In Diario

Fermezza sugli obiettivi, laicità sugli strumenti

di Stefano Ceccanti (Università di Roma “La Sapienza”)

Gli obiettivi della riforma costituzionale in discussione al Parlamento sono essenzialmente due e strettamente connessi. Il primo è il superamento della conflittualità Stato-Regioni che in vari anni è giunta ad occupare la metà del lavoro della Corte costituzionale e che, con i suoi tempi lunghi, crea un’incertezza molto costosa per i cittadini e per gli operatori economici, italiani ed esteri. Il secondo obiettivo è la fine delle possibili schizofrenie dovute a maggioranze diverse in due Camere chiamate entrambe a dare la fiducia al Governo: non è accaduto solo nel 2013, ma anche nel 1994 (centrodestra vincitore alla Camera ma non anche al Senato), 1996 (Ulivo autosufficiente al Senato ma non alla Camera) e 2006 (Unione senza maggioranza al Senato).

Questi due obiettivi si incontrano nella riforma del Senato, il quale perderebbe il rapporto fiduciario, che non ha nessuna delle seconde Camere delle grandi democrazie parlamentari, e che dovrebbe essere il luogo di responsabilizzazione nazionale del sistema delle autonomie. Non c’è infatti riforma, anche la più perfetta, del Titolo Quinto, che con giochi di parole sulle competenze legislative possa ridurre in modo corposo la sovrapposizione dei ruoli e, quindi, la conflittualità. Solo la responsabilizzazione nel Senato di chi fa le leggi nelle Regioni crea un luogo istituzionale realmente alternativo ai conflitti davanti alla Corte.

Entrambi questi obiettivi vanno tenuti rigorosamente fermi perché, altrimenti, al di là degli espedienti verbali, il lavoro ripartirebbe da zero. Non abbiamo bisogno di un anomalo Senato delle garanzie che lascerebbe scoperta l’esigenza del raccordo centro-periferia e che, nel timore di un’inesistente deriva plebiscitaria, ricreerebbe di nuovo una seconda Camera politica utile solo a creare problemi alla prima: una dannosa tela di Penelope. Un Senato selezionato in tempi diversi, con maggioranza spesso diversa, che non ha il rapporto fiduciario è anche un’assemblea in cui il Governo non può porre la fiducia e che non può essere sciolta: se i suoi compiti non sono ben delimitati può addirittura ridurre la governabilità del sistema. Gli organi di garanzia, chiamati a limitare maggioranza e Governo, bastano e avanzano nel nostro ordinamento, ricco molto più di altri: basti pensare a quanto sono incisivi la nostra Corte Costituzionale, il Capo dello Stato e il Csm. Neanche col premio dell’Italicum potrebbero mai essere appannaggio della sola maggioranza. Ad essi si è aggiunta con forza crescente in questi anni sia verso l’alto (Europa) sia verso il basso (Regioni e Comuni) la separazione verticale del poteri tra più livelli di governo che il nuovo Senato è chiamato a coordinare. Sulla fermezza di questi obiettivi non si può transigere sia perché le alternative sono sbagliate e fondate sulla riproposizione dei timori verso un Governo istituzionalmente forte (in un contesto europeo dove si trova a convivere con esecutivi dotati di forza ben maggiore, anche per prerogative costituzionali), sia perché, a questo punto, se anche fossero giuste (e non lo sono) ci condurrebbero solo ad un blocco del processo riformatore.

Fatta questa premessa e posto che il testo in discussione risponde già bene a questi obiettivi per cui potrebbe essere anche già votato così, la relazione svolta martedì in Commissione dalla Presidente Finocchiaro ci offre un quadro ragionevole per possibili emendamenti che non snaturino l’impianto. In primo luogo, posto che i senatori debbono rappresentare i loro enti perché solo così si riduce il contenzioso (chi fa le leggi in Regione deve sentirsi rappresentato in Senato per essere coinvolto in una logica unitaria), ci possono essere modalità ragionevoli per le quali gli elettori che votano per i Consigli regionali possano avere un’idea precisa di chi andrà a rappresentare quell’ente in Senato. In secondo luogo se ci sono delle funzioni esercitabili meglio (o anche) da un organo che non è collegato al rapporto fiduciario e che non bloccano maggioranza parlamentare e Governo su quelle non si può escludere il Senato: è il caso soprattutto dell’Unione europea dove la formulazione originaria (“raccordo tra l’Unione europea, lo Stato e gli altri enti”) era migliore, mentre quella attuale salta lo Stato e gli fa connettere solo Unione ed altri enti. In terzo luogo si può ragionare meglio sul raccordo con gli organi di garanzia: come eleggere i giudici costituzionali (il testo originario ne riservava due su cinque al Senato) e il Presidente della Repubblica (il meccanismo attuale rischia di bloccare l‘elezione). Il dibattito, sulla base di quella relazione, può e deve essere laicizzato senza problemi, purché però non si modifichino surrettiziamente gli obiettivi.

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