In Diario

Molti cattolici, non solo di destra, criticano il Pd e il governo Renzi per aver sostenuto e approvato in Parlamento il cosiddetto “divorzio breve”. C’è chi lo fa per quello che ormai è un vero e proprio “anti-renzismo viscerale”. Ma c’è anche chi è sinceramente preoccupato del possibile indebolimento del matrimonio, della ulteriore destrutturazione della famiglia e del trionfo dell’individualismo. Si tratta di preoccupazioni da prendere sul serio, anche se a me non paiono particolarmente fondate.
Come è noto, io credo nel matrimonio, quello indissolubile. Come tutte le cose importanti della nostra vita, individuale e collettiva, anche il matrimonio, cioè l’amore stabile e fecondo, per come la vedo io, è frutto dell’incontro della grazia (dono di Dio) con le nostre opere, il nostro impegno. Sulla scia di Giambattista Vico, io credo anche nell’astuzia della Provvidenza (e della ragione e della storia, che poi non sono che espressioni della Provvidenza medesima). Per Vico, il matrimonio nasce dalla paura dei “bestioni” (gli uomini primitivi) di accoppiarsi con le loro donne a cielo aperto, dunque sotto lo sguardo divino. Per questo, presero a… trascinarle per i capelli nelle grotte, al riparo dagli occhi di Dio. Ma illudendosi di sfuggirgli, in realtà attuavano il suo disegno, dando vita alla famiglia stabile, dunque al matrimonio.
Anche nel nostro tempo sta succedendo qualcosa di analogo. La famiglia si sta trasformando e con essa il matrimonio. Come tutto, nella nostra società, anche la famiglia (e il matrimonio) stanno diventando plurali e flessibili. Ma in fondo, tutte le modalità di stabilizzazione dei rapporti affettivi, anche le più precarie, hanno il matrimonio come modello, al quale avvicinarsi in misura più o meno grande. Potremmo dire che attorno al nocciolo duro, ormai minoritario ma comunque “egemone”, all’idealtipo del matrimonio religioso cattolico, indissolubile perché per sempre, si vanno formando vari cerchi concentrici: ci sono i matrimoni civili, comprensivi della clausola di divorzio, attivabile in tempi più o meno brevi e con procedure più o meno rapide; ci sono gli omosessuali, che rivendicano anch’essi il diritto al matrimonio, anche se in Italia dovranno accontentarsi di un “simil-matrimonio” (peraltro molto “simil”), l’unione civile sul modello tedesco, secondo la proposta del Pd; e ci sono le convivenze di fatto, comunque anch’esse regolate (sulla base del principio “ex facto oritur ius”), finora attraverso la giurisprudenza, presto anche attraverso una normativa positiva, ancorché leggera.
È in questo quadro che va inserita la recente approvazione (che ho sostenuto e votato convintamente) della riduzione dei tempi di separazione necessari ad avviare la procedura di divorzio: dai cinque anni del 1970, negli anni scorsi si è passati a tre e ora a sei mesi in caso di separazione consensuale e un anno nel caso di separazione giudiziale. Lo scioglimento del matrimonio resta dunque un atto complesso, anche se si riducono un po’ i tempi. Questo dovrebbe consentire di alleviare il calvario al quale vanno incontro le coppie (e le famiglie) che entrano in una crisi irreversibile. Io penso peraltro che l’astuzia della Provvidenza userà questo risultato per produrne altri due, non esplicitamente intenzionali: la riduzione della paura nei riguardi del matrimonio (un po’ come, cambiato il tanto che c’è da cambiare, il JobsAct dovrebbe ridurre la paura nei riguardi del contratto a tempo indeterminato); e dunque la riduzione dell’area della convivenza di fatto, oggi dilatata dalla paura di cui sopra, ma anche dalla stessa, abnorme durata delle cause di separazione-divorzio, che impediscono la formalizzazione delle nuove convivenze.
Insomma, a mio modo di vedere, da questo nuovo round democratico di legislazione sui diritti civili, il matrimonio può uscire rafforzato, invece che, come si teme da più parti, indebolito. Per accorgersene però, bisogna imparare a guardare, con speranza e fiducia nella Provvidenza, ai segni dei tempi, invece di comportarsi da “profeti di sventura”.

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