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Attraverso il referendum e oltre: quattro lezioni
di Stefano Ceccanti

La prima lezione da trarre dal referendum è il gradualismo. Il metodo di un’innovazione puntuale può funzionare meglio di una riforma organica. Nel 2006 Berlusconi e nel 2016 Renzi avevano tentato la strada della riforma organica ed avevano perso entrambi. Ognuno di loro pensava di avere ottimi argomenti di merito, ma, obiettivamente, in entrambi i casi, di fronte a quesiti complessi, la gran parte dell’elettorato votò pro o contro di loro, non sul merito. Col quesito chirurgico è obiettivamente più difficile uscire dal merito e personalizzare il voto.
La seconda lezione deve essere l’inclusività. Chi vince in un referendum ha responsabilità maggiori, deve trovare il modo di recuperare, nella misura del possibile, le ragioni di chi ha perso. Le consultazioni di tipo binario, Sì/No, portano con sé una dose maggiore di rischi di faziosità. Bisogna vaccinarsi subito. Quando vi fu il primo referendum del dopoguerra, quello tra Repubblica e Monarchia, i repubblicani vincenti vollero eleggere alla guida dello Stato un monarchico, Enrico De Nicola. Occorre quindi offrire subito a chi ha votato No una proposta positiva, più esattamente a coloro che pensavano fosse giusta la riduzione dei parlamentari, ma che la volevano inquadrata in un più complessivo aggiornamento.
La terza lezione deve essere la tempestività sulle tappe ulteriori sulle quali il consenso è già maturo, avendo più pazienza su quelle in cui c’è maggiore divisione. C’è senz’altro ampia condivisione sul voto ai diciotto-venticinquenni oggi esclusi dal Senato. E’ una riforma già votata una volta da Camera e Senato e può tranquillamente passare a due terzi per entrare in vigore a fine anno. Il consenso c’è perché, evidentemente, due Camere possono certo avere tra di loro differenze, alcune già presenti e altre da introdurre, ma nessuna può essere irragionevole. Non è certo ragionevole che una quota significativa di cittadini maggiorenni sia esclusa da una qualsiasi elezione democratica. Per di più, come se questo non bastasse, si tratta anche del principale incentivo a maggioranze diverse, cosa che, fintanto che entrambe le Camere danno la fiducia al Governo, è irragionevole. C’è poi, credo, anche un sufficiente consenso sulla cosiddetta riforma Fornaro che ha due contenuti puntuali: riduce i delegati regionali di un terzo per l’elezione del Presidente della Repubblica, bilanciando così la riduzione dei parlamentari, ed il superamento della base regionale del Senato, cosa che, consentendo circoscrizioni elettorali di più Regioni, permetterebbe di rappresentare meglio alcune minoranze e di evitare anch’essa maggioranze diverse tra Camera e Senato. Nel frattempo ognuna delle due Camere potrà anche aggiornare il proprio Regolamento interno, riparametrando gruppi e commissioni sui nuovi numeri: un lavoro che può essere consensuale.
La quarta lezione deve essere l’ambizione. Il procedere pazientemente, per tappe successive, mandando progressivamente avanti quelle su cui matura il consenso, anche a costo di fare qualche rinuncia alle proprie impostazioni, necessaria specie sul terreno costituzionale, sulle regole comuni, non esclude affatto l’ambizione nel perseguire un aggiornamento ampio della parte organizzativa della Costituzione. E’ possibile andare oltre i punti di consenso prima individuati per migliorare, anche senza rivoluzionare, il bicameralismo attuale che ha moltissime pecche? Nelle settimane scorse due autorevoli studiosi e uomini delle istituzioni, Enzo Cheli e Luciano Violante, hanno fatto due proposte diverse, ma che non si escludono a vicenda. Il primo è partito da un dato semplice: riunite in seduta comune le nuove Camere avranno 600 componenti e non più 945. Quando erano 945 potevano funzionare solo da seggio elettorale, con 600 si possono invece riunire anche per discutere e prendere decisioni più complesse. Invece che ripetere due volte nella stessa giornata i dibattiti sulla fiducia, sulla sfiducia, sugli interventi del Presidente del Consiglio prima e dopo i vertici europei, invece che esaminare la legge di bilancio solo in una Camera e costringere la seconda ad accettarla senza poterla emendare, perché non farlo in un’unica sede, nel Parlamento in seduta comune? Il secondo si è chiesto: senza rivoluzionare del tutto il sistema, è possibile collegare in qualche modo il Senato coi legislatori regionali e far invece prevalere sulla gran parte delle leggi la Camera dei deputati? Il Partito Democratico sta raccogliendo queste due intuizioni che, al di là dei dettagli, ci offrono comunque una prospettiva ambiziosa, traducendole in alcune soluzioni tecniche ed immagina che anche le altre forze politiche possano tentare uno sforzo ugualmente ambizioso già nelle prossime settimane.

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