1) impossibilità di autorizzare le integrazioni salariali in caso di cessazione di attività aziendale o di un ramo di essa;
2) semplificazione delle procedure burocratiche, considerando anche la possibilità di introdurre meccanismi standardizzati di concessione;
3) necessità di regolare l’accesso alla cassa integrazione guadagni solo a seguito di esaurimento delle possibilità contrattuali di riduzione
2) semplificazione delle procedure burocratiche attraverso l’incentivazione di strumenti telematici e digitali, (Fucksia – M5S) considerando anche la possibilità di introdurre meccanismi standardizzati di concessione prevedendo strumenti certi ed esigibili; (Munerato – LN)
3) necessità di regolare l’accesso alla cassa integrazione guadagni solo a seguito di esaurimento delle possibilità contrattuali di riduzione
1.
2.
a)
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3)
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dell’orario di lavoro;
4) revisione dei limiti di durata, rapportati ai singoli lavoratori e alle ore complessivamente lavorabili in un periodo di tempo prolungato;
5) previsione di una maggiore compartecipazione da parte delle imprese utilizzatrici;
6) riduzione degli oneri contributivi ordinari e rimodulazione degli stessi tra i settori in funzione dell’utilizzo effettivo;
7) revisione dell’ambito di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e dei fondi di solidarietà di cui all’articolo 3 della legge 28 giugno 2012, n. 92;
b) con riferimento agli strumenti di sostegno in caso di disoccupazione involontaria:
1) rimodulazione dell’Assicurazione
dell’orario di lavoro eventualmente destinando una parte delle risorse attribuite alla cassa integrazione a favore dei contratti di solidarietà; (Lepri – PD)
4) revisione dei limiti di durata da rapportare al numero massimo di ore ordinarie lavorabili nel periodo di intervento della Cassa integrazione guadagni ordinaria e della Cassa integrazione guadagni straordinaria e individuazione dei meccanismi di incentivazione della rotazione; (D’Adda – PD)
7) revisione dell’ambito di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e dei fondi di solidarietà di cui all’articolo 3 della legge 28 giugno 2012, n. 92 fissando un termine certo per l’avvio dei fondi medesimi; (Munerato – LN)
7-bis) revisione dell’ambito di applicazione e delle regole di funzionamento dei contratti di solidarietà, con particolare riferimento all’articolo 2 del decreto-legge n. 726 del 1984, nonché alla messa a regime dei contratti di solidarietà di cui all’articolo 5, commi 5 e 8, del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236; (Governo)
4)
5)
6)
7) revisione dell’ambito di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e dei fondi di solidarietà di cui all’articolo 3 della legge 28 giugno 2012, n. 92 fissando un termine certo per l’avvio dei fondi medesimi e previsione della possibilità di destinare gli eventuali risparmi di spesa derivanti dall’attuazione delle disposizioni di cui alla presente lettera al finanziamento delle disposizioni di cui ai commi 1, 2, 3 e 4 (id. em. 1.281 Parente – PD);
8.
b)
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sociale per l’impiego (ASpI), con omogeneizzazione della disciplina relativa ai trattamenti ordinari e ai trattamenti brevi, rapportando la durata dei trattamenti alla pregressa storia contributiva del lavoratore;
2) incremento della durata massima per i lavoratori con carriere contributive più rilevanti;
3) universalizzazione del campo di applicazione dell’ASpI, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa e con l’esclusione degli amministratori e sindaci, mediante l’abrogazione degli attuali strumenti di sostegno del reddito, l’eventuale modifica delle modalità di accreditamento dei contributi e l’automaticità delle prestazioni, e prevedendo, prima dell’entrata a regime, un periodo almeno biennale di sperimentazione a risorse definite;
4) introduzione di massimali in relazione alla contribuzione figurativa;
5) eventuale introduzione, dopo la fruizione dell’ASpI, di una prestazione, eventualmente priva di copertura figurativa, limitata ai lavoratori, in disoccupazione involontaria, che presentino valori ridotti dell’indicatore della situazione economica equivalente, con previsione di obblighi di parte-cipazione alle iniziative di attivazione propo-ste dai servizi competenti;
6) eliminazione dello stato di disoccupazione come requisito per l’accesso a servizi di carattere assistenziale;
c) con riferimento agli strumenti di cui alle lettere a) e b), individuazione di meccanismi che prevedano un coinvolgimento attivo del soggetto beneficiario dei trattamenti di cui alle lettere a) e b), al fine di favorirne l’attività a beneficio delle comunità locali.
c) con riferimento agli strumenti di cui alle lettere a) e b), individuazione di meccanismi che prevedano un coinvolgimento attivo del soggetto beneficiario dei trattamenti di cui alle lettere a) e b), al fine di favorirne l’attività a beneficio delle comunità locali, tenuto conto di quanto previsto all’articolo 2, comma 2, lettera q) (Parente – PD), con modalità che non determinino aspettative di
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5)
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c)
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accesso agevolato alle pubbliche amministrazioni (Pagano – NCD);
d) adeguamento delle sanzioni e delle relative modalità di applicazione in funzione della migliore effettività per il lavoratore beneficiario di sostegno al reddito che non si rende disponibile ad una nuova occupazione, a programmi di formazione o alle attività di comunità locali di cui alla lettera c) (Pagano -NCD) secondo criteri oggettivi e uniformi (Munerato – LN e id. Catalfo – M5S)
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SERVIZI PER IL LAVORO E POLITICHE ATTIVE
2. La delega al Governo in materia di servizi per il lavoro e politiche attive.
I commi da 3 a 6 del maxiemendamento (ex articolo 2 del ddl) recano una delega al Governo in materia di servizi il lavoro e di politiche attive al fine di garantire la fruizione dei servizi essenziali in materia di politica attiva per il lavoro su tutto il territorio nazionale, nonché l’esercizio unitario delle relative funzioni amministrative.
Il disegno di legge prevede un rafforzamento del legame tra politiche attive e passive.
Come sottolineato dai senatori del Gruppo del Partito Democratico durante l’esame del disegno di legge in Commissione, decisamente innovativa è la previsione di una Agenzia a carattere nazionale – uno “sportello” al quale rivolgersi per un reale incontro domanda-offerta, presente in altri Paesi dell’Unione europea – che seguirà il lavoratore nel corso dell’intera vita professionale, attraverso i corsi di formazione e il sostegno concreto alla ricollocazione.
Nell’esercizio della delega il Governo si attiene ai seguenti principi ed i criteri direttivi:
a) razionalizzazione degli incentivi all’assunzione vigenti, “da collegare alle caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi una minore probabilità di trovare occupazione” e a criteri di valutazione e di verifica dell’efficacia e dell’impatto;
b) razionalizzazione degli incentivi per l’autoimpiego e di quelli per l’autoimprenditorialità (i primi destinati prevalentemente ai soggetti privi di occupazione residenti nelle aree depresse, ai fini della creazione di attività di lavoro autonomo o della costituzione di microimprese o della creazione di iniziative di autoimpiego in forma di franchising, i secondi destinati prevalentemente ai giovani ed alle donne, ai fini della costituzione di imprese di piccola dimensione o ai fini di ampliamenti aziendali;
c) istituzione, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, di un’Agenzia nazionale per l’occupazione, partecipata da Stato, regioni e province autonome e vigilata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con il conferimento alla medesima delle competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive ed ASpI ed il coinvolgimento delle parti sociali nella definizione delle linee di indirizzo generali dell’azione dell’Agenzia. Al funzionamento dell’Agenzia si provvede con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente e mediante la razionalizzazione degli enti strumentali e degli uffici di cui alla lettera f);
d) coinvolgimento delle parti sociali nella definizione delle linee di indirizzo generali dell’azione dell’Agenzia;
e) attribuzione all’Agenzia delle competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e ASpI;
f) razionalizzazione degli enti strumentali e degli uffici del Ministero del lavoro e delle politiche sociali allo scopo di aumentare l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa, mediante
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l’utilizzo di risorse umane, strumentali e finanziarie già disponibili a legislazione vigente (emendamento PD);
g) razionalizzazione e revisione delle procedure e degli adempimenti in materia di inserimento mirato delle persone con disabilità e degli altri soggetti aventi diritto al collocamento obbligatorio, al fine di favorirne l’inserimento e l’integrazione nel mercato del lavoro (emendamento PD);
h) possibilità di far confluire, in via prioritaria, nei ruoli delle “amministrazioni vigilanti” o della nuova Agenzia il personale proveniente dalle amministrazioni o dagli uffici soppressi o riorganizzati nonché il personale di altre amministrazioni; i) individuazione del comparto contrattuale del personale dell’Agenzia con modalità tali da garantire l’invarianza di oneri per la finanza pubblica;
j) determinazione della dotazione organica di fatto dell’Agenzia attraverso la corrispondente riduzione delle posizioni presenti nella pianta organica di fatto delle amministrazioni di provenienza del personale ricollocato presso l’Agenzia medesima;
k) rafforzamento delle funzioni di monitoraggio e valutazione delle politiche attive per il lavoro e dei servizi per l’impiego;
l) valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati, al fine di rafforzare le capacità d’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, prevedendo, a tal fine, la definizione dei criteri per l’accreditamento e per l’autorizzazione dei soggetti che operano sul mercato del lavoro e la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni nei servizi pubblici per l’impiego; m) valorizzazione della bilateralità attraverso il riordino della disciplina vigente in materia nel rispetto dei principi di sussidiarietà, flessibilità e prossimità anche al fine di definire un sistema di monitoraggio e controllo sui risultati dei servizi di welfare erogati (anche emendamento PD); n) la promozione di un collegamento tra misure di sostegno al reddito della persona inoccupata o disoccupata e misure volte al suo inserimento nel tessuto produttivo, anche tramite accordi per la ricollocazione da parte di agenzie per il lavoro prevedendo la loro remunerazione a fronte dell’effettivo inserimento;
o) introduzione di modelli sperimentali, che prevedano l’impiego di strumenti per incentivare il collocamento dei soggetti in cerca di lavoro e che tengano anche conto delle buone pratiche a livello regionale;
p) definizione di meccanismi di raccordo tra la suddetta Agenzia e l’INPS, a livello sia centrale sia territoriale;
q) previsione di meccanismi di raccordo tra l’Agenzia e gli enti che, a livello centrale e territoriale, esercitano competenze relative ai summenzionati incentivi per l’autoimpiego e per l’autoimprenditorialità;
r) attribuzione al Ministero del lavoro e delle politiche sociali delle competenze in materia di verifica e controllo del rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantite su tutto il territorio nazionale (emendamento PD);
s) mantenimento in capo alle regioni ed alle province autonome delle competenze in materia di programmazione delle politiche attive del lavoro;
t) attivazione del soggetto che cerca lavoro, in quanto mai occupato, espulso o beneficiario di ammortizzatori sociali, al fine di incentivarne la ricerca attiva di una nuova occupazione, secondo percorsi personalizzati;
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u) valorizzazione del sistema informativo per la gestione del mercato del lavoro ed il monitoraggio delle prestazioni erogate, anche attraverso l’istituzione del fascicolo elettronico unico contenente le informazioni relative ai percorsi educativi e formativi, ai periodi lavorativi, alla fruizione di provvidenze pubbliche ed ai versamenti contributivi (emendamento PD);
v) integrazione del sistema informativo del fascicolo elettronico unico con la raccolta sistematica dei dati disponibili nel collocamento mirato, nonché di dati relativi alle buone pratiche di inclusione lavorativa delle persone con disabilità e agli ausili ed adattamenti utilizzati sui luoghi di lavoro (emendamento PD);
w) semplificazione amministrativa in materia di lavoro e politica attiva, con l’impiego delle tecnologie informatiche, secondo le regole tecniche in materia di interoperabilità e scambio dei dati allo scopo di rafforzare l’azione dei servizi pubblici nella gestione delle politiche attive e favorire la cooperazione con i servizi privati, anche mediante la previsione di strumenti atti a favorire il conferimento al sistema nazionale per l’impiego delle informazioni relative ai posti di lavoro vacanti.
Le novità in sintesi
1) Fruizione dei servizi essenziali in materia di politica attiva per il lavoro su tutto il territorio nazionale;
2) istituzione dell’Agenzia nazionale per l’occupazione;
3) integrazione servizi pubblici e privati per migliorare capacità d’incontro tra domanda ed offerta di lavoro;
4) ricollocazione tramite Agenzie per il lavoro retribuite solo dopo effettivo inserimento;
5) incentivazione collocamento dei soggetti in cerca di lavoro;
6) istituzione del fascicolo elettronico unico per gestione mercato lavoro e monitoraggio prestazioni erogate;
7) impiego di tecnologie informatiche.
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A.S. 1428 Testo iniziale presentato dal Governo Testo approvato dalla Commissione Lavoro Testo maxiemendamento Art. 2. (Delega al Governo in materia di servizi per il lavoro e politiche attive) Art. 2. (Delega al Governo in materia di servizi per il lavoro e politiche attive) Art. 2 1. Allo scopo di garantire la fruizione dei servizi essenziali in materia di politica attiva del lavoro su tutto il territorio nazionale, nonché di assicurare l’esercizio unitario delle relative funzioni amministrative, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto, per i profili di rispettiva competenza, con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, ai sensi dell’articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, uno o più decreti legislativi finalizzati al riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e le politiche attive. In mancanza dell’intesa nel termine di cui all’articolo 3 del citato decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, il Consiglio dei ministri provvede con deliberazione motivata ai sensi del medesimo articolo 3. 2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi: a) razionalizzazione degli incentivi
Le disposizioni del presente articolo e quelle dei decreti legislativi emanati in attuazione dello stesso si applicano nei confronti delle Province Autonome di Trento e Bolzano secondo quanto previsto dai rispettivi statuti speciali e dalle relative norme di attuazione e dal decreto legislativo 21 settembre 1995, n. 430. (Berger – Aut)
a) razionalizzazione degli incentivi
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all’assunzione esistenti, da collegare alle caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi una minore probabilità di trovare occupazione; b) razionalizzazione degli incentivi per l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità, con la previsione di una cornice giuridica nazionale volta a costituire il punto di riferimento anche per gli interventi posti in essere da regioni e province autonome; c) istituzione, ai sensi dell’articolo 8 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, di un’Agenzia nazionale per l’occupazione, di seguito denominata «Agenzia», partecipata da Stato, regioni e province autonome, vigilata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al cui funzionamento si provvede con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente; d) coinvolgimento delle parti sociali nella definizione delle linee di indirizzo generali dell’azione dell’Agenzia; e) attribuzione all’Agenzia delle competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e ASpI; f) razionalizzazione degli enti e uffici che, anche all’interno del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, delle regioni e delle province, operano in materia di politiche attive del lavoro, servizi per l’impiego e ammortizzatori sociali, allo scopo di evitare sovrapposizioni e di consentire l’invarianza di spesa, mediante l’utilizzo delle risorse umane, finanziarie e strumentali già all’assunzione esistenti, da collegare alle caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi una minore probabilità di trovare occupazione e a criteri di valutazione e di verifica dell’efficacia e dell’impatto; (Munerato – LN e id. Catalfo – M5S)
e) attribuzione all’Agenzia di competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e ASpI; (Munerato – LN)
f) razionalizzazione degli enti strumentali e degli uffici del Ministero del lavoro e delle politiche sociali allo scopo di aumentare l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa, mediante l’utilizzo di risorse umane, strumentali e finanziarie già disponibili a legislazione vigente; (Parente – PD)
b) c) istituzione, ai sensi dell’articolo 8 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, di un’Agenzia nazionale per l’occupazione, di seguito denominata «Agenzia», partecipata da Stato, regioni e province autonome, vigilata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al cui funzionamento si provvede con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente e mediante quanto previsto dalla lettera f) (id. emend. 2.223 Pagliari – PD);
d)
e)
f)
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disponibili a legislazione vigente; g) possibilità di far confluire nei ruoli delle amministrazioni vigilanti o dell’Agenzia il personale proveniente dalle amministrazioni o uffici soppressi o riorganizzati in attuazione della lettera f) nonché di altre amministrazioni; h) rafforzamento delle funzioni di monitoraggio e valutazione delle politiche e dei servizi; i) valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati, al fine di rafforzare le capacità d’incontro tra domanda e offerta di lavoro, prevedendo, a tal fine, la definizione dei criteri per l’accreditamento e l’autorizzazione dei soggetti che operano sul mercato del lavoro e la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni nei servizi pubblici per l’impiego;
g) razionalizzazione e revisione delle procedure e degli adempimenti in materia di inserimento mirato delle persone con disabilità di cui alla legge 23 marzo 1999, n. 68 e degli altri soggetti aventi diritto al collocamento obbligatorio, al fine di favorirne l’inserimento e l’integrazione nel mercato del lavoro; (Guerra – PD) h) possibilità di far confluire, in via prioritaria, nei ruoli delle amministrazioni vigilanti o dell’Agenzia il personale proveniente dalle amministrazioni o uffici soppressi o riorganizzati in attuazione della lettera f) nonché di altre amministrazioni; (Relatore) i) individuazione del comparto contrattuale del personale dell’Agenzia con modalità tali da garantire l’invarianza di oneri per la finanza pubblica; l) determinazione della dotazione organica di fatto dell’Agenzia attraverso la corrispondente riduzione delle posizioni presenti nella pianta organica di fatto delle amministrazioni di provenienza del personale ricollocato presso l’Agenzia medesima; (Relatore)
m)
n)
o) valorizzazione della bilateralità attraverso il riordino della disciplina vigente in materia nel rispetto dei principi di sussidiarietà, flessibilità e prossimità anche al fine di definire un sistema di monitoraggio e controllo sui risultati dei servizi di
g)
h)
i)
l)
m)
n)
o)
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l) introduzione di modelli sperimentali, che prevedano l’utilizzo di strumenti per incentivare il collocamento dei soggetti in cerca di lavoro e che tengano anche conto delle esperienze più significative realizzate a livello regionale; m) previsione di meccanismi di raccordo tra l’Agenzia e l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), sia a livello centrale che a livello territoriale; n) previsione di meccanismi di raccordo tra l’Agenzia e gli enti che, a livello centrale e territoriale, esercitano competenze in materia di incentivi all’autoimpiego e all’autoimprenditorialità; o) mantenimento in capo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali delle competenze in materia di definizione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantite su tutto il territorio nazionale; p) mantenimento in capo alle regioni e alle province autonome delle competenze in materia di welfare erogati; (Pagano – NCD – id. Marinello – NCD e Pezzopane – PD) p) principi di politica attiva del lavoro che prevedano la promozione di un collegamento tra misure di sostegno al reddito della persona inoccupata o disoccupata e misure volte al suo inserimento nel tessuto produttivo, anche attraverso la conclusione di accordi per la ricollocazione che vedano come parte le agenzie per il lavoro o altri operatori accreditati, con obbligo di presa in carico, e la previsione di adeguati strumenti e forme di remunerazione, proporzionate alla difficoltà di collocamento, a fronte dell’effettivo inserimento almeno per un congruo periodo, a carico di fondi regionali a ciò destinati, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica statale o regionale; (Ichino – SCpI) q) introduzione di modelli sperimentali, che prevedano l’utilizzo di strumenti per incentivare il collocamento dei soggetti in cerca di lavoro e che tengano anche conto delle buone pratiche realizzate a livello regionale; (Parente – PD)
r)
s)
t) attribuzione al Ministero del lavoro e delle politiche sociali delle competenze in materia di verifica e controllo del rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantite su tutto il territorio nazionale; (R. Ghedini – PD)
u)
p)
q)
r)
s)
t)
u) mantenimento in capo alle regioni e alle province autonome delle competenze in materia di
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programmazione delle politiche attive del lavoro; q) attivazione del soggetto che cerca lavoro, in quanto mai occupato, espulso o beneficiario di ammortizzatori sociali, al fine di incentivarne la ricerca attiva di una nuova occupazione, secondo percorsi personalizzati, anche mediante l’adozione di strumenti di segmentazione dell’utenza basati sull’osservazione statistica; r) valorizzazione del sistema informativo per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate; s) completamento della semplificazione amministrativa in materia di lavoro e politiche attive, con l’ausilio delle tecnologie informatiche, allo scopo di reindirizzare l’azione dei servizi pubblici nella gestione delle politiche attive.
v) attivazione del soggetto che cerca lavoro, in quanto mai occupato, espulso dal mercato del lavoro (Relatore – coordinamento) o beneficiario di ammortizzatori sociali, al fine di incentivarne la ricerca attiva di una nuova occupazione, secondo percorsi personalizzati, anche mediante l’adozione di strumenti di segmentazione dell’utenza basati sull’osservazione statistica; z) valorizzazione del sistema informativo per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate , anche attraverso l’istituzione del fascicolo elettronico unico contenente le informazioni relative ai percorsi educativi e formativi, ai periodi lavorativi, alla fruizione di provvidenze pubbliche ed ai versamenti contributivi; (Pagano – NCD)
aa) integrazione del sistema informativo di cui alla lettera z) con la raccolta sistematica dei dati disponibili nel collocamento mirato nonché di dati relativi alle buone pratiche di inclusione lavorativa delle persone con disabilità e agli ausili ed adattamenti utilizzati sui luoghi di lavoro; (Guerra – PD)
bb) semplificazione amministrativa in materia di lavoro e politica attiva, con l’impiego delle tecnologie informatiche, secondo le regole tecniche in materia di interoperabilità e scambio dei dati definite dal decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, allo scopo di rafforzare l’azione dei servizi pubblici nella gestione delle politiche attive e favorire la cooperazione con i servizi privati, anche mediante la previsione di strumenti atti a favorire il conferimento al sistema nazionale per l’impiego delle informazioni relative ai posti di lavoro vacanti. (Catalfo – M5S) programmazione di (id. emend. 2.253 Pagliari – PD) politiche attive del lavoro;
v)
z)
aa)
bb)
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SEMPLIFICAZIONE DELLE PROCEDURE E DEGLI ADEMPIMENTI
3. La delega al Governo in materia di semplificazione delle procedure e degli adempimenti.
Il disegno di legge prevede una notevole semplificazione delle procedure, unitamente alla previsione di una maggiore partecipazione alla stessa da parte degli enti.
I commi 5 e 6 del maximendamento (ex articolo 3 del ddl), infatti, recano una delega al Governo per la definizione di norme di semplificazione e di razionalizzazione delle procedure e degli adempimenti, a carico di cittadini e imprese, relativi alla costituzione ed alla gestione dei rapporti di lavoro, nonché in materia di igiene e sicurezza sul lavoro.
I principi ed i criteri direttivi per l’esercizio della delega prevedono:
a) la razionalizzazione e la semplificazione (anche mediante abrogazione di norme) delle procedure e degli adempimenti connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro;
b) l’eliminazione e la semplificazione, anche mediante norme di carattere interpretativo, delle disposizioni interessate da rilevanti contrasti interpretativi, giurisprudenziali o amministrativi;
c) l’unificazione delle comunicazioni alle pubbliche amministrazioni per i medesimi eventi e l’obbligo delle stesse amministrazioni di trasmetterle alle altre amministrazioni competenti;
d) l’introduzione del divieto per le pubbliche amministrazioni di richiedere dati dei quali esse sono in possesso;
e) il “rafforzamento” del sistema di trasmissione delle comunicazioni in via telematica e l’abolizione della tenuta di documenti cartacei;
f) la revisione del regime delle sanzioni, tenendo conto dell’eventuale natura formale della violazione, in modo da favorire l’immediata eliminazione degli effetti della condotta illecita, nonché valorizzazione degli istituti di tipo premiale;
g) la previsione delle modalità semplificate per garantire data certa nonché l’autenticità della manifestazione di volontà del lavoratore in relazione alle dimissioni o alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, anche tenuto conto della necessità di assicurare la certezza della cessazione del rapporto nel caso di comportamento concludente in tal senso del lavoratore (emendamento PD sulle dimissioni in bianco);
h) l’individuazione di modalità organizzative e gestionali che consentano di svolgere, esclusivamente in via telematica, tutti gli adempimenti di carattere amministrativo connessi con la costituzione, la gestione e la cessazione del rapporto di lavoro;
i) la revisione degli adempimenti in materia di libretto formativo del cittadino;
j) la promozione del principio di legalità e priorità delle politiche volte a prevenire e scoraggiare il lavoro sommerso in tutte le sue forme (emendamento PD).
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Le novità in sintesi
1) Semplificazione delle procedure e degli adempimenti connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro;
2) obbligo per le P.A. di comunicare tra loro per gli stessi eventi;
3) divieto per le pubbliche amministrazioni di richiedere dati dei quali sono già in possesso;
4) contrasto del fenomeno delle dimissioni in bianco;
5) svolgimento, esclusivamente in via telematica, di tutti gli adempimenti di carattere amministrativo.
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A.S. 1428 Testo iniziale presentato dal Governo Testo approvato dalla Commissione Lavoro Testo maxiemendamento Art. 3. (Delega al Governo in materia di semplificazione delle procedure e degli adempimenti) Art. 3. (Delega al Governo in materia di semplificazione delle procedure e degli adempimenti)
1. Allo scopo di conseguire obiettivi di semplificazione e razionalizzazione delle procedure di costituzione e gestione dei rapporti
di lavoro, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, uno o più decreti legislativi, contenenti disposizioni di semplificazione e razionalizzazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese.
2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti, anche mediante abrogazione di norme, connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro, con l’obiettivo di dimezzare il numero di atti di gestione, del medesimo rapporto, di carattere amministrativo;
b) eliminazione e semplificazione, anche mediante norme di carattere interpretativo, delle norme interessate da rilevanti contrasti interpretativi, giurisprudenziali o amministrativi;
c) unificazione delle comunicazioni alle pubbliche amministrazioni per i medesimi eventi, quali in particolare gli infortuni sul lavoro, e obbligo delle stesse amministrazioni di trasmetterle alle altre amministrazioni competenti;
1. Allo scopo di conseguire obiettivi di semplificazione e razionalizzazione delle procedure di costituzione e gestione dei rapporti
di lavoro, nonché in materia di igiene e sicurezza sul lavoro (Fucksia – M5S), il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, uno o più decreti legislativi, contenenti disposizioni di semplificazione e razionalizzazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese.
c) unificazione delle comunicazioni alle pubbliche amministrazioni per i medesimi eventi e obbligo delle stesse amministrazioni di trasmetterle alle altre amministrazioni competenti; (Parente – PD)
d) introduzione del divieto per le pubbliche amministrazioni di richiedere dati dei quali esse sono
5.
6.
a)
b)
c)
d)
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d) rafforzamento del sistema di trasmissione delle comunicazioni in via telematica e abolizione della tenuta di documenti cartacei;
e) revisione del regime delle sanzioni, tenendo conto dell’eventuale natura formale della violazione, in modo da favorire l’immediata eliminazione degli effetti della condotta illecita, nonché valorizzazione degli istituti di tipo premiale;
f) individuazione di modalità organizzative e gestionali che consentano di svolgere esclusivamente in via telematica tutti gli adempimenti di carattere amministrativo connessi con la costituzione, la gestione e la cessazione del rapporto di lavoro;
g) revisione degli adempimenti in materia di libretto formativo del cittadino, in un’ottica di integrazione nell’ambito della dorsale informativa di cui all’articolo 4, comma 51, della legge 28 giugno 2012, n. 92, e della banca dati delle politiche attive e passive del lavoro di cui all’articolo 8 del decreto-legge 28 giugno 2013, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 99. in possesso; (Berger – Aut)
e)
f)
g) previsione di modalità semplificate per garantire data certa nonché l’autenticità della manifestazione di volontà del lavoratore in relazione alle dimissioni o alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, anche tenuto conto della necessità di assicurare la certezza della cessazione del rapporto nel caso di comportamento concludente in tal senso del lavoratore; (Gatti – PD)
h)
i)
l) promozione del principio di legalità e priorità delle politiche volte a prevenire e scoraggiare il lavoro sommerso in tutte le sue forme ai sensi delle Risoluzioni del Parlamento europeo del 9 ottobre 2008 sul rafforzamento della lotta al lavoro sommerso (2008/2035(INI)) e del 14 gennaio 2014 sulle ispezioni sul lavoro efficaci come strategia per
e)
f)
g)
h)
i)
l)
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migliorare le condizioni di lavoro in Europa (2013/2112(INI)) (R. Ghedini – PD
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RIORDINO DELLE FORME CONTRATTUALI
Il comma 7 del maxiemendamento (ex articolo 4) reca una delega al Governo per il riordino e la semplificazione delle tipologie di contratti di lavoro, allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo e di rendere più efficiente l’attività ispettiva.
I principi ed i criteri direttivi per l’esercizio della delega prevedono:
a) l’individuazione e l’analisi di tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo, nazionale ed internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali;
b) la promozione, in coerenza con le indicazioni europee, del contratto a tempo indeterminato come forma privilegiata di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti;
c) la previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio;
d) la revisione della disciplina delle mansioni, in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale individuati sulla base di parametri oggettivi, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita ed economiche, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento; previsione che la contrattazione collettiva, anche aziendale ovvero di secondo livello, stipulata con le organizzazioni sindacali dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale a livello interconfederale o di categoria possa individuare ulteriori ipotesi rispetto a quelle disposte ai sensi della presente lettera;
e) la revisione della disciplina dei controlli a distanza, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore;
f) l’introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano sociale. Riguardo a questa modifica introdotta dall’emendamento del Governo 4.1000 si segnala, da un lato, la previsione secondo cui il compenso orario minimo potrà essere adottato SOLO nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro
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comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, dall’altro, l’estensione del compenso orario minimo ANCHE ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa;
g) la previsione, tenuto conto di quanto disposto dall’articolo 70 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, che fa riferimento a compensi non superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare, della possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, nei diversi settori produttivi, attraverso la elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti, fatta salva la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati, con contestuale rideterminazione contributiva;
h) l’abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato, al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative;
i) la razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva, attraverso misure di coordinamento ovvero attraverso l’istituzione di una Agenzia unica per le ispezioni del lavoro, tramite l’integrazione in un’unica struttura dei servizi ispettivi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’INPS e dell’INAIL, prevedendo strumenti e forme di coordinamento con i servizi ispettivi delle ASL e delle ARPA.
Le novità in sintesi
1) Superamento e semplificazione delle forme contrattuali esistenti;
2) contratto a tempo indeterminato come forma privilegiata di contratto di lavoro;
3) per le nuove assunzioni contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio;
4) revisione della disciplina delle mansioni sulla base di parametri oggettivi con limiti alla modifica dell’inquadramento e rinvio alla contrattazione collettiva;
5) revisione della disciplina dei controlli a distanza;
6) introduzione in via sperimentale del compenso orario minimo nei settori non regolati da contratti collettivi anche per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa;
7) possibilità di estendere il lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali nei limiti di reddito previsti (5.000 euro);
8) semplificazione delle norme nel testo organico semplificato;
9) Agenzia unica per le ispezioni del lavoro.
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A.S. 1428 Testo iniziale presentato dal Governo Testo approvato dalla Commissione Lavoro Testo maxiemendamento Art. 4. (Delega al Governo in materia di riordino delle forme contrattuali) Art. 4. (Delega al Governo in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro, delle forme contrattuali e dell’attività ispettiva) (Governo – em. 4.1000)
1. Allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi recanti misure per il riordino e la semplificazione delle tipologie contrattuali esistenti, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi che tengano altresì conto degli obiettivi indicati dagli orientamenti annuali dell’Unione europea in materia di occupabilità:
a) individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali;
1. Allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo e di rendere più efficiente l’attività ispettiva, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, di cui uno recante un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi, in coerenza con la regolazione comunitaria e le convenzioni internazionali (Governo – em. 4.1000):
a) individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali;
7.
a) individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali (vedi em. 4.227 Ricchiuti – PD, em. 4.236 Verducci – PD e 4.237 Ricchiuti – PD);
b) promuovere, in coerenza con le indicazioni europee, il contratto a tempo indeterminato, come forma
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b) redazione di un testo organico di disciplina delle tipologie contrattuali dei rapporti di lavoro, semplificate secondo quanto indicato alla lettera a), che possa anche prevedere l’introduzione, eventualmente in via sperimentale, di ulteriori tipologie contrattuali espressamente volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, con tutele crescenti per i lavoratori coinvolti;
b) previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio (Governo – em. 4.1000);
c) revisione della disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento (Governo – em. 4.1000);
d) revisione della disciplina dei controlli a distanza, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore (Governo – em. 4.1000);
privilegiata di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti (vedi em. 4.241 Gatti – PD e em. 4.242 Verducci -PD);
c)
d) revisione della disciplina delle mansioni, in caso di processi di riorganizzazione, ristruttura-zione o conversione aziendale individuati sulla base di parametri oggettivi, contempe-rando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita ed economiche, prevedendo limiti alla modifica dell’inqua-dramento; previsione che la contrattazione collettiva, anche aziendale ovvero di secondo livello, stipulata con le organizzazioni sindacali dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale a livello interconfe-derale o di categoria possa individuare ulteriori ipotesi rispetto a quelle disposte ai sensi del presente lettera (vedi em. 4.263 Guerra – PD);
e)
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c) introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile a tutti i rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;
d) previsione della possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, in tutti i settori produttivi, attraverso l’elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti e assicurando la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati;
e) abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con il testo di cui alla lettera b), al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative.
e) introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché nei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano sociale (Governo – em. 4.1000);
f) previsione, con contestuale rideterminazione contributiva di cui all’articolo 72, comma 4, ultimo periodo, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, (Relatore) della possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, in tutti i settori produttivi, attraverso la elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti e assicurando la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati;
g) abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato, al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative (Governo – em. 4.1000);
h) razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva, attraverso misure di coordinamento ovvero attraverso l’istituzione, ai sensi dell’articolo 8 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e con le risorse
f)
g) previsione, tenuto conto di quanto disposto dall’articolo 70 del decreto legislativo 10 settembre 200, n. 276, della possibilita` di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attivita` lavorative discontinue e occasionali nei diversi settori produttivi, fatta salva la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati, con contestuale rideterminazione contributiva di cui all’articolo 72, comma 4, ultimo periodo, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 (vedi em. 4.302 – D’Adda);
h)
i)
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umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, di una Agenzia unica per le ispezioni del lavoro, tramite l’integrazione in un’unica struttura dei servizi ispettivi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’INPS e dell’INAIL, prevedendo strumenti e forme di coordinamento con i servizi ispettivi delle ASL e delle ARPA (Governo – em. 4.1000).
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MATERNITA’ E CONCILIAZIONE DEI TEMPI DI VITA E DI LAVORO
L’articolo 5 reca una delega al Governo per la revisione e l’aggiornamento delle misure intese a tutelare la maternità e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
I principi ed i criteri direttivi per l’esercizio della delega prevedono:
a) la ricognizione delle categorie di lavoratrici beneficiarie dell’indennità di maternità, nella prospettiva di estendere, eventualmente anche in modo graduale, tale prestazione a tutte le categorie di donne lavoratrici;
b) l’estensione alle lavoratrici madri “parasubordinate” del diritto alla prestazione di maternità anche in assenza del versamento dei contributi da parte del committente (cosiddetto principio di automaticità della prestazione);
c) l’introduzione di un credito d’imposta (inteso ad incentivare il lavoro femminile) per le donne lavoratrici, anche autonome, che abbiano figli minori o disabili non autosufficienti e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito individuale complessivo, nonché l’armonizzazione del regime delle detrazioni (dall’imposta sui redditi) per il coniuge a carico;
d) l’incentivazione di accordi collettivi intesi a facilitare la flessibilità dell’orario di lavoro e la flessibilità dell’impiego di premi di produttività, al fine di favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità di genitore, l’assistenza alle persone non autosufficienti e l’attività lavorativa, anche attraverso il ricorso al telelavoro;
e) l’eventuale riconoscimento, compatibilmente con il diritto ai riposi settimanali ed alle ferie annuali retribuite, della possibilità di cessione fra lavoratori dipendenti dello stesso datore di lavoro di tutti o parte dei giorni di riposo aggiuntivi spettanti in base al contratto collettivo nazionale in favore del lavoratore genitore di figlio minore che necessita di presenza fisica e cure costanti per le particolari condizioni di salute (em. sulla cessione delle ferie);
f) la promozione dell’integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia, forniti dalle aziende e dai fondi o enti bilaterali, nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona, anche mediante la promozione dell’impiego ottimale di tali servizi da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti nel territorio in cui sono attivi;
g) la ricognizione delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, ai fini di poterne valutare la revisione, per garantire una maggiore flessibilità dei relativi congedi obbligatori e parentali (emendamento PD), favorendo le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, anche tenuto conto della funzionalità organizzativa all’interno delle imprese;
h) l’estensione dei presenti principi e criteri direttivi ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, con riferimento al riconoscimento della possibilità di fruizione dei congedi parentali in modo frazionato ed alle misure organizzative intese al rafforzamento degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
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Le novità in sintesi
1) Finalità di estendere l’indennità di maternità a tutte le donne lavoratrici;
2) estensione alle lavoratrici madri “parasubordinate” del diritto alla prestazione di maternità anche in assenza del versamento dei contributi;
3) credito d’imposta per le lavoratrici con figli minori o disabili non autosufficienti sotto determinata soglia di reddito individuale complessivo;
4) cessione delle ferie fra lavoratori dipendenti a favore del genitore di figlio minore malato;
5) integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona;
6) maggiore flessibilità dei congedi obbligatori e parentali;
7) estensione delle misure di conciliazione previste ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni.
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A.S. 1428 Testo iniziale presentato dal Governo Testo approvato dalla Commissione Lavoro Testo maxiemendamento Art. 5. (Delega al Governo in materia di maternità e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro) Art. 5. (Delega al Governo per la tutela e la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro) (Parente)
1. Allo scopo di garantire adeguato sostegno alla genitorialità, attraverso misure volte a tutelare la maternità delle lavoratrici e favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per la generalità dei lavoratori, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto, per i profili di rispettiva competenza, con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per la revisione e l’aggiornamento delle misure volte a tutelare la maternità e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) ricognizione delle categorie di lavoratrici beneficiarie dell’indennità di maternità, nella prospettiva di estendere, eventualmente anche in modo graduale, tale prestazione a tutte le categorie di donne lavoratrici;
b) garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro;
c) introduzione del tax credit, quale incentivo al lavoro femminile, per le
c) introduzione del tax credit, quale incentivo al lavoro femminile, per le
8.
9.
a)
b)
c)
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donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito complessivo della donna lavoratrice, e armonizzazione del regime delle detrazioni per il coniuge a carico;
d) incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività, al fine di favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità genitoriali e dell’assistenza alle persone non autosufficienti e l’attività lavorativa, anche attraverso il ricorso al telelavoro;
e) favorire l’integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona, anche mediante la promozione dell’utilizzo ottimale di tali servizi da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti nel territorio in cui sono attivi;
f) ricognizione delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, ai fini di poterne valutare la revisione per garantire una maggiore flessibilità dei relativi congedi, favorendo le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro;
donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori o disabili non autosufficienti (Orellana – M5S) e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito individuale (Relatore – coordinamento) complessivo della donna lavoratrice, e armonizzazione del regime delle detrazioni per il coniuge a carico;
e) eventuale riconoscimento, compatibilmente con il diritto ai riposi settimanali ed alle ferie annuali retribuite, della possibilità di cessione fra lavoratori dipendenti dello stesso datore di lavoro di tutti o parte dei giorni di riposo aggiuntivi spettanti in base al contratto collettivo nazionale in favore del lavoratore genitore di figlio minore che necessita di presenza fisica e cure costanti per le particolari condizioni di salute; (Munerato – LN)
e) integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende e dai fondi o enti bilaterali nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona, anche mediante la promozione dell’utilizzo ottimale di tali servizi da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti nel territorio in cui sono attivi; (id. Pagano – NCD, Gasparri – FI, Favero – PD)
f) ricognizione delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, ai fini di poterne valutare la revisione per garantire una maggiore flessibilità dei relativi congedi obbligatori e parentali (Parente -PD), favorendo le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, anche
d)
e)
f)
g)
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g) estensione dei principi di cui al presente comma, in quanto compatibili e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, con riferimento al riconoscimento della possibilità di fruizione dei congedi parentali in modo frazionato e alle misure organizzative finalizzate al rafforzamento degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
tenuto conto della funzionalità organizzativa all’interno delle imprese; (Pagano – NCD)
h)
f)
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A.S. 1428 Testo iniziale presentato dal Governo Testo approvato dalla Commissione Lavoro Testo maxiemendamento Art. 6 (Disposizioni comuni per l’esercizio delle deleghe di cui agli articoli da 1 a 5) Art. 6 . I decreti di cui agli articoli 1, 2, 3, 4 e 5 della presente legge sono adottati nel rispetto della procedura di cui all’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400. 2. Gli schemi dei decreti legislativi, a seguito di deliberazione preliminare del Consiglio dei ministri, sono trasmessi alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica perché su di essi siano espressi, entro trenta giorni dalla data di trasmissione, i pareri delle Commissioni competenti per materia e per i profili finanziari. Decorso tale termine, i decreti sono emanati anche in mancanza dei pareri. Qualora il termine per l’espressione dei pareri parlamentari di cui al presente comma scada nei trenta giorni che precedono o seguono la scadenza dei termini previsti al comma 1 degli articoli 1, 2, 3, 4 e 5 ovvero al comma 4 del presente articolo, questi ultimi sono prorogati di tre mesi. 3. Dall’attuazione delle deleghe recate dalla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. A tale fine, per gli adempimenti dei decreti attuativi della presente legge, le amministrazioni competenti provvedono attraverso una diversa allocazione delle ordinarie risorse
1. I decreti legislativi di cui agli articoli 1, 2, 3, 4 e 5 della presente legge sono adottati nel rispetto della procedura di cui all’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400.
2. Gli schemi dei decreti legislativi, corredati di relazione tecnica che dia conto della neutralità finanziaria dei medesimi ovvero dei nuovi o maggiori oneri da essi derivanti e dei corrispondenti mezzi di copertura (Relatore), a seguito di deliberazione preliminare del Consiglio dei ministri, sono trasmessi alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica perché su di essi siano espressi, entro trenta giorni dalla data di trasmissione, i pareri delle Commissioni competenti per materia e per i profili finanziari. Decorso tale termine, i decreti sono emanati anche in mancanza dei pareri. Qualora il termine per l’espressione dei pareri parlamentari di cui al presente comma scada nei trenta giorni che precedono o seguono la scadenza dei termini previsti al comma 1 degli articoli 1, 2, 3, 4 e 5 ovvero al comma 4 del presente articolo, questi ultimi sono prorogati di tre mesi.
3. Dall’attuazione delle deleghe recate dalla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. A tale fine, per gli adempimenti dei decreti attuativi della presente legge, le amministrazioni competenti provvedono attraverso una diversa
10.
11.
12. Dall’attuazione delle deleghe recate dalla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. A tale fine, per gli adempimenti dei decreti attuativi della presente legge, le amministrazioni competenti provvedono attraverso una diversa
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umane, finanziarie e strumentali, allo stato in dotazione alle medesime amministrazioni. 4. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore dei decreti di cui al comma 1, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi fissati dalla presente legge, il Governo può adottare, con la medesima procedura di cui ai commi 1 e 2, disposizioni integrative e correttive dei decreti medesimi, tenuto conto delle evidenze attuative nel frattempo emerse.
allocazione delle ordinarie risorse umane, finanziarie e strumentali, allo stato in dotazione alle medesime amministrazioni. In conformità all’articolo 17, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, e successive modificazioni, qualora uno o più decreti attuativi determinino nuovi o maggiori oneri che non trovino compensazione al proprio interno, i decreti legislativi dai quali derivano nuovi o maggiori oneri sono emanati solo successivamente o contestualmente all’entrata in vigore dei provvedimenti legislativi che stanzino le occorrenti risorse finanziarie (Relatore).
5. Sono fatte salve le potestà attribuite alle regioni a statuto speciale ed alle province autonome di Trento e di Bolzano dai rispettivi statuti speciali e dalle relative norme di attuazione, le competenze delegate in materia di lavoro e quelle comunque riconducibili agli articoli 2 e 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Panizza – Aut)
allocazione delle ordinarie risorse umane, finanziarie e strumentali, allo stato in dotazione alle medesime amministrazioni. In conformità all’articolo 17, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, e successive modificazioni, qualora uno o più decreti attuativi determinino nuovi o maggiori oneri che non trovino compensazione al proprio interno, i decreti legislativi dai quali derivano nuovi o maggiori oneri sono emanati solo successivamente o contestualmente all’entrata in vigore dei provvedimenti legislativi ivi compresa la legge di stabilità (vedi em. 1.281 Parente – PD) che stanzino le occorrenti risorse finanziarie.
13.
14. Sono fatte salve le potestà attribuite alle regioni a statuto speciale ed alle province autonome di Trento e di Bolzano dai rispettivi statuti speciali e dalle relative norme di attuazione, le competenze delegate in materia di lavoro e quelle comunque riconducibili all’articolo 116 della Costituzione e all’articolo 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3.
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GLI INTERVENTI IN AULA DEL PD, DEL GOVERNO E DEL RELATORE
24 settembre 2014
DISCUSSIONE GENERALE
SACCONI, relatore. Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghe e colleghi, nonostante o proprio in ragione della mia non breve esperienza parlamentare largamente concentrata sui temi riconducibili alla vita attiva della persona, mi accingo a svolgere la relazione al disegno di legge-delega di riforma del mercato del lavoro con la sincera emozione di chi auspica si concluda con questo atto un faticoso e contraddittorio percorso, avviato nel 1997 con la prima legge consigliata da Marco Biagi e più conosciuta come legge Treu. Iniziava allora, contestualmente ad analoghe iniziative in molti Paesi europei sollecitate dalla stessa Commissione, un processo di rinnovamento dei mercati del lavoro nel segno della combinazione tra le esigenze di flessibilità organizzativa delle imprese e quelle di migliore sicurezza delle persone rispetto alla continua occupazione e al reddito da lavoro nel contesto della globalizzazione delle economie. Questa prima legge ebbe il merito di aprire una strada, di spezzare alcuni pregiudizi ideologici come quello del monopolio del collocamento pubblico, di consentire anche in Italia in particolare l’impiego del lavoro interinale anche se, a mio avviso, il trasferimento dei centri per l’impiego dallo Stato alle Province non si rivelò una soluzione felice e ha reso difficile fino ad oggi ogni loro effettiva rivalutazione. Pochi anni dopo, nel 2001, Marco Biagi coordinò con me la redazione di un Libro bianco che descriveva le fragilità di un mercato del lavoro opaco e poco inclusivo, nel quale da un lato le imprese avevano persistentemente, anche in tempi di crescita tumultuosa, contenuto il livello della forza lavoro e la propria stessa dimensione mentre, dall’altro, le persone risultavano lasciate a se stesse nella ricerca di un’occupazione con forti divari di genere, di età e di territorio. Egli indicava in conseguenza la soluzione, per un verso, nelle flessibilità regolatorie – in entrata e in uscita – del singolo rapporto di lavoro e, per l’altro, in una forte azione pubblica di orientamento, di agevole incontro tra domanda e offerta di lavoro, di investimento nelle competenze. Se una cifra prevalente nella lezione di Marco Biagi mi permetto di individuare, questa si trova nell’importazione del concetto di occupabilità ovvero della continua autosufficienza della persona nel mercato del lavoro. Ciò implica il passaggio dalle tutele rigide e passive ad una sorta di post-moderno articolo 18, consistente nel diritto del lavoratore di accedere alle conoscenze e alle competenze che egli liberamente, anche se utilmente consigliato, ritiene corrispondenti alle sue vocazioni e alle possibilità di occupazione. Non a caso la cosiddetta “legge Biagi” viene concepita in parallelo ad un’impegnativa riforma del sistema educativo che per prima introduceva la possibilità di opzioni di tipo duale in quanto integranti l’apprendimento teorico con i saperi pratici. Il ridisegno dei contratti di apprendistato fu realizzato in conseguenza, così come si pensò di spezzare l’autoreferenzialità di molte istituzioni educative attraverso l’introduzione nelle università e nelle scuole superiori di uffici di placement, ovvero di orientamento e di collocamento fino alla co-progettazione con le imprese di specifici percorsi di apprendimento. Iniziava in quel tempo, peraltro, anche il processo di connessione in rete dei servizi pubblici e privati di accompagnamento al lavoro anche se si presentarono presto gli ostacoli determinati dalla frammentazione istituzionale delle competenze – Province e Regioni – e dalle resistenze a rendere interoperabili i sistemi informativi. Negli anni successivi, Governi sostenuti da opposti schieramenti si pongono di fatto in continuità con le leggi Treu e Biagi, continuando ad operare per una più efficiente organizzazione del mercato del lavoro e delle politiche attive, sempre oggettivamente ostacolata dalla frammentazione istituzionale e per garantire una pluralità di canali d’accesso a partire da una giusta enfasi sul contratto di apprendistato. A quest’ultima, tuttavia, non è mai corrisposta un’altrettanto efficace disponibilità delle Regioni, ove più, ove meno, a semplificare modalità e controlli dell’attività formativa. Particolare rilievo assume nel contempo l’attitudine dei datori di lavoro e delle rappresentanze sindacali a dialogare nella dimensione aziendale, a condividere obiettivi, salario aggiuntivo ad essi correlato, servizi di protezione sociale integrativi. Non a caso una norma di legge dà forza alla contrattazione aziendale o territoriale, consentendo ad essa anche l’adattamento di discipline disposte dalle leggi o dai contratti nazionali. Questo percorso si interrompe con la legge n. 92 del 28 giugno 2012 che irrigidisce le modalità d’ingresso nel mercato nel lavoro elevando a norma i criteri di vigilanza, senza dare certezza, al contempo, dei modi di risolvere i rapporti di lavoro, rimessi alla discrezionalità di una giustizia che, come ha osservato il presidente del Consiglio Renzi, si rivela imprevedibile negli esiti e fortemente differenziata nei territori. Nel tempo della grande crisi si irrobustiscono straordinariamente le forme di sostegno al reddito ma non migliorano le politiche attive di accompagnamento ad un lavoro anche se certamente non tutte le Regioni sono uguali. Crescono fortunatamente servizi privati, ma anche privato-sociali, mentre rimangono segmentati e poco attivi i centri pubblici. Per non parlare della formazione, che appare diffusamente viziata dalla prevalenza dell’offerta sulla domanda, in quanto il finanziamento regionale e comunitario alimenta la sopravvivenza degli operatori invece di determinare virtuosi percorsi di concorrenza nella soddisfazione dei bisogni dei lavoratori. A questo punto potremmo dire che il presente disegno di legge di delega vuol fare tesoro dell’esperienza di questi anni, delle intuizioni e delle azioni rivelatesi positive, come delle asimmetrie e delle contraddizioni che si sono prodotte, per portare ora a compimento ciò che non si è definito con l’equilibrio necessario. Mi riferisco ancora a quella doverosa combinazione di flessibilità e
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sicurezza, tra legittima adattabilità dell’impresa alle pressioni competitive e ai cambiamenti tecnologici da un lato e il dovere pubblico di non lasciare mai solo chi cerca un lavoro, incoraggiandolo ad essere parte attiva sulla base dell’offerta di insistite opportunità, dall’altro. Per questa ragione il disegno di legge è ambizioso ed opera su uno spettro ampio che comprende la tendenziale universalizzazione dei cosiddetti ammortizzatori sociali su base assicurativa, una virtuale infrastrutturazione del mercato del lavoro attraverso gli strumenti della rete oltre a quella fisica, con l’Agenzia nazionale, l’affermazione della centralità della persona mediante il fascicolo elettronico e la sua libera scelta dei servizi che il pubblico poi sostiene a risultato, l’affermazione della rilevanza della famiglia e della maternità, con le conseguenti esigenze di conciliazione tra tempi di vita, la riforma di tutto lo Statuto dei lavoratori, tranne la parte dedicata ai diritti sindacali, la semplificazione della gestione dei rapporti di lavoro, l’ulteriore razionalizzazione delle attività di controllo ispettivo. Altro che «solo» articolo 18, sul quale ancora una volta tanta attenzione si concentra! Con questo atto possiamo rinnovare tutto e sarebbe invece paradossale se fosse tutto, tranne l’articolo 18. La Commissione ha svolto un lavoro intensivo pur nei limiti di deleghe che siamo chiamati ad esaminare solo in termini di principi e di criteri di attuazione che hanno quindi impedito la valutazione di misure dettagliate. Avverto il dovere ora di rinnovare all’Assemblea l’invito ad un confronto sincero e utile, nella misura in cui si colloca nella logica delle deleghe. Dobbiamo ricordare a noi stessi che avremo modo di apprezzare i decreti delegati tanto per il profilo di merito quanto per quello della necessaria copertura finanziaria, quando – mi auguro subito dopo la legge delega -saranno consegnati al Parlamento. Non si sottovalutino in questo contesto anche gli ordini del giorno, perché ove accolti dal Governo, concorrono ad impegnarne i modi di esercizio della decretazione delegata. Vorrei dire all’Assemblea che nella Commissione, peraltro, l’accoglimento di significativi emendamenti dell’opposizione, oltre che della maggioranza, ha consentito almeno così mi è parso, un clima di condivisione degli obiettivi, con la sola eccezione della riforma dello Statuto dei lavoratori. Eppure, tutto si tiene. Comprensibilmente, da parte di molti, si è lungamente invocata la contestualità delle azioni dedicate ad organizzare un mercato del lavoro più inclusivo e più protettivo nelle cosiddette “fasi di transizione”, con l’adeguamento delle regole inerenti il singolo rapporto di lavoro. Ora questa possibilità è di fronte a noi. La tendenziale universalizzazione degli ammortizzatori sociali viene qui declinata anche in favore delle collaborazioni, senza per questo disancorarla dalla responsabilità delle persone. La logica rimane infatti assicurativa, come è giusto che sia, e i sussidi sono condizionati all’accettazione delle opportunità lavorative o formative offerte. Certo, non viene qui compiuta la scelta di un reddito garantito, tutto a carico del bilancio dello Stato e tale da prescindere dalla responsabilità della persona. Sarebbe a mio avviso una trappola della povertà mentre la prima risposta all’indigenza deve rimanere il lavoro. In altra sede il Governo si è impegnato all’ulteriore potenziamento degli strumenti di prevenzione e di contrasto della povertà che devono agire in termini di ultima istanza e di prossimità. Davvero rilevanti sono diventati gli strumenti individuati anche nel lavoro di Commissione per rendere il mercato del lavoro efficiente e trasparente. La infelice segmentazione su base regionale e provinciale delle competenze dovrebbe trovare finalmente soluzione attraverso l’istituzione dell’agenzia nazionale per l’occupazione e l’integrazione dei sistemi informativi, alla cui base – lo ribadisco – dovrebbe collocarsi un fascicolo elettronico comprensivo di tutti gli elementi riferibili alla vita attiva della persona, dai percorsi educativi e formativi, a quelli lavorativi, alle transizioni e ai relativi sussidi, fino al conto corrente previdenziale. Di rilievo è anche la ribadita volontà di favorire il conferimento al sistema nazionale per l’impiego delle informazioni relative ai posti di lavoro vacanti. È stata resa ancor più esplicita la scelta della collaborazione-competizione tra servizi pubblici e privati nella gestione delle politiche attive quale può essere sollecitata dalla scelta di dotare il disoccupato, attraverso un contratto di ricollocazione, di un voucher spendibile presso un ente da lui stesso liberamente individuato e poi remunerato solo a risultato. A questo proposito, devo richiamare il Governo a varare tempestivamente il regolamento cui fa rinvio la norma di legge che già ha introdotto l’istituto del contratto di ricollocazione. Non a caso poi, in questo ambito delle politiche attive, la Commissione ha voluto indicare l’obiettivo di valorizzare le esperienze bilaterali ovvero quelle forme di collaborazione tra rappresentanze dei lavoratori e degli imprenditori che possono concorrere ad ampliare la diffusione, ancora largamente insufficiente, dei servizi al lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno e in quei segmenti del mercato del lavoro più esposti alle patologie, come l’agricoltura ed il turismo. Con la delega di cui all’articolo 3, si vogliono poi semplificare procedure e adempimenti relativi alla gestione dei rapporti di lavoro e a tutta la complessa materia dell’igiene e della sicurezza nel lavoro, con un obiettivo dichiarato dalla proposta di Governo già addirittura di dimezzamento degli atti. In questo ambito si collocano le modalità più semplici di prevenzione delle cosiddette «dimissioni in bianco» affinché assicurino la certezza della cessazione del rapporto quando il lavoratore ha comportamenti in questo senso concludenti. La Commissione ha qui riaffermato un principio rilevante: quello del divieto per le Pubbliche amministrazioni di richiedere dati dei quali esse sono già in possesso. Lo stesso regime sanzionatorio dovrebbe risultare semplificato con particolare riguardo alle violazioni formali e agli istituti di tipo premiale. Alla luce degli obiettivi già declinati si spiega a questo punto la volontà, di cui al nuovo articolo 4, di produrre un Testo unico semplificato delle tipologie contrattuali e del contenuto dei rapporti di lavoro con stretta aderenza al diritto comunitario affinché ci si possa avvicinare ad un mercato del lavoro europeo e non si producano effetti di spiazzamento del nostro Paese nei confronti di altri territori dell’Unione. Il Governo è delegato ad analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, valutandone la coerenza con la qualità dell’occupazione e le esigenze della produzione. Ricordo che i modelli contrattuali sono essenzialmente quello a tempo determinato, quello a tempo indeterminato, quelli a tempo modulato, l’apprendistato, il lavoro accessorio e le collaborazioni coordinate e continuative o a progetto. Parliamo quindi di cinque o sei modelli contrattuali e poi ci sono milioni di contratti di lavoro perché in ciascuno di essi si può rinvenire uno specifico elemento distintivo. È bene ricordare e ricordarci che le collaborazioni coordinate e continuative o a progetto nascono e si sviluppano smodatamente nella seconda metà degli anni Novanta sulla base di una semplice circolare fiscale e Biagi, su esplicita richiesta di una parte del sindacato, non farà altro che darvi regole e tutele divenendone, paradossalmente, secondo certo immaginario disinformato, il padre fondatore. E della cosa, devo dirvi, soffriva. L’iniziale vantaggio della minore contribuzione sta oltretutto venendo meno, per cui a questo punto vale la pena riflettere in particolare sulla persistente utilità delle stesse collaborazioni. Anche le modalità contrattuali possono in ogni modo concorrere – com’è accaduto, ricordiamocelo – all’emersione del lavoro irregolare. Non a caso, il Governo ha chiesto una delega rivolta a diffondere maggiormente il lavoro accessorio regolabile con buoni prepagati, in modo da intercettare quella grande quantità di spezzoni lavorativi che ancora
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rimangono sommersi. I cosiddetti voucher sono stati significativamente utilizzati in agricoltura, ma ben poco al di fuori dell’agricoltura; quasi esclusivamente nella parte settentrionale del Paese, ma, sotto la linea Gotica, sfumano e scompaiono rapidamente. Preoccupiamoci quindi non di quelli che ci sono, ma dei molti che non ci sono. Il cuore del testo unico rimane inevitabilmente la riforma del contratto a tempo indeterminato, perché credo tutti lo vogliamo quanto più utilizzato, non solo – si badi bene – in percentuale su un basso numero di occupati, com’è oggi, ma soprattutto in valori assoluti. I datori di lavoro invocano norme semplici e certe nell’epoca della massima incertezza. Lo statuto fu invece redatto nel 1970 – come ricordo bene – sulla base di atti e contratti degli anni ’50 e ’60, nel tempo in cui si presumeva uno sviluppo irreversibile e sostanzialmente continuo, secondo modalità produttive tendenzialmente seriali. Questa esigenza delle imprese in termini di semplicità e certezza si deve ora conciliare con il diritto del lavoratore, nel caso di licenziamento ingiustificato, ma non discriminatorio (nel qual caso sarebbe nullo, come cioè non vi fosse proprio stato), alla tutela rappresentata da sanzioni adeguate. Quindi il diritto è alla sanzione, non la sanzione o, meglio, una specifica sanzione; occorre una sanzione. Già oggi, nel nostro ordinamento, questa tutela (la sanzione) è variamente definita e modulata. Il diritto è universale, la sanzione è modulata e modulabile. Il criterio delle tutele crescenti corrisponde, nel contratto a tempo indeterminato, ad un’idea di protezione omogenea, ma che si incrementa nel tempo per dare valore all’anzianità di servizio. Insisto: parliamo del contratto a tempo indeterminato, che, a differenza dei contratti di inserimento (come tipicamente l’apprendistato), non è segmentabile in due fasi, una con minori tutele e salario, perché caratterizzata da graduale ingresso nella compiuta capacità produttiva e nell’ambiente di lavoro (fase caratterizzata da apprendimento, da inserimento, da integrazione), l’altra, la seconda fase, a regime. Qui no. Come dicevo, nel contratto a tempo indeterminato il rapporto di lavoro ha una caratteristica continua, e in essa rileva e non può che rilevare l’anzianità di servizio. I criteri di delega relativi poi agli articoli 4 e 13 dello Statuto dei lavoratori vogliono più generalmente rendere la regolazione delle mansioni e delle tecnologie di controllo più coerenti con i nuovi processi di produzione. Non si tratta tanto di incoraggiare il cosiddetto demansionamento quanto piuttosto di consentire mansioni flessibili in relazione ai nuovi modi di lavorare che richiedono comportamenti più duttili, più autonomi, più responsabili. Allo stesso modo, la doverosa tutela della dignità del lavoratore dal controllo a distanza non deve diventare motivo di inibizione per il migliore impiego delle nuove tecnologie, incluse le opportunità di telelavoro fin qui trascurate. Il nuovo testo unico dovrà in ogni caso porsi in coerenza con la vigente legislazione che riconosce all’imprenditore e alle rappresentanze dei lavoratori, come abbiamo già ricordato, la capacità – entro i principi dell’ordinamento – di adattare la regolazione alle concrete circostanze di tempo, di luogo, di merceologia dell’impresa, attraverso accordi sottoscritti nei termini di cui alle intese interconfederali. Semplicità, certezza, sussidiarietà possono essere quindi considerate le linee metodologiche di redazione del testo organico citato dall’articolo 4. Non meno rilevanti sono infine – ultimi ma non ultimi – i contenuti di delega di cui all’articolo 5, perché intendono sostenere la famiglia e la maternità attraverso l’estensione delle prestazioni sociali a tutte le lavoratrici madri, l’introduzione del tax credit per le donne lavoratrici con figli minori o disabili, la flessibilità dell’orario lavorativo, il dono solidale di una parte del periodo feriale, la diffusione dei servizi di cura e i congedi parentali. Concludendo, vorrei ringraziare tutte le commissarie e i commissari. Come ho detto, con l’eccezione dell’articolo 4, la collaborazione è stata intensa e intensiva, perché si è svolta in un ristretto tempo, ma ha consentito, a mio avviso, di migliorare il testo raccogliendo per molta parte emendamenti anche dell’opposizione, che ha concorso non poco a definire meglio i modi con cui organizzare soprattutto la dimensione virtuale del mercato del lavoro, che è quella tuttavia attraverso la quale noi contiamo di far incontrare agevolmente domanda e offerta di lavoro. Devo ringraziare gli Uffici e la loro pazienza e devo confermare la loro assoluta professionalità e dedizione, e non lo faccio retoricamente. Voglio ringraziare la collega Bellanova, sottosegretario al lavoro, che ha con attenzione partecipato a tutti i lavori concorrendovi con intelligente apporto. Il mio auspicio conclusivo è che i tempi di esame da parte di questa Assemblea possano essere quanto più tempestivi, e così coerenti con il tempo straordinario che viviamo. Un tempo nel quale a problemi straordinariamente nuovi possono legittimamente corrispondere un rinnovamento delle tradizionali culture politiche e il pragmatico incontro tra riformismi che pure discendono da diverse matrici. Fatelo dire a un vecchio socialista come me. Per dirla con Tony Blair: «Values don’t change. But times do!». I valori non cambiano, ma i tempi sì!
1 ottobre 2014
PEZZOPANE (PD). Signora Presidente, signor Ministro, signora Sottosegretario, senatori e senatrici, io non mi vergogno affatto di quello che sto facendo. Anzi, lo dico con chiarezza, mi dovrei vergognare se non andassi avanti su un disegno riformatore necessario per questo Paese. Invito i colleghi, in una discussione così delicata e importante, a evitare le invettive, le ingiurie e gli insulti, e a rispettare il fatto che in questo Paese possono esserci su determinati argomenti posizioni diverse. La differenza di posizioni non autorizza nessuno a dire all’altro che deve vergognarsi, perché nel dire all’altro di vergognarsi si dovrebbe provare vergogna per se stessi. Qui non c’è spazio, in una vicenda così delicata, per ingiurie e invettive. Non mi vergogno, signor Ministro… Non mi vergogno, colleghi. Anzi, affronto con entusiasmo e passione la discussione e la votazione di questo importante provvedimento, convinta che anche in queste ore, con il lavoro prezioso del Governo, del relatore e di tutti noi, possa ulteriormente essere migliorato. Perché credo al lavoro che possiamo fare ancora in queste ore mentre discutiamo. È stata un’importante esperienza quella svolta dalla Commissione, e mi dispiace che componenti della Commissione, che pure hanno lavorato e hanno dato il loro contributo, adesso diano della discussione e del lavoro svolto un’idea completamente artefatta, sbagliata e falsa. Francamente, le assurde e ingiuste polemiche di questi giorni stanno appannando e impoverendo un bel lavoro, iniziato il 3 aprile scorso, che ha visto coinvolte tutte le forze politiche, maggioranza e minoranza, e tutte le parti sociali. Abbiamo fatto ore e ore di ascolto e di audizioni. Ho avuto l’opportunità e la fortuna, come componente della Commissione finanze, di
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partecipare alla stesura e al lavoro sulla delega fiscale e, oggi, con lo stesso impegno, ho affrontato in Commissione lavoro la delega sul lavoro. Perché questa delega è altrettanto innovativa, altrettanto importante, forse persino più importante, ed ha un impianto profondamente riformatore. Ringrazio quindi il Presidente della Commissione, il Ministro, il sottosegretario Bellanova, che è stata con noi in tutte le riunioni, ascoltando e aiutando un processo di discussione. E ringrazio ancora la nostra Capogruppo, la senatrice Parente, che tanto si è dedicata a questo lavoro, e tutti i colleghi, anche quelli che oggi buttano tutto all’aria. Le aspettative sociali su questo nostro lavoro sono enormi. Siamo partiti da un decreto approvato dal Governo, già con importanti contenuti innovativi, e poi, con le audizioni, con gli emendamenti, con la discussione, con gli ordini del giorno lo abbiamo precisato e migliorato. Far apparire tutto questo impegno come una apocalittica riduzione di diritti, non solo è falso ma è anche politicamente sbagliato. E sono sicura che non porterà né successo, né consenso elettorale a chi lo sta facendo. In verità, la delega realizza una riforma di grande portata innovativa. Ma di questo non si parla, non si vuole parlare, non si entra nel merito. Si preferiscono le invettive, gli insulti, la vergogna. Si preferisce dividere chi sta qui dentro tra gente che sta tra la gente e non si sa cosa: noi siamo gente che sta tra la gente, e per questo facciamo la riforma. Se non fossimo gente che sta tra la gente, chiuderemmo un’altra volta gli occhi, le orecchie e il naso, come hanno fatto classi dirigenti del passato. È di questo che bisogna parlare: del merito e non delle assurde divisioni. Quali sono i veri ambiti in cui si muove la delega? Il primo è il riordino della disciplina degli ammortizzatori sociali. E la riforma la riordina egregiamente, come doveva essere riordinata da anni. In secondo luogo, si effettua una riforma reale dei servizi per il lavoro e le politiche attive. Certo che si deve fare l’Agenzia nazionale: vi sembra normale che con una crisi del lavoro, come quella che viviamo, e con un problema immenso, gigantesco, di incrocio tra domanda e offerta di lavoro abbiamo ancora una gestione condotta attraverso centri per l’impiego parcellizzati, senza una visione unitaria? Nel terzo ambito la riforma manda avanti e completa il processo di semplificazione degli adempimenti e delle procedure in materia di lavoro, anche utilizzando le nuove procedure informatiche e le nuove tecniche. Il quarto punto è il riordino delle forme contrattuali attualmente vigenti in materia di lavoro. Anche questo andava fatto prima. E se noi non abbiamo il coraggio di farlo neanche ora non siamo una classe dirigente degna di questo nome. Il quinto punto è il rafforzamento delle misure di sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Anche questo andava fatto prima. E io mi sento di dirlo perché io non sto in Parlamento da trentacinque anni, ma da poco più di un anno, e mi sento in dovere di mandare avanti questa riforma. Su questi obiettivi abbiamo fatto ulteriori precisazioni, con emendamenti e ordini del giorno, e anche dall’opposizione sono venuti suggerimenti e consigli utili. Per questo è inutile e deludente questo approccio minimalista, riduttivo della portata della delega. Come se dal 3 aprile ad oggi, si fosse lavorato a ridurre i diritti, invece di considerare la coraggiosa e importante manovra complessiva. Punte di ideologismo e faziosità insopportabili si alternano a preoccupanti sottovalutazioni del contesto sociale e delle profonde modificazioni che sono intervenute in questi anni. Nulla è come prima nel campo del lavoro. Il Partito Democratico non solo ha lavorato per mesi in Commissione lavoro, ma ha anche affrontato un confronto serrato nel suo gruppo dirigente, facendo chiarezza, anche con il voto della direzione nazionale, su quale deve essere la direzione di marcia. Il nostro obiettivo è quello di intervenire seriamente per cambiare il mercato del lavoro, che nel nostro Paese è inefficace e discriminatorio. Dobbiamo realizzare un mercato del lavoro capace di estendere diritti e tutele a quei lavoratori che oggi non le hanno. Non chiudiamo gli occhi; non guardiamo ai problemi del Paese con il torcicollo. Troppi sono abbandonati a se stessi: precari, disoccupati, sfiduciati, cassaintegrati. Ci sono lavoratori fortemente tutelati, ai limiti del corporativismo, e lavoratori senza alcuna tutela. Questo ci dovrebbe indignare! L’obiettivo quindi della delega lavoro è quello di dire al Governo le cose da fare e i tempi in cui farle attraverso i decreti attuativi, dentro uno schema di complessiva riforma del sistema. Vi sono alcuni obiettivi principali da raggiungere: estendere i diritti nei rapporti di lavoro a chi oggi non ne ha in modo adeguato e universalizzare le tutele nella disoccupazione; aumentare la produttività favorendo la mobilità dei lavoratori verso impieghi che rispondano al loro reddito e alle loro possibilità. È allora giusto e importante quello che è stato fatto. Abbiamo messo in campo strumenti nuovi e coerenti con questo obiettivo. Con la delega sta iniziando un percorso che deve rapidamente portare il Governo e il Parlamento ad atti fondamentali. Un obiettivo significativo è costruire una rete più estesa di ammortizzatori sociali con adeguate coperture, come ci si impegna con emendamenti presentati dal Partito Democratico, e realizzare ammortizzatori rivolti in particolare ai lavoratori precari, soprattutto giovani, con una garanzia del reddito per i disoccupati, proporzionale alla loro anzianità contributiva; a tal fine è ovvio che vanno individuate risorse aggiuntive nel 2015. Vi è poi la riduzione delle forme contrattuali – un passaggio fondamentale – a partire dall’unicum italiano dei co.co.pro. Dentro questo quadro si inserisce la previsione del nuovo contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti: tempo indeterminato e tutele crescenti al plurale. Questa è la verità: non una diminuzione di diritti, ma piuttosto un’innovazione che produrrà sicuramente effetti positivi. Nuovi contratti, tempo indeterminato, tutele al plurale e crescenti; altro che riduzione dei diritti. Pensate che un giovane preferisca un contratto così o un co.co.pro? Comportiamoci allora da gente che sta in mezzo alla gente e che sa bene che un giovane preferisce un contratto così ad un altro o a quelli a cui li abbiamo abituati. E poi nuovi servizi per l’impiego, con una dimensione nazionale attraverso l’istituzione dell’Agenzia specializzata in domanda e offerta di lavoro, che sappia agire integrando operatori pubblici, privati e terzo settore. Senza dimenticare, come abbiamo inserito nella delega, un riferimento agli attuali operatori dei centri per l’impiego che, per l’esperienza acquisita sul campo, vanno messi nelle condizioni, dentro la normativa vigente sui concorsi, di poter avere la possibilità di proseguire il loro lavoro all’interno della nuova Agenzia. E poi, ancora, una disciplina per i licenziamenti economici che sostituisca l’incertezza e la discrezionalità di un procedimento giudiziario con la chiarezza invece di un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità. Il reintegro va sempre mantenuto per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare. Su questo dobbiamo raggiungere un più adeguato equilibrio, ma è proprio su questo tema – e mi avvio a concludere – che si sono scatenati i peggiori ideologismi, le rivendicazioni apocalittiche, e persino – permettetemi – nel dibattito interno del PD, rancori e vendette della brutta politica. Troviamo ancora in queste ore il miglior equilibrio possibile; lavoriamo come abbiamo fatto in Commissione, senza schemi e senza ideologie. Evitiamo crociate esagerate, che sono incomprensibili soprattutto per la gente (qui incautamente citata) e per i giovani precari e disoccupati. La delega serve al Paese, serve a chi cerca lavoro, serve a chi lo perde e ha bisogno di ammortizzatori sociali che lo reinseriscano. La delega serve anche al presidente del Consiglio Matteo Renzi, che con il suo Governo ha messo la faccia su questa riforma e ha la
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necessità di portarla a casa per dialogare con forza in Europa. Queste non mi sembrano questioni di poco conto; ma questioni che una classe dirigente deve saper portare a termine.
SPILABOTTE (PD). Signora Presidente, signor Ministro, signora Sottosegretario, onorevoli colleghi, ho votato convintamente a favore, in Commissione, di questo provvedimento giunto oggi all’esame dell’Aula e vorrei condividere con voi le ragioni che sono alla base del mio sostegno all’intero impianto della legge delega, che si propone di riformare il sistema lavoro nel nostro Paese. In primo luogo, contrariamente a quanto detto dal senatore Barozzino, credo che questa delega contenga evidenti segnali di una riforma propria dei migliori riformismi e progressismi europei. Già i titoli della delega possono a ragione rappresentare i capisaldi delle politiche progressiste in materia di lavoro: ammortizzatori sociali, servizi per il lavoro e per le politiche attive, riordino dei rapporti di lavoro, sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Una riforma, quindi, dell’intero sistema lavoro che giunge anche dopo un intervento di carattere emergenziale, come il decreto-legge n. 34 che il Parlamento ha convertito in legge qualche mese fa e che testimonia come il tema del lavoro sia centrale nell’agenda di questo Governo. Ci dobbiamo porre delle domande, in un Paese in cui il tasso di disoccupazione è ormai al 13 per cento, in cui quella giovanile è oltre il 40, ed in alcune Regioni come la mia, o in alcune Regioni del Mezzogiorno, siamo ormai al 60 per cento. Con un tasso di occupazione storicamente tra i più bassi in Europa, abbiamo evidentemente diversi problemi legati al mondo del lavoro: l’accesso al lavoro, la sua stabilizzazione, ma anche certezza del diritto e semplificazione e soprattutto l’allargamento della base occupazionale. Ci sono due interessi in gioco, di cui la delega tiene conto e che tiene in perfetto equilibrio: nella delega, si incontrano le esigenze di chi il lavoro lo presta, ma anche quelle di chi lo crea. Siamo in una fase di superamento di un problema culturale e di una convinzione sbagliata secondo cui l’impresa è il luogo che sfrutta il lavoro. Piccole e medie imprese nel nostro Paese costituiscono la spina dorsale dell’economia e una fonte essenziale di competenze imprenditoriali, di innovazione, di coesione economica e sociale, nonché la fonte del mercato del lavoro. La caduta delle imprese e del potenziale imprenditoriale determina sicuramente la caduta dei posti di lavoro perché è da lì che vengono. Serve un altro clima, fatto di impegno, di condivisione e corresponsabilità tra tutti i portatori di interessi. L’impianto della delega prova a fare i conti con tali esigenze e tali questioni mettendo in campo elementi di semplificazione e certezza del diritto a sostegno dell’attività di investimento degli imprenditori che si assumono il rischio d’impresa (ma nell’incertezza e nel marasma dei cavilli certo non trovano conforto in questa azione di investimento), ma anche misure per il sostegno al reddito e la riforma degli ammortizzatori sociali puntando ad una universalizzazione dei diritti e alla costruzione di un sistema più giusto e più equo. Quindi, un impianto tutto nuovo di riforma del sistema del mercato del lavoro che se per i più scettici potrebbe non portare alla creazione di nuovi posti di lavoro, va sicuramente ad incidere sulla qualità di quel lavoro e a colmare i deficit di competenze e qualità investendo nel capitale umano. Stabilizzare il lavoro, estendere le tutele e sostenere il reddito non rappresentano solo strumenti di solidarietà ed equità, ma diventano parametri economici a tutti gli effetti capaci di far ripartire i consumi e la domanda. Superiamo quindi le contraddizioni del passato e costruiamo un mercato del lavoro che guardi alla sinergia tra datori di lavoro e lavoratori e non più alla loro contrapposizione. Questa purtroppo è stata una visione che in passato (ma anche oggi) ha portato a considerare la tutela del lavoro soprattutto come tutela del posto di lavoro e che conduce a trascurare un’altra cosa più importante e cioè che la tutela più sicura del lavoro avviene tramite l’efficienza del mercato del lavoro. In venti anni nel nostro Paese si sono succeduti quattro tentativi di riforma in cui non si è riusciti ad affrontare il tema nella sua complessità e a puntare all’efficientamento del sistema lavoro. Le contrapposizioni, le visioni conflittuali hanno sempre assunto un peso determinante e hanno fatto sì che l’attenzione si focalizzasse sul tema dei licenziamenti individuali e nella radicale difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, impedendo alle riforme tutte di volare alto e di assumere un carattere di più ampio respiro. Se pure questa volta qualcuno ha messo in atto il tentativo di ridurre la riforma ad una disputa ideologica e di trasformarla in un derby sull’articolo 18, questa volta ha sbagliato luogo, modi e tempi. In Aula da oggi e nei prossimi giorni mi auguro si discuterà del merito dei provvedimenti, attesi da decenni, per estendere le tutele a chi non le ha e delle misure utili a semplificare l’accesso al lavoro. Questo, senatore Barozzino, non è il luogo dello sfogo ma un luogo alto di discussione, che segue ad un altrettanto alto momento di discussione che ha avuto luogo in Commissione… Si parli di ammortizzatori sociali e della loro riforma, punto cruciale ed essenziale, perché estendere i sostegni economici a tutti i lavoratori che oggi non li hanno è la vera innovazione rispetto al sistema attuale. Estendere le tutele a tutti ha certo un costo: risorse che possono essere reperite tramite il riordino della CIG straordinaria e in deroga, che fino ad ora hanno rappresentato un vero e proprio buco nero nei bilanci dello Stato e che hanno assorbito innumerevoli risorse. Inoltre, l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’occupazione e l’allestimento dei servizi di formazione e ricollocazione su tutto il territorio faranno in modo che nessuno venga mai più lasciato solo di fronte al dramma della perdita del lavoro o alla ricerca di quel lavoro. Questa è la vera novità. Allo stesso modo, l’istituzione del contratto a tutele crescenti per i neoassunti è una buona notizia – direi un’ottima notizia – per i giovani di questo Paese, su cui grava uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile. Prevedere un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti significa anche intervenire sulle tutele di lavoratori a partire dall’articolo 18. Occorre però sottolineare che il reintegro in caso di licenziamento discriminatorio e disciplinare non è mai stato in discussione. Se non si agisce su quel contratto per farlo tornare appetibile, rischiamo di portarci dietro per i prossimi dieci anni ancora ingiustizia, inequità e sperequazione. Oggi, se guardiamo ai dati di stock, l’80 per cento dei rapporti di lavoro sono regolati tramite contratto a tempo indeterminato, ma se esaminiamo i flussi, i nuovi contratti negli ultimi anni sono solo il 15 per cento, mentre la fanno da padrone, per il 68-70 per cento, il tempo determinato, la partita IVA, le false partite IVA, i co.co.co. e i co.co.pro, che occupano milioni di lavoratori con pochi diritti e nessuna tutela, di cui fino ad oggi nessuno si è occupato e per i quali nessuno ha fatto sentire la propria voce. È una contraddizione che il disegno di legge delega tenta di risolvere e superare. Pertanto, mi auguro che questo provvedimento concluda il suo iter celermente, nella forma e nell’equilibrio che abbiamo trovato, perché io ho un’incrollabile fede nell’idea che questo Paese possa dare una prospettiva ai giovani soltanto con il contratto di lavoro a tempo indeterminato, che possa dare loro certezze e far crescere le nuove generazioni in un’idea di dignità ed autonomia. Noi, con questo provvedimento, siamo chiamati a dar loro gli strumenti necessari.
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DI GIORGI (PD). Signora Presidente, mi scuserà il signor Ministro se rispondo subito al senatore Bocchino, che è mio collega di Commissione: semplicemente, credo che questo Governo concordi (e sia il Governo più convinto) nell’investire in ricerca ed istruzione. Per quanto mi riguarda, quindi, accolgo volentieri l’invito rivolto dal senatore Bocchino come parte politica, ma siamo già in quest’ottica; poi, da dove debbano essere prese le risorse lo stabilirà il Governo, anche se sappiamo da dove verranno prese le risorse per l’istruzione. Il senatore Bocchino sa quanto teniamo al tema dell’istruzione, sul quale abbiamo lanciato anche politiche specifiche. Credo quindi che su questo abbiamo poco da imparare. Per entrare nel tema, onorevoli colleghi, signora Presidente, oggi ci troviamo di fronte ad un bivio. Troppo a lungo abbiamo creduto che la crisi che stiamo attraversando fosse una crisi ciclica, che con il trascorrere del tempo si sarebbe superata, come effettivamente accaduto in passato. Invece, è del tutto evidente che siamo di fronte ad una crisi sistemica, una crisi che richiede risposte strutturali e sono quelle che stiamo cercando di dare. Stiamo affrontando questo scenario con le misure messe in atto dal Governo, quindi intervenendo nei settori chiave, perché questa è una misura che si deve inquadrare nel contesto generale delle riforme che il Governo sta mettendo in campo, e che il Parlamento sta esaminando, in settori che vanno dalla pubblica amministrazione alle politiche fiscali, dalla giustizia alla scuola e alla ricerca pubblica, essenziali per il Governo e particolarmente per quelli di noi che se ne occupano direttamente, sui quali si interviene con la determinazione necessaria che va posta in essere nei momenti cruciali della storia delle Nazioni. Questo infatti è un momento cruciale, un momento drammatico che tutti noi viviamo con grande preoccupazione. È in questo contesto che si inquadra la proposta di legge delega sulla riforma del mercato del lavoro, che oggi siamo chiamati a discutere. Si tratta di una parte essenziale del percorso di riforme messo in campo dal Governo Renzi. Affrontare questa materia richiede, soprattutto, un approccio molto laico, un approccio che abbia chiaro l’obiettivo da raggiungere, ossia gli interessi dei lavoratori giovani e non solo giovani, che in questo momento hanno bisogno che si costruisca un assetto in grado di garantire opportunità di lavoro, ma anche di ristabilire o di dare per la prima volta quella protezione sociale che rende degna ogni democrazia in quanto garantisce gli stessi diritti a tutti. Se si perde questo, nel cuore della proposta che il Ministro ed il Governo stanno avanzando, credo si capisca ben poco dell’obiettivo profondo di questa riforma. Per fare ciò è necessario quindi avere fino in fondo la consapevolezza della gravità del momento che stiamo attraversando e un senso di responsabilità che deve superare particolarismi e irresponsabili corporativismi. Vorrei affrontare proprio questo aspetto. Già, questo termine, «corporativismo», che non a caso ritengo sia stato utilizzato dal Presidente della Repubblica (intervenuto in merito), poi, per oscure ragioni, se avete fatto caso, è sparito, come citazione, dalle dotte cronache di tanta nostra patria stampa, a favore di un termine, riportato invece da tutti e di ben inferiore impatto, che è quello di «conservatorismo», più tenue, se ci pensiamo, e anche con una certa aura di dignità. Un’osservazione, questa, che ho condiviso con il senatore Zavoli, che me l’ha fatta notare, e credo che le parole, soprattutto per persone come lui che hanno lavorato con le parole e che sono nostre maestre nel loro uso, abbiano un senso. Io parlerò invece esattamente di corporativismo e non di conservatorismo, che ha quest’aura di una certa dignità. Devo dire che si tratta proprio di attacchi corporativi, quelli che abbiamo notato, attacchi che non avrebbero motivo di essere se soltanto si avesse a cuore per un momento il futuro del nostro Paese e non gli interessi di parte, se si avesse come priorità l’idea di attivare meccanismi che ci possano consentire di uscire dalla situazione di immobilismo economico, di carenza di investimenti e di stallo complessivo del mondo imprenditoriale. Guardate che i dati li abbiamo molto chiari, li leggiamo bene ed è insopportabile continuare a sentire da più parti la solita storia del pressappochismo del Governo, del Presidente del Consiglio e dello scarso approfondimento dei Ministri rispetto alle proprie proposte. Avremo modo di sentire il ministro Poletti, avremo modo di sentire – non sono esagerata rispetto a questo e in Aula ormai mi conoscete – quanta profondità possa esservi in una proposta che diventa culturale, di nuovo indirizzo, una proposta di riforma seria, perché è questo che stiamo cercando di fare con la riforma del mercato del lavoro al nostro esame. Certo, so bene che non basta un allentamento della protezione di cui all’articolo 18 per risollevare l’economia, lo sappiamo bene (ma è un dato di fatto che la discussione purtroppo si sia incentrata solo su questo aspetto), ma se questo serve, se può servire anche in minima parte, ben venga, visto che i danni non sono quei danni orripilanti di cui si è sentito parlare ovunque e in tutte le sedi in questi giorni e in queste settimane. So perfettamente che i motivi per cui in Italia non si investe devono essere ricercati, oltre che in una certa rigidità del mercato del lavoro anche in quello che è il cuore del nostro dramma: la corruzione. Dobbiamo parlare di questo, della corruzione, della mafia, della camorra, del peso del fisco sulle imprese a causa della gravissima evasione fiscale. In merito, colleghi, voglio ricordare quanto è accaduto ieri in Consiglio dei ministri, in relazione a quanto è stato definito. Il ministro Padoan ha illustrato al Consiglio i contenuti del Rapporto sulla realizzazione delle strategie di contrasto all’evasione fiscale sui risultati conseguiti nel 2013 e nell’anno in corso. Questo rapporto, che deve essere presentato in quanto previsto dal decreto-legge n. 66 quello recante misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale, lo ricordate? Vedete come alla fine tutto si tiene), è importante perché noi lo esamineremo e in base ad esso forniremo al Governo gli indirizzi per il contrasto all’illegalità, alla corruzione, all’inefficiente uso delle risorse pubbliche, nonché all’evasione fiscale. Questi temi sono al centro dell’azione del Governo ed è evidente che su essi interverremo con forza e il Governo lo farà nonostante ciò che viene detto da molte parti. Quindi, è un Governo che affronta a tutto tondo le questioni. Sappiamo che non c’è solo l’articolo 18; il relatore Sacconi lo sa bene perché da tanto tempo si occupa di questi temi e lo sappiamo noi del PD che abbiamo lavorato con forza e grande partecipazione a questa riforma. Quindi, so bene che i miliardi perduti dell’evasione fiscale sono una causa importante del nostro disastro, ma so anche che tutte le azioni devono essere poste in essere in modo organico, tutte insieme. Colleghi, in questo Parlamento, in ciascuna Camera e in questo momento storico abbiamo il dovere di porre in essere una quantità notevole di riforme. Certo che è difficile, certo che è complicato, ma esiste una strategia che deve essere colta, e rispetto a ciò sono totalmente in disaccordo con quanti parlano di interventi spot – purtroppo anche alcuni del mio partito – che non hanno una loro coerenza. Forse, se si studiasse un po’, se anche qualcuno che crede di aver già compreso tutto, studiasse meglio, magari riuscirebbe persino a cogliere questa strategia. Pertanto, si tratta di misure che devono andare insieme, su più fronti e in modo organico. Questo significa governare. Governare è esattamente questo: mettere in campo una serie di opzioni, farle diventare realtà e naturalmente prendersi la
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responsabilità di quanto si fa. Questo lo sa ogni Ministro, sa di avere la responsabilità, insieme al Presidente del Consiglio, del proprio ambito di competenza. Quindi azioni da mettere in campo tutte insieme con grande fatica e con grande sforzo. Siamo qui, sediamo in questi banchi esattamente per fare questo. E ciò vale anche per la riforma del mercato del lavoro, riforma che mi convince – lo voglio ribadire – di cui emerge solo una parte, la conflittualità, l’articolo 18 – e non il cuore della riforma, un modo nuovo di considerare gli ammortizzatori sociali e il tentativo di intervenire in un mondo, quello del lavoro, caratterizzato da situazioni simili che vengono risolte per alcune con il massimo della protezione sociale e per altri con il nulla. Siamo in presenza del nulla rispetto alla protezione per certi settori, per certe persone e per certi ambiti. A questo dobbiamo mettere un termine? È il nulla, l’abbandono a se stessi o, per quanto riguarda i giovani, al grande cuore delle famiglie, quando queste ci sono, a rappresentare protezione sociale. Il Governo Renzi si sta muovendo in questa ottica e non è credibile che non si colga questo, il cuore della riforma: urla e voci concitate ancora una volta non mancano, non mancano mai, ma a quelle siamo abituati e ci dispiacerebbe se non succedesse; le voci di attacco alla democrazia, secondo le quali attacchiamo la democrazia. È una storia che si ripete e l’avete messa in scena non più di qualche settimana fa in occasione della riforma costituzionale, e con grande coerenza la rappresentate ogni volta che viene fatto il tentativo di muovere azioni di Governo nei settori cruciali, senza badare troppo a quei consolidati interessi di parte che puntualmente presentano il conto, cercando di rinchiudere nel recinto dell’attacco alla Repubblica democratica, ai diritti delle persone oltre che ai diritti di libertà chiunque, in questo caso il Governo, presenti un punto di vista libero e un’interpretazione diversa, magari molto più in linea dell’Europa. Ma chi si interessa dell’Europa: siamo in questo contesto ma possiamo farne a meno. Le riforme ci vengono chieste dall’Europa e stiamo cercando di metterle in campo. Voi cercate, senza successo ovviamente, di relegare questa riforma nel magma degli oscuri disegni destabilizzanti, come certa importante stampa ha cercato di fare, magari definendoci massonici e piduisti. Tanto che ci si perde a scrivere queste cose. Mi chiedo, signora Presidente, colleghi, se non sarebbe il momento di affrontare – ma il Senato lo sta facendo e l’ha fatto in Commissione con molta serietà – una discussione nel merito tentando di dare il giusto valore alle questioni, senza esasperarle e soprattutto attivando quello spirito costruttivo che in genere produce buoni risultati. La partita va giocata e cerchiamo di giocarla tutti insieme bene, in modo da avere il risultato che l’Italia sta aspettando da noi. È questo il senso e il valore del confronto tra noi. Certo, ho avuto anche qualche passaggio di dolore per la mia esperienza, poiché sono stata una storica iscritta della CGIL, sono stata anche responsabile territoriale di settore occupandomi di università e ricerca scientifica. Avrei voluto un’altra reazione, avrei voluto un po’ più di serenità, ma tant’è; ci sono interessi che si confrontano. Voglio usare il termine «confrontano» e non «scontrano», perché in questo momento l’Italia non ha bisogno di scontri ma di persone responsabili, come lo siamo noi, che si parlano per costruire. Faccio una citazione sul dibattito avuto all’interno della direzione del nostro partito un paio di giorni fa: le posizioni devono essere confrontate e recepite alcune delle osservazioni. Lo stesso vale per gli altri partiti. È necessario il confronto perché lo scontro, le recenti e antiche contraddizioni e le vecchie rivendicazioni non servono a nessuno: dobbiamo agire nell’interesse dei giovani, del lavoro e dell’Italia. Secondo le previsioni OCSE il tasso di disoccupazione è cresciuto moltissimo. Tutti avete letto i dati dell’ISTAT diffusi ieri. C’è bisogno davvero di fare bene anche perché non penso che fare le riforme sia sempre utile: le riforme possono essere buone e cattive. E su questo sono d’accordo. Ci stiamo confrontando su una riforma buona, che possiamo sicuramente migliorare. E nel nostro dibattito questo sta succedendo. All’interno della Commissione si sta ancora lavorando, contribuendo con emendamenti accogliendo quelli giusti ed utili, cercando di essere seri, senza perdere il contesto in cui si inquadra questa riforma. Possiamo farlo con serietà, come siamo abituati a fare. Naturalmente il mio partito, il PD, su questo è in prima linea.
MIRABELLI (PD). Signora Presidente, credo che stiamo facendo, in questi giorni e in queste settimane, una discussione importante su un tema decisivo per tante persone, per tanti cittadini italiani e per tanti giovani, ma penso che sia importante che questa discussione resti sul merito delle questioni e sul merito della proposta che la Commissione lavoro con la legge delega ha approvato. Credo che questa discussione debba partire dalla realtà e non dalle ideologie, che debba diventare un confronto tra posizioni anche diverse, tutte legittime, ma chiarendo tra di noi che non c’è, come ho sentito in quest’Aula, chi difende il lavoro e chi non lo fa. Non c’è chi vuole togliere i diritti e chi invece li vuole difendere. Non c’è nessuna proposta di macelleria sociale in discussione. Stiamo discutendo di una proposta concreta, di cui eviterei caricature e partirei piuttosto dalle ragioni e dagli obiettivi. Una discussione su questo serve ed è servita, perché ha già prodotto in Commissione e nel dibattito successivo, anche interno al mio partito, dei miglioramenti. In questo Paese ci sono nove milioni di persone che lavorano con contratti precari. Vorrei che partissimo da qui perché nessuno lo ha detto. Si tratta di persone che non hanno certezze, non hanno tutele, vengono licenziate senza nessuna tutela dell’articolo 18. Solo il 16 per cento dei nuovi assunti ha un contratto a tempo indeterminato. In questo Paese c’è un’evidente ingiustizia. C’è una parte importante dei lavoratori che non ha tutele, che è precaria, che ha condizioni di tutela diverse dagli altri lavoratori. Penso che difendere l’attuale situazione sia ingiusto, sbagliato soprattutto nei confronti dei lavoratori precari. Per noi la priorità è questa: non lasciare soli questi lavoratori, riformare il mercato del lavoro per non lasciare soli questi lavoratori, riformare il sistema degli ammortizzatori sociali e delle tutele per non lasciare soli questi lavoratori. Non so se questa riforma produrrà più posti di lavoro. Sicuramente serve altro; servono molte delle proposte di cui ha parlato il senatore Cioffi ed altre, ma il Governo le sta facendo e le farà. Sicuramente però questa riforma creerà più giustizia sociale. So che sarà così perché il tema – basta leggere la delega o ascoltare il Ministro – non è togliere le tutele ma estenderle, dare più certezza e più sicurezza ai lavoratori e alle imprese, sì, anche alle imprese, ai lavoratori e alle imprese insieme. Solo insieme con un patto tra produttori si può far ripartire l’economia e l’occupazione in questo Paese. L’idea di riprodurre un perenne conflitto tra capitale e lavoro è antistorica. Dalle mie parti, al Nord, in Lombardia dove ci sono tante piccole e medie aziende l’interesse dei lavoratori e dei tanti imprenditori coincide; sono sulla stessa barca e così si sentono. Si tratta – e credo sia evidente che questo è uno degli obiettivi del disegno di legge delega – di riformare gli ammortizzatori sociali, di estendere le tutele a tutti i lavoratori, non solo a quella metà dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Senatore Bocchino, il Governo si propone di trovare le risorse per questo. Fare una
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caricatura spiegando che le risorse in più servono a concedere gli ammortizzatori sociali ai licenziati che produrrà questa legge vuol dire, come minimo (e mi stupisco perché lei ha partecipato alla discussione), non avere capito cosa c’è scritto. Stiamo discutendo della possibilità di estendere gli ammortizzatori sociali ai contratti precari e a quelli per i quali oggi quella tutela non è prevista e le risorse aggiuntive (che stiamo cercando) servono a questo – non banalizziamo i ragionamenti – consapevoli che estendere a tutti gli ammortizzatori sociali, non lasciare le persone che perdono il lavoro anche se hanno un contratto a termine o un contratto precario è un’innovazione di portata straordinaria. Si estende la possibilità di essere presi in carico dallo Stato in caso di perdita del lavoro. Non capisco come non si veda il valore di questo. Non capisco come non lo veda chi ci ha spiegato – anche di recente – che bisogna mettere in campo il salario di cittadinanza. Non capisco come non lo veda chi parla di democrazia e di giustizia sociale, ma tollera l’idea che milioni di persone e di giovani che lavorano oggi non abbiano tutele: quando finisce il contratto o si perde il lavoro, o si resta soli e abbandonati. La sinistra è quella che estende le tutele ed elimina le ingiustizie. Questo propone la delega: estendere tutele, altro che togliere! Basta leggere, basta intervenire sul merito. Questo dice la delega. Certo, servono risorse, risorse aggiuntive per finanziare i nuovi ammortizzatori sociali. Su questo è chiaro che il Governo si impegna con la legge delega. Solo il 16 per cento dei nuovi assunti ha un contratto a tempo indeterminato. Oggi prevalgono i contratti precari. Non è questa delega che produce la precarietà. Partiamo da qui. Non raccontiamo che la legge delega produce precarietà: c’è già. Non raccontiamo che incentiva i contratti a termine: ci sono già, sono già incentivati e fin troppo. La proposta, al contrario, tende a ridurre i contratti a termine, i contratti precari, a ridurre la precarietà, ad impedire che i contratti a termine e i contratti precari – come succede oggi – siano più convenienti dal punto di vista economico per le imprese. Significa incentivare un nuovo contratto a tutele crescenti e a tempo indeterminato. Diventa, per il Governo e per lo Stato, prevalente il contratto a tempo indeterminato; un contratto che deve essere l’unico incentivato dallo Stato, conveniente per le imprese e conveniente deve diventare la stabilizzazione dei lavoratori, provare a favorire la stabilizzazione per dare più prospettive ai nuovi assunti rispetto a quelle che oggi garantiscono i contratti precari: mi spiace, ma non è di destra questa cosa, ma è di sinistra. Lo sa bene chi continua ad evocare una precarietà che – insisto – c’è già oggi. Non c’è bisogno della legge per aumentarla, ma per ridurla. Questo fa il disegno di legge di delega: in questo quadro, dunque, più tutele e meno precarietà. Un mercato del lavoro più giusto serve. Come si tutelano i lavoratori dai licenziamenti. Il punto è questo e non la difesa dell’articolo 18, che ormai è applicato per pochi e a nessuno dei contratti a tempo indeterminato nelle aziende sotto i 15 dipendenti, e che ha garantito negli ultimi anni poche centinaia di reintegri. Come tuteliamo i lavoratori dai licenziamenti che l’articolo 18, così come riformato, non ha impedito? Certo, deve restare il reintegro per i licenziamenti discriminatori e per i licenziamenti per ragioni disciplinari. Nel contratto a tutele crescenti si deve ragionare su indennizzi crescenti. Soprattutto, la riforma degli ammortizzatori sociali garantirà che chi è licenziato non resti solo come succede oggi. Partiamo dagli obiettivi, miglioriamo le norme e teniamo aperto il confronto oggi e dopo l’approvazione della legge delega. Non faremmo un buon servizio al Paese se trasformassimo questa discussione importante per tanti giovani, per tanti lavoratori e per tanti imprenditori in una disputa ideologica incomprensibile, che ragiona sul mercato del lavoro che non c’è più. Questa – sì – sarebbe incomprensibile per i cittadini e per i giovani per chi aspetta riforme che possano restituire futuro a loro e al Paese. GATTI (PD). Signora Presidente, penso che, per partecipare in modo consapevole a questa discussione sulle caratteristiche della delega per la riorganizzazione del sistema del lavoro in Italia, non si possa prescindere dalla condizione in cui versa il nostro Paese: una situazione di grande disastro, con dati molto gravi dal punto di vista occupazionale ed economico, che sembrano mantenere un andamento estremamente preoccupante. L’altro elemento da cui non si può prescindere è che siamo in una crisi così profonda ormai da più di sette anni e questo ha logorato e stremato il nostro Paese. Abbiamo un forte bisogno di rilanciare la crescita nel nostro Paese e dobbiamo essere consapevoli che nessuna nuova regola sul lavoro è capace di generare, da sola, un unico nuovo posto di lavoro. Abbiamo assolutamente bisogno di rilanciare la crescita, perché questo è l’unico modo di cui disponiamo per riattivare lo sviluppo del Paese e ridare lavoro agli italiani. In questo momento viviamo una situazione molto bizzarra, nella quale vi è una disoccupazione giovanile che ha raggiunto cifre assurde, mentre le donne sopportano una disoccupazione che ha tolto loro anche la speranza di poter concorrere alla vita dell’Italia. E se riflettiamo sulle sacche di povertà che si allargano e sulle disuguaglianze che si diffondono, scopriamo che le donne sole con figlioli sono le più povere. Cresce moltissimo la povertà infantile e giovanile, e questo non è separato dalla condizione di mancanza di lavoro delle donne. Vi è quindi la necessità di rilanciare la crescita e sicuramente lo si ha aumentando il livello dell’istruzione media di questo Paese. Sono assolutamente convinta che ci sia la necessità di rinforzare il sistema educativo, di stabilire un rapporto forte tra lavoro e formazione e di qualificare così tanto la formazione professionale da prevedere anche, nel suo utilizzo, di poter dare accesso all’università di questo Paese. Guardate che tipo di modifica del paradigma abbiamo di fronte. In questo momento la nostra formazione professionale ha – secondo me – una qualità molto bassa. Ci sono certo le eccezioni e un’alta formazione tecnica, ma l’idea stessa di pensare alla formazione professionale come canale di accesso all’università deve – a mio giudizio – diventare comune. Abbiamo molto discusso in questi giorni e molte volte abbiamo fatto riferimento a vari modelli, ma in Germania la formazione professionale ha queste caratteristiche e dà la possibilità, nell’evoluzione, di accesso all’università. Questo significa cambiare completamente il paradigma con cui affrontiamo il problema. Abbiamo bisogno di aumentare il livello culturale del nostro Paese; abbiamo bisogno di più laureati, e al riguardo ha tutta la responsabilità qualcuno che ha detto per un lungo periodo che una certa scuola non potevamo permettercela. Da una parte c’è, quindi, l’intervento sulla formazione e sulla riqualificazione del Paese. Dall’altra, abbiamo bisogno di un’operazione di grande ammodernamento del Paese, che significa l’utilizzo di nuove tecnologie in tutti i settori, anche nella pubblica amministrazione. Per quel che riguarda più propriamente il sistema del lavoro, ritengo sia assolutamente necessario intervenire senza avere delle velleità o strani obiettivi non giustificati dagli studi economici, pensando che una modifica di una norma sul lavoro, l’inserimento di un’ulteriore tipologia contrattuale o la modifica di una norma di tutela possano di per sé
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generare un nuovo posto di lavoro. Questo non è vero, lo sappiamo e ce lo dicono tutti gli studi economici. La necessità, però c’è, tutta. Dobbiamo assolutamente ricostruire un sistema che – come dicevo prima – assieme all’aumento della formazione, all’ammodernamento del Paese e al rilancio della crescita, basata da una parte sull’individuazione esplicita di una nuova politica industriale, faccia capire quali sono i settori su cui investire e cosa selezionare. Abbiamo, inoltre, bisogno che il sistema articolato degli interventi sul lavoro cominci a funzionare. Dobbiamo rivedere la questione degli ammortizzatori sociali, prevedendo una loro estensione, con particolare riferimento alle figure meno tutelate in questa fase. Abbiamo bisogno di sviluppare e accrescere le politiche attive. In un simile contesto dobbiamo puntare molto su regole che favoriscano l’incontro tra domanda e offerta, ma soprattutto su una serie di semplificazioni che abbiano un focus particolare sui giovani e sulle donne. Abbiamo anche bisogno di cominciare a stabilire regole, norme e politiche specifiche contro il lavoro nero.In questa fase un aumento delle forme di lavoro nero sta caratterizzando il nostro sistema, con una serie di conseguenze deleterie e devastanti per tutta l’organizzazione. Ho apprezzato moltissimo l’emendamento del Partito Democratico sul testo, approvato in Commissione, che parla proprio di politiche specifiche contro il lavoro sommerso e per la legalità, facendo riferimento anche alle indicazioni europee. Se abbiamo bisogno di ammodernare il Paese, rilanciare la crescita e quant’altro, ciò significherà che dovremo chiedere all’Europa politiche diverse dal punto di vista economico e forme di flessibilità che ci permettano di uscire da questa situazione. Andiamo ora nello specifico. Ho precisato che c’è la necessità di intervenire sulle norme, sulle regole e sui vari settori che assieme concorrono alla costruzione di un sistema, relativamente al lavoro, che deve assolutamente riqualificarsi. Quanto agli ammortizzatori, tutto ciò cosa significa? Significa tentare di unificare le tutele. Significa capire cosa succede per gli ammortizzatori nella parte relativa alla tutela in costanza di rapporto di lavoro, oppure nella parte relativa alla fase di perdita. E io ho qui una preoccupazione. Noi dobbiamo gestire il transitorio e non dobbiamo mai dimenticare qual è la situazione in questa fase. Noi abbiamo compiuto delle scelte che, in questi sette anni, hanno gestito la situazione transitoria e soprattutto la fase di perdita. La fase di ristrutturazione degli ammortizzatori deve avere due corni: il primo è l’allargamento degli ammortizzatori ad una serie di figure meno tutelate. L’altro, però, deve contemplare una serie di norme che si basano sulla consapevolezza che, in questo momento, esiste uno stock di persone che stanno usufruendo degli ammortizzatori sociali, che non riescono a ritrovare lavoro e, ragionevolmente, non lo ritroveranno in tempi brevi. Queste persone non possono essere lasciate da sole ad affrontare i problemi esistenti, e l’esaurimento di una serie di forme genererà problemi. Al riguardo mi sembra interessante la norma contenuta nella prima parte della delega in materia di ammortizzatori sociali, che parla esplicitamente di come tutelare lavoratori che escono dall’ambito dei sussidi di disoccupazione senza aver ritrovato lavoro. A me sembra di capire che si parli di intervento di carattere assistenziale, di sussidio, e ciò significa che stiamo parlando di qualcosa di diverso dagli ammortizzatori sociali. Io non voglio dividere e frantumare, ma questi strumenti sono qualitativamente diversi. Noi stiamo dicendo che, quando ammortizzatori sociali classici (quelli relativi alla disoccupazione) finiscono e i lavoratori che hanno perso il lavoro non sono riusciti a ritrovarne un altro, essi entrano in concorrenza con tutti gli altri, con le persone che sono in una condizione vera di disagio sociale e con cui dovranno condividere strumenti ed interventi di assistenza, e non più gli ammortizzatori sociali. Questo punto è importante. Altro aspetto che ho apprezzato nella delega è la parte relativa alla riduzione di orario e ai contratti di solidarietà, in fase sia difensiva che propositiva. Io penso seriamente che le caratteristiche, anche demografiche, della nostra fase, e del nostro Paese in particolare, comportano la necessità di comprendere che ci sarà la necessità di dividere il lavoro che c’è. Allora, prevedere gli ammortizzatori sociali con i contratti di solidarietà da una parte, ma anche la fase attiva dei contratti di solidarietà per garantire l’ingresso di nuove figure, significa ridistribuire con la riduzione d’orario il lavoro che ci sarà (e che avrà bisogno di essere ridistribuito, perché sarà poco). Questo mi sembra un elemento importante. L’altro punto è quello relativo all’articolo 2, cioè alle politiche attive e alla riorganizzazione. Sono assolutamente convinta che dobbiamo smettere di pensare di importare modelli dei diversi Paesi, quando poi ne importiamo solo una parte rischiando di generare frantumazioni. Noi stiamo facendo una sequenza di riforme relativamente alle regole del sistema del lavoro che si sono susseguite negli ultimi anni nel nostro Paese e non sono state mai completamente portate in fondo, determinando una condizione tale per cui, in caso di delega, non sono mai stati emanati tutti i decreti e, in caso di decreti legislativi, i decreti attuativi. Questa volta, se cominciamo, dovremmo avere la capacità di arrivare in fondo. Per quel che riguarda le politiche del lavoro, sono convinta che un punto nazionale, che l’Agenzia possa avere tutta una serie di riflessi. Vi chiedo, però, semplicemente di riflettere su una questione. In questo momento, nel nostro sistema di politiche attive, sono impegnati circa 9.000 lavoratori, di cui 2.000 precari. Nel rinomato sistema tedesco, che è quello che viene sempre più citato, ci sono 90.000 addetti, di cui l’80 per cento in contatto con le persone che lavorano direttamente con chi cerca lavoro e il 10 per cento soltanto in ufficio per svolgere lavori amministrativi. Nel nostro sistema la metà degli addetti è negli uffici e fa amministrazione e soltanto poche migliaia di operatori sono impegnati. Questo è un punto fondamentale ed implica che le cose che definiamo ora, anche in relazione allo stato economico del nostro Paese, si realizzeranno man mano. C’è, quindi, bisogno di estrema cura. Da questo punto di vista, ricordo che sono firmataria anche di un emendamento in cui si chiede espressamente di non intervenire sulle norme relative all’articolo 4 e non siano fatti decreti legislativi relativi a tale articolo se non dopo l’emanazione dei decreti legislativi relativi all’articolo 1 e all’articolo 2. Ciò per un problema molto semplice: noi abbiamo bisogno di conoscere e sapere quali risorse ci sono per riuscire ad affrontare due punti fondamentali e molto delicati che pongono problemi di questo tipo. Voglio soffermarmi ora su un ultimo punto, per affrontare poi la questione dell’articolo 4, che è quella che ha avuto gli onori delle cronache perché sulla delega l’articolo 18 non viene nemmeno citato. Qualcuno, però, nell’interpretazione della delega ha tirato e, giocando su un’assoluta indeterminatezza, ha potuto farlo, tentando di rimettere in discussione le tutele previste dall’articolo 18. Vorrei dire due cose relativamente alla questione del lavoro femminile e alla condizione delle donne in questo Paese, un tema che mi sta a cuore. In questa delega è stato accolto in Commissione un emendamento, a mia prima firma, relativamente alle dimissioni in bianco. Le chiedo, Ministro, di predisporre una norma semplice e chiara che certifichi, però, la volontà del lavoratore. Siccome si fa riferimento al codice semplificato del lavoro, di cui ho letto una versione, non vorrei che la semplificazione fosse quella di chiedere alla lavoratrice, tre giorni dopo, la conferma delle dimissioni. Ministro, come si fa firmare un foglio, se ne possono far firmare due in bianco. Questo, quindi, non risolve e non semplifica assolutamente niente. Un altro punto, sempre relativo a questioni
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contenute nella delega, concerne la revisione delle questioni relative alla maternità, verificando – ad esempio – quali figure ne sono prive. Se vediamo i provvedimenti che sono stati assunti e verifichiamo i Governi che li hanno presi, notiamo che è nella tradizione dei Governi di centrosinistra l’intervento su queste materie. Siamo ora in una condizione in cui il diritto alla maternità, dal punto di vista formale, è universale. Ci sono però fondi non rifinanziati, leggi non rifinanziate e poche risorse a disposizione. La maternità non è però legata al lavoro: ci sono il lavoro privato, il lavoro autonomo e anche le regole di maternità per le donne non occupate. Bisogna, quindi, rivedere anche questo punto, considerando che il problema è la quantità di risorse che si possono prevedere. L’ultima questione è relativa all’articolo 4, che ho visto nella versione dell’emendamento presentato dal Governo. So perfettamente della discussione che si è svolta in sede politica e mi aspetto che arrivi un nuovo emendamento. Io penso che, già dalla discussione, sono venuti degli avanzamenti che non vanno trascurati. Alcuni temi su cui anche io ho presentato emendamenti non sono trattati nel documento finale della discussione che c’è stata, ma ci sono dei punti e dei temi. Io aspetto di vedere i testi, perché su una serie di questioni il testo è fondamentale e bisognerà vederne le sfumature. Io, però, vorrei continuare ad insistere perché veramente non si facesse una guerra – questa sì – con caratteristiche molto ideologiche. Signor Ministro, l’articolo 18 è stato modificato due anni fa. Io ero alla Camera e ho partecipato a quella discussione. Concludo, signora Presidente, dicendo che bisogna evitare che il licenziamento senza giusta causa di carattere economico diventi il cavallo di Troia per far passare una serie di licenziamenti ingiusti. FAVERO (PD). Signora Presidente, colleghi senatori, l’obiettivo del disegno di legge oggi in discussione, come abbiamo sentito, è realizzare un’importante riforma del lavoro attraverso apposite deleghe al Governo in diversi campi del settore. È, però, riduttivo vedere questo provvedimento non all’interno di una programmazione mirata, voluta e portata avanti da un Governo responsabile. Bisogna, infatti, collegarla al tema della giustizia civile: quanti provvedimenti e procedimenti hanno delle lungaggini che ricadono sul lavoro? Noi sappiamo che in Italia i tempi della giustizia civile sono a volte dolorosi e molto lunghi: il doppio che in altre nazioni. Tale riforma, inoltre, è legata al taglio dei costi della politica. Lo sappiamo noi che abbiamo proceduto sulla nostra pelle, in Senato, ad autoeliminarci. C’è voluto coraggio? Non lo so, ma lo abbiamo fatto e fa parte di un disegno. Abbiamo il doppio dei parlamentari degli Stati Uniti. Ricordiamocelo. Questo importante disegno di legge va poi collegato alla lotta alla corruzione, di cui parlerò dopo, e infine, non ultima, alla riforma delle pubbliche amministrazioni. Tuttavia, vorrei preliminarmente porre all’Assemblea una domanda che riguarda i giovani tanto evocati qui dentro: quei giovani che sono i nostri figli e posso dire i miei allievi, visto che sono una insegnante di scuola elementare arrivata al trentanovesimo anno di lavoro nella scuola, e ne ho visti tanti. Ecco: quei giovani mi guardano, mi chiedono e mi riferiscono. Mi domando se capiscono davvero di cosa stiamo parlando. Stanno seguendo il dibattito che si è aperto sul disegno di legge delega e, in particolare, su una parte che ne ha vanificato la forza? Non perché il nostro Ministro non abbia saputo riportarlo, ma forse perché è più comodo guardare il dito e lasciare che la luna dietro ci sia, tanto non la vedo. Nel pormi tale domanda non posso che partire da un dato, già riferito ma da ricordare: in Italia la disoccupazione giovanile ha raggiunto l’abisso del 43,3 per cento contro il 7,9 per cento registrato in Germania. Inoltre, l’85 per cento dei giovani che invece un lavoro ha trovato è privo non solo della protezione dell’articolo 18 dello Statuto del lavoratori, ma anche di qualsiasi altra tutela prevista da un contratto a tempo indeterminato. Di questo dobbiamo parlare e sono convinta che questo derby, che non è Juve-Torino o Milan-Inter o Roma-Lazio, è molto più importante. Questo derby sull’articolo 18 è lunare per me, lunare per i ragazzi della mia scuola, lunare per i nostri figli. Istituire un nuovo contratto, più conveniente per le aziende, meno oneroso fiscalmente, meno rigido, più semplice, dovrebbe essere un obbiettivo riconosciuto e condiviso da tutti e in modo particolare da chi guarda al presente e al futuro, ma non guarda al passato. Questa è un’azione di sinistra, di centro, di destra: è un’azione che vede il lavoro, vede il nostro futuro progredire. Su determinati argomenti non ci devono essere steccati, non ci devono essere ideologie, non ci devono essere dei totem. Nel Novecento il sistema imprenditoriale ha svolto un ruolo di compartecipazione, se non, in alcuni casi, di supplenza dello Stato, garantendo ammortizzatori sociali. Non mi limito a citare il caso eclatante di Olivetti. Arrivo da una terra di manifattura, Biella, e voglio citare qualcuno che non c’è più, per non fare torto a nessuno: i Rivetti avevano migliaia di lavoratori, tutelavano i lavoratori e i figli, c’erano gli asili e le scuole. Questo era il welfare aziendale, che assicurava di fatto, con lo stipendio, dalla culla alla tomba. In cambio lo Stato trasferiva alle imprese sussidi di varia natura e spesso un corridoio esclusivo nel settore di produzione. Ma quel mondo è irrimediabilmente finito, e non da oggi. Stefani Folli, su «Il Sole 24 Ore», ha ricordato come addirittura quarant’anni fa, in un’Italia inevitabilmente molto diversa da quella di oggi, fu proprio Ugo La Malfa a porre un problema che stava emergendo, ovvero quello della cittadella fortificata, in cui si erano rinchiusi i privilegiati, cioè coloro che avevano un lavoro, e dalla quale erano invece esclusi i disoccupati. Dopo la lucida analisi del leader repubblicano, la politica ha tentato altre volte, negli anni e nei decenni successivi di riformare il mercato del lavoro, come ha ricordato molto bene il relatore Sacconi in quest’Aula. Ci ha provato anche Massimo D’Alema, di cui si ricordano le parole pronunciate nel 1997, durante il congresso del PDS, che sono di incredibile attualità e che avrei voluto magari sentir pronunciare anche l’altro giorno in una nostra assemblea: «La mobilità, la flessibilità sono innanzitutto un dato della realtà» e questo «è il grande problema che si pone a noi di sinistra»; dobbiamo costruire «nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela», «se non ci mettiamo su questo terreno, rappresenteremo sempre di più soltanto un segmento del mondo del lavoro»; dobbiamo negoziare il salario e i diritti di chi sta nel lavoro nero e nel precariato, «anziché stare fuori dalle fabbriche con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro». Era il 1997 e si tratta, secondo me, di parole attualissime. I giovani privi di tutela, rispetto al 1997, sono davvero aumentati: i dati li abbiamo sentiti riportare e li leggiamo ogni giorno sul giornale, e sono loro, nel 2014, ad essere una massa. Un ipotetico nuovo Circo Massimo, oggi, sarebbe attraversato da quella richiesta urgente e non più da quelle evocate da Sergio Cofferati il 23 marzo del 2002. Sta tutto qui il nocciolo della legge delega che stiamo discutendo. Sono una massa i giovani non protetti, mentre il fortino dei garantiti si è ridotto, ogni giorno si riduce in modo progressivo e si è quasi dissolto. Per questo la riforma del lavoro parla al nostro presente, tentando di correggere i dati drammatici che riferivo prima, per estendere le tutele al numero maggiore possibile
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di lavoratori e incentivare le aziende ad assumere. Amo sempre ripetere un detto, secondo cui il meglio è nemico del bene. Allora cominciamo a porre rimedio a queste ingiustizie da tutti evocate, non possiamo aspettare sempre. Eppure in questa discussone sulla delega lavoro ci siamo trovati, come è stato riportato dal nostro relatore, in armonia soprattutto per quanto riguarda quattro articoli: il primo, il secondo, il terzo e il quinto. Sull’articolo 4 ci siamo fermati, abbiamo raccolto le varie posizioni, e non è vero che sono stati accolti pochi emendamenti della minoranza. Sono stati accolti, e anche in modo significativo, nel senso che è stato recepito il pensiero che vi era sotteso e hanno modificato comunque in meglio questo disegno di legge delega. Un terzo degli emendamenti presentati sono della minoranza e sono buoni emendamenti. È questo che abbiamo fatto e che dobbiamo continuare a fare. All’articolo 1 si prevede la riforma della disciplina degli ammortizzatori sociali e tra gli obiettivi da raggiungere vi sono l’integrazione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI) e della mini ASpI. L’articolo 2 prevede una delega al Governo in materia di servizi per il lavoro e politiche attive. È meglio infatti intercettare la disponibilità dei lavoratori a porsi anche in un’ottica di ricollocazione nel lavoro, perché il lavoro dà dignità, quindi occorre porsi nella prospettiva di prendere in cura il lavoratore nella sua carriera lavorativa e di accompagnarlo in un percorso che lo porterà poi a ricollocarsi, con una formazione mirata e con una serie di input che vengono dati e che sono previsti. Ogni cosa, però, a suo tempo. C’è un tempo per fare la legge, c’è un tempo, con i decreti delegati, per applicarla, c’è un tempo – vicinissimo – per trovare le risorse. Non si può fare tutto insieme. Il meglio, lo ripeto, è nemico del bene. In questo caso noi vogliamo il bene, il bene dell’Italia. L’articolo 3 prevede una delega al Governo in materia di semplificazione delle procedure e degli adempimenti. Dati IPSOS-CNA ci dicono che un artigiano, che crea e dà lavoro, trascorre quarantacinque giorni del suo tempo nell’espletazione di atti burocratici, che per il 62 per cento consistono nell’adempimento di norme per l’ambiente e la sicurezza e di norme per il lavoro. Il suo dipendente, che pure deve destreggiarsi nella burocrazia, ci passa ventotto giorni, che sottrae al lavoro stesso, alla produttività e magari anche al dedicarsi alla famiglia. A questo porta la semplificazione. L’articolo 4, su cui magari tornerò in seguito, reca la delega al Governo in materia di riordino delle forme contrattuali. Ritengo poi decisiva, come segretaria della Commissione lavoro e della Commissione infortuni sul lavoro, la norma introdotta dal Governo per rendere più efficiente l’attività ispettiva attraverso un’Agenzia unica per le ispezioni del lavoro, che in tema di salute e di sicurezza supererà le attuali criticità, integrando in una sola struttura le competenze ispettive del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’INPS e dell’INAIL, e che contempla forme di coordinamento con le ASL e le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Com’è noto, ogni Regione agisce un po’ per conto proprio, alcuni percorsi sono diversi e difformi, e questo crea delle criticità. Proprio in questi giorni assistiamo purtroppo ad un aumento delle morti sul lavoro, che complessivamente sono calate, è vero (del resto è calato anche il lavoro), ma non dobbiamo smettere di investire sulla sicurezza e sulla prevenzione, anche delle malattie professionali, perché garantire un ambiente di lavoro sano e sicuro è un obiettivo strategico anche della Commissione dell’Unione europea, che opera a tal fine in stretta collaborazione con gli Stati membri, le parti sociali, le altre istituzioni e gli altri organismi dell’Unione europea. Sono azioni importanti, con sfide davvero ambiziose che l’Italia deve impegnarsi ad affrontare fin da subito. Vorrei parlare anche delle tutele crescenti tanto evocate, dando un mio contributo, se possibile, ma mi limito introdurre la questione dell’articolo 18, sulla quale verte l’attuale dibattito, affrontata all’articolo 4, che non risolve i problemi dei nostri disoccupati, giovani e non. Come sappiamo, ci sono 3.000 casi l’anno di licenziamenti senza giusta causa che finiscono con il reintegro del lavoratore, mentre abbiamo 3.600.000 lavoratori che non solo non usufruiscono del diritto al reintegro ma sono sfavoriti in tutto. È il caso dei co.co.co e delle partite IVA. Per realizzare una efficace riforma del lavoro i numeri da tenere in considerazione sono altri. Se guardiamo alla popolazione con età compresa fra i 15 e i 64 anni a fine 2013 il tasso di disoccupazione italiana era fermo al 49,9 per cento, mentre quello tedesco al 72,3 per cento. È urgente discutere di tutti gli altri diritti che di fatto oggi vengono negati ai lavoratori: il diritto ad avere un lavoro dignitoso, a creare una famiglia, alla maternità, ad avere un salario equo. L’articolo 18 si applica oggi ad una minoranza rispetto ai 22,4 milioni di lavoratori italiani ufficiali, visto che i dipendenti a tempo pieno e parziale sopra la soglia dei 15 per azienda sono circa 9,4 milioni. Non c’è cosa più iniqua che dividere i cittadini fra quelli di serie A e quelli di serie B, ha detto il nostro Presidente del Consiglio, sottolineando come deve essere superato un mondo del lavoro basato sull’apartheid. È stato evocato il lavoro nero, è stato evocato questo e deve emergere. Ci sono due milioni di neet, di giovani che non studiano e non lavorano e non si sa bene cosa facciano e che o sono mantenuti grazie al welfare familiare oppure lavorano in nero, e noi sappiamo che l’emersione del lavoro nero è importante. Ecco perché è necessario sostenere questa delega, cui seguiranno i decreti delegati, come abbiamo detto. L’emergenza assoluta è l’esclusione di chi un lavoro rischia di non averlo mai. Di ciò deve discutere la buona politica e il sistema sindacale. Se si vuole riscrivere lo Statuto dei lavoratori bisogna avere in mente che i temi principali sono: giusto salario, maternità, ferie, malattie, protezione contro i licenziamenti discriminanti, politiche attive del lavoro. Come evidenziato giustamente dal nostro Presidente della Repubblica, l’Italia non può restare prigioniera dei corporativismi e dei conservatorismi. Con questo provvedimento possiamo e dobbiamo responsabilmente, perché siamo senatori, senatori della Repubblica italiana, superare i vecchi recinti ideologici, e metterci attorno ad un tavolo, tutti, per migliorare il presente e il futuro dei giovani e delle donne, di tutti coloro che sono esclusi dal mercato del lavoro in modo da offrire loro una nuova occasione, una nuova speranza. Viva l’Italia! L’Italia che produce, l’Italia del lavoro, l’Italia responsabile, l’Italia che cura e che accompagna, l’Italia che custodisce il lavoro, che lo sa aumentare e sa tutelare i lavoratori e gli imprenditori e sa coniugare questi aspetti che sono importantissimi. PUPPATO (PD). Signor Presidente, ministro Poletti, qui dentro ci sono anche – pochi, magari – piccoli imprenditori, come me, che quest’anno festeggio venticinque anni di attività. E pensare che ho accantonato sempre il TFR. Il problema è che stiamo ascoltando interventi che, in alcuni casi, non sono partigiani (la partigianeria non solo la conosco, ma la apprezzo), ma faziosi, sono atti di condanna preventiva e pregiudiziale. Tuttavia, proprio il fatto che si scateni un’opposizione così dura ad un atto come quello che stiamo cercando di mettere in campo (il cosiddetto jobs act), attraverso un dibattito che, al contrario, vuole portare miglioramenti alla delega del Governo, mi fa pensare che siamo sulla strada giusta. Racconto la mia breve storia, tanto siamo rimasti abbastanza
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in pochi in quest’Aula. Come dicevo poco fa, ho alle spalle piccola impresa per venticinque anni, accantonando sempre il TFR, ministro Poletti, senza mai vedere un dipendente sbattere la porta e uscire dalla mia piccola realtà, nonostante non trovasse applicazione l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tutti si sono sentiti assolutamente garantiti. Che cosa vuol dire questo? Di certo non vuol dire che tutti gli imprenditori sono uguali, ma non vuol dire neppure che tutti i dipendenti sono alla stessa stregua. Se infatti così non fosse, quando qualche anno fa ho pagato 36 mesi di contribuzione – pari allora a 48.000 euro – per una persona che ha lavorato con me un mese soltanto, se solo avessi pensato che tutti i dipendenti erano così, forse non avrei potuto mantenere in piedi la mia impresa. Tutto questo vuol dire che dobbiamo smetterla di pensare che gli steccati garantiscano qualcuno o qualcosa. Forse è vero che in questo momento siamo chiamati tutti, imprese, politici, amministratori locali, lavoratori dipendenti, ad una migliore e maggiore responsabilità. Chi afferma, vedendo una sola faccia del prisma, che la discussione accesa per questo jobs act è sterile, polemica (ho anche sentito parlare di sfascio), non ha colto che quello che stiamo incardinando ora, signor Ministro, è proprio una rivoluzione ed è proprio per questo che fa paura. Si pensi che poc’anzi abbiamo sentito fare gli elogi di De Benedetti e di Scalfari, gli stessi che qualche mese fa erano citati come le lobby pesanti dietro al Governo Renzi. Dunque, appena si muove qualcosa nell’ambito di ciò che è stato da sempre fisso e sedimentato, improvvisamente arrivano gli attacchi da ogni parte. Noi, invece, siamo convinti che quello che stiamo facendo è una cosa buona, profonda, dovuta e anche doverosa. Quanto a questo basta leggere la numerosità dei disegni di legge che la delega di fatto va ad assorbire o cancella, che dir si voglia, come si evince dalle prime pagine del disegno di legge in esame. Tali proposte sono sottoscritte praticamente da tutto l’arco parlamentare ed è sufficiente fare attenzione alla loro numerosità per capire il caos che viviamo nel mercato del lavoro e anche in parte nel welfare italiani, che ha progressivamente visto diminuire le proprie risorse. Come ogni grande sconvolgimento, forse anche solo rendere ordinato ciò che non lo è, rendere chiaro, trasparente ed efficiente ciò che non lo è, obiettivamente rappresenta un impegno gravoso ed è quello che vogliamo assumerci come attivi propulsori della migliore soluzione possibile. Noi vogliamo che il jobs act approvato da quest’Aula sia davvero il migliore possibile, a prescindere dalle barriere ideologiche. A mio avviso, il dibattito ha già prodotto una parte dei suoi effetti: la delega al Governo è più completa e puntuale, entra nel merito, suggerisce buone ragioni senza scendere a patti con l’una o con l’altra parte. Fuori abbiamo due Italie: la prima è quella fossilizzata, immobile, in cui si contrappongono imprese contro lavoratori e lavoratori contro imprese, come se fossimo ancora nell’Ottocento e non nel mondo evoluto; l’altra, invece, è costituita da un mondo che non ha alcuna certezza; che è fatto di precarietà e anche di soprusi quotidiani, che manca di dignità. Ebbene, nel silenzio di tutti – o di quasi tutti – questa realtà, queste due Italie hanno vissuto contemporaneamente sulla stessa faccia del nostro Paese: solo diritti o quasi da una parte e solo doveri o quasi dall’altra. Credo sia giunto il momento di dire basta. Un esempio per tutti lo troviamo nella numerosità delle tipologie contrattuali. Mi veniva da sorridere poc’anzi mentre leggevo l’articolo 4, lettera a), del disegno di legge in esame, in cui si stabilisce che il Governo dovrà individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti. Dentro di me mi sono chiesta quante fossero, visto che dobbiamo ancora individuarle e analizzarle; forse non sono neanche quelle 44 o 48 di cui si parla sui giornali oggi. Si tratta di una specie di torre di Babele del lavoro che produce il massimo della diseguaglianza sociale. Questa non è un’analisi fatta da me o dal Partito Democratico, ma dalla Commissione europea per il welfare, che ha fotografato come l’Italia sia il Paese in cui negli ultimi 10 anni, più che in tutto il resto dell’Europa (sto parlando dell’Europa a 44, non di quella a 28) è cresciuta la disuguaglianza. Siamo cioè il Paese che è riuscito più di tutti gli altri a creare diseguaglianza e profonda ingiustizia. Pensate che l’altro giorno leggevo che neanche nella malattia si è uguali in Italia: da un lato c’è chi ha la fortuna di lavorare nell’ambito della pubblica amministrazione ed ha diritto fino a 36 mesi per potersi curare adeguatamente se ha contratto purtroppo una grave malattia; dall’altra parte ci sono lavoratori che non hanno la stessa fortuna, che fanno parte dei parasubordinati (che è anche un brutto nome, perché sembrano una categoria indiana che non ha pieni diritti di cittadinanza), i quali hanno diritto solo a 20 giorni per le cure. Gli altri hanno sei mesi. Dunque si va da venti giorni a trentasei mesi, per i permessi per malattia in questo Paese? Forse a voi non è mai capitato, ma a me, come sindaco, è capitato spesso di ricevere familiari di ammalati che, dopo sei mesi, venivano a spiegarmi che i loro familiari non erano morti, ma che avevano ricevuto la lettera di licenziamento. Questo non lo auguro a nessuno, perché il peggior danno che si può ricevere, dopo 20 o 25 anni di lavoro in azienda è sapere che l’INPS non rimborsa più l’azienda e che quindi quest’ultima, semplicemente, cancella il numero. Anche questa è una questione che dobbiamo porci. Non possiamo pensare di essere il Paese dove accade tutto e il contrario di tutto e noi stiamo solo a difendere qualcosa che potrebbe accadere allo 0,01 per cento dei casi. Non mi interessa più quello 0,01 per cento, mi interessa l’altro 99,99 per cento, che in questo momento non considera più l’Italia un Paese in cui vivere, lavorare o fare impresa. Ecco perché, signor Ministro, ampliare, estendere e rendere universali le garanzie del welfare restituisce e deve restituire dignità e serenità a lavoratori e imprese. Occorre stabilire con certezza dove finisce l’azione del privato e dove continua l’azione del pubblico, far comprendere con chiarezza i rapporti, i limiti, i rischi e le esposizioni economiche per l’uno o l’altro: questo vuol dire, oggi, stendere un corretto contratto con gli italiani. Il tema del salario minimo è un’ altra sfida che mi piace particolarmente vedere inserita nella delega del Governo e che non è facile. Si entra con i piedi nel piatto, signor Ministro: è chiaro e non è un caso che in Germania la CDU e la SPD siano rimasti due mesi a discutere di questo, perché le implicazioni sono enormi. E noi non abbiamo neanche il loro mercato del lavoro, che era di piena occupazione. Noi abbiamo un mercato in cui c’è carenza di occupazione. Quindi, il rischio è maggiormente elevato, ma a noi piacciono le sfide e in questo momento le vogliamo cogliere tutte. C’è poi la delega al Governo, relativa alle politiche attive e ai servizi. Non so, presidente Calderoli, forse lei, che come me è appassionato di federalismo, si renderà conto che qui abbiamo messo… Signor Presidente, voglio evidenziare un punto, che non ha notato nessuno, perché magari nessuno se ne è accorto, contenuto nell’articolo 2 del jobs act, recante delega al Governo in materia di servizi per il lavoro e politiche attive. In tale articolo si dice che non solo si rafforza il monitoraggio delle politiche attive con il sostegno al reddito della persona, inoccupata o disoccupata, con misure volte al suo inserimento nel tessuto produttivo, ma alla lettera t) del comma 2 si attribuiscono al Ministero del lavoro e delle politiche sociali delle competenze in materia di verifica e controllo dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP). Abbiamo sempre conosciuto i livelli essenziali di assistenza (LEA) e i livelli essenziali di assistenza sociale (LIVEAS). Con questa norma abbiamo inserito anche i livelli essenziali di prestazione lavorativa. Ciò vuol dire che devono essere garantite su tutto il territorio
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nazionale – nessuna Regione esclusa: d’accordo? – le stesse medesime politiche attive per il lavoro. Cominciamo a parlare una lingua conosciuta nel Titolo V della Costituzione, recentemente modificato, in cui il Governo assume una delega in caso di carenza delle Regioni inadempienti. Inoltre a me piace pensare, così come hanno fatto le organizzazioni sindacali, che le aperture del Governo relativamente all’inserimento dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese, alla rappresentanza unica dei lavoratori, al reddito minimo orario dei lavoratori, siano garanzie più importanti di ogni altra tutela ad oggi presente nel mercato del lavoro. Sono dell’idea, ad esempio, che se riusciamo ad inserire in questo jobs act un contratto a tempo indeterminato più favorevole, ad esempio perché incentivato rispetto ad altri contratti, avremmo davvero contemperato le esigenze di tutti sono dell’avviso che, nel momento in cui avremo inserito i dipendenti nel consiglio d’amministrazione delle medie e grandi imprese, avremo dato la tutela più importante che si possa dare ad un lavoratore, ovvero quella di sapere quanto la sua impresa sta investendo su di lui e quanto crede nel territorio in cui si trova, potendo contribuire affinché l’impresa possa continuare a produrre in maniera positiva. E allora, signor Ministro, penso che quanto avvenuto nel corso del dibattito in Commissione, nella direzione del Partito Democratico e nel dibattito che stiamo svolgendo qui oggi, nella richiesta di ciascuno di noi che questa delega riesca ad attivare politiche per il lavoro per rendere questo Paese sempre più attrattivo non solo per le imprese straniere, ma anche per quelle italiane che hanno voglia di investire e di continuare a credere nel proprio Paese, sia esattamente quello che dovevamo fare e quello che stiamo facendo. E vi ringrazio di questo. ROSSI Gianluca (PD). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, per far ripartire l’economia del nostro Paese, ma anche quella europea, trainare la crescita e riprendere l’occupazione, è stato detto infinite volte come sia necessario il rilancio del sistema industriale. Per fare questo si deve intervenire sul sistema bancario e facilitare l’accesso al credito, soprattutto per le piccole e medie imprese, riformare e alleggerire il sistema fiscale, riformare la pubblica amministrazione e la giustizia civile e, appunto, adeguare le regole del mercato del lavoro al modello di crescita e sviluppo che si intende perseguire. La Germania, per fare un esempio, con cinque milioni di nuovi disoccupati tra il 2000 e 2003, frutto della riunificazione, decise di darsi un piano di rilancio adottando la cosiddetta Agenda 2010 con l’ambizione strategica di riconquistare il ruolo dileadership in Europa e nel mondo. La riforma del mercato del lavoro fu un tassello di quel piano, non l’unico, assieme al rilancio delle politiche industriali e alla riforma fiscale per rilanciare i consumi. Per questo dobbiamo, da un lato, far sì che nel nostro Paese si cerchi di spostare le risorse verso gli investimenti pubblici e privati, tesi a rafforzare il sistema delle imprese, la loro patrimonializzazione, la propensione a investire in ricerca e innovazione e la capacità a internazionalizzare; dall’altro, utilizzare ogni strumento disponibile per invertire la situazione recessiva e favorire nuova e buona occupazione. È così che torneremo anche ad essere un sistema competitivo in grado di attrarre investimenti esteri. La legge delega in discussione sarà un’occasione solo se sapremo inserirla all’interno di questo ragionamento. In questi venti anni abbiamo anche innovato profondamente il mercato del lavoro – certo, con alcune contraddizioni – ed introdotto forme di flessibilità che con il tempo si sono rivelate persino eccessive, generando precarietà diffusa. Questi interventi, infatti, da un lato, avrebbero dovuto essere affiancati da innovazioni profonde anche nel campo del welfare, della formazione permanente dei lavoratori e del percorso scuola-lavoro. Purtroppo, ciò è avvenuto solo in minima parte e ne hanno fatto le spese soprattutto i più giovani. Dall’altro lato, detti interventi avrebbero dovuto essere affiancati dalla capacità di ragionare su regole del mercato del lavoro coerenti con le caratteristiche del nostro sistema produttivo, fatto di grandi imprese manifatturiere spesso multinazionali, di troppe piccole e piccolissime imprese, poco patrimonializzate, scarsamente internazionalizzate e prive di possibilità, come ho detto, di investire in ricerca e innovazione, e di troppo poche medie imprese che, al contrario, sono quelle che meglio hanno resistito alla crisi, soprattutto per la loro capacità ad internazionalizzare e ad innovare. È proprio su questa stretta relazione che voglio sviluppare la mia riflessione sulle opportunità che la legge delega ci offre e ci dovrebbe offrire. Quale deve essere la logica di fondo da perseguire? Quella di aumentare, certo, il tasso di flessibilità, ma non genericamente, bensì inserendola in un quadro di maggiore elasticità complessiva del sistema. Per esempio, nel manifatturiero dovrebbe vigere sempre e solo il contratto a tempo indeterminato, perché è il settore che traina le esportazioni, l’innovazione, ma anche l’altissima affidabilità dei prodotti, per i quali servono professionalità e competenza elevatissime. In quei settori non si può inserire lavoro occasionale e lavoro precario. La forza lavoro deve essere curata e tutelata durante tutta la fase lavorativa attraverso un processo di formazione continua, curata e pagata dalle imprese come avviene in Germania, dove nelle fasi di crisi si riduce l’orario di lavoro ma difficilmente si licenzia. A ciò si possono aggiungere poi due altre forme di flessibilità, quella di comparto e quella settoriale, al fine di rilanciare segmenti produttivi strategici. Vede, signora Sottosegretario, io vengo dalla città di Terni, che so che lei conosce perché sta seguendo molto bene la questione dell’AST, dove proprio una multinazionale tedesca sta facendo esattamente il contrario di quello che le sto dicendo e noi non possiamo consentire i tagli a quel contratto integrativo, i tagli lineari del 10 per cento e la mobilità per molti lavoratori, tra l’altro annunciata oggi con una dichiarazione inaccettabile da quell’azienda. Noi dobbiamo saper fare il contrario. Il punto è come riuscire a guidare il passaggio strategico, proprio nel manifatturiero, da un lavoro a carattere fordista ad un lavoro a più alto contenuto di sapere e conoscenza sia nei processi, che nei prodotti. Tenere insieme materia e tecnologia, atomo e bit, rappresenta il terreno della sfida del lavoro a più alto valore aggiunto e quindi a più alta redditività. Il discorso è diverso, ovviamente, per quei settori come i servizi, quelli protetti, non esposti alla concorrenza internazionale, a bassa produttività di capitale, cioè ristorazione, settore delle pulizie, servizi alla persona, vendita al dettaglio e così via. In questo contesto la flessibilità è al contrario utile per realizzare un abbassamento complessivo dei costi e l’aumento conseguente della produttività media del sistema. È qui però che necessitano meccanismi di compensazione e protezione sociale chiari, in parte già indicati nella delega, finalizzati ad evitare che si determini uno scalino troppo grande rispetto ai primi. A ciò si aggiungono tre ultime questioni. La riforma degli ammortizzatori sociali, l’apprendistato e i servizi per l’impiego. La prima è adeguatamente contenuta nella delega. Restano tuttavia cruciali il tema delle risorse necessarie ad affrontare il precariato, quello della garanzia del reddito nelle fasi di disoccupazione e quello della contestualità con la semplificazione delle
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forme contrattuali e l’introduzione del regime a tutele crescenti. In merito all’apprendistato, l’incentivazione economica dello stage, prima, e la liberalizzazione del tempo determinato, poi, hanno ridimensionato l’apprendistato professionalizzante, già molto provato dalla crisi e unica forma diffusa nel nostro Paese; non è un vero apprendistato, come inteso in Europa, ma una forma d’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro incentivata fiscalmente, che per molte ragioni non ha dato gli effetti sperati. Se si continua così, tanto vale scommettere davvero, lasciando questa strada, sulle altre due forme di apprendistato, quella per i minorenni a scuola e quella per l’alta formazione e ricerca, che non sono (e non potranno essere) sostituibili da alcuna forma contrattuale tradizionale. È vero, infine, che i servizi per il lavoro hanno prodotto situazioni a macchia di leopardo. Ci sono esempi di buone pratiche – come nella mia Regione, l’Umbria – ed esperienze non certo positive, ma è innegabile che la presa in carico delle persone e la fidelizzazione delle imprese difficilmente possono essere fatte da un unico punto nazionale. Altra cosa è la messa in rete delle politiche attive del lavoro a carattere nazionale, ma le azioni di accompagnamento al lavoro presuppongono un servizio locale di area vasta vicino alle persone e alle imprese. Si faccia tesoro, appunto, delle buone pratiche che sono presenti nel nostro Paese e si corregga la rotta. Allo stesso tempo sarà anche fondamentale stimolare la creazione di un vero mercato del lavoro europeo, rimuovendo le barriere che ancora impediscono la fluidità della libera circolazione dei lavoratori, anche mediante nuove iniziative legislative da parte della Commissione europea; rafforzare il sistema EURES (european employment services) e migliorare il coordinamento tra i servizi pubblici per l’impiego nazionali e investire in uno statuto europeo dell’apprendistato, sulla base di un quadro comune di qualità. In conclusione, è giusta l’intenzione della delega, cioè sfoltire le forme contrattuali flessibili e ridurre il peso percentuale del contratto a tempo determinato scommettendo sul fatto che gli imprenditori non avranno remore ad attivare rapporti con il nuovo contratto a tempo indeterminato. Ma ciò sarà possibile solo se il costo di quest’ultimo sarà più conveniente, evitando così che la giusta semplificazione delle forme contrattuali possa andare incontro al rischio opposto di quello sperato. Per questo, se si procederà effettivamente dell’individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali, allora raggiungeremo gli obiettivi prefissi, invertiremo la tendenza negativa esistente, confermata anche dai dati odierni e di questi giorni e dalla correzione sul Documento di economia e finanza che il Governo ha inteso apportare, e ci lasceremo alle spalle inutili e sterili polemiche.
7 ottobre 2014
GUERRA (PD). Signora Presidente, non nascondo anch’io l’imbarazzo di intervenire in una discussione generale quando il quadro delle decisioni del Governo è ancora non definito. Ciononostante, siccome si parla della possibilità che proposte vengano raccolte dal Governo anche qualora ponesse la fiducia e visto che sicuramente il percorso della delega è ancora lungo perché il provvedimento deve passare anche nell’altra Camera, non intendo rinunciare all’occasione data. Credo infatti sia importante sottolineare alcune questioni, nello spirito che ha caratterizzato l’impegno di molti senatori in tutta la fase di elaborazione, di dibattito e di confronto in Parlamento su questa delega, e pertanto non intendo rinunciare a fare alcune osservazioni e a dare alcuni suggerimenti su quella che a mio avviso rimane una delega molto importante. Il progetto che ci viene proposto è infatti ampio ed ambizioso. Il punto cruciale è sicuramente quello di arrivare a costruire una rete di sostegno per le persone che perdono il lavoro o che devono per la prima entrare nel mondo del lavoro: una rete che tenga conto sia di quelle che chiamiamo politiche attive, cioè centri dell’impiego, sia di quelle che chiamiamo politiche passive, cioè gli ammortizzatori sociali. A mio avviso, la costruzione di questa rete è così importante che penso sia rilevante per il Governo porre attenzione al fatto che essa va costruita prima, cioè deve essere definita una priorità nei vari campi in cui si articola l’intervento, in modo da poter arrivare ad agire sulla revisione dei contratti o su altri temi, quali la semplificazione, che sono pure previsti dalla delega, solo quando si è sicuri che tale rete abbia preso l’avvio. Ciò non significa solo – ed è importantissimo – che vengano individuate risorse (non da subito adeguate al 100 per cento, ma comunque significative) per la costruzione di questa rete, ma che proprio i decreti legislativi relativi agli articoli 1 e 2 siano emanati prima di quelli relativi in particolare all’articolo 4. La rete di supporto che viene illustrata, su cui si esercita la delega, è di tipo assicurativo. Dicevo che la rete di sostegno ipotizzata nella delega è di tipo assicurativo, cioè ampiamente sostenuta dai contributi versati da datori di lavoro e lavoratori. Ritengo molto importante un passaggio della delega in cui si fa riferimento anche a un ulteriore pilastro, cioè un intervento di tipo assistenziale, quando l’Assicurazione sociale per l’impiego (ASPI), o quello che sarà, termina, perché ovviamente ha una durata. Ritengo ci sia spazio per approfondire questo tema anche nell’ottica del rilancio delle politiche di contrasto alla povertà recentemente richiamate anche in un’apposita audizione dal ministro Poletti. Un altro aspetto sicuramente importante della delega riguarda gli interventi per l’occupazione femminile, relativamente alla conciliazione. Sappiamo infatti che il tema della conciliazione è cruciale, perché circa il 30 per cento delle donne madri con meno di 65 anni hanno dovuto interrompere il lavoro per motivi familiari: nella metà dei casi si è trattato della nascita dei figli. Pertanto, affrontare il tema della conciliazione, degli asili nido, della tutela della maternità, è sicuramente un punto importante che credo nell’iter della delega possa essere ulteriormente rafforzato. Mi trovo invece un po’ in difficoltà sui temi affrontati nell’articolo 4; in particolare, credo che la delega sia timida su alcuni aspetti cruciali che vanno decisamente rafforzati. Il primo riguarda la volontà di disporre il superamento di forme di lavoro che non trovano ragioni valide in motivi di organizzazione e relativi alla produttività. Nella formulazione attuale, su questo punto la delega è molto timida, perché parla di semplificazione, di eventuali interventi. Credo che invece il tema sia di assoluta importanza proprio perché abbiamo visto che queste forme di lavoro favoriscono non già la flessibilità, che pure è auspicabile, quanto la precarietà. Accolgo quindi con favore l’idea, che per ora è stata
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manifestata solo in dichiarazioni pubbliche e non si è tradotta in atti emendativi, del superamento di alcune di queste forme, e mi riferisco alle co.co.pro. Voglio anche sottolineare, proprio con riferimento alle collaborazioni a progetto, che si tratta di una forma che si è molto ridotta una volta adottate le misure di controllo e di limitazione, a seguito della legge Fornero. Quindi, anche il tema degli abusi è giustamente da tenere presente nel definire l’intervento su queste forme di lavoro non a pieno tempo. Per quanto questo tema sia richiamato, uno degli elementi che mi preoccupa è quello relativo ai voucher. Attualmente la delega prevede una possibilità di estensione, con poche limitazioni, dei voucher, che passa soprattutto attraverso l’elevazione dei tetti attualmente posti per quanto riguarda sia il lavoratore che i datori di lavoro. Penso che l’attuale tetto dei 5.000 euro, praticamente analogo a quello dei mini job tedeschi, non debba essere assolutamente abbandonato, se non vogliamo che questa forma di lavoro, che ha una sua logica nel lavoro occasionale, temporaneo, non arrivi invece a cannibalizzare forme di lavoro più strutturate come il part-time – quello vero – e il lavoro stagionale, che sono ben diverse in termini di tutele che garantiscono i lavoratori sia sotto il profilo previdenziale che proprio a fronte della perdita di lavoro. Non si può dire che questa limitazione crei ostacolo nel campo dei servizi alla persona – si sente parlare a volte delle badanti, delle colf, delle baby sitter – perché non esiste al momento attuale alcuna difficoltà per il datore di lavoro ad assumere a tempo determinato e indeterminato queste figure con un orario, che può essere anche di un’ora al mese o di due ore alla settimana, gestito in tutta flessibilità. Si tratta quindi di un tema, quello dei voucher, su cui richiamo fortemente l’attenzione e la sensibilità del Governo. Allo stesso modo e a questo collegato, sostengo che la delega è timida nel porre al centro della propria azione il lavoro a tempo indeterminato, quel lavoro che dà stabilità al rapporto di lavoro, che permette al datore di lavoro e al lavoratore di investire su una attività comune. Bisogna fare propria l’affermazione che il ministro Poletti ha fatto tante volte e che condivido: questo lavoro deve avere minori costi sia fiscali che contributivi e in termini di altri tipi di oneri rispetto agli altri. In effetti, vediamo un arresto nella possibilità di trasformare il lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato. Gli ultimi dati che ci vengono dal rapporto sul mercato del lavoro del CNEL ci confermano che il passaggio dalla forma a tempo determinato a quella a tempo indeterminato è molto ipotetico: sono quasi il 58 per cento coloro che restano in forme indeterminate una volta che queste sono finite; circa il 21 per cento sono quelli che escono da forme di lavoro a tempo determinato per poi non poter accedere a niente, ossia rimanere inattivi o disoccupati. Questo è un tema di una rilevanza fondamentale. Nel testo della delega si parla di un contratto a tutele crescenti. Non è però declinato in alcun modo che cosa effettivamente questo significhi e come questo contratto si ponga in relazione con gli altri contratti esistenti. Non nascondo perché so benissimo che il tema delle tutele crescenti si lega con un altro dibattito molto rilevante, svolto negli ultimi giorni, che riguarda il tema delle tutele rispetto ai licenziamenti. Reputo questo un tema delicato su cui bisogna fare assoluta chiarezza, perché i licenziamenti di cui si parla, e in particolare quelli tutelati dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, niente hanno a che vedere con la flessibilità in uscita del lavoro. Questa è una mistificazione, perché la tutela, e in particolare la tutela della reintegrazione, è riservata esclusivamente, a parte ovviamente i licenziamenti discriminatori di cui nessuno può parlare perché protetti dalla Costituzione, oltre che dalla disciplina internazionale, riguarda esclusivamente quelle situazioni in cui la motivazione risulta non giustificata né dal punto di vista economico che da quello disciplinare. È questo un principio che non può essere messo in discussione se non al prezzo di mettere la vita del lavoratore nella piena disponibilità delle scelte del datore di lavoro. I principi che ci vengono ricordati dalla Carta sono tre, e vorrei brevemente rammentarli. Innanzitutto deve essere garantito il diritto dei lavoratori a non essere licenziati senza un valido motivo. In secondo luogo, deve essere salvaguardato il diritto dei lavoratori licenziati senza valido motivo ad ottenere una riparazione, e – attenzione – deve trattarsi di una riparazione che agisca da deterrente nei confronti del licenziamento illegittimo. È sbagliato dire che l’articolo 18 copre poche migliaia di lavoratori perché sono poche migliaia quelli che ottengono la reintegrazione; il problema è che cosa succederebbe se non ci fosse l’articolo 18! I lavoratori tutelati dall’articolo 18 sono 7,5 milioni: è un discorso un po’ diverso. Il terzo elemento, secondo me cruciale, sancito nella Carta di Nizza, è il diritto dei lavoratori a poter contestare davanti ad un organo terzo (che può essere un giudice, ma non necessariamente) le ragioni con cui il datore di lavoro ha motivato il licenziamento, anche quelle di carattere economico. Tutti noi siamo sensibili alla necessità di dovere anche ridimensionare il numero dei lavoratori quando c’è un’esigenza economica, ma qui non si sta discutendo di questo, quanto del fatto che questa esigenza esista e sia motivata. Non può essere una decisione incontestabile del datore di lavoro perché altrimenti sarebbe troppo banale che qualsiasi tipo di licenziamento senza giusta causa e senza giusto motivo finisca per essere giustificato con ragioni di tipo economico. Ora, è proprio per la necessità di dare voce sul posto di lavoro anche ai lavoratori, e non solo ai datori di lavoro, senza per questo richiamare conflitti, ma anzi auspicando rapporti di ottimizzazione comune, che io guardo con grande perplessità ad alcuni aspetti ipotizzati in questo disegno di legge di deleghe al Governo che interviene sullo Statuto dei lavoratori. In particolare, non ho niente contro la possibilità che si rivedano le mansioni in una situazione di crisi e di difficoltà aziendale: quello che mi preoccupa molto è che, diversamente da quanto già prevede lo Statuto dei lavoratori, la delega non si preoccupi di precisare che il tutto debba avvenire con attenzione al livello salariale garantito al dipendente e attraverso l’interlocuzione con i sindacati, ovviamente quelli più rappresentativi al livello nazionale, in una contrattazione con tutti i sindacati che possa riguardare la singola azienda e la situazione specifica. Non possiamo affidare scelte così delicate a decisioni unilaterali, altrimenti andiamo indietro davvero di qualche secolo nella storia calpestando qualche diritto che ci sta a cuore, che è stato conquistato per sempre; così come teniamo ai diritti fondamentali dell’uomo e alla Costituzione, che contiene valori che non sono di ieri e che valgono per sempre.
RICCHIUTI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, oggi affrontiamo un tornante decisivo della legislatura, un tratto di attività che segna il modo e la profondità di senso con cui questa compagine parlamentare sa parlare alle italiane e agli italiani. Tra questi, Laura: 32 anni, laurea magistrale, esperienza decennale, single. Laura lavora per sette euro l’ora per una cooperativa presso alcuni Comuni. Fa un lavoro delicatissimo; lavora da settembre a giugno, luglio ed agosto senza paga, niente TFR, niente malattia, niente ferie. Per sopravvivere deve integrare la miserabile paga facendo altri lavoretti, compreso il passare la notte in una comunità una volta la settimana. La sua situazione è la normalità per chi lavora per le cooperative. Poi c’è
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Federico: 24 anni, un diploma e molti altri corsi di specializzazione. Per cercare un lavoro qualsiasi accetta la posizione di apprendista e lavora undici ore al giorno, ma viene pagato per otto. Di fatto, la formazione non la fa; è autonomo sul lavoro, ma piuttosto che stare a casa si adatterebbe a fare qualunque cosa e poi, se reclamasse i suoi diritti, il giorno dopo sarebbe senza lavoro. La sua situazione è la normalità. Linda, Marco e Luisa lavorano come commessi nei negozi dei centri commerciali. Tutti e tre sono laureati, ma non lo hanno dichiarato nei curricula, perché altrimenti non li avrebbero assunti. Lavorano su due turni, sette giorni su sette. Non possono fare ferie, altrimenti a casa. L’edilizia oggi è in crisi e sono riapparsi i caporali che raccolgono non gli extracomunitari, ma i muratori disoccupati italiani. Tutti in nero: basta fare dei controlli nei cantieri. Giovanni, con altri, lavora in un supermercato dove lavorano 50 ore la settimana, ma sono pagati per 40. Giovanni ha chiesto il pagamento degli straordinari; il giorno dopo era a casa. Esistono le cooperative di lavoro gestite dalla ‘ndrangheta, che trattano i lavoratori come schiavi. Esistono gli schiavi in agricoltura, sia nel mantovano, nell’agro pontino, nel tavoliere e in Calabria. Per non parlare dei giovani che lavorano praticamente gratis. Ecco, a tutti questi lavoratori, giovani e meno giovani, noi rischiamo di togliere non solo sacrosanti diritti, ma anche dignità: loro saranno i futuri poveri, tanti con il master in tasca. Mio padre era un operaio dell’Alfa Romeo e ha fatto centinaia di ore di sciopero negli anni Sessanta per rivendicare i diritti dei lavoratori e per costruire una società più giusta, per quelli come lui e per le future generazioni. Mi ricordo perfettamente quei tempi: i soldi che mancavano nella sua busta paga non ci permettevano di tirare la fine del mese e questo non lo potrò mai dimenticare. Le sue lotte e quelle di migliaia di lavoratori come lui si concretizzarono con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori. Non contribuirò a distruggere quello che è costato loro sacrifici, lacrime e sangue. Non è ideologia né nostalgia: è la carne delle persone. Oggi la riforma del lavoro dovrebbe servire per eliminare il precariato e per estendere i diritti a tutti; quindi è indispensabile eliminare la maggior parte di questi contratti «vergogna», le false partire IVA, compreso il contratto a temine del decreto Poletti. Uno dei nostri emendamenti va in questa direzione. Vogliamo estendere la cassa integrazione ordinaria e straordinaria a tutti i lavoratori? Bene, il costo è zero per lo Stato, perché il contributo per la cassa integrazione è a carico del datore di lavoro e dei lavoratori. Basta farlo pagare a tutti e abbiamo risolto il problema. Prevedetelo nella delega! Quanto alle mansioni, è un principio di civiltà del lavoro che il prestatore di lavoro progredisca gradualmente, in termini di responsabilità, mansioni e stipendio. Un lavoratore che sapesse che dovrà fare lo stesso identico lavoro per tutta la vita senza mai avanzare nel contesto organizzativo dell’impresa sarebbe una persona le cui aspettative legittime sono conculcate e per il quale il cosiddetto ascensore sociale è fermo. Per questo, lo Statuto dei lavoratori ha modificato il codice civile (articolo 2103) e ha vietato il cosiddetto demansionamento, che consiste nel dedicare il prestatore a mansioni inferiori a quelle pattuite o a quelle superiori cui successivamente egli si sia dedicato, svilendone la professionalità. Nessuno nega che vi possano essere momenti di particolare tensione produttiva ed organizzativa che impongono maggiore flessibilità, né che i processi di lavoro spesso oggi possano contemplare uno spettro di mansioni che spazi da operazioni meramente manuali a lavori di maggior contenuto concettuale e che questo spettro possa essere ricompreso tutto in una mansione. Tuttavia, la materia del contenuto della prestazione di lavoro è oggetto della contrattazione e in quella sede in Italia si sono raggiunti già livelli di flessibilità molto significativi. Quindi, se si deve intervenire per legge sulla materia, occorre ancorare la possibilità del cambio di mansioni in peggio solo a processi di riorganizzazione e ristrutturazione dovuti a comprovate difficoltà economiche dell’impresa. E veniamo all’articolo 18. E qui mi rivolgo al collega Sacconi, che sta in Parlamento dal 1979 e che ci fa la predica della modernità e del rinnovamento ma dice le stesse cose di destra da 35 anni: bisogna stabilire la verità. La reintegra è un rimedio per un fatto illecito. Prevede una sanzione se i contenuti della regolazione del lavoro sono violati. È inutile stabilire delle regole se poi la garanzia ultima dovesse sparire. Il datore di lavoro avrebbe sempre l’arma del licenziamento, anche illegittimo, per mettere a tacere qualunque lavoratore dovesse far valere il proprio diritto. Ripeto: l’articolo 18 è un rimedio per la violazione di regole, quali che esse siano. La sua abolizione non ha senso logico né giuridico. Abolire l’articolo 18 equivale a legalizzare il reato di furto o di rapina: è del tutto inutile regolare la proprietà o il possesso dei beni se poi chi commette un furto la fa franca per legge. Per restare nella metafora del furto: il ladro che, per legge, deve restituire la refurtiva, non se la può cavare con un risarcimento e se la tiene. Se viene costruito un manufatto in area archeologica o sismica, l’abuso edilizio deve essere abbattuto. Quindi la cosiddetta restitutio in integrum è la forma normale di riparazione di un fatto illecito. Ci sono poi quattro argomenti insopportabili. Il primo è quello per cui c’è disparità tra coloro che sono garantiti perché si applica loro l’articolo 18 e quelli che – in stragrande maggioranza – quella garanzia non l’hanno. La soluzione evidentemente è estendere le tutele a chi non le ha, non toglierle a che li ha. Il secondo è che per i fatti illeciti è sufficiente la tutela risarcitoria. Non è così: la reintegra sul posto di lavoro è la più efficace ed è la più coerente con l’articolo 1 della Costituzione. La monetizzazione può essere scelta dal lavoratore, ma non può essere imposta, anche perché l’esecuzione sui beni dell’impresa può rivelarsi infruttuosa se questa ha capitali all’estero, come spesso accade. Il terzo argomento è che con la tutela universale per la disoccupazione involontaria, una sorta di indennizzo per la perdita del lavoro per tutti, il problema della reintegra sarebbe superato. Non è vero per niente: una cosa sono i cicli economici che portano alla crisi aziendale e alla disoccupazione involontaria; ben altra il licenziamento illegittimo. Il quarto argomento è che l’articolo 18 riguarderebbe solo lo 0,001 per cento dei lavoratori. Ma, se così fosse, perché è cruciale abolirlo? Come fa una norma che riguarda così poche persone a essere un freno agli investimenti? Tralascio poi che la riduzione delle garanzie finora non ha portato alcun aumento nell’occupazione e che la gran parte degli imprenditori – tra cui, ad esempio, Prada e General Electric – non dice che l’articolo 18 è il loro principale problema. Come è falso affermare che gli investimenti esteri non arrivano perché esiste l’articolo 18. Basta leggere le dichiarazioni dell’amministratore delegato proprio della General Electric, De Poli, che in Italia fa 11.000 dipendenti e che ha comprato l’Avio. Quello io lo chiamo un investimento. Gli investimenti esteri non arrivano perché la corruzione in Italia ha inquinato l’economia sana a favore di quella criminale in termini insopportabili e la libera concorrenza è alterata. Gli investimenti non arrivano perché il processo civile ha tempi assurdi. Non si investe in Italia o, meglio, in alcune zone dell’Italia, perché le mafie hanno sostituito lo Stato. Gli investimenti non arrivano perché in Italia chi falsifica i bilanci non è punito, ma premiato (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Barozzino) e, quindi, non c’è la libera concorrenza. E allora forse è il caso di approvare in fretta il reato di falso in bilancio, quello vero, non quello inserito nel disegno di legge di Orlando; approvare il reato di autoriciclaggio e approvare l’interruzione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Un imprenditore ha bisogno di certezza del diritto, qualcosa di
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sconosciuto in Italia. L’articolo 18 è solo un falso problema. Serve a mascherare la nostra incapacità di prendere le decisioni vere, quelle che il convitato di pietra, Silvio Berlusconi, non ci permetterà mai di prendere. Il lavoro non è una merce di scambio qualsiasi. Stiamo parlando di persone che hanno disperati bisogni: soprattutto quello di potersi costruire un futuro e di affrancarsi da paghe da fame, quando ce l’hanno. Non ci si faccia condizionare dalla destra, che ha fatto la crisi di questi anni, tramutando il fondamento del nostro Paese dal lavoro alla precarietà. A destra bisogna guardare per salutarla, dirle addio e starle lontani, non per abbracciarla. Combattiamo i vincoli imposti dalle consorterie forti e non smantelliamo le tutele per i deboli. Si abbia il coraggio della realtà, delle storie vere, degli occhi dei nostri giovani, di chi si sente sempre più fuori e che vi è tenuto da chi è sempre più dentro. Oggi Matteo Renzi ha ribadito che il dissenso può portare nel partito a un voto, ma non può essere un veto. Il mio dissenso però è vero e la discussione non può essere priva di contenuti, vuota, deve esserci vita e per coglierne i termini non deve occorrere un vate. Questa riforma deve dare lavoro ai disoccupati, non solo valori alle multinazionali. Sollecito quindi tutti i miei colleghi a votare con coerenza e non per cieca credenza. Contesto la decisione di porre la questione di fiducia su un emendamento del Governo. Taluni dicono che si tratta di un segno di debolezza. Personalmente non so dire; ma avverto la mancanza di una discussione sui contenuti, sulle esperienze e sulle persone. Il voto di fiducia sposta l’oggetto della votazione, non solo in senso tecnico-procedurale, ma in questo caso, come raramente in altri, lo sposta in chiave politica e devia l’attenzione dal merito dei problemi, riduce al silenzio i dissensi di questi giorni. Aspetterò di vedere il testo su cui la fiducia verrà posta e mi auguro di poter constatare che si sono fatti dei passi avanti in modo che io possa rinnovare la fiducia al Governo che sostengo. Dico però sin d’ora che la mia opposizione alle norme sbagliate del jobs act non è a termine, cari colleghi; il mio dissenso non dura 24 ore e poi scade per svanire in un malinteso senso di responsabilità. Io devo responsabilità e credibilità ai precari, ai disoccupati, agli esodati, ai lavoratori discriminati e alle donne licenziate in gravidanza. Staremo a vedere. IDEM (PD). Signora Presidente, prendo la parola per introdurre il tema del lavoro sportivo. In merito ho presentato due emendamenti che purtroppo sono stati dichiarati inammissibili. Voglio comunque parlare di questo tema perché penso che se ne sappia troppo poco. Uno di questi emendamenti avrebbe consentito di portare il tetto massimo per la deducibilità fiscale per le aziende delle sponsorizzazioni sportive da 250.000 a 300.000 euro, abrogando la norma che consentiva comunque alle associazioni dilettantistiche sportive, che operano secondo il regime della legge n. 398 del 1991, di defiscalizzare importi per oltre 50.000 euro. Pertanto, l’obiettivo, senza alcun costo per le casse dell’erario, sarebbe stato quello di razionalizzare e semplificare il sistema della disciplina fiscale delle associazioni sportive semplificando notevolmente gli adempimenti. Si pensi a cosa può voler dire in tema di lavoro sportivo intervenire in merito alle disposizioni fiscali per le associazioni sportive. L’altro emendamento che avevo presentato si proponeva di innalzare il tetto dei compensi esentasse annui per le prestazioni sportive da 7.500 euro a 8.200 euro, equiparandoli pertanto ai redditi di lavoro dipendente esenti fino a tali importi in virtù della detrazione esistente. Sopra questa soglia, ritenuto che sopra detti importi non si possa parlare correttamente più di volontariato, la disciplina si suddivide tra chi ha già un’attività lavorativa principale, con conseguente copertura previdenziale e assicurativa, per cui i compensi restano inquadrati come lavoro occasionale e soggetti al regolare regime fiscale previsto per tale attività, e chi non ha altra occupazione e per cui l’attività dello sport è diventata quella principale e viene equiparata alle vecchie collaborazioni coordinate e continuative, con conseguente applicazione del relativo regime fiscale, assicurativo e previdenziale. Vengono poi semplificati gli adempimenti legati al rapporto sportivo. A questo punto penso che sia opportuno illustrare come attualmente si configura il lavoro nello sport o, meglio, come non si configura, diventando vero e proprio arbitrio. L’articolo 1 della legge n. 91 del 1981 divide lo sport italiano in due grandi categorie: quello professionistico e quello dilettantistico. Si diventa sportivi professionisti se la federazione di appartenenza lo delibera. Ad oggi solo cinque federazioni sportive (calcio, pallacanestro, ciclismo, pugilato e golf) hanno un settore professionistico. Questo significa che solo il 10 per cento dello sport (cinque federazioni su 45) ha ritenuto soddisfacente la risposta che questa legge del 1981 dava. Ne consegue che nel dilettantismo sportivo troviamo messe insieme e disciplinate dalle stesse regole realtà socioeconomiche molto diverse: la tennista che vince il Roland Garros in Francia, il grande sciatore e i tennisti e sciatori del dopolavoro, la squadra di pallavolo di serie A e quella della parrocchia. Sì, è proprio così. Per fare dei nomi, i proventi di atlete come Federica Pellegrini e Flavia Pennetta, che non hanno bisogno di presentazione e che fanno attività sportiva a tempo pieno, sono disciplinati dalle stesse regole di chi gareggia e percepisce compensi in categorie molto inferiori e che, comunque, fa attività sportiva solo al termine del proprio lavoro principale, che già gli offre (o gli dovrebbe offrire) le garanzie che la Costituzione italiana prevede in capo a tutti i lavoratori. Infatti, non ci si è resi conto che nel mondo dello sport dilettantistico ora ci sono migliaia di persone che non svolgono più tale attività per diletto ma come loro specifica scelta professionale di vita. Migliaia di studenti ogni anno escono dai corsi di laurea in scienze motorie (e ricordo che questo percorso è stato trasformato in laurea a tutti gli effetti soltanto alcuni anni fa), però la realtà sta tanti passi indietro rispetto a questo quadro professionale e questi studenti si preparano ad entrare da laureati in un mondo di dilettanti: basti pensare a tutto il mondo delle palestre di fitness e wellness. Queste persone (ci riferiamo, oltre che agli atleti, ai tecnici, agli istruttori, agli addetti agli impianti sportivi, eccetera) si trovano ad operare oggi senza nessuna copertura. Non esiste tutela per la maternità. Nelle cosiddette scritture private tra atleti ed associazioni sportive si trovano le cosiddette clausole antimaternità. Voglio citare il caso di Adriana Pinto, che è stata una cestista, punta di diamante di una società faentina nonché beniamina della società locale. Quando è rimasta incinta, è stata additata come traditrice della città e della squadra, perché «quella volta lì» ha deciso di non abortire. E voglio precisare che quello di Adriana Pinto non è un caso isolato. Non esiste copertura previdenziale, con la prospettiva che i giovani lavoratori nel mondo dello sport di oggi, un domani si troveranno senza alcun tipo di copertura pensionistica. Voglio a questo punto citare un’altra anomalia. Purtroppo c’è un altro caso da citare: quello della ciclista professionista a tutti gli effetti, ma dilettante per la legge, Marina Romoli. Nel 2010 ha subito un incidente stradale in allenamento ed è rimasta paralizzata. Per fortuna non ha avuto colpa per l’incidente, così avrà almeno la pensione per aver subito questo incidente. Per quanto riguarda la previdenza infortunistica, però, non ha nessuna copertura perché per la legge è una dilettante. Invece, stava svolgendo il suo lavoro di allenamento. Apro poi il tema della
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tutela della sicurezza sul posto di lavoro. Siamo oggi in grado di garantire per gli atleti sportivi la sicurezza sui posti di lavoro? Bisogna cominciare a parlare di questi temi. Gli emendamenti che ho presentato cercano di dare una risposta e una tutela a questi bisogni, affinché lo sport possa costituire una effettiva possibilità di lavoro e non solo di precariato privo di tutele per i nostri giovani, tenendo presente la specificità dello sport e il difficile momento economico che sta attraversando. A partire da queste proposte emendative (che vorrei fosse possibile trasformare in ordini del giorno) è ad ogni modo necessario avviare in sede parlamentare un percorso di studio e di condivisione con il mondo dello sport, i suoi operatori, formatori e praticanti in merito al tema lavoro sportivo, al fine di tracciare linee nette di divisione tra i vari operatori nello sport, il professionismo, il dilettantismo e il volontariato. A tutt’oggi, tutto è nello stesso contenitore. Colgo a questo punto anche l’occasione per entrare nel merito di ciò che io chiamo il Far West dei requisiti che danno titolo a operare nei vari settori dello sport. A titolo esemplificativo, basti ricordare il caso dei cosiddetti “corsi di abilitazione” che in pochi mesi e spesso dietro pagamento di cifre molto alte danno la possibilità di accedere alla professione sportiva con gli stessi titoli di chi ha invece duramente conseguito una laurea quinquennale in scienze motorie. Come possiamo tutelare la sicurezza e la formazione delle nostre ragazze, ad esempio iscritte ad una scuola di danza, quando è possibile che vi accedano insegnanti improvvisati, a tutti gli effetti, senza alcun titolo riconosciuto e grazie a un semplice corso diabilitazione di pochi mesi? L’analogia tra chi consegue una laurea in scienze motorie e chi frequenta un semplice corso libero di abilitazionerischia di provocare ulteriori storture nell’ordinamento sportivo e gravi danni per gli addetti. L’esigenza dunque di un’attenzione specifica verso il tema del diritto sportivo e una riforma dell’ordinamento appare oggi non più rinviabile. Ringrazio per l’attenzione. TOCCI (PD). Signora Presidente, la richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è, a mio avviso, un segno di debolezza. Il Governo chiede al Parlamento una delega a legiferare, mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo in questo modo si impadronisce del potere legislativo, per disporne a suo piacimento senza alcun contrappeso istituzionale: il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, ma senza quei principi e criteri direttivi prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto. Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito. In questo modo, la legge delega finirà per essere priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell’articolo 18. Se ne parla sui media ma non risulta nei testi. D’altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento: sarà poi il Governo, tra qualche mese, a scrivere i veri decreti. L’importante è ora creare l’apparenza di una grande riforma. L’argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Diciamo la verità: ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro! Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno ad un chiaro progetto di cambiamento, ma soprattutto perché non vi è alcun motivo pratico per ingaggiare l’ennesimo duello giuslavorista. Il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi, solo qualche mese fa pronto a dire che ridiscutere dell’articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione; altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l’opinione pubblica, per coprire evidenti difficoltà dell’azione del Governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea. Temo che si vada consolidando un metodo di governo basato sulla continua ricerca di un nemico; ciò può servire a creare un consenso effimero, ma non aiuta il Paese a trovare una rotta, asseconda il rancore sociale, ma non coagula le passioni civili per il cambiamento. La furia distruttiva stavolta è indirizzata verso un bersaglio inesistente; un altro ceffone alle mosche. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non esiste più nella legislazione italiana perché è stato cancellato da Monti due anni fa. Si racconta ancora la bufala secondo la quale nell’Italia di oggi un’impresa non può licenziare per motivi economici e disciplinari. Lo scorso anno ci sono stati circa 800.000 licenziamenti individuali; solo il 10 per cento portati in tribunale; solo lo 0,3 per cento annullati. Infatti, il Governo tecnico ha eliminato tutti i vincoli degli anni Settanta. È rimasto il reintegro solo nel caso più estremo, quando cioè il magistrato constata la falsità della giusta causa. Se ora si cancella quest’ultima garanzia, un lavoratore potrà essere licenziato con l’accusa di aver rubato, oppure con la giustificazione di una crisi aziendale, perfino se un processo dimostrasse che si tratta di falsità. In altre parole, per licenziare una persona diventa legittimo dichiarare il falso in tribunale: non è flessibilità economica, ma barbarie giuridica, che nega un principio generale del diritto: quod nullum est, nullum effectum producit. Una soglia mai varcata dal ministro Fornero o, forse, dovrei dire dalla compagna Fornero, riconoscendo amaramente che il Governo tecnico ha certo sbagliato sugli esodati, ma ha difeso i diritti dei lavoratori meglio del Governo a guida PD. In seguito alle nostre critiche, è stato riproposto il reintegro nel caso dei disciplinari fasulli, ma non per le false cause economiche. Questo canale diventerà privilegiato per ottenere licenziamenti ingiustificati. D’altronde, per svuotare un secchio d’acqua basta un solo buco, non ne servono due. In apparenza, quindi, Renzi attacca la Camusso, ma nella realtà contesta la Fornero. È curioso che l’ex Presidente del Consiglio, Mario Monti, presente in quest’Aula come senatore a vita, non senta il bisogno di difendere la sua legge, che pure presentò in tutti i consessi internazionali come strumento per la crescita del PIL. Solo in Italia può accadere che dopo due anni si scriva un’altra legge sul lavoro, senza neppure analizzare gli effetti della precedente. Da venti anni la legislazione è in continua mutazione, senza risolvere alcun problema, aumentando solo la burocrazia. Si attacca la magistratura per la varietà dei giudizi, a volte davvero troppo ampia, dimenticando che proprio l’eccesso di legislazione ha impedito il consolidarsi della giurisdizione sui casi esemplari. Ciò che allontana davvero gli investitori stranieri è proprio il susseguirsi frenetico di nuove regole. Se si riflette onestamente su questa anomalia italiana, appare ridicola la retorica dei conservatori che hanno bloccato le riforme degli innovatori. È vero esattamente il contrario: sono state approvate troppe riforme, tutte, purtroppo, sbagliate, e questa proposta di legge persevera negli errori del passato. Si continua a far credere che abbassando l’asticella dei diritti, riprenda la crescita; l’esperienza dovrebbe averci convinto che la svalutazione del lavoro ha contribuito pesantemente alla crisi di produttività perché ha ridotto la capacità d’innovazione. Si
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continua a contrapporre garantiti e non garantiti, mentre è evidente che entrambi hanno perso diritti nel ventennio, come certifica ormai anche l’OCSE. La contrapposizione poi è ancora più falsa in questo disegno di legge poiché mantiene il reintegro per i lavoratori occupati e lo toglie ai giovani neoassunti. Si continua con la politica dei due tempi: “ora aumentiamo la precarizzazione, poi verranno gli ammortizzatori sociali”. Fin dalle leggi Treu la promessa non è mai stata mantenuta e anche questa volta il passo indietro nei diritti è certo e immediato, mentre il sussidio di disoccupazione è incerto e insufficiente. Si continua a denunciare il freno del sindacato quando è evidente a tutti che non ha mai contato così poco nelle fabbriche. I politici, anche della vecchia guardia, hanno sempre polemizzato con i leader sindacali, ma hanno sempre impedito l’approvazione di una legge di rappresentanza che desse voce ai lavoratori. Si continua nell’illusione che basta incentivare il tessuto produttivo attuale per creare lavoro, ma la ripresa non avverrà facendo le stesse cose di prima. Non suscita nessuna riflessione il fallimento dei bonus fiscali per l’assunzione, della garanzia giovani, né la scarsa risposta alle offerte dei prestiti della BCE. Che altro deve succedere per capire che ormai le norme e gli incentivi sono strumenti inutili se non si innova la struttura produttiva del Paese? Nel primo annuncio del jobs act, subito dopo le primarie, tutte queste leggende sembravano abbandonate, ma ora sono tornate in auge; la forza del passato ha preso il sopravvento, riducendo l’entusiasmo della novità ad una stanca retorica. Il grande rottamatore porta a compimento i programmi dei rottamati di destra e di sinistra. Ben due generazioni hanno creduto agli annunci di una flessibilità coniugata ai diritti e sono rimaste ferite. La promessa di uscire dal buco nero della precarietà è troppo seria per essere delusa; stavolta alle parole devono seguire i fatti. Solo da questa preoccupazione muove la mia critica. Sento dire che il contratto a tutele crescenti dovrebbe eliminare la sacca di precarietà: qualcuno mi sa indicare il comma che assicura questo risultato? Purtroppo non esiste poiché il nuovo contratto si aggiunge ai precedenti e le imprese non ricorrono al tempo indeterminato se possono continuare a gestire rapporti di lavoro meno costosi e senza futuro; anzi, questi sono stati ulteriormente incentivati con il decreto Poletti di luglio, che ha abbassato le garanzie dei contratti a tempo determinato e dell’apprendistato; inoltre nel presente disegno di legge delega si amplia perfino l’uso del voucher. Si è annunciata l’eliminazione del co.co.pro, ma è molto difficile che da questa figura parasubordinata si approdi a un vero contratto di lavoro; è più facile invece che si regredisca nel sommerso delle partite IVA. D’altro canto anche i critici di sinistra – bisogna riconoscerlo – peccano di normativismo, illudendosi che basta togliere questa o quella figura contrattuale per migliorare la qualità del lavoro. C’è un lavoro autonomo di seconda generazione legato alla trasformazione tecnologica del nostro tempo; è una figura anfibia che non si può ingabbiare negli schemi tradizionali dell’impresa e del lavoratore, ma va riconosciuta nella sua peculiarità e sostenuta con strumenti non convenzionali. L’armatura giuslavoristica di questa legge delega non riesce a contenere il fenomeno e anzi rischia di soffocarlo. Questo carattere anfibio del lavoro terziario richiederebbe l’attivazione di tutele di tipo universalistico – pensionistiche, formative, di welfare territoriale – a prescindere dalle forme contrattuali. Perfino il sostegno al reddito deve essere legato allo status di cittadinanza e non può essere limitato solo al passaggio da un’occupazione all’altra, come invece è necessario e assolutamente prioritario per il lavoro dipendente. La vera flessibilità è quella del lavoro autonomo; per quello subordinato sarebbe molto più semplice ricondurre l’ordinamento a poche e chiare figure contrattuali che prevedano un periodo di prova e di formazione prima dell’assunzione definitiva e forme di impiego temporaneo più costoso e legato a reali esigenze produttive. Questa semplificazione è credibile solo se si attua la riforma più difficile in Italia, cioè l’obbligo di rispettare la legge. La gran parte della precarietà nel lavoro subordinato si regge infatti su una pratica d’illegalità e di elusione. In questa proposta si delega il Governo a fare tutto tranne che a organizzare un efficiente sistema di controlli sulle condizioni di lavoro; basterebbe rafforzare il corpo degli ispettori del lavoro e incrociare le banche dati con la lotta all’evasione fiscale e previdenziale, con l’obiettivo di sopprimere il lavoro nero e aumentare la vigilanza sulla sicurezza. Tuttavia, a dare il buon esempio darebbe essere prima di tutto lo Stato. Nella stragrande maggioranza i contratti precari della pubblica amministrazione sono illegali, perché utilizzano rapporti temporanei per funzioni continuative e in alcuni casi di delicato interesse pubblico. La recente promessa di assumere 150.000 insegnanti che attualmente hanno cattedre annuali va nella giusta direzione e dovrebbe riguardare anche le tante figure che si trovano in condizioni simili (ricercatori, archeologi, ingegneri, architetti, informatici e operatori sociali), non solo per rispettare la dignità di quei lavoratori, ma anche perché la valorizzazione delle loro competenze aumenterebbe la qualità delle politiche pubbliche. Anche le gare d’appalto a massimo ribasso oggi contribuiscono a diffondere l’illegalità e il precariato selvaggio, mentre la committenza pubblica dovrebbe prendersi cura del rispetto dei diritti del lavoro. È curioso che questa proposta di legge si occupi del mercato privato e ignori completamente le responsabilità dello Stato come datore di lavoro diretto e indiretto. Tra le righe di questo provvedimento si legge una sfiducia nel futuro del Paese. Si ritiene che l’Italia non possa essere diversa da come è oggi: non sia in grado, cioè, di modificare la sua struttura economica tradizionale ormai messa fuori gioco dalla competizione internazionale. Si pretende di risolvere il problema eliminando i diritti e riducendo i salari, già oggi i più bassi in Europa, magari utilizzando gli 80 euro e il TFR per pareggiare il conto. Sembra una scelta di buon senso, ma è una via senza uscita. I Paesi emergenti saranno sempre nelle condizioni migliori di costo per vincere la concorrenza. L’unico modo per mantenere il rango di grande Paese consiste, invece, nel migliorare il livello tecnologico, la specializzazione del tessuto produttivo, l’accesso nell’economia della conoscenza. Ma ci vorrebbe un’agenda di Governo tutta diversa. Bisognerebbe puntare sulla formazione permanente per migliorare le competenze, mentre qui si promuove per legge il demansionamento dei lavoratori. Si dovrebbe puntare sulle politiche industriali della green economy, mentre il decreto “sblocca-Italia” rilancia la rendita immobiliare. Si dovrebbe puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, che invece subirà altri tagli con la legge di stabilità. Si dovrebbe puntare sull’economia digitale non a parole ma con azioni concrete che ancora non si vedono. Non si è mai cominciato a cambiare verso, purtroppo. Finora si sono visti solo passi indietro. Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il jobs act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del PD. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti.
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VERDUCCI (PD). Signor Presidente, senatori, rappresentanti del Governo, l’urgenza che sentiamo è quella di un Paese che non può più aspettare, stremato da troppi anni di crisi, da insopportabili divari tra chi, la stragrande maggioranza della nostra società, ha perso terreno, benessere, possibilità di riuscita e i pochi che hanno potuto avanzare al riparo di rendite, di posizione e di speculazione. Ci sono diseguaglianze enormi – lo sappiamo – di reddito, ma anche di protezioni sociali e di opportunità. Io non ho dubbi su quale debba essere la nostra parte, il nostro punto di vista. Deve essere innanzitutto quello degli esclusi, di chi non è messo nelle condizioni di far valere il proprio talento per sé e gli altri. C’era stato spiegato che avremmo vissuto una modernità liquida e invece questo è il tempo dei ghetti, dei muri invalicabili che impediscono di essere protagonista e di farsi valere a chi non ha dalla sua buona sorte, buona nascita e buona famiglia. Nel nostro Paese, quello che è per antonomasia la terra della creatività, se hai una buona idea o un buon progetto ma non un capitale o un patrimonio non trovi quasi nessuno disposto a finanziartelo. Il nostro è il Paese in cui le imprese, soprattutto quelle piccole artigiane, legate alle comunità territoriali, sono tra le più tassate in Europa, mentre le tasse sulle rendite finanziarie sono tra le più basse. Bene ha fatto il Governo, con il decreto IRPEF dello scorso anno, a ridurre l’IRAP, un’imposta che colpisce soprattutto le imprese che vogliono crescere, e a farlo trovando copertura dal prelievo sulle transizioni finanziarie. Il nodo è qui: scegliere con chi stare; porre con forza al centro dell’agenda politica la questione della nuova emarginazione e, dunque, il tema dell’inclusione per chi non ha un lavoro o lo ha in nero oppure è precario. Ci sono lavoratori che non vengono mai menzionati, come chi ha le partite IVA, che nascondono un lavoro subordinato senza alcuna tutela, come i docenti a contratto delle università, gli sfruttati dell’economia o dell’economia cognitiva. C’è un costo insopportabile per la nostra democrazia che toglie credibilità alla politica e alle istituzioni. È la mole di energia vitali che sono sprecate, inutilizzate e impossibilitate ad esprimere le proprie potenzialità sul terreno costitutivo della cittadinanza, sul terreno del lavoro. Oggi, nel nostro Paese e nella nostra Europa, in milioni vivono questa condizione, che è drammatica, di minorità e subalternità e che è anche una condizione di fallimento esistenziale, perché è intollerabile per chi è costretto chiudere un’azienda cui ha dedicato tutti gli anni della propria vita, così come è insostenibile perdere l’occupazione per chi ha cinquant’anni e non ha gli strumenti per ricominciare e rimettersi in gioco. È mortificante avere venticinque o trent’anni e vivere a intermittenza con contratti di collaborazione di pochi mesi in un circuito vizioso di precarietà e disoccupazione, che si alimentano a vicenda, senza voce, senza diritti, senza tutele e senza possibilità di maturare pensione. Ecco perché è venuta l’ora di cambiare. È ora che la politica stia da questa parte, dalla parte di chi il lavoro non ce l’ha o di chi ha un’occupazione precaria. È ora di ricostruire intorno a loro un sistema di welfare che sia universale, capace di innovazione e inclusione sociale, l’una e l’altra insieme, perché l’innovazione senza l’inclusione non va da nessuna parte e rischia di aggravare la crisi. Abbiamo, del resto, ancora addosso il lascito di questi vent’anni di cosiddetta seconda Repubblica che sono stati fallimentari e che hanno bruciato enormi aspettative. L’imprinting decisivo fu quando venne adottata una legislazione sui contratti che introdusse tantissimi lavori atipici. Intorno a quei lavori non mettemmo un nuovo sistema di tutele universali, costringendo tantissimi lavoratori al rango di lavoratori poveri, senza rappresentanza sindacale né politica. Il peso della crisi in questi anni è stato scaraventato per intero sui lavoratori. Ricordo bene il 2008 quando il Governo della destra, appena reinsediato, cancellò, con un colpo di spugna, gli strumenti contro le dimissioni in bianco, lasciando una marea di lavoratori e, soprattutto, di lavoratrici alla mercé di una pratica vergognosa di stampo feudale. Qui sta l’urgenza di intervenire, di chiudere un ciclo e di mettere le basi per ripartire. E tra gli indirizzi di questa legge delega, grazie soprattutto al lavoro del Gruppo del Partito Democratico, c’è una norma che impedisce le dimissioni in bianco. È una riconquista su cui ricostruire anche un patto per il lavoro e per la sua civiltà. Questa è la discontinuità che il Governo Renzi deve poter dare ai tantissimi che il 25 maggio hanno chiesto cambiamento. C’era in quel voto una richiesta di protagonismo, di emancipazione, ma anche di protezione e di tutela. C’è stato un tempo in cui si trovava un lavoro e lo si portava dietro per tutta la vita. Poi è arrivata la grande trasformazione della globalizzazione, della rivoluzione digitale, della divisione internazionale del mercato del lavoro. Quel modello è finito e ne è arrivato un altro: asimmetrico, segmentato e, soprattutto, contrassegnato da una precarietà strutturale. Discontinuità è smettere di far finta che questo non sia avvenuto, e fare i conti con il fatto che questo nuovo modello ha provocato perdita di valore sociale del lavoro, di ruolo dei lavoratori e risentimento diffuso verso la politica. Discontinuità è bonificare, mettere in sicurezza, riscrivere questo modello, estendendo tutele e diritti, senza toglierne a chi non ne ha, arrivando a regime a una indennità universale per il reinserimento lavorativo ed educativo, che riformi nel loro complesso gli ammortizzatori sociali. Estendere la maternità, il diritto ai contributi figurativi, avere in Italia servizi per l’impiego specializzati. Insomma, un sistema del lavoro funzionante, basato su qualità e merito. Questo indirizzo sta tra le tracce della delega. Adesso a noi e al Governo compete che questo emerga e diventi scossa che rimette in moto un meccanismo di equità e di competitività. Qui, signor Ministro, c’è il tratto costituente di un Governo che su questo terreno, prima ancora che su quello delle riforme costituzionali, può riscrivere un patto repubblicano e di cittadinanza, dando basi solide e retroterra sociale alla terza Repubblica che vogliamo costruire. Qui sta l’occasione della delega, che è una grande opportunità per rafforzare e rinsaldare la fiducia di tanti, che è indispensabile per ripartire e per concretizzare la speranza. Per questo voglio dire: guai a sbagliare! Guai a commettere passi falsi che potrebbero rendere il provvedimento inutile o anche dannoso. Per questo è importante ascoltare, innanzitutto le parti sociali. Per questo è stato importante questa mattina l’incontro. Perché noi dobbiamo rinnovare e rifondare la rappresentanza, non demolirla. Per questo alcuni contenuti vanno rafforzati e specificati. Qui sta il significato di tre emendamenti che ho presentato insieme a tanti colleghi, che insistono su tre punti cardine di questa nostra riforma. Il primo è quello della semplificazione dei contratti, del disboscamento dei troppi contratti atipici; e, in base a questo, dare al contratto a tempo indeterminato la prevalenza che merita, facendone il perno del nuovo sistema, in modo che sia vantaggioso, economicamente e fiscalmente, per i lavoratori e per gli imprenditori. Inoltre, fare in modo che il demansionamento non vada a penalizzare i lavoratori, ma sia frutto di accordi nelle aziende. Così pure un’attenzione importantissima va data al tema specifico di come ripensare le tutele nel quadro del nuovo contratto di inserimento, rafforzando la possibilità di reintegro in caso di licenziamento discriminatorio o disciplinare. Qui c’è un punto fondamentale, innanzitutto, rendendo esigibile un diritto che oggi, molto spesso, esiste solo sulla carta. Bisogna riscrivere regole equilibrate, certe, semplici, che aiutino le imprese (che oggi molto spesso sono costrette a rimanere piccole) a crescere in innovazione e in qualità. Questa è una battaglia decisiva, per creare occupazione e per il lavoro, per la tenuta del Paese e per la credibilità del Governo. Ma torneremo a crescere solamente creando
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occupazione, creando le condizioni di un sistema che attragga investimenti. Per questo delega lavoro e legge di stabilità (quella legge nella quale decideremo dove prendere i soldi e a chi destinarli) stanno insieme, indissolubilmente: perché serviranno coperture per il nuovo welfare inclusivo, così come da impegni che sono stati presi; perché servirà il sostegno pubblico per investimenti che creino lavoro; perché serviranno politiche industriali mirate e selettive. E poi perché servirà vincere in Europa la battaglia contro l’austerità e la battaglia per mettere da parte il fiscal compact; per concretizzare quei 300 miliardi di investimenti che il presidente Juncker ha promesso sulla base della nostra sollecitazione; per non far fallire la seconda asta della BCE, in modo che non vada a ingrandire i portafogli dei titoli di Stato, ma soddisfi le esigenze del lavoro e dia ossigeno alle imprese. Tutto questo significa rimettere al centro il lavoro e ha un grande significato per la politica, per la sua autonomia, per la sinistra e per il suo radicamento. Questa è la sfida: quel che conta è che alla fine del percorso, nella scrittura dell’ultimo dei decreti delegati, potremo dire di avere esteso diritti e tutele a più lavoratori rispetto a oggi, possibilità di una buona occupazione a più persone rispetto a oggi, senza guerre tra poveri, stando dalla parte dei padri e dei figli, di chi lavora senza orari, senza coperture in caso di malattia, senza ferie retribuite; dalla parte degli operai della grande azienda multinazionale licenziati ingiustamente per motivi disciplinari, dalla parte dell’impresa che investe in qualità e servizi e dalla parte chi vuole un lavoro degno delle sue aspettative. È una sfida difficile, certo, ma vincerla è il nostro compito e sono convinto che ci riusciremo.
8 ottobre 2014
LEPRI (PD). Signor Presidente, signori colleghi, non è un’esagerazione: oggi ci accingiamo a votare una riforma che non esito a definire storica. Non è propaganda, è la verità. Ci saranno voluti – tra qualche anno, quando saranno stati finalmente implementati ed attuati i decreti – quasi cinquant’anni per veder evolvere davvero una concezione dei rapporti tra capitale e lavoro e una concezione della vita lavorativa ormai indiscutibilmente ancorata al passato. Negli anni ’70 quelle riforme furono necessarie contro la rappresaglia antisindacale e un’organizzazione fordista a forte rischio di soprusi. Ma quell’estensione dell’articolo 18 anche ai licenziamenti economici e la radicalizzazione di alcuni tratti antagonistici tra capitale e lavoro (mai risolti) hanno contribuito, insieme a tanti altri fattori, al lento declino dell’economia italiana. A questo disegno hanno contribuito certamente una politica debole o addirittura succube, una classe imprenditoriale, almeno per quanto riguarda la rappresentanza degli imprenditori, poco aperta ad una visione comunitaria e partecipativa e i sindacati, dove è prevalsa una visione contrattualistica, se non conflittuale, e poco aperta a tutelare un orizzonte di lungo periodo per i lavoratori. È prevalsa, insomma, quell’idea dell’inamovibilità del posto dove si è scambiata bassa produttività, bassa partecipazione e bassi salari. Non esito a definire questo un patto scellerato, che, sommato agli altri spread competitivi, ha progressivamente ritirato la fiducia degli investitori. Così questa idea di un lavoro di proprietà si è affermata al punto che, anche di fronte a crisi aziendali indiscutibilmente irrisolvibili e senza sbocco, si è sovente insistito con ammortizzatori assurdi, se non utili per tutelare un reddito che non c’era, oppure si è insistito con una mobilità lunga, lunghissima, che ha anticipato una pensione che era ancora troppo lontana; e si è evitato in ogni modo di utilizzare queste persone, che avevano pur sempre un beneficio pubblico, in attività di pubblica utilità, perché queste avrebbero in qualche modo prefigurato la perdita del lavoro. Ora si cambia l’idea della tutela. Non vengono meno le tutele: questo è importante ricordarlo a chi fa troppa propaganda in questi giorni. Cambia il modo in cui la tutela si assicura, anche per i lavoratori a tempo indeterminato. Il lavoratore a tempo indeterminato continua – ed è sacrosanto – ad essere tutelato verso il licenziamento discriminatorio o per cause disciplinari palesemente insussistenti. Ma, per le cause economiche, sarà previsto un significativo indennizzo: un assegno di disoccupazione, l’ASPI, che viene esteso a tutti e, soprattutto, dei servizi importanti, forti ed efficaci di formazione e di ricollocazione. L’idea insomma è molto semplice: decida l’imprenditore quando ci sono ragioni economiche e decida meno il giudice, si ridia certezza dei costi di separazione e tempi certi alla giustizia. Basti pensare che oggi in Italia abbiamo cause di lavoro che durano mediamente due anni, quando in Germania durano quattro mesi. In Italia abbiamo il 60 per cento di ricorso in appello, quando in Germania è il 5 per cento. Ma c’è molto altro. Si è parlato quasi solo in questi giorni, purtroppo ingiustamente, delle riforme relative all’articolo 18. C’è molto, molto altro, di cui quest’Aula ha parlato molto poco e che fa finta di non considerare: ad esempio il codice semplificato, che sarà una grandissima rivoluzione. Non so – mi riferisco soprattutto a chi ha così duramente ed anche un po’ ignobilmente polemizzato in queste ore – se qualcuno fra voi – molti colleghi l’avranno fatto sicuramente – ha letto la riforma Fornero, in modo particolare gli articoli relativi al licenziamento. È un esercizio davvero di alta scuola; chi tra noi è arrivato alla fine ha dovuto fare qualche riassunto, e forse non ci ha capito. Ma, se non ci capiamo neanche noi, possono capirci gli imprenditori stranieri che non conoscono l’italiano? È evidente che dobbiamo semplificare la disciplina del lavoro che negli ultimi venti, trenta o quarant’anni si è stratificata. Queste procedure relative alla legislazione così stratificata sono troppo bizantine; hanno fatto la fortuna di avvocati, consulenti, burocrati dello Stato, ispettori, ma hanno frenato la libera iniziativa e insabbiato gli ingranaggi del mercato del lavoro. Insieme alla semplificazione del linguaggio e delle procedure, vi saranno semplificazioni anche nelle forme contrattuali; saranno superati i contratti di collaborazione falsi; avremo certamente la necessità di ridurre le forme precarie di lavoro atipico (penso a stage e a tirocini), che oggi sono troppo inopportunamente utilizzati sfruttando i nostri giovani. Se il lavoro a tempo indeterminato costerà meno (come sarà contenuto nell’emendamento e poi sarà precisato in modo indiscutibile nella legge di stabilità), è verosimile pensare davvero che quelle forme atipiche subiranno un drastico ridimensionamento e che con questa formula il lavoro a tempo indeterminato diventerà progressivamente, come tutti ci auguriamo, il modo tradizionale e preferenziale con cui si assumeranno i lavoratori, giovani e meno giovani. Vi è poi l’unificazione dell’ASPI per tutti; vi è la rivoluzione delle politiche attive del lavoro, finalmente con un’unica agenzia nazionale che non mortifica la programmazione regionale, ma consentirà davvero una
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progettualità che oggi è mancata, con un sistema di accreditamento che sarà misurato a risultati e permetterà alla pubblica amministrazione di esercitare un ruolo di governo più che di gestione. Vi sono nuove risorse per i contratti di solidarietà; vi è il fascicolo elettronico che consentirà in tutta Italia di conoscere l’offerta dei lavoratori; vi è l’interoperabilità e lo scambio di informazione; vi è l’attività ispettiva semplificata, e potrei continuare. Sorge d’obbligo la domanda: perché queste riforme non sono state fatte prima? Io rispondo che vi è stata una somma di inerzia collusiva o conflittuale, che sono due facce dell’identica medaglia svalutata. In conclusione, dunque, con la delega la sfida è per tutti: è per la politica, come ho già evidenziato, ma è anche per gli imprenditori che avranno molti meno alibi; è per i sindacati, che restano un baluardo insostituibile contro i soprusi e a difesa della tutela del lavoro e della sua dignità, ma che ora devono accettare nuove sfide a cominciare da una nuova logica di conciliazione tra le parti, la sfida della partecipazione della democrazia economica e quella di organizzare i servizi per l’impiego. In altre nazioni i sindacati e le organizzazioni non profit sono molto attive in questa attività, che loro possono opportunamente svolgere. La sfida è anche per la pubblica amministrazione, che deve rimettersi in gioco, deve diventare facilitatore, garante dell’accesso, accreditatore più che gestore diretto dei servizi per l’impiego e, più in generale, dei servizi pubblici. La sfida è per i lavoratori, che devono accettare questa logica dell’empowerment, della capacità e della volontà di crescere, di progredire, di formarsi e di riqualificarsi. Dunque, sono previste più formazione, più promozione, ma anche più tutele – come ho già sottolineato – per chi oggi ne ha troppo poche. Se verrà approvata, questa delega non sarà in bianco; il Parlamento e il nostro partito in particolare contribuiranno ancora, e molto, alla stesura e al vaglio dei testi dei decreti e soprattutto alla loro implementazione. Per oggi, per ora, ci basta la sfida di una riforma storica con l’approvazione di linee guida che cambieranno dunque non solo il mercato del lavoro, ma anche la stessa concezione del lavoro: meno conflittuale, più cooperativa; meno orientata ai diritti pretesi, più orientata a garanzie come opportunità. Insomma, è una visione meno difensiva del lavoro e più aperta alle sfide nuove.
FABBRI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ci apprestiamo ad approvare la legge delega sulla riforma del mercato del lavoro in una versione che, come dichiarato, terrà conto dell’ ampio dibattito sviluppatosi in questi mesi. Una riforma che, come le altre, il Paese ed i lavoratori si aspettano da questo Governo e da questo Parlamento. Un argomento che ha sempre legittimamente diviso le forze politiche e gli schieramenti ma che noi, dopo anni di crisi, con la responsabilità che portiamo e sentiamo nei confronti di chi ha diritto al lavoro, vogliamo affrontare con la tensione di chi non si limita a rivendicare, senatore Tosato, ma ha il coraggio e la determinazione per cambiare. Sono convinta, infatti, che alla fine riusciremo a trovare la giusta dimensione per una riforma che servirà da stimolo anche a far ripartire l’occupazione. Si tratta di un dibattito affrontato al di là degli steccati ideologici, con l’obiettivo comune di aprire e rendere accessibile il mercato del lavoro a chi oggi non ha occupazione e a chi oggi non ha nessun tipo di garanzie: penso ai giovani disoccupati, al popolo delle partite IVA, ma anche a chi un posto di lavoro lo ha perduto in questi anni. Inoltre, la norma dovrà essere da stimolo ai tanti imprenditori che non si sono arresi alla crisi e continuano ad investire nel capitale umano; un provvedimento rivolto alle aziende straniere perché possano decidere di impegnare risorse nel nostro territorio; un provvedimento che renda i lavoratori uguali nelle tutele e nelle difese. Questa determinazione è anche un modo per restituire credibilità alla classe dirigente di questo Paese. Questo significa sedere in Parlamento, consapevoli del proprio ruolo, per ridare dignità a tanti lavoratori e lavoratrici che nel corso di questi anni, complice la situazione economica, da precari, hanno perso la speranza verso il futuro. Sono di ieri i dati del rapporto della fondazione Migrantes: rispetto agli stessi mesi del 2012, il numero delle partenze dall’Italia, cioè di quanti decidono di andare all’estero, ha superato del 16,1 per cento il numero di chi guarda ormai all’Italia come un luogo dove provare a creare occupazione, una vita, un futuro. Complici di ciò sono la recessione economica e la disoccupazione. A questa premessa aggiungo la riflessione su un tema che ritengo imprescindibile e legato alla riforma del mercato del lavoro: la sicurezza sui luoghi di lavoro. Colleghi, come sapete, da poco si è insediata la Commissione d’inchiesta sulle cosiddette morti bianche, gli infortuni e le malattie professionali che mi onoro di presiedere. È un onore sì, ma anche una grande responsabilità. Provengo dal mondo delle piccole e medie imprese e so molto bene come, purtroppo, il tema della sicurezza tocchi non solo tutte le Regioni in Italia, ma trasversalmente quasi tutti i settori economici e produttivi, e come, soprattutto in questo momento, sia forte il rischio che gli infortuni e le morti sul luogo di lavoro aumentino. I dati del 2013 parlano di un lieve calo. Non so se anche nel 2014 si confermerà il trend discendente di questi anni, è un auspicio. Certo è che da quando presiedo la Commissione, cioè dal 7 luglio scorso, ho rilevato quasi 100 casi di morti sul lavoro, senza contare gli infortuni e purtroppo i casi di incidenti in itinere. Parliamo di quasi cento 100 vittime in tre mesi di lavoro, senza contare che nel mese di agosto molte imprese e molti lavoratori si sono fermati per la pausa estiva: una media drammatica e non accettabile per un Paese civile, una vera e propria piaga per la nazione. È un’emergenza che toglie dignità al lavoro e al lavoratore; un’emergenza nazionale che la politica non può ignorare limitandosi a commentare le statistiche. Per questo credo sia necessario provare a riflettere e sia doveroso affrontare il tema nel suo complesso, unitamente alla riforma del mercato del lavoro. La questione che riguarda in particolare il nostro Paese è l’educazione e la cultura alla prevenzione sui posti di lavoro. Sono stata recentemente ad Adria, vicino Rovigo, dove qualche settimana fa ci sono stati i funerali delle 4 vittime morte in uno stabilimento in quel Comune e, al di là del dolore delle famiglie delle quattro vittime, una delle cose che più mi ha colpito è stato l’imbarazzo e lo stupore di un maresciallo dei carabinieri, che mi raccontava come in uno stabilimento di una multinazionale americana poco distante dal luogo dell’incidente nemmeno alle forze di polizia fosse possibile entrare se non fossero rispettate tutte le norme di sicurezza. Credo sia un esempio di come nel nostro Paese a mancare siano proprio la cultura e l’educazione al rispetto delle regole per la sicurezza sui luoghi di lavoro. Tale passaggio impone alle istituzioni tutte una priorità: la salute e la sicurezza sono il valore aggiunto del nostro sistema economico. Per questo, colleghi, credo sia fondamentale che la sicurezza sui luoghi di lavoro non possa e non debba diventare terreno di scontro politico. Tale tema non può essere oggetto di strumentalizzazione all’interno del dibattito politico sulla riforma del mercato del lavoro e mi riferisco ad alcuni interventi che ho ascoltato in questa Aula la scorsa settimana. Non possiamo permettere che alcuno schieramento speculi sulla dignità e sulla salute dei lavoratori. I dati allarmanti che ci arrivano, in particolare quelli relativi allo scorso mese di settembre con il perdurare della crisi, devono imporre alle istituzioni e alle forze politiche di interrogarsi e trovare insieme una soluzione.
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Abbiamo visto che le regole e le sanzioni non bastano: servono obiettivi da raggiungere anche attraverso la formazione e l’informazione. Molto fanno gli istituti preposti, un lavoro fondamentale sempre in sinergia con le istituzioni. Molto c’è ancora da fare: c’è il nodo controlli. Ed è dall’INAIL, un ente che ha in sé molte potenzialità, infatti, che arriva il monito di migliorare il coordinamento di controlli e riorganizzazione, sul riordino e sul coordinamento delle competenze, confermando la valenza strategica della tematica inerente la razionalizzazione dei controlli pubblici. Chiedo dunque il contributo di tutti, Presidente. L’articolo 1 della nostra Costituzione sancisce il diritto al lavoro, che non può prescindere dal diritto alla salute e all’incolumità del lavoratore e delle lavoratrici. Il fenomeno degli infortuni sul lavoro conserva in Italia dimensioni inaccettabili. In un Paese civile, non possiamo abbassare i livelli di sicurezza in un’ottica di risparmio e chiediamo in tal senso il contributo di tutti. Il lavoro della Commissione d’inchiesta sarà, da questo punto di vista, serrato. Diverse sono le informative che abbiamo chiesto alle prefetture competenti nei luoghi in cui sono accaduti gli incidenti e sono già calendarizzate le audizioni sia con il Ministro del lavoro e che con i rappresentanti dell’INAIL nazionale. Un altro tema su cui provare a modificare l’approccio di chi, come noi, deve interessarsene, è la questione dei grandi appalti. Se è vero che investire è la parola chiave per rilanciare il nostro Paese e renderlo competitivo a livello globale, aggiungo che è fondamentale investire con attenzione al tema della sicurezza, punto qualificante per chi vuole giocare un ruolo da protagonista, ragione per cui ci recheremo anche nei cantieri di Expo 2015. Come pure provare a dare il nostro contributo in siti come Taranto, non solo sul piano morale o investigativo, ma come pungolo perché il tema della sicurezza sia o diventi, per quel complesso industriale, una performance qualificante alla stregua della qualità produttiva. Non possiamo permettere che nei momenti di difficoltà il sistema imprenditoriale, per mantenersi competitivo, tagli i costi sulla sicurezza ritenuti a torto differibili e, a volte, eccessivi. Ragionare di riforma del mercato del lavoro significa ragionare anche di un nuovo modello di sviluppo. Ragionare di semplificazione del quadro normativo, di razionalizzazione dei soggetti deputati al controllo, di provvedimenti capaci di sostenere la ripresa economica, significa ragionare di futuro. Da qui dobbiamo partire per restituire dignità al lavoro e per chi non ha alcun tipo di tutela e garanzia. Per queste ragioni, lancio un appello in questa Aula: non strumentalizziamo il futuro e la speranza dei lavoratori e delle lavoratrici di questo Paese; non lasciamoli soli nella loro insicurezza; iniziamo restituendo loro fiducia e dignità; ragioniamo di come invertire le politiche anticicliche di questi anni restituendo garanzie a chi oggi non le ha. Da qui si riparte con l’educazione al lavoro e alla cultura della sicurezza, perché, permettetemi di dire, casi come quelli di Adria, di Ravenna e di tante altre parti del nostro Paese non debbano più succedere. PARENTE (PD). Signora Presidente, siamo arrivati al momento finale del percorso del disegno di legge delega, avviato in Commissione lavoro nel mese di aprile. Vorrei richiamare la vostra attenzione sul valore delle riforme e quindi sulla necessità delle riforme per l’Europa, non solo perché il momento è difficilissimo economicamente, ma anche per il valore delle riforme in sé. Riformare un sistema presuppone orecchie e occhi attenti alla realtà, per capirla, intercettarla e farla propria, avvicinandosi ad essa senza categorie preconcette o ideologismi. Nello stesso tempo, è necessario partire dalla realtà per disegnare nuovi modelli, nuove politiche e nuove visioni: riformare significa accogliere i cambiamenti e costruire soluzioni per il presente ed il futuro sulla base di bisogni ed esigenze veri delle persone e della società. È il nostro compito in quest’Aula, signora Presidente, nell’approvare il disegno di legge di delega sul lavoro. Quando ci avviciniamo alla realtà del lavoro, ci rendiamo conto che è composta da tre momenti, quello che succede per l’inserimento nel mondo del lavoro, durante l’attività lavorativa e quando si perde il lavoro. Ora, questi tre momenti sono cambiati strutturalmente, perché è cambiato il sistema economico, sociale e politico di riferimento: il primo elemento fondamentale è che si entra nel mondo del lavoro tardi, con modalità discontinue, e si vive più a lungo; il secondo è che non vi è un mestiere, ma un universo di lavori; il terzo è che nessuna impresa, negli ultimi trent’anni, è rimasta uguale a se stessa, dal punto di vista organizzativo, competitivo e di business. Di fronte a tali mutamenti, non possiamo più ragionare di processi statici del lavoro: è una sfida per noi, per il sindacato e per l’organizzazione delle imprese. Il modo migliore di proteggere il lavoro e di mantenere l’occupazione è costruire strumenti che vadano incontro ad esigenze diverse: questa è la delega, con l’allargamento degli ammortizzatori sociali, con l’istituzione dell’Agenzia per l’impiego, con politiche attive per il lavoro e con il sostegno alla maternità ed alla conciliazione tra lavoro e famiglia. In questi giorni si è parlato tanto di diritti, ma io penso – e lo dico anche alla mia parte politica – che sia arrivato il momento di costruire una nuova stagione di diritti, correlata ad una nuova stagione di doveri e ad una comune etica del lavoro tra imprese, lavoratori e lavoratrici. Mi riferisco al diritto al sostegno al reddito, per i periodi di non lavoro, correlato però al dovere del lavoratore e delle lavoratrici di rendersi disponibili ad una nuova offerta di occupazione e formazione. Mi riferisco anche al diritto all’orientamento ed alla formazione continua, ma anche a quello di avere la stessa qualità di servizi al lavoro in tutto il territorio nazionale. Mi riferisco poi al diritto alla riqualificazione professionale, perché molte innovazioni attraversano il lavoro, a partire dalla digitalizzazione. Altro che lavori di serie A e B. Questa è la nuova impalcatura dei diritti che dobbiamo costruire. D’altra parte, è dovere delle aziende riprendere una responsabilità sociale di impresa ed è per questo che lo Statuto dei lavoratori va adeguato alle nuove esigenze organizzative e tecnologiche. Nella delega c’è. Questo va rafforzato con riferimento alla contrattazione nazionale di secondo livello, perché è lì che le parti discutono di innovazione e cambiamenti. Con questa delega mai più una ragazza e un ragazzo devono sentirsi soli nella ricerca di lavoro. Una società libera ed aperta deve garantire pari opportunità di accesso al lavoro e – voglio dirlo a parte dell’opposizione – non solo per chi ha reti familiari e amicali. È questa costruzione giustizia? È questa riduzione dei diritti? Su questo va costruito il merito. Mai più, con questa delega, chi perde lavoro a cinquanta anni non ha possibilità di essere inserito e ricollocato al lavoro e magari non ha il sostegno al reddito perché ha partita IVA. Signor Ministro, la delega va all’allargamento degli ammortizzatori sociali, ma noi dobbiamo andare verso l’universalizzazione dei diritti e anche l’allocazione delle risorse deve sostenere questa politica. Mai più non prendersi cura delle disoccupate e dei disoccupati. Scriveva Ezio Tarantelli un articolo, nel 1985, «Disoccupati per l’eternità?», declinando le sue proposte, pagando con la vita il coraggio delle sue idee. Il percorso che abbiamo compiuto in questi mesi in Commissione lavoro, onorevoli senatori, è stato positivo. Lo hanno ricordato molti dei miei colleghi e il relatore stesso, con la collaborazione costruttiva anche delle opposizioni, soprattutto in tema di politiche attive del lavoro. Ma per me c’è di più. Ci sono
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delle questioni che vanno affrontate per risolvere problemi di debolezza strutturale italiana che non hanno colore politico, come il tema delle semplificazioni (articolo 3 della delega). La semplificazione non rientra in un programma di parte. Esercita un richiamo ampio, soprattutto in periodi di difficoltà economiche, in cui la riduzione delle complessità dei lacci burocratici è importante per le aziende in generale, per quelle piccole in particolare e per molti di noi nella vita quotidiana. Con una disoccupazione del 12,3 per cento, giovanile al 44,2, con le crisi aziendali sempre più frequenti, con l’espulsione di ultra cinquantenni, il lavoro in Italia non può essere argomento ancora così divisivo e intriso di ideologia. Troppa è l’attenzione – a mio parere – e forse eccessiva in queste ultime settimane, dell’opinione pubblica sull’articolo 18. La delega è molto altro. Certo, introducendo un contratto a tutele crescenti significa intervenire sulla normativa dell’articolo 18. Ma lo spirito della delega è stato sempre quello di rendere il contratto a tempo indeterminato come la forma comune di contratto di lavoro, disboscando anche tutte quelle tipologie diverse che producono precarietà. In questo il testo uscito dalla Commissione va rafforzato. Concordo con chi l’ha detto in quest’Aula. Per agevolare l’occupazione e il contratto a tempo indeterminato, occorrono incentivi contributivi e fiscali, riordinando e razionalizzando quelli esistenti, come previsto dalla delega. Serve certezza e stabilità delle regole sui licenziamenti per gli imprenditori. Se la legge n. 92 ha prodotto troppo contenzioso, questo va rivisto. Di questo parliamo. La delega non è un provvedimento concluso. Ci saranno i decreti attuativi. Tante questioni saranno lì risolte. Certo, da sola la delega non può rilanciare il lavoro in Italia. Occorre un pacchetto di riforme come quelle già messe in campo dal Governo Renzi, dalla pubblica amministrazione alla giustizia, ad una attenzione alle risorse europee, alla promozione del made in Italy, ad azioni per incentivare investimenti. C’è poi da affrontare in maniera seria il tema della scarsa produttività nel Paese, sicuramente insieme ai sindacati, dando spazio alla contrattazione decentrata. Concludo, signor Ministro. Noi parlamentari stiamo delegando la funzione legislativa al Governo. Il Parlamento avrà la possibilità di dare un parere sui decreti delegati. La storia legislativa italiana è piena di deleghe non attuate e di riforme mancate. Questa è la volta buona. Noi confidiamo che questa sia la volta buona per attuare una riforma strutturale e di sistema. Abbiamo fiducia in lei e nel suo Governo come i cittadini e le cittadine dovranno avere fiducia nel Parlamento, in quello che stiamo approvando oggi, perché le condizioni reali del lavoro le abbiamo in casa. Sono quelle delle nostre e dei nostri figli. A loro una politica che costruisce il futuro deve guardare. SACCONI, relatore. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, care colleghe e cari colleghi, credo possa ritenersi che la discussione sia stata davvero ampia, anche se caratterizzata da molti pregiudizi, alcuni dei quali tesi a sopravvalutare le potenzialità negative delle disposizioni che saranno precisate con i decreti delegati in relazione ai diritti e alle tutele nel lavoro, altri, invece, rivolti alla sottovalutazione delle potenzialità positive che questa riforma potrà generare. Non posso non rilevare la significativa assenza nel dibattito di un partito importante, Forza Italia, nel quale non ha preso la parola nessun esponente. Mi auguro che questo silenzio voglia preludere ad un atteggiamento costruttivo e non ad una distratta considerazione di quanto stiamo facendo. Voglio anche sottolineare le molte, orgogliose rivendicazioni del metodo e dei contenuti propri della tradizione riformista da parte di molte senatrici e molti senatori, in modo particolare di quelle senatrici e di quei senatori che appartengono alla Commissione lavoro. Cito per tutte e per tutti la senatrice Parente, intervenuta poco fa. I riformismi, quello della senatrice Parente e del senatore Pagano, ma, come ho detto, anche quello di molti altri, si sono incontrati emblematicamente in questo provvedimento, che ci auguriamo possa determinare più lavoro e migliore lavoro in un contesto di crescita della nostra economia reale. Farò pochissime osservazioni, che rimetto in modo particolare al Governo, tutte tese a rafforzare quella coniugazione di flessibilità e sicurezza che è sempre stata l’ambizione delle riforme di questi anni, anche di Governi sostenuti da maggioranze di segno diverso. In questo ambito colloco l’auspicio che ogni economia rinvenibile nell’ambito dell’esercizio delle deleghe sia destinata a rafforzare gli ammortizzatori sociali, auspicando peraltro che la legge di stabilità, come più volte osservato, possa destinare risorse aggiuntive dedicate in modo particolare all’universalizzazione dei sussidi, ancorché su base assicurativa. Inoltre, colloco l’auspicio che si possa produrre una robusta convergenza delle politiche attive delle Regioni, che oggi sono invece caratterizzate da fortissima dispersione e incongruenza degli interventi. Auspico però che la riforma costituzionale, ora all’esame della Camera, possa disegnare un federalismo a geometria variabile, fatto di Regioni o Province autonome, come quella meritevole di Bolzano, capace di confermare e consolidare poteri, anche con riferimento alle politiche attive del lavoro, mentre auspico che la competenza primaria in materia di lavoro e formazione possa ritornare allo Stato, dopo le disastrose esperienze della maggior parte del territorio nazionale. Ancora, credo sia doveroso raccogliere l’invito, venuto da molti interventi, a che si promuova il contratto a tempo indeterminato tanto con abbattimento di oneri diretti e indiretti sul lavoro quanto con regole semplici e certe, riferite soprattutto alla materia dei licenziamenti, in modo che non vi sia, ancora una volta, consegna di potere discrezionale al giudice, con l’effetto di ridurre la propensione ad assumere che noi invece vogliamo incoraggiare, soprattutto quando si rivolge al contratto a tempo indeterminato. La revisione delle tipologie contrattuali, doverosa – e io stesso nella relazione ho auspicato il superamento della strana esperienza delle collaborazioni coordinate e continuative – si deve anche coniugare con la possibilità di modificare la regolazione di quelle che sopravvivranno in modo che risulti più semplice e più certa. Il mercato beve, utilizza, ciò che appunto si caratterizza per regolazione semplice, certa e certamente applicata dagli interpreti, dalle funzioni ispettive come da quella giurisprudenziale. Le esigenze delle imprese devono coniugarsi con quelle del lavoratore in termini di tutela della dignità e della professionalità. Questo vale in particolare per gli articoli 4 e 13 dello Statuto dei lavoratori (dell’articolo 18 abbiamo già detto poco fa). Per quanto riguarda in modo particolare le mansioni, è bene che, accanto a regole certe sul modo di adeguare le mansioni alle riorganizzazioni produttive, vi sia un riconoscimento della capacità della contrattazione aziendale di effettuare ulteriori modi con cui il datore di lavoro e il lavoratore si adattano reciprocamente in relazione a obiettivi comuni. Il senatore Berger e poco fa anche la senatrice Parente e molti altri hanno indicato le potenzialità della contrattazione di prossimità, che in altra sede e con altri strumenti avremo il dovere di promuovere, quanto più riportando anche a incentivazione adeguata quel salario che viene deciso nell’ambito di una contrattazione che potremmo definire di per sé virtuosa, perché consente di collegare il reddito alla maggiore produttività e così
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permette di far crescere il reddito dove le condizioni d’impresa lo consentono, evitando quell’appiattimento che ha spesso mortificato i redditi sulla base di una invasiva contrattazione centralizzata. Infine (perché no?) una sottolineatura circa una maggiore diffusione dei voucher. Dicevo nella relazione che ci dobbiamo preoccupare delle aree del Paese e dei settori nei quali i voucher non vengono utilizzati, più che dei luoghi in cui vengono utilizzati, perché pochi sono ancora i luoghi di utilizzo, molto complicate le modalità ed è bene che la maggiore diffusione si coniughi con una maggiore tracciabilità, in modo da monitorare l’evolversi di quei rapporti di lavoro, di quelle prestazioni così semplicemente definite. Mi sia consentito un ringraziamento specifico alla collega Spilabotte, la vice presidente della Commissione che ha seguito con continuità quanto me tutto il dibattito. Ho apprezzato il suo intervento. Ora, il nostro compito è di fare presto e bene; presto perché, nella misura in cui siamo convinti della necessità di queste norme, dobbiamo fare presto nell’approvare la delega e fare prestissimo nel consentire al Parlamento di esaminare quei decreti delegati nei quali certamente si potranno nascondere – come sempre nei dettagli – angeli e demoni. Confido però che saranno presenti gli angeli del rinnovamento di una legislazione del lavoro che vogliamo corrispondente agli straordinari cambiamenti che stiamo vivendo in funzione, come dicevo, di more and better job, come dicono in Europa: di più lavoro e di migliore lavoro per tutti. POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signor Presidente, onorevoli senatori, voglio esprimere in primo luogo un ringraziamento a tutti voi per il lavoro che avete fatto e per la discussione. Io ho ascoltato molti dei vostri interventi e ne ho trovato suggerimenti, suggestioni e critiche, alcune giuste e altre che assolutamente non mi sento di condividere. Ho trovato molta parte del sentimento del nostro Paese e ho trovato atteggiamenti lontani dalla sostanza della delega. Ho sentito critiche legittime, ma che non parlavano e non parlano della delega che stiamo discutendo. Cercherò quindi di riflettere con voi e di rappresentare in sintesi qual è il senso profondo di quello che vogliamo fare. D’altra parte, questa discussione si è sviluppata sul testo licenziato dalla Commissione lavoro del Senato, che voglio ringraziare particolarmente perché i lavori della Commissione hanno migliorato il testo che era stato presentato. Ci sono elementi importanti, basterebbe riflettere sul tema della solidarietà espansiva, cioè la possibilità di distribuire il lavoro tra più lavoratori, o pensare al tema, che è stato introdotto, di utilizzare al meglio le innovazioni tecnologiche e la possibilità di usare i sistemi informatici per avere le informazioni necessarie a gestire i processi, oppure alla possibilità di scambiarsi o di assegnare le ferie non godute ad un collega: atti di solidarietà e di attenzione che vanno colti ed apprezzati. Voglio riconoscere questo lavoro e ringraziarvi per quello che avete fatto. Gli obiettivi fondamentali che il Governo si pone con questa delega sono essenzialmente i seguenti. Il primo, fondamentale, obiettivo è semplificare e rendere certe le norme, le procedure e i contratti, semplificare i controlli. Credo che siamo tutti coscienti di un fatto: l’incertezza è il veleno che uccide gli investimenti. Questo è quindi il primo punto su cui dobbiamo lavorare. C’è poi un secondo punto: estendere i diritti nel rapporto di lavoro attraverso l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e abolendo e riformando i contratti che precarizzano. Estendere gli ammortizzatori riformandoli e universalizzare le tutele nella disoccupazione. Promuovere le politiche attive e costruire un’adeguata strumentazione. Rendere attiva e condizionata l’utilizzazione di tutti i sussidi. Sostenere la genitorialità e tutelare la maternità. In sostanza: vogliamo riprogettare le infrastrutture normative e gli strumenti operativi per fare in modo che la priorità del lavoro diventi davvero concretamente realizzabile. Per il Governo italiano è assolutamente centrale e prioritaria la delega lavoro in tutta la sua portata, non solo l’articolo 18, che ne rappresenta certo una parte significativa ma che nelle nostre aspettative non è, come invece potrebbe apparire dalla discussione di queste settimane, una sorta di alfa-omega della nostra riflessione. Rispetto pienamente tutte le considerazioni svolte su questo argomento. Considero forse eccessive le aspettative, in senso sia positivo che negativo, che vengono caricate su questo argomento, che è sicuramente rilevante ma meno decisivo di quanto si possa ritenere. Purtroppo, la concentrazione della discussione su questo punto ha limitato l’analisi e la valutazione di un testo che a mio avviso presenta contenuti assai rilevanti e in grado, se pienamente realizzati, di modificare radicalmente il mercato del lavoro nel nostro Paese. Per capire pienamente il segno e il senso di questo provvedimento non è sufficiente avere presenti ed elencare puntualmente i dati pesantissimi, drammatici dello stato dell’occupazione e della disoccupazione del nostro Paese, che conosciamo molto bene. Non basta scorrere le classifiche europee e confermarci nella considerazione che stiamo sistematicamente in posizioni negative. Non è urlando forte i numeri della crisi che i problemi trovano soluzioni. Piuttosto dovremmo porci, come Paese, questa domanda: come abbiamo fatto a finire in questa situazione? Com’è potuto accadere? Com’è potuto accadere che un Paese che ha grandi potenziali che tutti riconoscono viva una crisi così lunga e acuta? Come spesso accade, non c’è una risposta semplice e univoca a questa domanda, ma uno sforzo per individuare le cause va sicuramente compiuto. Noi abbiamo perso lavoro perché abbiamo perso imprese. Abbiamo perso imprese perché abbiamo perso produttività e capacità competitiva. Abbiamo perso capacità competitiva perché non abbiamo investito sulle leve fondamentali: la scuola e la conoscenza, la ricerca e l’innovazione. Abbiamo favorito e tollerato le rendite grandi e piccole; non abbiamo premiato il merito. Abbiamo prodotto uno sviluppo abnorme della presenza dello Stato e delle istituzioni, anziché promuovere e premiare l’impegno e la responsabilità dei cittadini. Abbiamo lasciato deperire il sistema della giustizia del nostro Paese. Ad un certo punto, anche sotto la spinta della paura indotta dai grandi cambiamenti epocali che hanno investito il nostro Paese, abbiamo scelto di difenderci. La difesa, quando va bene, lascia le cose come sono e stare fermi, in un mondo che corre, non può che produrre esiti disastrosi. Per questo è indispensabile un cambiamento radicale che investa tutti i campi del nostro agire. Chi critica le scelte del Governo non coglie la drammatica gravità e l’urgenza di agire per cambiare questo stato di cose, insieme e velocemente. Un cambiamento così radicale non si potrà realizzare se non affronteremo insieme anche i nodi culturali che questo Paese si porta dietro da sempre. Nel nostro caso, parlando di lavoro ed impresa, il nodo irrisolto è ancora connesso ad un’idea dell’impresa come – essenzialmente – il luogo dello sfruttamento del lavoro e, conseguentemente, un’accezione negativa che pensa che questo sia sostanzialmente un male necessario, che va con grande cura monitorato, controllato e circondato da fili spinati normativi. Noi dobbiamo cambiare radicalmente ottica: l’impresa è un’infrastruttura sociale in cui le diverse componenti del sapere, del lavoro e
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del capitale coagiscono al fine di produrre nuovo valore. Conseguentemente, la relazione tra lavoro e impresa non può più essere interpretata solo dal binomio novecentesco conflitto e contratto. Oggi il lavoro è qualcosa di significativamente diverso: è intelligenza, è conoscenza, è responsabilità, è apporto creativo. Per questo abbiamo bisogno di nuovi contratti e di collaborazione; abbiamo bisogno di cooperazione e corresponsabilità. Qualcuno mi accusa di avere un’idea romantica e tutta buonista dell’impresa e mi accusa di voler abolire i contratti, che sono lo strumento che ha storicamente consentito… Come dicevo, ha storicamente consentito di esercitare un peso e conquistarsi decenti condizioni di vita. Non ho mai sostenuto e non sostengo il superamento dei… C’è una sfida per il lavoro e c’è una sfida per l’impresa. Vogliamo continuare a difendere quello che c’è… La logica di pensiero che guida la delega è semplificare e rendere certo e prevedibile il percorso lavorativo e la relazione tra impresa e lavoro. Tutti riteniamo che il lavoro non si costruisca con i decreti e le leggi ma con la crescita. Ma la crescita si fa con le aziende, se le aziende investono, e per farlo hanno bisogno di un contesto definito. Se vogliamo che l’Italia torni ad essere un Paese amico delle imprese, capace di stimolare gli investimenti interni… Per gli investitori, l’imprenditore ha come funzione essenziale prevedere, valutare e agire tenendo conto di ciò che è… All’imprenditore aggiungiamo all’incertezza tipica della propria funzione molte altre incertezze che alla fine scoraggiano l’investimento e distruggono l’opportunità di lavoro. Quindi vogliamo con la delega semplicità e certezza. Integrazione all’intervento del ministro Poletti in sede di replica Controllate, prendete in mano una qualsiasi disposizione e vi renderete conto che è costellata di limiti, divieti, obblighi, controlli, permessi e autorizzazioni. Dobbiamo cambiare radicalmente ottica: l’impresa è una infrastruttura sociale, nella quale le diverse componenti del sapere, del lavoro, del capitale coagiscono al fine di produrre nuovo valore! Conseguentemente la relazione tra lavoro e impresa non sono più interpretabili dal binomio novecentesco conflitto-contratto. Oggi il lavoro è sempre di più intelligenza, conoscenza, responsabilità, apporto creativo; per questo abbiamo bisogno di nuovi concetti: collaborazione, cooperazione, corresponsabilità, coimprenditorialità. Quando dico queste cose qualcuno mi accusa di avere una idea “romantica” tutta “buonista” dell’impresa e mi accusa di voler abolire i “contratti” che sono lo strumento che ha storicamente consentito ai lavoratori di esercitare un peso e conquistarsi decenti condizioni di vita. Non vengo da Marte, vengo da più vicino, vengo da Imola, non ho mai sostenuto e non sostengo il superamento dei contratti, ma di un loro radicale cambiamento di logica sì. C’è una sfida per il lavoro e c’è una sfida per l’impresa e l’imprenditore! Vogliono continuare a difendere ciò che c’è? Perderemo impresa e lavoro. La delega parte anche da qui e cerca di farlo in modo organico e coerente. Non ho intenzione di illustrare la delega, la conoscete certamente molto bene. Ma ne ripercorrerò alcuni tratti essenziali che ne segnalano la logica ed il valore e ne sottolineano i tratti di innovazione e collegamento tra le parti. Lungo tutto il testo una logica di pensiero. Semplificare e rendere certo e prevedibile il percorso lavorativo e la relazione tra impresa e lavoro. Tutti ripetiamo che il lavoro non si fa con i decreti o le leggi ma con la crescita! D’accordo, ma la crescita si fa se le aziende investono e per farlo hanno bisogno di un contesto “definito”. Se vogliamo che l’Italia torni ad essere un Paese amico delle imprese, capace di stimolare gli investimenti interni ed attrarre quelli internazionali dobbiamo produrre una situazione che limiti il quadro delle incertezze e del rischio per gli investitori a quelli fisiologici. L’imprenditore ha come funzione essenziale prevedere, valutare e agire tenendo conto di ciò che è e ciò che sarà. In Italia all’imprenditore aggiungiamo all’incertezza tipica della propria funzione molte altre incertezze che alla fine scoraggiano l’investimento e distruggono opportunità di lavoro. Quindi semplicità e certezza per l’impresa, ma anche per il lavoro. È al tema della semplicità e certezza che si connette il tema della reintegrazione prevista dall’articolo 18 su cui tornerò più avanti. Guardiamo al mercato del lavoro italiano. Se su 100 lavoratori occupati in Italia più dell’80 per cento hanno un contratto a tempo indeterminato, verrebbe da dire “beh dov’è tutta questa precarietà”? Ma se guardiamo, al Flusso cioè ai contratti stipulati negli ultimi anni scopriamo che i numeri si invertono, i contratti a tempo indeterminato sono meno del 20 per cento mentre gli altri sono più dell’80 per cento. E questi non sono dati degli ultimi mesi, ma degli ultimi anni. E questo è accaduto mentre tutti insieme si recitava la filastrocca del contratto a tempo indeterminato come il più desiderabile, quello che andava sviluppato, quello con le migliori tutele! Quindi? Il tema che si propone in questo momento è di un drastico cambio di direzione, attraverso l’attivazione di un contratto a tempo indeterminato che abbia le caratteristiche di attrattività normativa ed economica in grado di invertire la tendenza in atto, facendo sì che il rapporto tra contratto a tempo indeterminato e altri contratti cominci a riequilibrarsi. Per questa ragione nella delega si propone l’attivazione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, si dichiara esplicitamente l’intenzione di renderlo più conveniente in termini di oneri diretti ed indiretti. La nostra scelta fondamentale per ridurre la precarietà per i lavoratori e dare certezza alle imprese è un drastico riordino delle tipologie contrattuali con l’abolizione delle forme più permeabili agli abusi e più precarizzanti, come i contratti di collaborazione a progetto. Contemporaneamente vogliamo attivare il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che avrà caratteristiche di attrattività normativa ed economica in grado di invertire la tendenza in atto in questi anni e che ha visto aumentare i contratti precari e ridursi a meno del 20 per cento i contratti a tempo indeterminato. In questo contesto per semplificare, superare elementi di incertezza e discrezionalità, per ridurre il ricorso ai procedimenti giudiziari, nella predisposizione del decreto delegato relativo a questo contratto a tutele crescenti e quindi per le nuove assunzioni, il Governo intende modificare il regime del reintegro così come previsto dall’articolo 18 modificato dalla legge 92/2012 eliminandolo per i licenziamenti economici e sostituendolo con un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità. Contestualmente sarà prevista la possibilità del reintegro per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare particolarmente gravi, previa qualificazione specifica della fattispecie. Per le situazioni diverse sarà previsto un indennizzo economico definito e certo. Il nostro obiettivo è avere un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che costi meno, e che sia più attrattivo e contenga meno incertezze e quindi, incentivi d’imprenditore a investire di più, o assumere di più e non utilizzare altre tipologie contrattuali meno tutelanti. Se c’è una discussione sulla modifica dell’articolo 18 e sul reintegro che è del tutto non ideologica è questa Noi non ci limitiamo a lamentarci del fatto che ci sono pochi contratti a tempo indeterminato e troppi precari; noi agiamo per modificare questa situazione! Semplificazione delle procedure. Definizione di un testo organico
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semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro. Quando parliamo di burocrazia spesso parliamo di norme complesse, farraginose, contorte e l’Italia moderna ha bisogno di questo lavoro. Con la stessa finalità la delega prevede una azione di analisi e valutazione delle forme contrattuali esistenti con lo scopo di semplificarle, modificarle o superarle. Per questa via, è nostro obiettivo semplificare e ridurre le tipologie contrattuali, a partire dalle forme meno utili e più precarizzanti quali il contratto di collaborazione a progetto. Naturalmente questa azione che va estesa a tutte le forme contrattuali dovrà tenere conto delle diverse finalità di ogni forma contrattuale anche in relazione alle effettive opzioni alternative che la nuova disciplina renderà disponibili. A valle delle nuove forme contrattuali, in coerenza con le stesse la delega propone una significativa riforma degli ammortizzatori sociali e in combinazione con gli stessi di una radicale ridefinizione degli strumenti per le politiche attive per il lavoro anche attraverso la costituzione dell’Agenzia nazionale per l’occupazione. Questo passaggio è assolutamente essenziale per la piena realizzazione del disegno previsto dalla delega. Storicamente il nostro Paese ha agito a fronte delle crisi e dei problemi occupazionali attraverso strumenti di sostegno al reddito, passivi e senza condizionalità. Noi vogliamo ribaltare questa situazione. Vogliamo estendere le tutele a quei lavoratori subordinati e parasubordinati che attualmente non ne usufruiscono o lo fanno in misura sostanzialmente insignificante. Vogliamo produrre una logica di condizionalità per cui chi ha diritto ad un sussidio sia contemporaneamente vincolato ad obblighi e condizioni e vogliamo fare in modo che i servizi per l’impiego pubblici, privati o del privato sociale prendano in carico questi soggetti e li accompagnino con progetti individualizzati in un percorso teso a superare lo stato di problematicità in cui si trovino e possano partecipare ad attività utili alla collettività. Apparirà banale, ma noi pensiamo che nessuno debba restare a casa ad aspettare, noi vorremmo che ogni cittadino italiano ogni mattina abbia una buona ragione per uscire di casa. Naturalmente buone politiche per il lavoro e buoni servizi sono indispensabili anche per l’inserimento lavorativo dei nostri giovani che sono la prima preoccupazione e il primo obiettivo per il nostro Governo. È necessario costruire l’opportunità di una reale alternanza squadra-lavoro e rendere più efficiente ed efficace il sistema della formazione affrontando il tema della sua governance della definizione delle competenze attribuite allo Stato e alle Regioni per una unificazione delle politiche ed una leale collaborazione per definire standard qualitativi omogenei su tutto il territorio nazionale. L’osservazione che viene fatta a questo impianto è che servono molte risorse e molto tempo. Banalmente mi verrebbe da dire che per chi vuole cambiare il giorno è sempre quello giusto. Se non si parte è certo che non si arriva. Per le risorse, è vero, ne servirebbero di più. Intanto il Governo assume l’impegno a finanziare per 1,5 miliardi i nuovi ammortizzatori; insieme a questo dovranno essere meglio utilizzate le risorse attualmente disponibili e si dovranno verificare le dinamiche innescate dalla legge n. 92 (cosiddetta Fornero). Inoltre le risorse risparmiate nella riorganizzazione saranno mantenute per le finalità della riforma. Il testo della delega si conclude con una importante scelta a favore della genitorialità. E con una precisa descrizione di principi e criteri volti a superare uno dei gap storici dell’occupazione del nostro Paese che vede un tasso di attività tra le donne particolarmente basso ed una rilevantissima casistica di abbandono del lavoro a seguito della maternità. Questa situazione va superata e la delega pone le basi per farlo. Il Governo italiano assegna all’approvazione della legge delega in materia di lavoro una importanza essenziale. Siamo convinti e consapevoli che su questo terreno si misura la effettiva possibilità di questo Governo e di questa maggioranza di produrre quel cambiamento che i cittadini italiani si aspettano. È un passaggio difficile, ma sappiamo che sulla quasi totalità dei contenuti di questa legge c’è pieno consenso e condivisione. • Estensione degli ammortizzatori sociali e loro riforme; • Politiche attive per il lavoro e l’occupabilità; • Revisione e semplificazione delle norme; • Revisione delle tipologie contrattuali; • Contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti; • Tutela della genitorialità e politiche per l’occupazione femminile; • Coordinamento delle attività ispettive o agenzia unica. Certo c’è un punto su cui non c’è piena condivisione tra tutti, anche nella maggioranza, nel Partito Democratico: il tema del reintegro, l’articolo 18. Non credo che queste diversità, apertamente affermate e discusse possano portare a mettere in discussione un passaggio così importante ed essenziale. Il Governo nella stesura dei decreti saprà tenere nella giusta considerazione il lavoro fatto e le posizione espresse. Ieri il Presidente del Consiglio insieme ad una parte del Governo ha incontrato i sindacati dei lavoratori e successivamente le rappresentanze imprenditoriali. Credo di poter affermare che si è trattato di un confronto utile, che non ha modificato ovviamente le rispettive posizioni, ma che ha consentito un confronto chiaro ed ha messo le basi per una riflessione ulteriore intorno ad alcuni elementi che non sono presenti tra le materie ricomprese nella delega, come la rappresentanza e le sue regole nonché il tema della contrattazione aziendale o di secondo livello, citato dal senatore Berger anche con riferimento alle caratteristiche locali peculiari. Così come con le associazioni imprenditoriali si sono affrontate le tematiche legate alla crescita e delle azioni utili ad un rilancio della stessa. C’è bisogno di un grande ripensamento: vale per la politica, vale per il Governo, vale anche per imprenditori e sindacati. Nel lavoro gigantesco di cambiamento del nostro Paese c’è lavoro per tutti! Ognuno per la parte propria, ma non c’è nessuno che possa, onestamente, sostenere di essere a posto, di avere già dato! Ho aperto il mio intervento a partire dalla drammatica consapevolezza della gravità e centralità del lavoro per il nostro Paese, per i nostri giovani, per noi tutti ed in primo luogo per il Governo. Cambiare questa situazione è il nostro obiettivo. La piena realizzazione della legge delega è uno degli strumenti fondamentali per raggiungerlo! L’Italia ci chiede il coraggio di cambiare.
FORNARO (PD). Signor Presidente, molti di noi voteranno la fiducia pur rimanendo critici sul metodo, scelto dal Governo, dello strumento della fiducia sulla legge delega e sulla scelta di questi tempi. Rimarremo critici anche nel merito. Il maxiemendamento, come dirò dopo, accoglie alcune nostre proposte emendative ma presenta ancora limiti ed eccessivi spazi di genericità. Come
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sempre è capitato ai riformisti di sinistra, saremo attaccati e criticati sia dalla nostra sinistra che dalla nostra destra. Le accuse ci sono note: arrendevoli e compromissori per i primi; conservatori e veteronostalgici per i secondai. Noi, però, non siamo né arrendevoli né conservatori. Noi vogliamo, al contrario, portare il nostro contributo all’impresa ciclopica di portare il nostro Paese fuori da questa crisi epocale. Vorremmo farlo senza, però, tradire i valori fondanti del nostro agire politico, innovando per competere in un mondo globale, senza far pagare solo ai più deboli gli effetti dei cambiamenti nei fattori di competitività internazionale. Per noi la dignità del lavoro non è un simbolo del passato, una bandiera lacera, ma il fondamento di una moderna società. Guardare al futuro con coraggio e speranza non è per noi incompatibile con l’essere consapevoli da dove veniamo e chi rappresentiamo. Il lavoro è nel DNA della sinistra italiana. È stata ed è la ragione d’essere dell’idea stessa di progresso e di libertà civile. A chi oggi guarda la difesa dei diritti dei lavoratori come un ferro vecchio della vecchia politica vorrei ricordare che noi non dimentichiamo da dove veniamo e soprattutto sappiamo dove vogliamo andare. Non fu un caso, infatti, che il progenitore di tutti i partiti della sinistra, quello che fu fondato a Genova nell’ormai lontano 1892, si chiamasse Partito socialista dei lavoratori italiani. Così come non fu un caso che il punto più alto della stagione riformatrice del centrosinistra sia stato, nel 1970, lo Statuto dei lavoratori. Ecco perché abbiamo trovato vecchio – questo sì – rivolto al passato e non al futuro, l’uso ideologico e propagandistico dell’articolo 18, della sua presunta abolizione; un articolo 18 divenuto spartiacque tra bene e male, tra passato e modernità: niente di più falso. «Oggi si fa un gran dire del fatto che l’organizzazione delle imprese – è una citazione – ha bisogno di massicce dosi di flessibilità, e questo è sicuramente vero. Ma troppo spesso si pone l’accento sulla flessibilità del rapporto di lavoro e magari si arriva diritti alla richiesta di una maggiore libertà di licenziamento. In realtà, la flessibilità produttiva che oggi è imposta dalla tipologia dei mercati riguarda in primis l’organizzazione dell’impresa. Altro che articolo 18 dello Statuto dei lavoratori! La verità è che, come spesso accade, qui da noi ci si attardi in battaglie di retroguardia e che magari la colpa dell’inefficienza alla fine ricade su chi colpa non ha. Non serve, e sarebbe bene che se ne prendesse coscienza una volta per tutte, eliminare l’articolo 18 se poi le nostre aziende continuano ad essere organizzate ed amministrate come nel secolo scorso». A scrivere queste belle parole, nel 2002, non è stato un pericoloso sindacalista rivoluzionario. Si tratta di Giuliano Amato. Il Paese esce dalla crisi con più coesione sociale, con più innovazione, più ricerca, e non con meno diritti. L’Italia esce dalla crisi ricucendo le lacerazioni nel tessuto sociale prodotte dalla recessione, e non allargandone le maglie, amplificando le distanze. Non si esce da questa crisi umiliando i corpi intermedi, umiliando le rappresentanze dei lavoratori. Al contrario, abbiamo bisogno di una grande alleanza del lavoro: imprese e lavoratori insieme allo Stato. Altro che sterili conservatrici battaglie per la distruzione dell’articolo 18 come una sorta di panacea di tutti i mali! Riconosciamo al Governo e al ministro Poletti di aver compiuto alcuni passi in avanti. In particolare, nel maxiemendamento è stata esplicitata la volontà di superare le forme di assunzioni precarie. È stata manifestata la volontà di dare centralità al lavoro a tempo indeterminato, rendendolo più conveniente rispetto alle altre tipologie contrattuali. È stato definito che, a fronte dei processi di ristrutturazione, l’eventuale cambiamento delle mansioni debba tutelare anche la condizione economica dei lavoratori. È stata infine circoscritta l’estensione dell’uso dei voucher, al fine di evitare l’aumento esponenziale di nuovo lavoro precario. Sono passi in avanti che consideriamo significativi, seppure non totalmente sufficienti. Siamo certi che alla Camera si potranno fare ulteriori progressi nella direzione che noi riteniamo giusta: quella di una maggiore tutela di tutti i lavoratori, vecchi e nuovi. In particolare, manca e continua a mancare una definizione più precisa di cosa si intenda per contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. I nuovi assunti a tempo indeterminato vedranno, quindi, ridotte – e questo è il rischio che segnaliamo – le proprie tutele rispetto ai vecchi assunti, in una misura e per un tempo non definiti. È un doppio binario che noi non riteniamo né moderno né funzionale allo sviluppo del Paese. I lavoratori sono una risorsa per l’impresa, non sono un intralcio, come è parso leggere in queste settimane. Questa affermazione era vera nella società fordista, ma lo è ancor di più, se possibile, nella società della conoscenza in cui viviamo. La lotta alle precarizzazione della vita, la difesa del diritto di un’intera generazione a poter progettare il proprio futuro: questo è il terreno vero di una battaglia riformista, non certo quello della libertà di licenziamento, nella fallace idea che il mercato sia capace di allocare correttamente le risorse umane. A questa battaglia vogliamo dare e daremo il nostro contributo in Parlamento e nel nostro partito. Concludo il mio intervento con la citazione di un altro riformista, di uno dei padri dello Statuto dei lavoratori. Una riflessione che sembra scritta oggi. Sono parole di Gino Giugni, scritte nel 2007, che credo oggi siano più che mai attuali: «Al di là della retorica e dell’ideologia dei facili slogan, la flessibilità deve servire per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro, ma deve avere dei limiti chiari, deve essere connessa con un sistema di controlli e contrappesi, non può essere evocata come fosse una parola magica che risolve tutti i problemi. Per esempio, l’aumento del periodo di prova non può condurre a una situazione in cui mai sia conveniente fare assunzione a tempo indeterminato, altrimenti, si ha solo sfruttamento. Se si moltiplicano le tipologie contrattuali a dismisura, se si continua a parcellizzare la produzione attraverso la proliferazione dei lavori in appalto, avremo ben presto un sistema interamente basato sulla precarietà e un tipo di modernità di cui nessuno ha bisogno». Gino Giugni, 2007. Chiudo perché ritengo che con queste motivazioni molti di noi voteranno dunque la fiducia. La voteranno – lo dico con grande forza – a schiena diritta. Voteranno la fiducia come atto di responsabilità verso il Paese, che non ha bisogno di una crisi di Governo. Votiamo come atto di responsabilità, con l’impegno, che ribadiamo anche oggi, di continuare a lavorare per uscire da questa crisi, per difendere la dignità del lavoro e per estendere i diritti dei lavoratori, vecchi e nuovi, in una prospettiva di crescita e di maggiore eguaglianza sociale.
SANTINI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, contrariamente a molti interventi che abbiamo ascoltato, ritengo che questa sia una delega – e quindi anche un voto di fiducia – che debba essere votata per motivazioni di cui portiamo una forte convinzione, che cercherò brevemente di illustrare. Innanzitutto, credo che a questa delega non debbano essere chieste cose che questa delega non può fare. In molte argomentazioni abbiamo rilevato che c’è quasi il gusto di mettere in relazione la gravità della situazione occupazionale con il fatto che una legge sul lavoro dovrebbe, per suo automatismo, risolvere questo problema. Lo sappiamo bene, anche se ce ne dimentichiamo, che i problemi del lavoro e dell’occupazione si risolveranno con una nuova politica economica che sappia affrontare, nelle difficoltà e nei vincoli che abbiamo, il tema della crescita e del rilancio delle politiche manifatturiere, il tema
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dei costi infrastrutturali dell’energia e il tema delle condizioni per attrarre nuovi investimenti. Questo non è un mondo separato, è un mondo che, attraverso provvedimenti governativi già attuati negli scorsi mesi ed in corso di attuazione, nonché con la imminente legge di stabilità troverà una definizione precisa. Penso al rilancio della domanda interna rendendo strutturali gli 80 euro, penso al rilancio degli investimenti detassando ulteriormente gli stessi per le imprese piccole e grandi, penso agli interventi per dare nuovo impulso all’economia che verranno realizzati con gli ecoincentivi, con il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione e con tutte le altre misure di rilancio, come la garanzia sugli investimenti. A questa delega quindi non si può chiedere quello che si farà con altri interventi. Il motivo per cui invece sostengo il voto favorevole alla delega è che semplicemente leggendola, colleghi, non si può non convenire sul fatto che questa sia una delega che parla in modo dettagliato di misure che dovranno servire a facilitare, ad aiutare, a promuovere il lavoro. Invito i colleghi a leggerla bene: si tratta di una delega che apertamente e dichiaratamente affronta le principali criticità del nostro mercato del lavoro e che cerca di delineare strade che possano fornire risposte. Porterò solo alcuni esempi (invitando tutti all’ascolto), sui quali credo sia giusto che il Parlamento si impegni, ritenendo che ci sia la capacità di realizzare gli obiettivi che la delega definisce. In questa delega – contrariamente alla vulgata che ne viene fatta da chi la vuol criticare, in modo assolutamente legittimo – si parla esplicitamente di rendere più forti le tutele per le situazioni di difficoltà del mercato del lavoro. Ci sono i primi commi, nei quali in modo dettagliato – si arriva varie volte alla lettera «h» dell’alfabeto per ogni singolo punto: più dettagliato di così credo sia difficile – si delineano i principi fondamentali di quali saranno gli interventi per razionalizzare la cassa integrazione, per estenderla, in costanza di rapporto di lavoro, a chi oggi non ce l’ha. Vogliamo fare un numero? Oggi, su 14 milioni di lavoratori attivi e dipendenti, godono della cassa integrazione in via ordinaria solo 5 milioni di lavoratori. Ce ne sono almeno altri 9 milioni per i quali non c’è questo strumento, tant’è che abbiamo dovuto inventare in piena emergenza la cassa integrazione in deroga, come tutti sappiamo. Nel disegno di legge in esame si dice nero su bianco che i fondi di solidarietà, previsti peraltro in modo un po’ velleitario dalla Fornero, debbono essere attivati. Questo è obiettivo specifico di questa delega e su questo verranno impegnate risorse. Vogliamo fare un altro esempio? L’indennità di disoccupazione, come sappiamo, oggi non coinvolge oltre un milione di persone: i lavoratori parasubordinati, i giovani che non hanno due anni di anzianità di servizio e svariate altre categorie. Nel provvedimento in esame si dice esplicitamente che tale indennità deve essere estesa nei confronti di tutte queste categorie, quindi mi pare sia un obiettivo esplicito. E siccome giustamente il dibattito della Commissione ha posto il problema che tutto ciò costa e che occorre aggiungere le risorse necessarie, alla fine della delega c’è un riferimento preciso al fatto che, contrariamente all’inizio della discussione, tale estensione dovrà avvenire eventualmente stanziando nuove risorse da coprire con adeguati strumenti legislativi. Mi pare tutto molto chiaro e preciso. E continuo rivolgendomi a chi ha ironizzato sulla maternità. Mi pare sia scritto in modo chiaro – e non occorre essere tecnici per capirlo – che la maternità con questa legge delega dovrà essere estesa a tutte le donne che lavorano, anche nel caso malaugurato, che purtroppo si verifica, in cui il datore di lavoro o il contratto di lavoro abbiano previsto che non vengano versati i contributi. Sta scritto in modo dettagliato e chiaro. Siamo sempre nell’ordine di decine, di centinaia, di migliaia, di milioni di persone che vengono interessate. Allora, quando si parla di orientamento di una delega, quando si parla di un intervento che è contro il lavoro e la dignità, credo di poter dire invece in maniera molto netta che questo è, al contrario, un percorso che valorizza la dignità del lavoro e dà le risposte che oggi purtroppo, per mille motivi, non siamo ancora riusciti a dare in questo Paese. Questo diventa allora, al tempo stesso, un modo per dire che questa è la direzione giusta, ma anche per impegnarci a realizzarla. Infine, nessuno ha parlato di un altro aspetto. Si disprezza tanto tutta la parte procedurale della delega, che è anch’essa molto dettagliata (Agenzia nazionale, semplificazioni, agenzie di ricollocazione), ignorando che il problema principale che abbiamo in questo momento, al di là delle migliaia di giovani che non trovano il lavoro, sono le 500.000 persone che hanno perso il lavoro e che devono rientrare. In questa delega si dice allora con chiarezza, mutuando anche alcuni modelli europei che funzionano, che queste agenzie del lavoro debbono ricollocare le persone con forme di incentivazione responsabile e misurabile, ed a questo servono gli ammortizzatori. Credo che sotto molti profili sia necessario impegnare il Governo a realizzare in maniera seria questa delega, che va nella direzione di avere un mercato del lavoro che sia più inclusivo e maggiormente dalla parte della promozione del lavoro. L’ultimo punto sul quale voglio soffermarmi riguarda il tema dei rapporti di lavoro. Anche da questo punto di vista vorrei invitare davvero tutti a leggere la delega per capirne la vera ratio. Si parla esplicitamente di semplificazione, di codice semplificato; si dice che c’è una gerarchia nei rapporti di lavoro; c’è un capitolo, che è stato giustamente inserito anche nel maxiemendamento del Governo, nel quale si dice che va promosso come contratto prevalente il contratto a tempo indeterminato. Questa non può essere solo un’aspirazione, perché oggi purtroppo il problema esiste. Vedete, a chi parlava di libertà di licenziare, possiamo dire che purtroppo oggi c’è la libertà di licenziare, incorporata già nell’80 per cento dei nuovi contratti di assunzione che vengono stipulati, perché sono tutti contratti temporanei, tutti contratti che prevedono già la totale libertà di licenziare. Il problema non è quello di affermare dei principi astratti secondo i quali c’è un contratto, ma quello di capire come si può realizzare seriamente in questo contesto un nuovo tipo di contratto a tempo indeterminato che, modulando in modo crescente le tutele, possa essere attrattivo per le imprese ed andare a sostituire quelle forme contrattuali che oggi sono tanto temporanee e tanto poco retribuite e contribuite, così da fare in modo di avere una risposta. Su questo, leggendo il testo che il ministro Poletti poi ha consegnato, mi pare che ci siano oggi anche delle precise disposizioni e dei precisi impegni – chiamateli come volete – in cui si dice che il tema dell’articolo 18 – che è diventato ormai l’unico tema – troverà non una cancellazione, ma una rimodulazione, che sostanzialmente va nella direzione di una maggiore chiarezza per le imprese e di una maggiore certezza e tutela delle persone e credo che questo sia un obiettivo importante. Allora, concludendo, la delega a nostro avviso va approvata e ben esercitata. Proprio in questi giorni abbiamo l’esempio della delega fiscale, che viene esercitata in maniera molto seria, in rapporto con le Commissioni parlamentari.
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DICHIARAZIONE DI VOTO ZANDA (PD). Signor Presidente, esiste in Parlamento una maggioranza molto larga, che concorda sulla necessità di riformare la legislazione del lavoro e nessuno tra di noi credo sostenga che tutto va bene così e che deve restare come sta. Ciononostante, la nuova disciplina e in special modo le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori hanno suscitato un ampio e aspro dibattito nel Paese. Ma credo che non possa essere considerato dibattito politico il lancio di volumi della Costituzione verso il banco del Presidente del Senato. Oggi lo abbiamo visto qui in Aula. Mi chiedo come sia possibile che dei parlamentari possano pensare che una gazzarra in Aula aiuti il mondo del lavoro, aiuti i disoccupati a trovare occupazione e possa trasformare la crisi in crescita e sviluppo. La violenza in un’Aula parlamentare, signor Presidente, è una brutta cosa. Fa molto male a chi la pratica e fa male al Parlamento. La violenza in Aula è violenza nei confronti della democrazia. Debbo ringraziare lei, Presidente Grasso, per la pazienza con la quale ha condotto oggi la seduta del Senato. Signor Presidente, se vogliamo lo sviluppo dobbiamo insistere con il processo di riforme e metterne in campo un ventaglio molto ampio e molto profondo. Tra le riforme, la delega sul lavoro, che tra breve avrà la fiducia dei senatori del Partito Democratico, è un atto molto importante. Sul voto di fiducia ho sentito molte osservazioni e inviterei tutti noi a ricordare le decine e decine di volte nelle quali, negli ultimi dieci anni, Governi di vario colore, da Berlusconi a Prodi, da Monti a Letta, hanno ritenuto o sono stati costretti a far ricorso alla fiducia. Dobbiamo prendere atto che siamo davanti a uno degli effetti gravi della debolezza del nostro sistema politico e del bicameralismo perfetto e tocchiamo con mano la necessità della riforma costituzionale ora all’esame della Camera. C’è poi un altro punto da evidenziare su questo provvedimento: è stato detto da molti in quest’Aula che la fiducia non si mette mai sulla delega, signor Presidente. Le cose non stanno così: una ricerca sommaria ci dice che dal 1988 ad oggi le questioni di fiducia poste su leggi delega sono state almeno 23 e io lo ricordo solo per amore della verità. Sapevamo da tempo che questo autunno saremmo stati chiamati a scelte difficili e politicamente molto divisive. Sappiamo anche oggi che la crisi ci mette fretta e non lascia né al Parlamento né al Governo molto tempo per approvare riforme sempre più necessarie e urgenti. Il tempo, di cui in passato abbiamo abusato, oggi non è più una variabile indipendente dall’azione del Parlamento. Anzi, è un vincolo almeno altrettanto stringente del contenuto dei provvedimenti. Il presidente Renzi sottolinea spesso che per farci ascoltare in Europa dobbiamo dimostrare di aver fatto tutto il possibile per sanare i nostri punti deboli, per rimediare ai ritardi, per svecchiare lo Stato. Non si tratta di compiti a casa, formula molto dispregiativa, ma di chiudere la stagione del rinvio e del dibattito infinito che da troppe legislature impedisce ogni cambiamento. Fateci caso. Tutte le riforme che stiamo esaminando in questa fase difficile, scuola, giustizia, anticorruzione, pubblica amministrazione, fisco, diritti civili, ordinamento costituzionale, legge elettorale, e anche lavoro, sono materie che da decenni vanno e vengono nel dibattito parlamentare, sempre bloccate da veti politici più che dalla dialettica delle idee. Negli anni, questa impotenza parlamentare e il conseguente blocco delle decisioni hanno alimentato la sfiducia dei cittadini nella politica e nelle istituzioni. Le democrazie sono in crisi, in sofferenza di fronte alla globalizzazione senza regole, alle tecnologie in continua evoluzione. E nel passaggio verso un futuro totalmente nuovo emergono con evidenza le difficoltà delle democrazie parlamentari ad affrontare la concorrenza del capitalismo autoritario e dei regimi illiberali. Per inviare le truppe russe in Crimea – lo dico davanti al Ministro della difesa – e nell’Ucraina dell’Est è bastato un ordine secco di Putin. Per decidere sugli aiuti umanitari all’Ucraina e su un blando boicottaggio, i 28 Paesi dell’Unione europea hanno dovuto prima mettersi d’accordo sul giorno in cui i loro Ministri si sarebbero incontrati e poi aprire un dibattito tra i più favorevoli e i più tiepidi alle sanzioni. Dobbiamo riflettere su questo, anche pensando al futuro del nostro Paese e dell’Europa. Per tutelare la forza della democrazia dobbiamo restituirle la capacità di decidere, sapendo che il pluralismo non è uno strumento di interdizione, ma è il metodo che, dopo libere elezioni, attribuisce alla maggioranza il potere di governare. Sino agli anni ’70 e anche negli anni ’80, il sistema industriale italiano attraeva importanti investimenti, ma da vent’anni la situazione si è capovolta. La globalizzazione fa sì che i capitali vadano dove più conviene, dove c’è più sicurezza per egli investimenti e dove è più facile creare valore. I Paesi più attraenti sono quelli dove c’è una giustizia civile e penale più rapida ed efficiente, dove c’è meno corruzione, dove le tasse sono più leggere, dove la pubblica amministrazione è più collaborativa, dove il credito è più raggiungibile ed anche dove il lavoro è regolato da una legislazione più flessibile. Queste condizioni non sono facoltative. L’economia globale non lascia margini di scelta: i Paesi che non sono capaci di attrarre gli investimenti perdono ricchezza. E senza capitali e senza investimenti adeguati nessun Paese è in grado di sviluppare la propria economia e senza sviluppo vince la disoccupazione. Questa, oggi, è la situazione in cui si trova l’Italia. E se vogliamo sviluppo e lavoro dobbiamo darci un obiettivo prioritario: creare le condizioni più favorevoli possibili per chi vuole investire, per chi vuole fare impresa, per chi vuole creare posti di lavoro. Il provvedimento che stiamo per votare è molto ambizioso ed è diretto ad aiutare in primo luogo chi il lavoro non ce l’ha. A questo obiettivo serve il riordino degli ammortizzatori. Vuole assicurare tutele sociali uniformi per tutti, aumentandone l’inclusività, l’accesso e la durata; il rafforzamento delle politiche di impiego, con la creazione di un’Agenzia nazionale all’altezza dell’esperienza di gran parte dei Paesi europei; le misure a favore dell’occupazione femminile, di tutela della maternità e della conciliazione vita-lavoro; la semplificazione di numerosi adempimenti amministrativi anche per facilitare gli investimenti esteri; l’introduzione del contratto a tutele crescenti, anche questo che superi l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, salvaguardando il reintegro nei casi di licenziamento discriminatorio o ingiustificato di natura disciplinare. C’è una considerazione di fondo che Governo, Parlamento, forze politiche e forze sociali devono tener presente nell’affrontare seriamente il tema dell’articolo 18: il 45 per cento dei nostri giovani non ha lavoro e il 70 per cento dei nuovi contratti viene assunto in una forma precaria, che non prevede l’articolo 18. Pochissime imprese ormai sono disposte ad assumere a tempo indeterminato giovani al primo impiego. A questo gigantesco numero di giovani che non godono dell’articolo 18 dobbiamo aggiungere i quasi 4 milioni alle dipendenze di imprese con meno di 15 dipendenti. Sono dati impressionanti, davanti ai quali non possiamo restare inerti. L’intervento sull’articolo 18, assieme all’ampliamento degli ammortizzatori sociali, non ha solo l’obiettivo di restituire sicurezza alle imprese: prima ancora è una straordinaria misura di equità sociale e di allargamento delle tutele ai non tutelati, che oggi, come ci dicono i numeri, sono diventati la massa dei lavoratori. Il contratto a tempo indeterminato è talmente rigido che le
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aziende italiane non si avventurano più ad usarlo. Pensare ad un contratto meno oneroso fiscalmente, meno rigido è nell’interesse generale, soprattutto a tutela dei lavoratori più giovani, perché solo investendo sulla minore rigidità del contratto a tempo indeterminato e ampliando gli ammortizzatori si potranno anche limitare a poche, pochissime, le numerosissime tipologie contrattuali esistenti, prive di adeguate reti di sicurezza. Sono oltre un milione i dipendenti che non possono godere di indennità di disoccupazione. Ne sono privi tutti i co.co.pro, le partite IVA, che inoltre hanno quasi nessuna tutela propria dei lavoratori dipendenti. Anche la cassa integrazione lascia fuori oltre 5 milioni di lavoratori. Sono queste le vere ingiustizie che la delega vuole correggere. Termino con una considerazione di carattere internazionale, signor Presidente, perché nei giorni passati abbiamo appreso che negli Stati Uniti la disoccupazione è scesa al 5,9 per cento. Sono livelli fisiologici, vicinissimi al pieno impiego. Il nostro primo obiettivo, tutto quello che facciamo, deve essere indirizzato a questa priorità: la piena occupazione. Il 5,9 per cento americano è meno della metà della disoccupazione media europea, è sei volte meno della disoccupazione giovanile in Italia, è quasi dieci volte meno della disoccupazione giovanile nel nostro Mezzogiorno. Guardiamoci in faccia e chiediamoci perché gli Stati Uniti stanno superando brillantemente la crisi mentre l’Europa c’è dentro sino al collo e non possiamo immaginare né come, né quando ne uscirà. Otto anni fa la crisi ha avuto inizio negli Stati Uniti, ma l’inevitabile contagio tra economie tra loro interdipendenti ha rapidamente esteso la malattia nel resto del mondo. Ci sono ragioni di politica economica e di assetto istituzionale che spiegano questo vistoso squilibrio. La scelta di politica economica dell’Europa è stata l’austerità, come sappiamo. Gli Stati Uniti hanno voluto una politica fiscale espansiva e una politica monetaria aggressiva. Hanno promosso interventi forti della loro Banca centrale e hanno usato massicciamente la spesa pubblica. Così, a fine 2013, a sei anni dall’inizio della crisi, l’economia americana è ripartita con vigore; quella Europea è tuttora in piena stagnazione. Il PIL americano è oggi di sei punti più elevato di quello pre-crisi, la disoccupazione si è ridotta vistosamente e, come abbiamo visto, oggi è al 5,9 per cento. In Europa le cose stanno in modo ben diverso. Il PIL è addirittura inferiore a quello pre-crisi e la disoccupazione è prossima al 12 per cento, le banche non sono ancora risanate e la ripresa è lenta ed incerta persino nella forte e ricca Germania. C’è anche una ragione storica, che riguarda il diverso assetto istituzionale americano, che può spiegare il vistoso differenziale con l’Europa. Gli Stati Uniti sono una grande Confederazione, sono una sola Nazione e hanno un solo Presidente. L’Europa sono 28 Stati indipendenti, senza unità politica, senza una comune vera politica estera, militare, fiscale, di giustizia, senza una Banca centrale di ultima istanza. Ed è proprio questa assenza di unità ad impedirci di uscire dalla crisi secondo le potenzialità del nostro continente ed è la disunione a collocarci ai margini del grande gioco della politica e dell’economia mondiali. Pensando al futuro dell’Europa ci sono due punti di cui tener conto: l’Europa unita non si farà mai se gli Stati membri non avranno i bilanci in ordine. Ma non si farà nemmeno a rimorchio di una miope politica neobismarckiana.
Risultato della votazione sul maxiemendamento
Senatori presenti
279
Senatori votanti
278
Maggioranza
140
Favorevoli
165
Contrari
111
Astenuti
2

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  • Paolo Ferrario
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    1
    JOBS ACT
    IL DISEGNO DI LEGGE SULLA RIFORMA DEL LAVORO
    Approvato dal Senato
    Nota n. 3
    a cura di Stefania Lanzone e Silvia Di Gennaro
    Ottobre 2014
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    INDICE
    Premessa pag. 3
    Disciplina degli ammortizzatori sociali pag. 4
    Servizi per il lavoro e politiche attive pag. 11
    Semplificazione delle procedure e degli adempimenti pag. 19
    Riordino delle forme contrattuali pag. 24
    Maternità e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro pag. 30
    Gli interventi in Aula del PD, del Governo e del Relatore pag. 37

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