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STEFANO CECCANTI (PD). Grazie, Presidente. Sono particolarmente felice che presieda lei oggi, perché volevo intervenire su due decisioni che lei si troverà presto a prendere in materia di ammissibilità di emendamenti.

Il primo tema è una preghiera che noi rivolgiamo, da parte del nostro gruppo, a non considerare come precedente la decisione che ha preso ieri la Presidente del Senato sulla riforma costituzionale legata al numero dei parlamentari, che poi è stata approvata oggi in prima lettura e che sta per arrivarci. Con una concezione piuttosto restrittiva, per essere eufemistici, del potere di emendamento dei parlamentari, non è stato accettato, tra gli altri, per esempio un emendamento che incide sull’età per eleggere il Senato oppure un altro sulle funzioni del Senato, come se il tema del numero dei parlamentari fosse del tutto indipendente dalla loro funzione e dalla base elettorale.

Segnalo, per esempio, che la legge costituzionale n. 2 del 1963 intervenne sul numero di parlamentari, ma anche sulla durata del Senato, e che, nelle precedenti stagioni di riforme costituzionali, si sono sempre adottati criteri molto elastici. Ricordo che nel 2005 era entrato il progetto, che poi uscì, della maggioranza di centrodestra, che era un modello parlamentare originale, e furono accettati emendamenti radicalmente diversi sulla forma presidenziale o semipresidenziale. Questo è accaduto anche nel 2013. Non si può comprimere in materia costituzionale concependo il numero come una cosa del tutto chirurgica e astratta dal resto, questo è importantissimo anche ai fini della serenità del lavoro parlamentare.

Sarebbe come se noi sul referendum avessimo rifiutato – visto che i testi di partenza giocavano sull’articolo 71, sull’iniziativa popolare del referendum propositivo – anche emendamenti sull’articolo 75. Questo tema è gerarchicamente più importante, per questo gliel’ho detto per primo.

Il secondo è il tema dell’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, e della emendabilità delle intese.

Ora, è chiaro a tutti che l’articolo 116, terzo comma, ha una logica pattizia tra lo Stato, attraverso il Governo, e le regioni, benissimo; però, la procedura con cui noi dobbiamo lavorare deve essere una procedura che non annulla il potere di emendamento dei Parlamenti. Sono immaginabili in astratto varie procedure, non ne discende una sull’articolo 116, terzo comma. Ci sono due esigenze costituzionali da tenere in equilibrio, quella del diritto dei parlamentari e quella della logica pattizia: troviamo una procedura che non sacrifichi unilateralmente, perché quello che dice oggi il Presidente Zaia nella lettera a Il Mattino, dove dice che il potere di emendamento deve essere azzerato, questo, obiettivamente, è un modello squilibrato, che non potremmo accettare.

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