Dichiarazione sul referendum

Nell’impegno civile e politico alcune convinzioni di fondo devono sempre venire prima di appartenenze, di convenienze, di calcoli personali, di aspettative di successo. Sarebbe stato incomprensibile se alcuni di noi, impegnati nell’associazione Libertà Eguale sorta nel 1999, lo stesso anno della riforma costituzionale del giusto processo, dell’articolo 111, non avessimo coerentemente sostenuto una riforma complessivamente iscritta nel filone del garantismo liberale, nel servizio giustizia riformato a favore del cittadino.

Purtroppo una parte significativa della coalizione di centrodestra si era mossa a partire da un dna giustizialista ed ha quindi avuto poi difficoltà a difendere il merito della riforma, spostando così la campagna sul rapporto tra politica e magistratura che non era oggetto della riforma, prestando così il fianco ad una parte della campagna del fronte del No e sconcertando anche una parte significativa del proprio elettorato, che in parte si è astenuto e in parte ha votato No, più che compensando così, di fatto, come rivelano le prime elaborazioni, il contributo che c’è stato della Sinistra del Sì.

Ci sarà modo di riflettere per trovare le strade per non disperdere il contributo della sinistra liberale.


Commenti

4 risposte a “Dichiarazione sul referendum”

  1. Avatar Giancarlo Vecchi
    Giancarlo Vecchi

    Caro Stefano,
    accolgo i risultati con una profonda delusione: purtroppo un’occasione persa, che chissà se e quando si ripresenterà.
    Da analizzare il NO del Sud, dove il Centro Destra è maggioranza: un voto che, se conforme agli indirizzi dei Partiti, avrebbe ribaltato il risultato (chissà se veramente gran parte della destra giustizialista voleva la riforma).
    Ci sono stati errori da ambo le parti nel politicizzare il referendum e nel non cercare una sintesi condivisa.
    Ci sarà la possibilità, a bocce ferme e sbornia passata, di trovare una maggioranza parlamentare dei 2/3 che provi a formulare una qualche riforma della giustizia?

  2. Avatar Luigi Schiavo
    Luigi Schiavo

    Scrive: “una riforma complessivamente iscritta nel filone del garantismo liberale”. Non è così. Nel merito e nel metodo. Imbarazzante.

  3. Avatar Pierfelice Licitra
    Pierfelice Licitra

    Prof., forse è l’uovo di Colombo, basterebbe seguire l’esempio francese.
    Il principio di unità della magistratura (art. 102, comma 1, Costituzione) impone un concorso unico di accesso. Questo è un vincolo invalicabile per una legge ordinaria. Creare due concorsi separati significherebbe creare di fatto due “ordini” di magistrati, contraddicendo la Carta Costituzionale e richiedendo una complessa riforma costituzionale. E’ questa la strada che è stata seguita ed i risultati li abbiamo visti lunedì.

    Tuttavia, lo stesso principio non vieta, anzi suggerisce, che una volta superato l’accesso unico, i percorsi di professionalizzazione possano e debbano essere diversificati per rispondere alle diverse nature delle due funzioni (giudicante e requirente). L’unità del corpo non implica l’omogeneità delle competenze.

    La riforma Cartabia, con i suoi decreti delegati (in particolare il D.Lgs. 149/2022), ha già aperto questa strada. Ha previsto che il periodo di tirocinio formativo presso la Scuola Superiore della Magistratura (SSM) possa articolarsi in percorsi specializzati per i magistrati destinati alla funzione giudicante e per quelli destinati alla funzione requirente.
    In Francia, presso l’École Nationale de la Magistrature (ENM), l’accesso avviene tramite un concours unique. È solo dopo l’ammissione alla scuola che gli allievi-magistrati, in base al loro ranking e alle loro attitudini, vengono indirizzati verso percorsi formativi distinti
    per il siège (giudici) e il parquet (pubblici ministeri).
    Quindi, l’idea di una “scuola superiore ad hoc” con percorsi distinti dopo il concorso unico non è un’ispirazione dal modello francese, ma è esattamente il modello francese, adattato al contesto costituzionale italiano.

  4. “Il rapporto tra politica e magistratura che non era oggetto della riforma”,

    Non fosse per un metodo di sorteggio spurio (sbilanciato a favore della politica) per comporre sia i ue CSM che l’Alta Corte cui si attribuiva il potere disciplinare sui magistrati (inquirenti e giudicanti assieme, alla faccia della separazione delle carriere).

    Ma il rapporto con la politica non era oggetto della riforma.

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