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PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Ceccanti. Ne ha facoltà.

STEFANO CECCANTI (PD). Vorrei ripercorrere un attimo il lavoro di Commissione per chiarire come ci siamo mossi e perché abbiamo provato a muoverci, anche secondo quello che diceva la collega Montaruli, cioè trovare un punto di equilibrio rispetto a date e scadenze. Questa esigenza ce l’abbiamo presente tutti, però nessuno è in grado di fare miracoli se arrivano richieste opposte tra di loro, che si elidono tra di loro. Questo è il nodo politico in cui ci imbattiamo e a cui siamo fermi in questo momento. Speriamo di migliorare, però ci sono dei motivi per cui, al momento, questa esigenza non è riuscita a cadere in un precipitato condiviso.

Noi abbiamo iniziato l’esame di questo testo e questo testo è andato di fronte ad alcune criticità, in particolar modo sul comma 2 dell’articolo 1, che è stato richiamato prima, che prevedeva di poter prorogare ulteriormente le elezioni in caso di pandemia nella finestra autunnale senza una norma primaria. Questa criticità è stata fatta presente nel dibattito di Commissione, nel Comitato per la legislazione; il Governo ha riconosciuto che la norma era critica, e si è presa la decisione più drastica, quella di sopprimerla, mentre il Comitato per la legislazione aveva proposto solo di emendarla. Quindi, si è presa la decisione più garantistica. Dopodiché, in particolar modo i colleghi del gruppo di Fratelli d’Italia, in Commissione – lo traduco in maniera più drastica possibile – ci hanno detto: ma voi, che avete quattro presidenti di regione su sei in scadenza che vogliono votare a luglio, non è che vi preparate qui, in Commissione, a tentare di fare un atto unilaterale con un vostro emendamento? E noi gli abbiamo detto: no, perché noi riteniamo che le regole si fanno insieme, tant’è che se uno va a vedere il fascicolo degli emendamenti, gli unici due emendamenti che propongono di votare a luglio non vengono da nessuno dei parlamentari della maggioranza, ma vengono, legittimamente, dal collega Silli, del gruppo Cambiamo! e dal collega Stefani, di tutto il gruppo della Lega, che, legittimamente, dal loro punto di vista, hanno presentato degli emendamenti, quelli che il gruppo di Fratelli d’Italia sospettava che volessero presentare noi, ma che noi non abbiamo presentato.

Dopodiché, si è aperta questa disputa sulla ricerca di una data condivisa, che ha un problema di fondo: il testo, così come è scritto, blocca le elezioni regionali fino a tutto agosto. Dopodiché, la data delle elezioni regionali non è nella nostra disponibilità, a meno che qualcuno non proponga di cambiare la norma, ma nessuno l’ha proposta e sarebbe obiettivamente di dubbia legittimità mettere una proibizione anche a settembre alle regioni per votare, perché, fino a luglio, siamo coperti dallo stato di emergenza, agosto palesemente è un mese in cui nessuno propone di votare, le regioni dal 6 settembre possono indire elezioni. Questo è il nodo. Noi possiamo fare l’election day su comunali e referendum, perché appartiene ad una nostra scelta, ma le regioni o le convinciamo a votare nella giornata che noi indichiamo o non glielo possiamo imporre.

Allora, chiunque si trovi al Governo, momentaneamente – si trova una certa coalizione, dopo il voto, non prima, comunque, c’è una certa coalizione -, una coalizione che governa in questo momento, chiunque sia seduto al banco del Governo ha questo problema.

Che, se segue quello che dicono i gruppi di opposizione e sposta ulteriormente la data verso fine settembre o ottobre, incentiva i Presidenti di regione, che non sono d’accordo già con la data del 20, a indire le elezioni al 6 o al 13 settembre. Questo è un dato rilevante. Se invece il Governo, per evitare questo, si sposta verso le date chieste dai presidenti di regione, l’opposizione protesta ancora di più ed eccede in queste polemiche, in questa fase guevarista dell’onorevole Sisto a cui abbiamo assistito in questi giorni in Commissione.

Però non c’è nessuno che sia in grado di realizzare un miracolo e di mettere d’accordo le esigenze opposte, al momento, per cui o qualcuno cambia posizione o è un po’ difficile trovare una soluzione intermedia, che è quella che scontenta tutti, perché la soluzione del 20 ha un difetto ma ha anche un pregio, che scontenta tutti, perché non si allinea né sulla richiesta dei gruppi di opposizione né sulla richiesta dei presidenti delle regioni.

C’è qualcuno che ha una soluzione migliore in grado di tenere dentro tutti? Se c’è qualcuno che riesce a fare questo, oggi, domani, penso che tutti saremmo molto lieti, però c’è un problema effettivo di richieste opposte.

Le altre innovazioni mi sembra corrispondano – quelle che competono a noi, su cui possiamo decidere noi – a razionalità. C’è stata una polemica sulla questione dei consigli di circoscrizione, perché si è detto che non vale la pena di votarli per nove mesi. Noi abbiamo nel nostro ordinamento, per il Parlamento nazionale, una norma che dice che, se un qualsiasi parlamentare scade nell’ultimo anno di legislatura, non si fanno suppletive: si rinuncia alla completezza del plenum perché non ha senso eleggere in una elezione suppletiva solo per pochi mesi un parlamentare. Quindi, non è che stiamo parlando di un qualcosa a noi sconosciuto, stiamo parlando di un principio presente nell’ordinamento per cui, per pochi mesi, forse, non vale la pena di rinnovare un organo, tanto più se siamo in una situazione di potenziale pandemia.

Quindi, si può discutere, uno può essere d’accordo o non d’accordo, però dire che non eleggere un consiglio di circoscrizione solo per nove mesi sia un attentato alla democrazia, francamente mi sembra un po’ sproporzionato come argomento.

Vengo poi alla questione referendum. Il referendum era stato indetto per il mese di marzo, quindi, paradossalmente, è la scadenza elettorale che per il momento ha subito il maggiore spostamento in avanti. Ora, qualcuno può sostenere la tesi che dobbiamo aprire le urne tra settembre e ottobre tre domeniche diverse in una situazione di pandemia? Ci sono le preoccupazioni sulle scuole. Cioè, noi vogliamo aprire le urne in tre settimane diverse utilizzando le scuole in tre settimane diverse? Mi sembra difficile, quindi mi sembra difficile evitare un abbinamento anche del referendum. Nel nostro ordinamento c’è solo una proibizione, peraltro di norma primaria, non costituzionale, che è quella che impedisce l’abbinamento del referendum abrogativo con le sole politiche. Peraltro, si può discutere anche quella, perché è una norma primaria, ma è l’unica che c’è; infatti, noi il referendum abrogativo lo abbiamo abbinato, nel 2009, con le elezioni amministrative, anche se questo indirettamente favoriva un referendum che ha il quorum, mentre questo referendum non ha quorum.

Poi, francamente – il collega Fornaro è un esperto di dati elettorali, di ricostruzione e di interpretazione dei dati elettorali -, guardate che i nostri elettori, quando gli si danno in mano più schede, tendono a distinguere nettamente una scheda dall’altra. La sera delle elezioni europee, quando c’è stato lo scrutinio delle elezioni europee, sulla base delle elezioni europee le coalizioni con la Lega avrebbero dovuto vincere in quasi tutti i comuni d’Italia; quando, poi, si è fatto lo spoglio delle elezioni comunali abbiamo assistito, in alcuni casi, a un 20 per cento di elettori che hanno legittimamente deciso di votare per la Lega sulle elezioni europee e per coalizioni di centrosinistra sul piano comunale. È successo tante volte, era successo anche nel 2009, quando il Partito Democratico aveva stravinto sulle elezioni europee che quello stesso giorno aveva perso Livorno e Padova, per esempio, dove sulla scheda sulle europee aveva superato il 50 per cento da solo. Quindi, tutte le tesi sul fatto che una scheda condiziona l’altra, obiettivamente, oggi, per come ragiona l’elettorato, non sembrano particolarmente sensate, tanto più che, tra due schede europee e amministrative vi sono comunque competizioni tra partiti, mentre qui c’è una competizione tra partiti e una competizione sì-no.

Dopodiché, rendendosi conto della situazione, delle scelte che facciamo, ovverosia di una raccolta di firme nel mese di agosto, si è deciso di abbattere a un terzo le firme richieste, non solo per le elezioni amministrative, che erano completamente nella nostra disponibilità, ma anche per le elezioni regionali, dove invece c’era un dibattito sulla legittimità, su quanto può spingersi la legislazione statale, quanto quella regionale. All’inizio si pensava di fare solo un principio, di affidare alle assemblee regionali il voto vero e proprio per recepire il principio, poi si è fatto di più: si è pensato che, sulla base di alcuni principi costituzionali, dell’articolo 48, dell’articolo 49, fosse necessario fare proprio una norma cedevole che si impone alle assemblee regionali a meno che esse non decidano di decidere diversamente, quindi ci si è spinti molto oltre per finalità garantistiche.

Io mi permetterei di dire questo ai colleghi dell’opposizione, che soggettivamente sono convinti di voler realizzare un risultato condiviso, però sostengono tesi opposte ai presidenti di regioni anche della loro parte politica, quindi non ci danno al momento una soluzione che ci permette di quadrare il cerchio. Se non siete d’accordo, votate no, argomentate, però non eccedete nelle motivazioni. Non potete dire che, siccome al momento il Governo, per trasparenza, ha dato una data che non era imposta dalla normativa, perché la normativa dà solo finestre, dire che se si vota il 20 settembre è un colpo di Stato e il 27 settembre è una piena normalità democratica, perché 7 giorni di differenza non fanno la differenza tra una democrazia e una situazione non democratica. Li inviterei pertanto a meditare la nota frase di Talleyrand: surtout pas trop de zèle. Evitate gli eccessi di zelo nelle argomentazioni negative (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

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