In Diario

Renzi ottiene un risultato inimmaginabile a inizio anno. Il primo ramo del Parlamento vara la riforma costituzionale: abolisce il bicameralismo indifferenziato, fa nascere la seconda camera di rappresentanza territoriale (come dappertutto, Inghilterra a parte), rafforza il governo in Parlamento, limita i decreti-legge, abolisce province e Cnel, riforma i rapporti Stato-Regioni, dà una rinfrescata agli istituti di democrazia diretta (referendum, iniziativa popolare legislativa). Scusate se è poco!
Il Senato era lo snodo cruciale: per due ragioni, ovvie, ma si tende a trascurarle. Primo, è delle due Camere quella più incisa dal cambiamento; secondo, è quella dove il Pd è debole e in balia degli altri gruppi. Infatti il progetto Renzi-Boschi è passato con un margine di circa venticinque voti.
Ancora una volta si son viste ahimé sceneggiate di ogni tipo da parte di chi si opponeva al progetto e un ostruzionismo cialtronesco con le consuete manifestazione di tardo dannunzianesimo (conta solo il “gesto”, tutto è “gesto”, la correttezza parlamentare è ormai dimenticata). A questo il M5S ha dato un contributo decisivo, e in parte anche Sel. Non ce n’era proprio bisogno.
Nel merito il testo non è buono; è eccellente. Non dico che non si sarebbe potuto e si potrebbe fare di meglio. Nè che non sarebbe utili correttivi: nulla di decisivo, però. La riforma riflette il progetto iniziale e ancor di più quello della Commissione (con numerose modifiche a conferma che il governo tutto è stato men che rigido). Ha tenuto fino in fondo solo sui punti essenziali individuati da Renzi sin da marzo.
Non pochi, ma troppi i poteri legislativi del Senato (che c’entrano le questioni “eticamente sensibili” con la camera territoriale?); il corpo elettorale del presidente della Repubblica vede una prevalenza della Camera forse eccessiva che potrebbe essere ridotta; c’è troppa enfasi nel rafforzare il potere legislativo dello Stato. Ma nel complesso ci siamo: non tanto rispetto alla Costituzione vigente quanto rispetto a tutti i precedenti tentativi, dalla bicamerale dalemiana al progetto berlusconiano.
Politicamente è un successo anche per l’ex cavaliere: ma quelli che più se ne lamentano sbagliano due volte. Primo, perché da sempre sentiamo ripetere il ritornello (non sbagliato in sé) secondo il quale “le riforme si fanno insieme”. Secondo, perché son stati proprio i dissidenti del Pd e il comportamento del M5S (che altro non voleva) a rendere Forza Italia non solo utile ma, al Senato, indispensabile.
Sia però chiaro: si è aperto con slancio un percorso virtuoso, ma la strada da fare è tanta.
Bisognerà contenere l’ansia dei deputati di fare modifiche tanto per far vedere che contano anche loro: non c’è bisogno di dimostrarlo, il progetto lo certifica! Infatti, in secondo lettura, per regolamento, al Senato l’esame sarà solo sulle modifiche (il resto è stato approvato ieri): non si riparte da capo. Perciò meno si cambia, meno spazio ci sarà per gli oppositori, leali e meno leali.
Chiudo. Non stupisca il lettore: il vecchio fautore delle riforme costituzionali che stende queste note ha oggi una principale preoccupazione. Nonostante tutto non vede il senso di urgenza che la nostra grave situazione imporrebbe. E sì che ce l’han ricordato ore fa l’Istat e Draghi. Non prendiamoci in giro: le riforme istituzionali non è roba che si mangia e da sole non fanno miracoli, ma senza riforme istituzionali non si possono fare nemmeno quelle economico-sociali dalle quali dipende il nostro futuro. O c’è ancora qualcuno che ne dubita?

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