In Diario

Ho votato anch’io, come credo la maggior parte dei senatori del Pd (il voto era segreto, ma i numeri parlano chiaro), contro la richiesta di arresto del sen. Antonio Azzollini. Sapevo che sarebbe stata una decisione difficile da spiegare ad una parte dei nostri elettori, sapevo che mi sarei preso la mia dose di insulti sulla rete, ma ho assunto questa decisione con la coscienza tranquilla, perché penso (e ci ho pensato a lungo) di aver fatto la cosa giusta. Penso che quando si deve decidere della libertà, dell’onore e in definitiva della vita di una persona, si debba farlo prescindendo, per quanto possibile, da valutazioni di opportunità politica, che del resto, in questa circostanza, erano assai incerte. Sarebbe stato infatti sbagliato lasciarsi influenzare, nel decidere pro o contro la richiesta di arresto, sia da ragioni, tutt’altro che ignobili, di realismo politico, che avrebbero spinto a votare contro l’arresto (per salvare l’alleanza con Ncd, decisiva per la tenuta del governo, con tutto ciò che questo comporta in termini di interesse dell’Italia), sia da ragioni non meno nobili e importanti per il Paese, di consenso, almeno immediato, al Pd, che avrebbero spinto nella direzione opposta. Penso sia stato giusto invece porsi, come ho e abbiamo cercato di fare, l’unica domanda vera, che la Costituzione ci impone di porci: quelle proposte dai magistrati sono ragioni in grado di motivare la richiesta, non di processare (su quello non siamo competenti), ma di arrestare in via preventiva, cioè in fase di indagini, un parlamentare? Aggiungo che negli ormai lunghi anni della mia permanenza in Senato (dal 2001) ho quasi sempre votato a favore della richiesta della magistratura, perché ho sempre pensato che l’onere della prova fosse a carico di chi si oppone alla richiesta dei magistrati e non di chi vi si conforma. Penso infatti che si debba partire dal presupposto che un magistrato inquirente che chiede l’arresto di un cittadino, con l’approvazione di un giudice delle indagini preliminari e magari anche (come nel caso di Azzollini) di un tribunale del riesame, lo faccia perché convinto in scienza e coscienza di fare una cosa giusta e dunque doverosa, imposta dalla legge. E pertanto, l’assemblea parlamentare che si oppone a questa decisione debba essa dimostrare l’infondatezza della richiesta della magistratura e la presenza del cosiddetto “fumus persecutionis”, ossia del fondato sospetto di un atteggiamento persecutorio, in una qualunque delle molteplici forme che esso può assumere, da parte della magistratura nei riguardi del parlamentare. Ebbene, nel caso di Azzollini, dopo aver studiato le carte, averci pensato su e discusso con colleghi più competenti di me, sono arrivato alla conclusione che c’erano molti e solidi indizi di fumus persecutionis, che la richiesta di arresto era motivata in modo debole e discutibile ed era sostenuta da argomentazioni pericolose dal punto di vista democratico, in quanto segnavano una netta invasione di campo da parte della magistratura ai danni del parlamento, mettendo così in discussione il principio della divisione dei poteri. L’ordinanza di arresto andava dunque respinta. Azzollini andrà comunque sotto processo e, se sarà condannato, finirà anche in prigione. Ma acconsentire al suo arresto ben prima del processo, sulla base di motivazioni tanto discutibili, sarebbe stato un tragico errore. Che non ho, non abbiamo commesso.

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