In Diario

All’attenzione di Eugenio Scalfari
Da parte di Pasquale Pasquino Professor of Law and Politics at New York University

“Le conseguenze di queste decisioni che stanno per essere approvate tra pochi giorni sono di fatto l’abolizione della democrazia parlamentare.”
Con queste parole Eugenio Scalfari conclude la prima parte del suo articolo di domenica 12 aprile, quella relativa alle riforme istituzionali in corso volute dal governo. Ed approvate a larga maggioranza dal PD e, fino alla elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, anche da FI. Che Silvio Berlusconi sia stato convinto a propositi più democratici da Scalfari è una favola bella alla quale crede solo lui. O nemmeno lui! E’ bene che le leggi elettorali siano approvate da larghe maggioranze, ma “la più bella costituzione del mondo” le considera leggi ordinarie. Ora queste sono approvate in base ai regolamenti parlamentari dalle maggioranze che questi prevedono. Saranno pessimi, ma Scalfari opportunisticamente tace sul punto. Salta di palo in frasca. E ci dice che in Italia la maggioranza parlamentare non esprime la maggioranza popolare perché il numero degli astenuti è in crescita. Scalfari cita in francese Jacques Julliard, chic alors, ma sembra uno che non ha mai messo la testa fuori di casa. L’Italia è un paese in cui il tasso di partecipazione alle elezioni è fra i più alti fra quelli delle democrazie consolidate. Certo per Scalfari gli Stati Uniti a vista della partecipazione alle elezioni deve essere classificato fra gli stati a-democratici o autoritari. Quello che non piace a Scalfari (che non dice quello che piace a lui – che poi è un decisionismo favorevole allo statu quo, perché il non cambiare è una decisione altrettanto forte di quella favorevole al cambiamento) ha ormai l’epiteto dell’autoritarismo antidemocratico! E che dire poi del Regno Unito, dove Tony Blair con il 37% aveva una vasta maggioranza ai Comuni? Autoritarismo! E della Svezia, che ha un sistema monocamerale?! L’ignoranza che alimenta il nostro giornalismo politico è stupefacente. Perché sarebbe sgradevole tacciare Scalfari di parzialità.
In Italia a differenza che nella “perfida Albione” (Scalfari ha una età che gli permette di sapere da chi era usata questa espressione) col 37% non si ha maggioranza alla Camera dei deputati. Ci vuole il 40%, una cifra che sembra lontana da ogni possibile successo politico nel nostro paese per un solo partito politico. Si va dunque, secondo ogni prevedibile ipotesi, al ballottaggio fra i due partiti maggiori. Un punto sul quale si era creato un ampio accordo fra forze politiche, in barba alla costituzione vigente, che per la legge elettorale prevede la stessa maggioranza di quella necessaria per fissare la qualità di un vino. Il doppio turno, come sa chiunque conosce un poco il sistema elettorale (autoritario!) francese, è un meccanismo che chiede agli elettori, il cui partito non ha raggiunto il ballottaggio, di optare per il partito/il candidato più vicino o meno lontano da lui – quella che si chiama second choice. Se non si vuole un sistema elettorale di tipo israeliano (un sistema proporzionale quasi assoluto – con le conseguenze che chi mette la testa fuori casa dovrebbe conoscere, e anche chi si ricorda del nostro passato), l’unica soluzione per impedire di espropriare il corpo elettorale della scelta del governo è di chiedere agli elettori delle forze escluse dal secondo turno di optare per la scelta meno lontana dalla loro, fra quelle maggiormente preferite. Sistema autoritario o meccanismo che incoraggia gli elettori a scegliere la seconda preferenza invece di restare aggrappati al “tutto o nulla” delle identità (spesso settarie ed) irrinunciabili?
Se si tiene conto della crescita inevitabile del ruolo degli esecutivi nei sistemi democratici contemporanei (a cominciare dagli USA per finire alla Germania) – il disappunto di Scalfari e C. nei confronti di questo fenomeno non è sufficiente a fermarlo e nemmeno a qualificarlo di autoritarismo) ci sono due soluzioni: 1. Quella parlamentare partitocratica che cortocircuita il rapporto elettori-governo (esecutivo, ovvero organo di indirizzo politico), creando un potente schermo fra i due soggetti rappresentato dai gruppi parlamentari, ai quali si delega tutto il potere, dunque, parlamentarismo partitocratico, tipico dei sistemi politici ad alta frammentazione; oppure: 2. Democrazia caratterizzata dal potere diviso, nella quale il governo è controllato a) dagli elettori, b) dalla Corte Costituzionale, giudice inappellabile delle leggi che il governo promuove e fa approvare in parlamento e c) dal partito che esprime in leader, partito che l’intossicazione berlusconiana fa oggi considerare, a torto, un gruppo di servitori del capo. Quello che Scalfari scrive sulla Consulta mostra la sua poca attenzione a questo organo decisivo dello stato costituzionale di diritto ed al ruolo fondamentale di difesa delle istituzioni che essa ha saputo mostrare nello scorso ventennio, più ancora che il parlamento bicamerale, con il Senato eletto direttamente dal popolo.
L’impressione che si trae dalle prediche domenicali antigovernative di Scalfari è che la sua idea di democrazia sia un mito incompatibile con quello che egli pensa degli Italiani, simili secondo lui a servi sciocchi. Pronti a morire come i filistei con e per un qualsiasi Sansone. Certo è l’esperienza che il fondatore della Repubblica ha vissuto da giovane. Ma l’Italia del 2015 merita certamente un destino migliore e, se non lo merita, non saranno le scoraggianti prediche di Scalfari o il parlamentarismo partitocratico a risparmiarglielo.

***

PS a proposito di una citazione di Scalfari nell’articolo di oggi:

Scalfari :
Ed ora citerò un grande discorso che De Gasperi tenne in Parlamento il 17 gennaio del 1953, alla vigilia del voto sulla legge elettorale che pochi mesi dopo fu battuta dalle opposizioni di destra e di sinistra. Fu chiamata legge truffa, ma non lo era affatto; dava un premio al partito o alla coalizione che aveva ottenuto il 50,1 per cento dei voti. «Questa legge non trasforma la minoranza in maggioranza. Se così facesse sarebbe un tradimento della democrazia. Si limita a rafforzare la maggioranza affinché sia più solida e possa governare come è suo diritto. Ma se perdesse il 50 meno un voto sarebbe sconfitta da chi invece prendesse due voti di più. Vi sembra che questa sia un’intollerabile sopraffazione?».

pp – Questa parte della citazione gli è sfuggita (e che devo a Stefano Ceccanti):
“Siamo intervenuti perché ci trovavamo dinanzi, non ad un rallentamento della macchina, ma già al sabotaggio, all’insabbiamento della macchina. E noi non avevamo un’altra alternativa, onorevoli colleghi, tranne la resa senza condizioni innanzi all’abuso del regolamento, innanzi alla negazione del principio, che è fondamentale per la convivenza fra maggioranza e minoranza, e cioè che la minoranza ha diritto alla critica e la maggioranza ha diritto alla decisione….
La procedura normale dell’attività parlamentare è quella che si fonda su due princìpi, su due criteri, ai quali ho prima accennato: libero controllo e discussione per tutti e decisione da parte della maggioranza. Quando questi due criteri vengono seguiti siamo sul binario giusto, normale, e non occorre allora ricorrere ad altri mezzi. Ma che cosa vuol dire questo? Vuol dire che non è vero che non abbiamo la consapevolezza dei limiti di questo atteggiamento e di questa impostazione e che non sentiamo, nella nostra coscienza, i limiti stessi che ci vengono imposti. È inutile creare degli spauracchi, è inutile dire che potremmo applicare lo stesso metodo all’intera legge sindacale o alla legge sulla stampa: sì, se voi userete il vostro metodo di ostruzionismo; no, in caso di normalità.
Tutto dipende dalla premessa. Noi riteniamo, io ritengo fermissimamente, che il regime parlamentare non si salva se non si accetta la procedura normale, cioè se non si rinuncia all’ostruzionismo. Non è vero che l’ostruzionismo sia lecito! È spiegabile in qualche caso estremo, ma è sempre un qualche cosa di rivoluzionario, contro l’ordine della Camera.
Ora, chi si assume la responsabilità di applicare rivoluzionariamente questo metodo, si trova ad imporre una alternativa: o la resa, la capitolazione (il che vuol dire l’indebolimento del regime parlamentare e l’annullamento del criterio democratico) oppure la resistenza, una resistenza che può anche assumere delle forme straordinarie, purché sia fondata su un principio di fiducia, su un principio essenzialmente democratico.
Voi dite: dov’è questo limite? Chi può tirare una linea per impedire lo scivolamento su quel piano inclinato? Rispondo: quando vi saranno delle regole; e l’esperienza gioverà anche per porre delle norme nel futuro regolamento, perché spero che si trarranno da questa esperienza i dovuti ammaestramenti.”

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  • nino11Nino Labate
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    Ho letto con attenzione la replica del prof. Pasquino all’articolo domenicale di Scalfari. E ho fatto tesoro delle sue precisazioni, specie quando cita De Gasperi. Sono peraltro convinto che solo praticando questa sorte di dialettica tra punti di vista diversi la democrazia cresce e l’opinione pubblica si irrobustisce nella conoscenza. Chiarisco allora che da semplice cittadino, non nutro alcun pregiudizio sulle riforme in cantiere. Specie sull’abolizione dell’inutile bicameralismo: mi sarei aspettato l’elezione diretta – che però non è poco, capisco – e i 21 senatori della prima proposta scelti dal Presidente della Repubblica tra studiosi e uomini di cultura. Una certa presa di distanza invece, ripeto da semplice cittadino, l’ho sempre avuta nei confronti dell’Italicum, rimanendo un tifoso dei collegi uninominali. Ma la combinazione di queste due riforme non mi ha fatto mai pensare ad una svolta autoritaria. Ho molta fiducia infatti, sulle radici profondamente democratiche del nostro Paese piantate, anche tra le nuove generazioni, nella Resistenza e nella nostra Costituzione. La questione è un’altra. Vedendo “scendere in campo” fior di costituzionalisti e studiosi molto più competenti del sottoscritto ma molto critici nei riguardi delle leggi in discussione, i miei dubbi sono aumentati. Possibile, mi chiedo, che siano tutti antirenziani e conservatori ? Possibile, mi chiedo, che non credano alla necessaria governabilità ? E ancora. Possibile che la minoranza Pd stia tutelando il proprio posto e la propria forza correntizia? E da ultimo , una volta distinta la necessità ( e certe volte l’urgenza) della decisione – del diritto della maggioranza alla decisione, come pensava De Gasperi – dal decisionismo come forma culturale della democrazia politica scattante, ma figlio naturale del populismo e della “democrazia del pubblico”, una volta fatte le debite differenze tra parlamentarismo e Parlamento, possibile, mi chiedo, che confondano le capre con i cavoli? Quello che invece mi ha preoccupato nella replica di Pasquino, è l’abbondante uso smodato che ha fatto della politica comparata mischiandola a dati statistici per avvalorare le sue idee. C’era un mio vecchio professore che ci raccomandava di stare attenti della “retorica della statistica” ! Ma noto che è ormai una moda. Non solo per lui che dal suo osservatorio Usa è in parte giustificato, ma per molti rispettabili e stimati studiosi nostrani che ormai ne fanno il punto di partenza del loro argomentare. Come se aver capito che una regola funziona bene in un dato sistema politico e culturale perché sperimentata, dovesse portare a sostenere che deve funzionare altrettanto bene in altro contesto. Una sorta di premessa, questa, che nasconde un vecchio espediente retorico che i logici definiscono sofisma ad hominem: “…ma come non vedete quello che ha fatto Mitterand, Kennedy, Blaire …non vedete quello che succede in Francia, nel Regno Unito, in Germania, in Svezia e perfino in Usa? …non facciamo ridere…queste nazioni sono più avanzate di noi e hanno sistemi e regole democratiche che da anni funzionano meglio dei nostri”. E’ quello che a differenza del complesso del tiranno di Stefano Ceccanti ( la paura dell’autoritarismo) , che pure è presente nei rivoli della nostra cultura politica ma sulle cui giustificazioni storiche non bisognerebbe mai scherzare troppo, io chiamo il complesso dello straniero: tutto quello che è forestiero è buono e giusto solo perché non è italiano! Compresi gli spaghetti alla carbonara, la pizza margherita, il cannolo siciliano e i carciofi alla romana che andremo nel tempo ad importare surgelati,essendo incapaci nella globalizzazione di esportarli. Ma è anche il vizio del positivismo sociologico ingenuo delle origini che la Scienza politica si trascina dietro come un macigno. Fondato sulla razionalità indiscutibile ed accertabile del metodo scientifico, e sull’uomo razionale nei suoi comportamenti. Seminato nell’illuminismo e trapiantato anche nel comunismo con l’unicità della classe operaia internazionale. Benché si siano successivamente sviluppati l’Antropologia e l’Etnologia, scienze più vicine all’uomo che alle teorie sull’uomo, più vicine alla cultura che alle teorie sulla cultura, e benché con esse abbiamo distinto la Comunità dalla Società, i gruppi sociali elementari nei loro mondi vitali dalle nazioni, l’autonomia e i diritti della minoranza da quelli della maggioranza, la decisione dal decisionismo, ebbene secondo questo positivismo politico, non ci sarebbero differenze tra la Sicilia e la Svezia, tra la Calabria e l’Islanda, tra Napoli e Francoforte, tra l’uomo mediterraneo e l’uomo dei fiordi norvegesi. Può essere e io me lo auguro. Soprattutto in una prospettiva di integrazione, non solo politica, europea se non mondiale. Ma se si va in profondità, si può notare che nel mondo riformato si procede sempre da soli, ed è l’individuo al centro di tutto, mentre nel mondo cattolico rimane prioritaria la comunità e il gruppo. Differenze che nel bene e nel male non sono da poco. Ma che dovrebbero mitigare le euforie comparative. Ricordo che c’è stato tempo fa un noto giornalista politico che per tessere le lodi delle primarie volute dal Pd, ha addirittura paragonato con una disinvoltura da non credere, le miliardarie primarie Usa per le elezioni presidenziali, con quelle per il sindaco di Catania: “…se le primarie si i fanno nella democrazia occidentale più antica… perché non li dovremmo fare in Sicilia?”. Ora, che le scienze sociali , a differenza di quelle storiche, abbiano però fatto ( e facciano) un uso smodato di queste generalizzazioni , non giustifica per niente il fatto, per esempio, che un eventuale secondo turno di ballottaggio in un paesino sperduto dell’Aspromonte calabrese, faccia registrare gli stessi comportamenti elettorali che si registrano in paese della Normandia. Per questo, e non solo per questo, suggerirei sommessamente al prof Pasquino di riscoprire il Grand Tour , visitando il Meridione d’Italia per capire cosa si nasconde sotto il metodo comparativo che utilizza. Nell’attesa preferisco rileggere quanto scriveva Romano Prodi , nella premessa al libro di Antony Giddens sulla Terza Via, a difesa delle diversità, delle autonomie e delle comunità,: “ Tali esperienze … sono per loro natura scarsamente generalizzabili perché sono legate alle diverse traiettorie storiche dei singoli paesi o, addirittura, delle singole regioni…anche nel riformismo c’è una storia comune e una filosofia comune, ma… ammoniva subito dopo … ci sono anche storie diverse e problemi diversi da risolvere” . Nino Labate – Roma

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