In Senza categoria

Sessione I.20 13 ottobre ore 17. 30

La categoria dell’indirizzo politico alla prova del processo di integrazione europeo

 

La questione può essere affrontata da due versanti.

Il primo è l’indirizzo politico interno. Da questo punto di vista il fattore europeo è uno degli elementi-chiave che hanno portato a un maggior protagonismo del Governo nel sistema, ad un ruolo non più di primus inter pares del Pdc e a un obiettivo legame tra formazione dei Governi e assetti nella Ue, resosi evidente in particolare con la genesi del Conte 2, quando le forze politiche che diedero vita al Governo si erano poco prima ritrovate nel voto favorevole all’investitura della Presidente della Commissione.

Tra i tanti problemi va però segnalato una importante linea positiva di riforme: la legge 234 del 2012 ha parlamentarizzato la presenza del Pdc in Aula con comunicazioni prima dei consigli europei, accompagnando il processo e governandolo, a dimostrazione del fatto che non c’è di per sé un gioco a somma zero tra poteri del Governo, del Presidente del Consiglio e ruolo del Parlamento.

Non può essere questo un ottimo modello anche per innovazioni costituzionali?

Sul secondo versante, dell’indirizzo politico europeo, l’elemento predominante di questi anni è la prevalenza dell’indirizzo intergovernativo su quello federale, evidente ad esempio nel cambio di candidato alla Presidenza della Commissione, negando il valore al sistema degli spitzen-kandidaten. La maggioranza europea si forma prima nell’indicazione del candidato in sede di Consiglio e solo dopo nella sua ratifica nel Parlamento eletto a suffragio universale. La prevalenza complessiva dell’indirizzo politico intergovernativo su quello ‘federale’ crea problemi già oggi perché esalta i poteri di veto divaricanti dei vari Stati, ma ancor più in futuro in caso di ulteriori allargamenti.  

Come immaginare un riequilibrio a favore dell’indirizzo politico federale e come concepire gli ulteriori allargamenti in modo che non conducano a paralisi?

 

Sessione III.39 sabato 14 ottobre 8.30

La sorte del Parlamento oltre l’emergenza da Covid 19

 

L’emergenza da Covid 19 non ha di per sé creato granché di nuovo, ma ha accelerato i fenomeni patologici pre-esistenti, in particolare il monocameralismo di fatto, contribuendo a renderli sostanzialmente irreversibili e senza eccezioni.

L’unica vera novità successiva all’emergenza è stato il ritorno almeno momentaneo a Governi di diretta legittimazione elettorale con un superamento delle situazioni necessitate e assistite dal Quirinale di governi di emanazione presidenziale sorte per evidenti difficoltà strutturali delle forze politiche di produrre direttamente stabili intese di Governo.

Da questo punto di vista, dopo l’emergenza, è evidente l’impossibilità di ritorno allo status quo ante per semplice volontarismo politico che critichino gli effetti e la necessità di riforme che agiscano sulle cause, che non concepiscano il rapporto Parlamento-Governo come un gioco a somma zero.

Pertanto, in termini di funzionamento ‘interno’, si presentano ineludibili una scelta di monocameralismo politico sostanziale (o in modo più soft valorizzando il Parlamento in seduta comune o più hard con una diversa seconda Camera delle autonomie) e il varo di una corsia preferenziale che sia un’alternativa credibile all’abuso della decretazione. Questi due rimedi aggredirebbero le cause delle degenerazioni.

In termini di rapporto con la legittimazione dei Governi il nodo consiste nello stabilizzare la legittimazione elettorale diretta lasciando qualche ragionevole margine di flessibilità secondo i modelli di premierato non elettivo, su cui rinvio al testo appena pubblicato su Quaderni Costituzionali.

 

 

Sessione IV.8 sabato 14 ottobre ore 9.50

I partiti come fattori condizionati e condizionanti della forma di governo: verso quale direzione?

 

Al di là della querelle formale sul fatto che i partiti siano elementi costitutivi o condizionanti della fdg, che la dottrina prevalentemente colloca tra i condizionanti (ma la cosa importante è non negarne comunque il carattere decisivo ai fini dell’effettività dell’indirizzo politico) il punto chiave comunque è il seguente: all’inizio i partiti determinano le caratteristiche della fdg, poi sono le caratteristiche della fdg che condizionano i partiti.

Il rapporto è circolare.

Nello specifico è evidente che l’eterogeneità tra i partiti ha determinato un fdg volutamente debole, che si è rivelata tale solo in parte nel primo sistema dei partiti perché la forza di questo secondo compensava la sua debolezza. Di conseguenza abbiamo avuto una la breve durata del Governi ma compensata da una sostanziale continuità della classe politica di Governo. Il sistema ha consentito una progressiva riduzione dell’eterogeneità iniziale integrando tutte le forze politiche sui fondamentai del sistema, ma l’assenza di alternanza ha portato i partiti di Governo ad un’anomala simbiosi con lo Stato e i gruppi di opposizione ad essere spesso demagogici.

I difetti sono poi emersi col più debole secondo sistema dei partiti, e avrebbe richiesto nuove regole costituzionali oltre che elettorali. Posta la necessità di superare lo status quo, opportuno quindi discutere se sia preferibile la via media del premierato non elettivo, con legge elettorale a prevalenza maggioritaria e norme costituzionali ispirati all’esperienza tedesca o quelle opposte, l’una più radicale, il premierato elettivo, e l’altra più prudente, fondata su leggi elettorali proporzionaliste.

Rinvio per i dettagli al mio recente saggio per Quaderni Costituzionali.

 

Sessione V.9  sabato 14 ottobre ore 11.10

L’elaborazione dei testi normativi tra Parlamento e Governo

 

In seguito all’ordinanza della Corte sulla legge di bilancio del Conte 1 ed a quelle successive, e all’emergenza Covid, il monocameralismo di fatto è ormai dilagato, è regola assoluta senza deroghe, e sembra pertanto impossibile ritornare indietro allo status quo ante.

Il tema del monocameralismo di fatto, per non ridursi a una sterile lamentazione, richiama quindi a due possibili riforme che hanno in comunque una scelta di monocameralismo politico sostanziale: o quella più soft di valorizzare il Parlamento in seduta comune o quella più hard con una diversa seconda Camera delle autonomie.

Questo si ricollega anche al tema della decretazione d’urgenza, ormai stabilizzatasi su poco meno di 4 decreti al mese, con le leggi di conversione oltre il 50 per cento del totale delle leggi che diventano due terzi se si guarda alla quantità di parole delle leggi), che presente sempre più esplicitamente, direi ostentatamente, la propria eterogeneità.

Basti vedere le sedute del Comitato per la legislazione Camera del 12 settembre in cui si rilevano da parte del relatore Lai nel Preambolo del decreto 105/2023 ben 10 distinte finalità e quella del 3 ottobre con identica notazione del relatore Rotondi sul decreto n. 104/2023. In entrambi i casi con approvazione unanime del relativo parere.

Non entro sui lavori del Comitato Senato, dato che abbiamo qui il collega Giorgis che ne è componente.

Infine, per quanto riguarda i casi di decreti matrioska, siamo già arrivati a ben 6 casi.

Per uso comune: i dati sulla produzione normativa nei primi 9 mesi di legislatura

https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1354685.pdf?_1695986704531

e un aggiornamento recente di Openpolis

https://www.openpolis.it/con-il-governo-meloni-sempre-piu-decreti-e-meno-leggi-ordinarie/

qui i resoconti del Comitato Camera

https://www.camera.it/leg19/1364?shadow_organo_parlamentare=3517&id_tipografico=48

e qui quelli del Comitato Senato

https://www.senato.it/static/bgt/listasommcomm/0/149/s/19/index.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Recent Posts

Leave a Comment

Contatti

Scrivi una mail a stefano

Not readable? Change text. captcha txt