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Il PD dopo l’Italicum. Intervista a Giorgio Tonini
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giorgio tonini

Dopo l’approvazione, da parte della Camera, della legge elettorale il PD è attraversato da forte tensione. C’è da registrare l’uscita di Pippo Civati dal gruppo del PD alla Camera. Altri lo seguiranno? Ne discutiamo con Giorgio Tonini, vice-presidente dei senatori PD.

Senatore Tonini, Renzi vince la battaglia sulla legge elettorale. Ma secondo alcuni è una vittoria sulle macerie: il dissenso pesante di alcuni leader della “ditta”, le opposizioni che lasciano l’aula. Insomma vince smentendo se stesso (visto che aveva affermato che le regole dovevano essere condivise). Insomma, davvero non si poteva evitare la forzatura? L’ex direttore del Corriere, per questa forzatura, ha definito Renzi un “maleducato di talento”. Ha ragione De Bortoli?

Non so a cosa si riferisse De Bortoli. Non credo volesse esprimere un apprezzamento sul piano personale. Forse si riferiva al modo di fare politica di Renzi, che certo non lascia molto spazio ai formalismi e alle ritualità, ma va al sodo, al nocciolo della questione. E il nocciolo della questione è, in effetti, parecchio maleducato. Mi riferisco alla durezza dei problemi che affliggono il paese e all’urgenza di affrontarli con determinazione. Prendiamo il caso delle legge elettorale. Io ho ancora nelle orecchie la ramanzina che due anni fa, all’inizio di questa legislatura, il presidente Napolitano aveva rivolto a noi grandi elettori — deputati, senatori, consiglieri regionali — che lo avevamo appena rieletto Capo dello Stato. Napolitano ci bacchettava, in un modo che De Bortoli forse definirebbe maleducato, certamente in modo giustamente rude, per non essere stati capaci, in anni di inconcludenza, di trovare l’accordo su una riforma della legge elettorale e della seconda parte della Costituzione. Da quella ramanzina nacque il governo Letta, col preciso compito di fare le riforme. Ma la condanna di Berlusconi, il voto sulla sua decadenza da senatore e la rottura in seno al centrodestra, avevano riportato la situazione al punto di partenza, in quell’eterno gioco dell’oca, al quale tanto assomiglia la politica italiana. Renzi ha avuto il merito di riportare Berlusconi al tavolo delle riforme e di stringere un accordo di merito su di esse. Un accordo che è stato modificato e perfezionato in parlamento e che ha portato ad un voto largo al Senato sull’Italicum.

Poi, Forza Italia si è sfilata di nuovo, stavolta a causa dell’elezione del presidente Mattarella, a giudizio di quel partito non sufficientemente condivisa. A quel punto avevamo tre strade davanti a noi: arrenderci, gettare la spugna per l’ennesima volta, davanti agli incomprensibili bizantinismi della politica italiana; oppure andare avanti modificando il testo votato al Senato, nel senso richiesto dalla minoranza interna al Pd, così avallando l’accusa di Forza Italia di voler scrivere le regole da soli; o invece portare all’approvazione definitiva il testo frutto dell’accordo fatto al Senato, anche accettando di pagare un prezzo interno al Pd, ma lasciando tutta intera a Forza Italia la responsabilità di rinnegarlo, peraltro per motivazioni estranee al merito della riforma. Renzi, e con lui la stragrande maggioranza dei deputati del Pd, ha scelto questa ultima strada, la strada della serietà. Dopo anni, per non dire decenni, di rinvii e fallimenti, stavolta si fa sul serio. C’è un testo, un buon testo, che è stato votato dal Senato a larga maggioranza. Per noi si vota quello, perché “pacta sunt servanda”. Se per altri non è così, saranno loro a doverlo spiegare ai cittadini.

Io non penso affatto che in questo modo Renzi abbia rinnegato il suo impegno per riforme condivise, semmai è il contrario. E non penso neppure che il voto alla Camera sull’Italicum sia una vittoria sulle macerie: a meno che non ci si riferisca alle macerie dei tatticismi, dell’inconcludenza, della irresponsabilità.

Veniamo alla legge. Certo è che il Porcellum, dalla Corte dichiarato incostituzionale tra l’altro per le liste bloccate, ora ce le ritroviamo nell’italicum. Non c’e il rischio di incostituzionalità?

Le liste bloccate non ci sono nell’Italicum. I deputati saranno eletti in parte con le preferenze, in parte con l’uninominale. In entrambi i casi, sarà garantito il vero e unico vincolo posto dalla sentenza della Corte, quello della riconoscibilità degli eletti da parte degli elettori. La Corte non ha infatti bocciato il Porcellum perché non prevedeva il voto di preferenza: se avesse detto quello che le fanno dire molti commentatori male informati, la Corte avrebbe messo fuorilegge, per così dire, le leggi elettorali di quasi tutta Europa, posto che il voto di preferenza c’è in Grecia e poco oltre. La Corte ha condannato il Porcellum perché si basava su lunghe liste bloccate, che rendevano quasi impossibile per gli elettori sapere per quale persona stavano votando, quando votavano per un simbolo di partito. La Corte ha dunque chiesto al Parlamento di prevedere un meccanismo che eviti questo problema, scegliendo tra i vari possibili: liste corte, anche bloccate (sul modello Spagnolo o tedesco), collegi uninominali (come in Francia o nel Regno Unito), o anche liste corte miste, in parte bloccate in parte no. L’Italicum segue questo ultimo esempio proposto dalla Corte. E prevede un sistema per l’appunto misto, basato su liste corte all’interno delle quali l’elettore può scegliere due nomi, un uomo e una donna, ai quali dare la sua preferenza; e su un cosiddetto ”capolista” bloccato, il nome del quale è stampato sulla scheda accanto al simbolo del partito che lo candida, sul modello del sistema uninominale. Si può condividere o meno questo meccanismo, che ha pregi e difetti come qualunque meccanismo. Ma non si può dire che non rispetti, in modo scrupoloso, il dettato della Corte costituzionale.

Quali sono i pregi e i limiti di questa legge?

Il pregio principale mi pare la garanzia di un vincitore. Al primo turno, se la lista che arriva prima prende almeno il 40 per cento dei voti, o in caso contrario al ballottaggio tra le due più votate, un partito vince il diritto e la responsabilità di governare il paese, attraverso un (moderato) premio di governabilità che gli assegna 340 seggi su 630. Non sarà più possibile che si verifichi un risultato nullo, come quello del 2013. Naturalmente, perché questo obiettivo si realizzi appieno, è necessario completare la riforma elettorale con quella costituzionale, superando l’attuale bicameralismo perfetto, trasformando il Senato in una Camera delle autonomie, con una importante funzione di raccordo tra l’attività legislativa statale e quella regionale, entrambe ricomprese in un quadro europeo, ma senza più il potere di dare o togliere la fiducia al governo, che diviene prerogativa esclusiva della Camera dei deputati. Quanto ai limiti, piuttosto parlerei di rischi, il principale dei quali è che sull’Italicum si riversi un’aspettativa eccessiva per qualunque legge elettorale. A una legge elettorale si può chiedere, se si vuole, un vincitore chiaro e certo. E l’Italicum, abbinato alla riforma del Senato, questo risultato lo dà. A una legge elettorale non si può invece chiedere la garanzia della stabilità e della durata dei governi. Mi spiego meglio: al partito che vince le elezioni l’Italicum assegna alla Camera una maggioranza di 25 seggi, più che sufficiente per far partire un governo, il governo del leader del partito vincitore. Ma cinque anni sono lunghi. E basteranno 25 deputati, su 340, almeno 240 dei quali eletti con le preferenze, per mandare il presidente del Consiglio a dimettersi al Quirinale. Altro che strapotere del premier, uomo solo al comando, ritorno del fascismo, legge Acerbo e simili stupidaggini! Perché il rischio dell’instabilità non si verifichi, sono necessarie due condizioni. La prima è il rafforzamento della tenuta interna dei partiti e dei gruppi. Se si afferma la prassi, che si sta pericolosamente instaurando anche nel Pd, secondo la quale in un gruppo parlamentare di maggioranza ci si comporta “secondo coscienza” ogni volta che lo si ritiene opportuno, perfino sulla fiducia al governo, è evidente che nessun gruppo, per quanto vincitore delle elezioni e assegnatario del premio di maggioranza, potrà mai garantire la stabilità. Avremo quindi di nuovo crisi di governo, elezioni anticipate, o governi “non eletti dai cittadini”, come ci si lamenta siano stati i governi Monti, Letta e Renzi. Se non si vuole che questo si verifichi, bisognerà lavorare a ristabilire regole di disciplina interna ai gruppi, assistite e rafforzate da norme antiframmentazione da prevedere nei regolamenti parlamentari. In caso contrario, è bene sapere che l’unico rimedio alla precarietà dei governi sarà procedere ad una revisione della forma di governo, rafforzando davvero i poteri del premier, o addirittura optando per un modello semipresidenziale. Se non stiamo attenti, potrebbe nascere un forte movimento politico in questo senso…

Veniamo al PD. Il suo partito è continuamente attraversato da forti movimenti “tellurici “. Mai come questa volta la spaccatura è stata pesante. Riuscirà Renzi a recuperare un rapporto dignitoso con la minoranza, oppure passerà alla storia come il segretario della scissione? Quali potranno essere gli argomenti di Renzi, nei confronti della minoranza, per evitare traumatiche divisioni?

Un partito grande non può essere un monolite. E che in un grande partito di centrosinistra ci siano idee, proposte, perfino visioni diverse, è un dato di fatto assolutamente fisiologico. In particolare, nel Pd è comprensibile che ci siano due grandi filoni di pensiero. Da una parte, c’è chi pensa al Partito democratico come ad un partito nuovo, per cultura politica, modello organizzativo, insediamento elettorale e classe dirigente, rispetto ai partiti storici della sinistra italiana, a cominciare dal Pci, così come rispetto alla stessa componente di sinistra della Dc. Un partito, fu definito da Walter Veltroni, “a vocazione maggioritaria”, per significare la spinta ad uscire dai confini tradizionali, sociali, culturali e perfino territoriali, della sinistra italiana, da sempre minoritari, per proporsi invece, attraverso una nuova sintesi politico-programmatica, come “partito del paese” (espressione che ho sempre preferito a quella, di derivazione togliattiana, proposta da Reichlin, di ”partito della nazione”). Dall’altra, c’è invece chi vede nel Pd la continuazione di quella storia, o di quelle storie, sotto nuove spoglie. Bersani vinse il congresso nel 2009 con lo slogan “diamo un senso a questa storia”, intendendo che nella versione, accusata di “nuovismo”, di Veltroni, il Pd aveva perso il senso della sua storia. Ma il Pd bersaniano, il Pd che più ha rilanciato la continuità con la storia della sinistra italiana, il Pd che ha pensato se stesso come figlio diretto dell’Emilia rossa e del compromesso storico, è un Pd che ha perso, prima nel paese, scoprendosi ancora una volta radicalmente minoritario, e poi nello stesso corpo del partito. Renzi ha riproposto e rilanciato, vorrei dire portato alle estreme conseguenze, con energia e freschezza e anche con una certa ”maleducata” ruvidezza (la “rottamazione”…) l’idea veltroniana della discontinuità. Fin qui ha inanellato una serie sorprendente di vittorie tattiche, sbaragliando tutti gli avversari, sia interni che esterni e portando il Pd al risultato elettorale record, in Italia e in Europa, del 40 per cento. Ma lui per primo sa che molte altre prove lo attendono: la prova di governo, sui terreni difficilissimi della politica estera ed europea, del rilancio dell’economia e delle riforme; e la prova del consenso, nel Pd e nel paese. La partita è dunque aperta. Davanti alle attuali minoranze del Pd, che a lungo avevano fatto il bello e il cattivo tempo nell’attuale partito e in quelli che lo hanno preceduto, sta la scelta tra una strategia di ostruzionismo distruttivo, contro Renzi costi quel che costi, anche a costo di minare le regole fondamentali dello stare insieme, come la lealtà di chi perde il confronto democratico nei riguardi di chi lo vince, o invece quella di ricostruire una prospettiva alternativa a Renzi su basi nuove, che mi parrebbe non possa prendere le mosse se non da un franco interrogarsi sulle ragioni della duplice sconfitta del Pd bersaniano.

Parliamo di Enrico Letta. Dopo più di un anno è tornato sulla scena. Va a Parigi per insegnare. Eppure alcuni pensano che sarà il principale antagonista di Renzi nel partito. Cosa pensa di Letta?

Di Letta penso tutto il bene possibile da molti anni. Penso che, anche grazie alla giovane età abbinata ad una certo non comune esperienza, abbia moltissimo da dare al Pd e al paese. Penso che i toni scelti in questi giorni, per una uscita di scena che in realtà è un rientro, non siano stati del tutto all’altezza della stima che si è conquistato nel giudizio di tanti.

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