In Diario

La profezia di Martinet
(uscito sul numero 2/2015 di “Mondoperaio”)
Di Stefano Ceccanti
Gilles Martinet, che da giovane era stato comunista e che aveva abbandonato quel partito per il socialismo riformista già a fine anni ’30 dopo i primi processi staliniani, era stato attivo nella Resistenza e aveva aiutato poi Mitterrand a strutturare il nuovo Partito Socialista.
Da quest’ultimo, dopo la vittoria nelle presidenziali del 1981, era stato nominato ambasciatore a Roma, anche perché sua moglie, figlia di Bruno Buozzi, era italiana.
Nel 1990, verso la fine del nostro primo sistema dei partiti, Martinet pubblica il libro “Les italiens”, uscito in Francia per Grasset e in Italia per Laterza. Nel libro si descrivono tutte le aporie delle tre principali culture riformiste e, soprattutto, le loro contraddizioni in quel sistema dei partiti che gli appariva datato.
Martinet esamina quella quantitativamente più consistente e descrive con preoccupazione l’incapacità del Pci di assumere in modo esplicito, con una cesura chiara, un’identità riformista non conciliabile coi richiami al comunismo fino alla caduta del muro di Berlino. L’esame è accurato e parte dalla Resistenza e dalla Costituzione, segnalando la contraddizione genetica tra “flessibilità tattica” e “finalità rivoluzionaria.” Avvicinandoci a noi, dopo la solidarietà nazionale, scrive Martinet, “il comunismo d’apertura cede, per un periodo, il posto a un comunismo quasi religioso o, come si è detto, monacale”, incapace di uscire dalla contraddizione tra la volontà di mettersi “in armonia con l’evoluzione della società europea” e la conservazione di “un’identità che diventava sempre più estranea a quell’evoluzione”. In particolare da ambasciatore Martinet riporta i suoi dialoghi con Berlinguer rispetto all’installazione degli euromissili, uno dei momenti-chiave di quell’ambiguità, dove il Pci, che pur aveva criticato molte scelte sovietiche da Praga a Kabul, non poteva arrivare a ripudiare fino in fondo un campo socialista dove pensava di poter giocare ancora un ruolo, pur dialettico. Interessante il finale del capitolo: non si sa che esiti avrà la svolta di Occhetto, da “un riunificazione socialista” a “un nuovo compromesso storico”. In questo secondo caso, però, senza più poter perpetuare “l’identità del partito”, che stava alla base di quell’impostazione. Essa è definitivamente abbandonata con la fine degli equilibri del secondo dopoguerra.

Il limite ei comunisti, a catena, genera o, quanto meno, giustifica per Martinet le ulteriori anomalie. Anzitutto quella del riformismo socialista sotto Craxi che, dopo un’eredità contraddittoria e litigiosa ben ricostruita sin dalla scelta del Fronte Popolare fino alla svolta legata all’invasione dell’Ungheria e al successivo Congresso di Venezia del febbraio 1957, cerca di combinare la prospettiva di un’alternativa socialista (rinviata a dopo il ridimensionamento del Pci) con un presente di legame con la Dc, giocando di sponda con le sue componenti più conservatrici. Difficile perseguire una linea coerente quando gli alleati tatci sono gli avversari strategici e viceversa. Tra gli aspetti giudicati più positivamente si collocano il nuovo Concordato e l’appoggio decisivo agli euromissili (anche qui uno dei punti chiave del lavoro dell’ambasciatore, in raccordo con Mitterrand), mentre tra quelli più negativi il mancato governo del partito periferico a differenza della scelta del personale di Governo, più odierna e innovativa. Il finale del capitolo è interlocutorio: le sorti di Craxi dipenderanno molto dalla scelta degli uomini (se seguirà cioè il non governo delle situazioni locali o gli standard usati per il Governo) e dalla nuova capacità di sfida del Pds libero dall’ideologia comunista.
Infine Martinet descrive l’anomalia della Democrazia Cristiana, dove convivono in modo innaturale, sotto il manto dell’unità politica dei cattolici che resiste a causa dell’egemonia comunista a sinistra, sia la cultura cattolico democratica (identificata da Martinet in Pietro Scoppola sul versante civile e nel cardinale Silvestrini sul versante ecclesiale) sia culture cattolico-conservatrici e intransigenti (capitolo su Roberto Formigoni). In altri termini i riformismi esistono, ma finché rimangono ingabbiati in quel sistema dei partiti, restano tutti minoritari e poco efficaci. È impossibile per Martinet immaginare un riformismo veramente vincente e capace di segnare un ciclo politico senza che essi si riuniscano, compreso con tutta la sua forza unificante (lo scrive un dirigente socialista francese dichiaratamente laico) quello del cattolicesimo democratico, separato da quello conservatore.
Al punto che il capitolo sul cardinale Silvestrini (per inciso: uno dei grandi elettori di Bergoglio già nel penultimo conclave) si intitola “il cardinale di una futura alternanza”, mentre quello su Pietro Scoppola richiama il tema della ricerca di nuove mediazioni dopo l’esaurimento della cultura del progetto degli anni ’30, della “nuova cristianità democratica”. Il tema che è al cuore del volume di metà anni ’80 “la nuova cristianità perduta”, dove Scoppola sostiene che il cattolicesimo democratico può e deve reinventarsi ma non in modo autosufficiente, rapportandosi ora in modo stringente alle altre culture riformiste, ma non con le scorciatoie massimaliste o valoriali con cui si erano verificati alcuni intrecci degli anni ’70, per l’intreccio tra post-Concilio e contestazione, intrecci che avevano perso il senso delle necessarie mediazioni tra principi e realtà. Per favorire questo sforzo reciproco, mentre la Chiesa avrebbe dovuto optare per un superamento degli schemi neo-temporalisti e per un’animazione molecolare della società italiana in uno spirito di servizio, sviluppando la lezione montiniana, i partiti di sinistra avrebbero dovuto sul loro versante superare i residui laicisti. In questo senso Scoppola valorizza la scelta socialista del nuovo Concordato, tesa a svincolare la garanzia istituzionale per la Chiesa cattolica da quella politica ormai obsoleta del vincolo all’unità politica.
Se leggiamo Martinet capiamo quindi che, al di là di una vicenda o di una persona specifica, non c’è nessun ritorno della Democrazia Cristiana nel protagonismo di alcuni cattolici democratici nel Pd, ma esattamente il verificarsi di quello che lui sosteneva, che cioè quando si fosse avuta una presenza significativa del cattolicesimo democratico in una confluenza di riformismi rompendo lo schema dell’unità politica si sarebbe avuta la possibilità di un forte ciclo riformatore. “L’Italia conoscerà un giorno una situazione alla francese dove si afferma un pluralismo delle scelte politiche dei cattolici? E’ evidentemente ciò a cui pensano uomini come Pietro Scoppola e il cardinale Silvestrini”.
Nonostante tutti i limiti della situazione odierna, c’è quindi più coerenza oggi tra culture politiche (oggi strettamente intrecciate, almeno nel centrosinistra) e partiti che non nella cosiddetta Prima Repubblica. Si affermano dei democratici, che a volte sono anche cattolici, col consenso di tutti, ma non è un portato statico del passato: è un merito di chi nel passato ha saputo anticipare il futuro. Non a caso coloro che volevano impedire l’evoluzione del sistema negli anni ’70 e ’80 li aveva individuati come obiettivi privilegiati: la mattina in cui nel 1988 fu ucciso Roberto Ruffilli la prima immediata reazione di Nilde Jotti a Maria Eletta Martini fu la frase “ma uccidono sempre gli stessi”. Anche quella frase ci dice molto su quello che è successo in questo Paese e che in fondo non è un caso se, almeno in questa fase, sembra prevalente lo spezzone del riformismo cattolico democratico che ha due caratteristiche fondamentali: è stato spesso il più unitivo ed è quello che è stato sempre al Governo per tutta la cosiddetta Prima Repubblica, mentre i socialisti vi sono arrivato sono negli anni ’60 e i postcomunisti negli anni ’90.
Ciò detto rileggere Martinet è utilissimo perché tende a dare a ciascuno degli spezzoni riformisti un insieme di pregi e difetti sostanzialmente equilibrato, riprendendo spezzoni della storia del primo sistema dei partiti che non può essere liquidato come una storia criminale o di cui liberarsi con troppa velocità. Purché però si tenga presente che la rivalutazione di quelle storie è possibile liberandosi dei contenitori partitici di allora, sopravvissuti troppo a lungo alle loro contraddizioni. Se per alcuni aspetti si riscopre almeno in questa fase il cattolicesimo democratico è perché larga parte di esso ha cercato di preparare per tempo la fine della Dc, una volta esaurita la funzione dell’unità politica dei cattolici. Così come nel settennato di Napolitano si è riscoperta la storia dei miglioristi perché essi avevano anticipato la necessità chiudere col comunismo, cioè nonostante la persistenza del Pci fino al 1989. Forse se anche lo spezzone socialista avesse scelto per intero l’amalgama del Pd sin dall’inizio avrebbe potuto avere un rilievo maggiore.
Martinet ci descrive quindi il disallineamento tra culture politiche e sistema dei partiti: sono sopravvissute di più e si sono quindi riformulate meglio quelle che erano consapevoli del disallineamento. Questa è forse la lezione più evidente rileggendolo dopo un quarto di secolo.

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