In Diario

GIORGIO TONINI

Che l’Europa conti, e molto, per il futuro concreto di tutti e di ciascuno di noi, sono proprio i suoi critici piùarrabbiati a dimostrarlo. Se l’Europa non contasse nulla, se fosse solo vuota retorica, non varrebbe la pena di occuparsene. E nemmeno di andare a votare, domenica 25 maggio, per il nuovo parlamento e l’indicazione del presidente della Commissione.

Ma l’Europa conta, eccome se conta, ci dicono i tanti partiti e partitini della rabbia antieuropea. Al di làdella Manica, o sulle rive del Baltico, èstata l’Europa, dicono gli arrabbiati del Nord, ad averci portato in casa, a noi formiche laboriose, quelle oziose cicale degli italiani, dei greci, degli spagnoli e dei portoghesi: tutta gente che pensa di poter vivere passando le notti in bianco a fare “bunga bunga” e indebitandosi fino al collo, tanto poi ci pensiamo noi nordici, col nostro lavoro, a pagare il conto… Dalle nostre parti, sulle rive del Mediterraneo, gli arrabbiati del Sud dicono la stessa cosa, naturalmente cambiando favola, usando al posto di quella della cicala e della formica, la novella del lupo e dell’agnello: se stiamo male, se la recessione e la disoccupazione ci stanno strangolando, la colpa èdell’Europa a trazione tedesca e nordica, l’Europa della Merkel e delle banche, che non sa piùcosa sia la solidarietàtra i popoli ed èdiventata un mostruoso lupo famelico, che cerca solo pretesti per sbranarci…

Sia i nordici che i mediterranei hanno buone ragioni per arrabbiarsi: e non a caso i sondaggi danno in forte crescita i partiti e partitini della rabbia (ce ne sono ormai a iosa, di tutte le taglie e di tutti i colori, in quasi tutti i paesi). Hanno ragione i nordici, perchéèvero che noi mediterranei, italiani in testa, invece di approfittare, come hanno fatto i tedeschi, della lunga estate dell’euro a bassi tassi e spread zero, per fare le riforme che ci mettessero in grado di diventare competitivi e affrontare cosìl’inverno della crisi, abbiamo preferito praticare per anni la comoda arte del rinvio. Ma ha buone ragioni dalla sua anche la rabbia di noi mediterranei quando diciamo che, giunti a questo punto, in piena recessione, una politica economica fatta solo di austeritàèuna follia suicida e nessuno ci puòchiedere di suicidarci: anche perchéfiniremmo per trascinare tutta l’Europa nella nostra rovina.

E tuttavia, due ragioni (opposte fra loro) per lasciarsi andare alla rabbia non fanno una buona ragione per dare la nostra fiducia e il nostro voto alle grandi o piccole forze antieuropee. Il loro limite invalicabile èinfatti che non sanno e non possono andare oltre l’espressione di una rabbia disperata. Non possono darci la speranza in un cambiamento vero e concreto. Perché, appunto, i problemi dell’Europa si risolvono agendo su scala europea. E non invece, come fanno partiti e partitini antieuropei, agendo a dimensione addirittura regionale, come fa la Lega; o solo nazionale, come fanno Cinque Stelle e una sempre piùisolata Forza Italia; o immaginando una riscossa mediterranea, come fa la lista Tsipras, forte solo in Grecia. No, la risposta deve essere europea, abbiamo bisogno di grandi forze politiche europee, che diano vita ad un nuovo patto tra europei.

Un “patto della speranza”, che rimuova le ragioni della rabbia. Un patto tra paesi e tra partiti: un patto tra paesi, nordici (Germania in testa) e mediterranei (con in testa l’Italia), in seno al Consiglio europeo; e un patto tra i principali partiti europeisti al Parlamento europeo, quelli di centrosinistra che si riconoscono nel Pse e quelli di centrodestra del Ppe. Il contenuto del patto deve essere un “New Deal” europeo, che affianchi all’obbligo del pareggio di bilancio e di rientro dal debito per gli Stati nazionali (il famoso Fiscal compact, che impedisce ai governi di comportarsi da cicale), un nuovo patto per la crescita (Growth compact), basato su forti misure espansive, di stampo keynesiano, finanziato attraverso l’emissione, a livello di Eurozona, di titoli pubblici comuni (Project Bonds), finalizzati non alla messa in comune del debito pregresso, ma alla mobilitazione di ingenti capitali (centinaia di miliardi di euro) per finanziare un ambizioso programma di investimenti in infrastrutture, assetto del territorio, ricerca, formazione superiore. Si tratta, in altri termini, di utilizzare l’euro, la moneta comune di 18 paesi europei su 28, non piùsolo come strumento di disciplina e rigore, ma anche e soprattutto come leva per la crescita sostenibile, la competitivitàe la buona occupazione. Piùo meno quello che fanno gli americani col loro dollaro.

Il nuovo “patto della speranza”, tra nordeuropei a guida tedesca ed euromediterranei a guida italiana, tra l’Europa del burro e quella dell’olio d’oliva, si faràcomunque, in seno al Consiglio europeo, nel corso del semestre di presidenza italiana. Perchénon ha alternative. Ma la qualitàinnovativa del patto dipenderàdai rapporti di forza che gli elettori stabiliranno in seno al nuovo parlamento europeo (al netto delle forze della rabbia disperata e inutile), tra centrosinistra e centrodestra, tra Pse e Ppe. Se dovessero prevalere i popolari e il centrodestra, saràattorno a loro e al loro candidato alla presidenza della commissione, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, che si costruiràl’accordo. Se invece, come mi auguro, dovessero prevalere le forze di centrosinistra, saràalle loro condizioni e attorno al candidato progressista, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, che si formeranno assetti e indirizzi del nuovo corso europeo. Insomma, piùforte saràil Ppe, piùforte saràFrau Merkel in Germania e in Europa, piùforti saranno gli elementi di continuitàrispetto alla linea seguita negli ultimi anni. Al contrario, piùforte saràil Pse, piùforti saranno Renzi e il Pd, piùnetti e chiari saranno gli elementi di discontinuitàe di innovazione. E piùforti saranno, per l’Europa e per l’Italia, le ragioni della speranza.

 

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