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Certo, stante il risultato delle urne, il PD rimane una sorta di ago della bilancia parlamentare, ma ogni suo coinvolgimento in un governo o in una maggioranza politica, sia con il centro-destra, sia con i 5Stelle, significherebbe la sua fine. Il PD non ne avrebbe anzitutto la forza politica.

L’alleanza con il centro-destra non avrebbe basi politiche condivise e non sarebbe compresa. Peggio ancora un’alleanza con i 5Stelle. Anche qui sarebbe difficile ritrovare un progetto politico comune, ma soprattutto il PD regalerebbe al movimento di Di Maio una facile legittimazione.

Un paese conservatore
Chi nel centro-sinistra si è affrettato a dare al partito di Di Maio una facile e gratuita patente culturale e politica di soggetto della sinistra ha saltato irresponsabilmente diversi passaggi del discorso politico.

Intanto non si sa di quale sinistra si stia parlando. Certo non di una sinistra europea. Né socialdemocratica, né liberal. Anche Salvini ha preso voti tradizionalmente «di sinistra»!

Consegnare oggi quel riconoscimento significa non chiedere a un soggetto politico d’incerta identità culturale e politica, d’incerta democraticità, sia per il metodo sia per la struttura costitutiva del partito, e infine d’incerta visione complessiva del paese e del proprio ruolo internazionale, di dare prova di sé, di elaborare un progetto politico credibile e compiere i diversi passaggi politici connessi alla responsabilità di una vittoria.

Si tratterebbe di un tatticismo indifferente ai valori e ai bisogni della nostra democrazia, oneroso e alla fine fallimentare, per il PD e non solo. Quanti del ceto politico si muovono su questo asse sono espressione di quella separatezza tra politici e politica che è parte della nostra crisi, e di quel conservatorismo autoreferenziale che è fine a se stesso, o – se si vuole – che è «fine a sé stessi».

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