In Diario

Carlo FUSARO risponde a Vannino CHITI (sulla riforma costituzionale al Senato)

(9 luglio 2015)

L’articolo col quale Vannino Chiti, “tra i registi del documento dei 25 dissidenti” al Senato, replica (9 luglio) al mio sull’Unità (7 luglio)  (avevo definito irricevibili quelle proposte sulla riforma costituzionale), mi rafforza nel giudizio che i 25 propongono cose sbagliate, per ragioni sbagliate e, ancor di più, nel momento e nel modo sbagliati. Sui primi due punti si può discutere (ma è qualche decennio che lo facciamo: e mi domando quanto si deve durare). Sul terzo e sul quarto, francamente, no.

Uno. I 25 insistono sul Senato elettivo camera di garanzia, privato della sola fiducia o giù di lì. Non è una buona idea. Il nuovo Senato dev’essere invece una camera di rappresentanza territoriale: quanto più possibile tipo Bundesrat. Perciò non deve essere elettivo, ma fatto di consiglieri, meglio presidenti, e sindaci. Come P. Pasquino ha detto, nessuno ha mai giudicato il Bundesrat un ”dopolavoro”. Non si tratterà più di un’assemblea riunita in permanenza; svolgerà concentrate e sostanziose sessioni (per es. una volta al mese per alcuni giorni) in coordinazione con i consigli regionali. Con ciò non si vuole una sola Camera: saranno due, ma con funzioni distinte. Una sola, però, di indirizzo politico (e legislativo prevalente): come in tutte le forme di governo parlamentari del mondo. Due. In una moderna poliarchia contrappesi e garanzie vengono da più parti: dalla Corte costituzionale, dalle magistrature, dall’associazionismo, dalla società e soprattutto dagli elettori che periodicamente possono cambiare governanti. Vogliamo ridurre le legislature a 4 anni come altrove? Ottimo. Perciò l’Italicum non c’entra: non ha affatto cambiato la forma di governo. Parlamentare era, e resta. Certo, la legge elettorale influirà sul suo funzionamento, si spera, rendendolo più efficace. S’è fatta apposta! Ma Chiti insiste sulla balla dei nominati e ci mette pure la Grecia (alla Grillo!): fa specie che lo faccia un esponente Pd. Non era vero perfino con la Calderoli, non lo è affatto con l’Italicum, salvo decidere che solo se sei scelto con le preferenze… non sei un nominato! Nè voglio rivoltare l’argomento contro chi, giustamente, è stato eletto con la Calderoli, in Piemonte, senza con ciò diventare, almeno per me, “un nominato” (Chiti, appunto).

Tre. Soprattutto, le proposte dei 25 (Senato eletto direttamente, riduzione dei deputati e altre) sono irricevibili per il buon motivo che siamo alla terza lettura (così la relaz. Finocchiaro): il Senato, e i 25 dovrebbero farsene una ragione, ha già votato il Senato a elezione indiretta; e la Camera ha confermato. Su questo non si torna indietro: l’art. 104 Reg. Senato è chiaro. Perciò non ha senso fare proposte contra regolamento che, va da sé, darebbero luogo all’ennesimo gioco dell’oca: in barba all’appello di Napolitano a Camere riunite. Troppi se lo sono già scordato, anche nel Pd.

Quanto al modo, confesso imbarazzo: stento a riconoscere, nel Chiti di oggi, il posato,  metodico, solido dirigente che a lungo ho visto all’opera. Che egli dissenta dalle scelte del partito, è ovviamente lecito. Ma cosa diversa è l’organizzazione sistematica, con continue iniziative, anche con altri gruppi, di un’opposizione frontale alle scelte del partito e del suo governo. Questo non s’era mai visto. Come si può, poi, invocare, l’unità, e al tempo stesso dettare condizioni (al Pd, al governo, ai gruppi), minacciando “un Vietnam” (testuale), se la maggioranza rifiutasse di obbedire? Mai avrei immaginato di trovarmi a sollecitare il rispetto delle minime condizioni di convivenza in un partito da parte di un dirigente di lunga lena del Pci. La vita è piena di sorprese.

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