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PRESIDENTE. È iscritto parlare il deputato Stefano Ceccanti. Ne ha facoltà.

STEFANO CECCANTI (PD). Grazie, Presidente. Questo è il terzo dei decreti che cercano di regolare la legislazione di emergenza, dopo il decreto n. 6 e il decreto n. 19, fa tesoro anche delle critiche ai decreti precedenti e per fortuna della nuova situazione meno emergenziale che si è determinata. Il primo passaggio chiave è quello del comma 16 dell’articolo 1, perché era stata criticata in precedenza la rigidità del rapporto Stato-regioni e che fosse consentito alle regioni di fare solo atti in deroga verso l’alto, in maniera più rigorista. Invece, finalmente, questo decreto consente di farli sia in maniera più rigorista, sia in maniera più lassista, evidentemente sempre motivati; quindi, dà dei margini alle varie regioni superiori a quello che era previsto in precedenza. Poi è un decreto che riallarga i diritti, per quanto possibile, nella situazione data, consente gli spostamenti da regione a regione e mette come eccezione solo motivata di inserire restrizioni ulteriori; quindi, cambia il rapporto tra regola ed eccezione. Anche dal punto di vista dei diritti, ripristina pienamente il diritto di riunione, esclusivamente con la logica della distanza di sicurezza di un metro, e conferma il rapporto pattizio nella libertà religiosa, perché le eventuali restrizioni che rimangono in vigore sono restrizioni volute e sottoscritte da tutte le confessioni religiose e non imposte unilateralmente dallo Stato. Quindi, a me sembra che questo testo fosse, già nella sua formulazione originaria, poi ancor meglio nelle correzioni del Senato, legislativamente necessario ed opportuno; ed è anche costituzionalmente fondato, perché ricordo che la presidente della Corte costituzionale ha richiamato nella sua ultima relazione i seguenti criteri: necessità, proporzionalità, bilanciamento, giustiziabilità e, soprattutto, temporalità. Quindi, non abbiamo nulla da dire sul testo del decreto in sé. Ovviamente, però, è giusto pro futuro che anche la legislazione futura segua questi criteri e soprattutto quelli di temporaneità: il 31 luglio scade lo stato di emergenza; noi speriamo ardentemente che questo stato di emergenza non debba essere in alcun modo prorogato, ma qualora vi fosse la necessità, invitiamo caldamente il Governo – lo dice anche un ordine del giorno bipartisan del Comitato per la legislazione – a venirlo a spiegare eventualmente in questa sede, ove possibile, o subito dopo, ove la necessità fosse impellente, perché dall’emergenza dobbiamo assolutamente uscire ritornando alla fisiologia democratica. Quindi, benissimo questo decreto, che si muove in questa direzione, e attendiamo atti conseguenti anche dopo il 31 luglio (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

C 2554 – Decreto-legge n. 33 del 2020


La Camera

premesso che:

come segnalato nel parere reso sul provvedimento dal Comitato per la legislazione, l’articolo 3 prevede che in via generale le misure disposte dallo stesso si applichino dal 18 maggio al 31 luglio 2020; ciò in coerenza con quanto previsto dall’articolo 1, comma 1, del decreto-legge n. 19 del 2020 che dispone che le misure di contrasto all’epidemia possano essere adottate “per periodi predeterminati, ciascuno di durata non superiore a trenta giorni, reiterabili e modificabili anche più volte fino al 31 luglio 2020, termine dello stato di emergenza dichiarato con delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020”;


dato il carattere grave e del tutto inedito nella storia repubblicana dell’emergenza determinata dall’epidemia da COVID-19, il Governo e il Parlamento hanno collegato allo stato d’emergenza, prima con il decreto-legge n. 6 del 2020, poi con il decreto-legge n. 19 e con il provvedimento in esame, il peculiare sistema della possibilità di adozione, fino, come si è detto, al 31 luglio 2020, di misure di contenimento dell’epidemia con DPCM (o nelle more con ordinanze del Ministro della salute o delle autorità territoriali), entro il quadro delle misure adottabili previsto dai decreti-legge richiamati;

in base all’articolo 24 del codice della protezione civile (decreto legislativo n. 1 del 2018) la durata dello stato d’emergenza di rilievo nazionale deliberato dal Consiglio dei ministri non può superare i 12 mesi ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi;

è del tutto evidente, pertanto, che una nuova dichiarazione dello stato d’emergenza per affrontare l’epidemia in corso assumerebbe anch’essa un rilievo inedito; risulta pertanto necessario garantire un coinvolgimento del Parlamento nella decisione, in analogia a quanto previsto, sia pure nel quadro di un diverso assetto costituzionale, in diversi paesi europei, tra i quali Francia e Spagna;

il coinvolgimento del Parlamento potrebbe essere assicurato utilizzando il modello già previsto per l’adozione dei DPCM dal decreto-legge n. 19 del 2020, vale a dire la previa comunicazione alle Camere dell’intenzione del Governo di procedere alla delibera, accompagnata dai dati tecnico-scientifici alla base della stessa, al fine di ricevere dalle Camere i necessari indirizzi, anche con riferimento ai limiti temporali; come già previsto dal decreto-legge n. 19, solo nel caso di gravi e indifferibili ragioni di urgenza, il Governo potrebbe recare comunicazioni successive, comunque entro un termine temporale ravvicinato e fatta sempre salva la possibilità per le Camere di formulare anche in quella occasione opportuni indirizzi; successivamente il Governo dovrebbe poi provvedere con apposito provvedimento legislativo a definire la cornice delle specifiche misure di contenimento adottabili, senza limitarsi a far rivivere il quadro adottato dal decreto-legge n. 19 e dal provvedimento in esame;

nel caso in cui invece, come auspicabile, non si debba fare ricorso allo strumento dello stato d’emergenza nazionale, potrebbe comunque porsi l’esigenza di continuare a disciplinare, previa individuazione di un’idonea base legislativa, tutti gli aspetti per i quali è possibile procedere fino al 31 luglio con DPCM; anche in questo caso, come richiesto dal parere reso dal Comitato per la legislazione, è opportuno che il Governo proceda con un’apposita iniziativa legislativa, anche se necessario d’urgenza, ma comunque da discutere in Parlamento, senza limitarsi ad una mera proroga o differimento, magari all’interno di provvedimenti di più ampia portata, del termine del 31 luglio previsto dal decreto-legge n. 19 e dal provvedimento in esame,

impegna il Governo

1) a rendere, salvo gravi e indifferibili motivi d’urgenza, una preventiva comunicazione alle Camere nel caso in cui si intenda procedere, a fronte di un riacutizzarsi dell’epidemia in corso, ad una nuova dichiarazione dello stato d’emergenza di rilievo nazionale, al fine di ricevere gli opportuni indirizzi del Parlamento al riguardo, anche con riferimento alla durata temporale;
2) ad accompagnare la comunicazione con tutti gli elementi tecnico-scientifici a supporto della stessa;
3) nel caso in cui non sia possibile, per gravi e indifferibili motivi d’urgenza, rendere una comunicazione preventiva, a rendere comunicazione successivamente entro un termine temporale ristretto, sempre al fine di ricevere gli opportuni indirizzi parlamentari;
4) sia nel caso di nuova deliberazione dello stato d’emergenza sia nel caso in cui si renda comunque necessario fornire una nuova base legislativa, successiva al 31 luglio 2020, per le materie fin qui disciplinate con i DPCM, ad assumere un’apposita iniziativa legislativa, se necessario anche d’urgenza, evitando la mera proroga o differimento, magari nell’ambito di provvedimenti di più ampia portata, di quanto fin qui previsto dal decreto-legge n. 19 e dal provvedimento in esame.


Tomasi, Ceccanti, Ferri, Russo

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