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Ceccanti (Pd) Quattro importanti rilievi del Comitato per la Legislazione sul decreto rilancio su prassi negative da evitare: no a testi troppo ampi ad emergenza superata; no a emendamenti parlamentari che complichino ulteriormente anziché semplificare; risolvere conflitti tra norme cronologicamente vicine e contraddittorie, no a delegificazioni anomale

Il Comitato per la legislazione ha, come sempre, effettuato un bilancio scrupoloso, in questo caso del decreto rilancio, con grande spirito di collaborazione tra tutti i componenti.
Nell’ampio parere odierno approvato poco fa all’unanimità sulla base di una mia relazione credo si possano segnalare in sintesi quattro aspetti più rilevanti.

In primo luogo il Comitato invita ad un atteggiamento prudenziale di fondo per tutelare la forza del controllo parlamentare, non stabilizzando strumenti emergenziali oltre la durata dell’emergenza stessa. Essa può spiegare le dimensioni del decreto-legge più grande della storia (266 articoli e 1051 commi), battendo il recentissimo record del “Cura Italia” di marzo (127 articoli). Occorre però evitare che questa prassi si stabilizzi perché rende molto più difficile il controllo parlamentare.

In secondo luogo va tutelata l’immediata applicabilità dei testi anche dalla tentazione che, sulla scia della complessità e della grandezza dei testi provenienti dal Governo, può avere il Parlamento stesso, ossia quella di introdurre aggravi procedurali rispetto alle numerose disposizioni di attribuzione di benefici e indennità, intervenendo mentre le norme stanno già trovando attuazione e creando quindi incertezze applicative e ritardi.

In terzo luogo occorre evitare ravvicinate modifiche normative che si confondono e sovrappongono. Il caso più rilevante è in questo provvedimento l’articolo 9 che si sovrappone all’articolo 4-bis del decreto-legge n. 19 del 2020 da pochi giorni introdotto nel corso dell’esame parlamentare. Entrambe le disposizioni si riferiscono infatti alla medesima materia (proroga dei piani terapeutici che includono la fornitura di protesi e di altri dispositivi), ma la disposizione dell’articolo 4-bis risulta di più ampia portata e quindi almeno in questo caso il rimedio sarebbe semplice, quella di sopprimere l’articolo 9 del provvedimento in esame.

In quarto luogo va tutelato il controllo parlamentare evitando procedure anomale sbilanciate sul Governo che finirebbero per rideterminare ex post il contenuto effettivo di un provvedimento legislativo, quasi riscrivendolo: l’esempio più rilevante à il comma 8 dell’articolo 265 che dispone che le risorse destinate a ciascuna delle misure previste dal decreto siano soggette ad un monitoraggio da parte del Ministero dell’economia e delle finanze; sulla base degli esiti del monitoraggio, il Mef sarebbe autorizzato ad apportare con propri decreti, sentito il Ministro competente, le occorrenti variazioni di bilancio, provvedendo a rimodulare le predette risorse tra le misure previste dal decreto, ad invarianza degli effetti sui saldi di finanza pubblica. I decreti ministeriali sembrerebbero poter modificare le autorizzazioni legislative di spesa recate dal provvedimento; ma la vigente legislazione contabile consente variazioni compensative solo tra stanziamenti di bilancio non riconducibili a fattore legislativo, mentre per questi ultimi si può intervenire con la legge annuale di bilancio. Qualora si volesse mantenere una modalità flessibile del genere, essa andrebbe compensata con l’espressione di un parere parlamentare “forte” (ad esempio con la procedura del “doppio parere”) sugli schemi di decreto.


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