In Diario

dal regno Documenti 19/1993

Accompagnamento pastorale dei divorziati

La condizione di sofferenza di quanti sperimentano il fallimento del matrimonio, il loro sentimento di abbandono da parte della chiesa e al contrario la necessità che essi la conoscano«come una comunità che salva» e li aiuta a rinnovare la loro storia di uomini e di credenti, accogliendoli in quanto «parte della chiesa e dunque della comunità parrocchiale nella quale vivono». Questo l’orizzonte dell’intervento dei vescovi della provincia ecclesiastica dell’Oberrhein (Germania), O. Saier, K. Lehmann (presidente della Conferenza episcopale tedesca) e W. Kasper, intitolato Per l’accompagnamento pastorale di persone con matrimoni falliti, divorziati e divorziati risposati (10.7.1993).

Articolato in una breve lettera pastorale (letta in tutte le chiese il 5 e il 12 settembre) e in un testo parallelo più ampio e preciso (Principi fondamentali per l’accompagnamento pastorale, rivolto ai sacerdoti e agli altri operatori pastorali), il documento svolge ed elabora, con grande apertura, le indicazioni dei nn. 83-84 della Familiaris consortio, fino a suggerire, per alcuni casi da discernere di volta in volta, nuove possibilità di ammissione ai sacramenti di divorziati risposati civilmente (cf. Regno-att. 18,1993,536).

(Opuscolo, Freiburg i. Br. – Mainz – Rottenburg-Stuttgart 1993. Traduzione dal tedesco a cura delle Missioni italiane in Germania).*

         * La traduzione, da noi rivista, si deve a don Antonio Staglianò, docente di teologia sistematica all’Istituto teologico calabro (Catanzaro) e membro del Consiglio nazionale dell’Associazione teologica italiana (ATI).

 

Ai collaboratori pastorali a tempo pieno delle diocesi di Freiburg i.Br., Mainz e Rottenburg-Stuttgart.

 

Cari confratelli, care sorelle e fratelli nel Signore!

 

La sollecitudine per il matrimonio e la famiglia inquieta tutti noi, quotidianamente. Essa appartiene al cuore del mandato che abbiamo ricevuto dal Signore della chiesa. Anche nelle nostre parrocchie incontriamo, infatti, sempre più persone con matrimoni falliti e famiglie distrutte. I motivi sono tanti. Il gruppo degli interessati è grande e abbastanza eterogeneo. Pensiamo soltanto a quelli che educano da soli i figli e ai loro stessi figli. Abbiamo particolari difficoltà nel trattare in modo adeguato con i divorziati risposati. Il sinodo diocesano di Rottenburg-Stuttgart, il foro diocesano di Freiburg e il convegno diocesano nella diocesi di Mainz con singole raccomandazioni ci hanno presentato più volte questa urgente necessità, così come anche le numerose collaboratrici e collaboratori, che sono al servizio della pastorale e lavorano nei centri di consulenza. Non possiamo chiudere gli occhi davanti al dato di fatto, che alcuni, nella sfida posta dalle difficili situazioni nel rapporto con divorziati risposati, hanno perseguito soluzioni che noi, considerata la nostra responsabilità, non possiamo condividere.

Per questi motivi, noi vescovi della provincia ecclesiale dell’Oberrhein abbiamo deciso di tentare un passo in avanti – se non per eliminare questo disagio, certo per mitigarlo -, inviando a tutti i cattolici cristiani delle nostre diocesi una lettera pastorale comune e facendo pervenire a coloro che, con responsabilità, lavorano nell’attività pastorale delle direttive pastorali comuni.

         Abbiamo scelto consapevolmente questa doppia via. La lettera sulla pastorale dei divorziati e dei divorziati risposati va letta domenica 5 settembre (prima e seconda parte) e domenica 12 settembre (terza e quarta parte). I Principi fondamentali per un accompagnamento pastorale di persone con matrimoni falliti e dei divorziati risposati nella provincia ecclesiale dell’Oberrheinli poniamo nelle vostre mani con la preghiera di studiarli accuratamente e di tenerne conto nel contatto con le persone interessate. Cercheremo anche vie perché i«principi» possano essere discussi nelle conferenze pastorali, secondo le usanze proprie delle diocesi.

         Naturalmente sappiamo di non poter, attraverso questo aiuto, corrispondere a tutte le attese ed esigenze. Questo è, in parte, impossibile, perché siamo, come è comprensibile, doverosamente ossequienti alla Sacra Scrittura e alla tradizione della chiesa. È nostra ferma convinzione che l’aiuto al bisogno sopra richiamato può venire soltanto da una fedele custodia dell’insegnamento della chiesa. Il concilio Vaticano II, particolarmente la costituzione pastorale Gaudium et spes sulla chiesa nel mondo contemporaneo (nn. 47-52), e l’esortazione apostolica Familiaris consortio di papa Giovanni Paolo II sui compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi, del 22 novembre 1981, sono e restano il fondamento su cui basarsi. In riferimento agli sforzi della chiesa nel nostro paese, non vogliamo dimenticare la risoluzione «Matrimonio e famiglia vissuti cristianamente» del sinodo generale delle diocesi della Germania federale [cf. edizione completa ufficiale, Freiburg i.Br. 1976, volume I, 411-457, in particolare 447ss).

         In questo ambito di rapporti umani falliti, spesso difficilmente penetrabile, esiste anche un limite per un’accomodazione attraverso direttive generali. Abbiamo percio bisogno di voi. Vi chiediamo una coscienziosa collaborazione. Senza un intervento pastorale differenziato da parte vostra, che soprattutto non perda di vista anche la preparazione al matrimonio e l’accompagnamento della coppia, non sarà possibile realizzare il nostro comune intento. Resteremo insieme in dialogo quanto ai compiti qui trattati.

         Vi ringraziamo per tutti gli sforzi, vi chiediamo la vostra preghiera e la benedizione di Dio per il nostro comune lavoro, salutandovi cordialmente

vostri

         Oskar Saier, arcivescovo di Freiburg i.Br.

         Karl Lehmann, vescovo di Mainz

         Walter Kasper, vescovo di Rottenburg-Stuttgart

10 luglio 1993.

 

Lettera pastorale

Care sorelle e fratelli,

         la maggior parte degli uomini cerca la propria gioia personale nel matrimonio e nella famiglia. Matrimonio e famiglia sono la cellula fondamentale della società umana. Tuttavia ai drammatici cambiamenti radicali del nostro tempo appartiene pure il fatto che numerosi matrimoni si sono sfasciati e che i divorzi sono notevolmente aumentati.

         La difficile situazione umana dei divorziati e dei risposati civilmente dopo il divorzio pone alla chiesa un problema di fondo. Infatti la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia degli uomini di oggi sono anche la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia dei cristiani.1

         Per questo negli ultimi due decenni sinodi, fori diocesani, conferenze episcopali, consigli pastorali e presbiterali si sono occupati continuamente di questo problema. Poiché questa questione esorbita l’ambito di responsabilità del singolo vescovo, i vescovi della provincia ecclesiale dell’Oberrhein hanno deciso di inviare ai propri fedeli una lettera pastorale comune e di far pervenire ai responsabili della pastorale comuni direttive pastorali.

 

I. Sulla situazione dei cristiani divorziati e di quelli divorziati risposati

         Anzitutto vorremmo spendere una parola sull’attuale situazione, che è ambivalente. Interrogando soprattutto i più giovani sulle loro speranze di felicità, la maggior parte esprime il desiderio di una convivenza matrimoniale basata sul reciproco amore e che abbia la consistenza di una fedeltà per tutta la vita. Questa aspettativa è indubbiamente in contrasto col dato di fatto che nella nostra società molti matrimoni naufragano. I matrimoni contratti cristianamente ed ecclesialmente non fanno qui eccezione. Molti divorziati trovano un nuovo partner e si risposano civilment
e o semplicemente convivono. Si costituiscono sempre più famiglie «miste», con figli provenienti da diversi nuclei familiari. Cresce anche il numero delle madri e dei padri che educano da soli i loro figli.

         I motivi che conducono a questa situazione sono evidentemente molteplici. Essi consistono, per una parte non indifferente, nei mutamenti sociali: giocano un ruolo significativo la moderna separazione tra famiglia e mondo del lavoro, con la conseguente tensione tra famiglia e professione, la nuova comprensione dei ruoli dell’uomo e della donna, la durata più lunga del matrimonio, la dissoluzione del modello tradizionale di famiglia patriarcale e l’isolamento del nucleo familiare, come pure il carente sostegno al matrimonio e alla famiglia, dovuto all’attuale clima sociale.

         Oltre a questi, esistono vari motivi personali: esagerate aspettative di felicità, che vengono necessariamente deluse, immaturità umana e fallimento personale nel quotidiano, reciproca incomprensione e carente donazione di affetto, fino alla infedeltà o alla colpevole distruzione dell’unione coniugale o addirittura alla violenza nel matrimonio.

         Le conseguenze di un divorzio sono per lo più delusione, sofferenza, ferita personale, dubbi su se stessi e sensi di colpa. Un divorzio si ripercuote sui legami sociali, familiari e amicali; non raramente porta all’isolamento. Inoltre sopraggiunge la paura e l’incertezza su come si deve andare avanti. A soffrirne sono anzitutto i figli. Sbattuti di qua e di là essi perdono la loro intimità familiare e il senso profondo della sicurezza di sé.

         I divorziati e i divorziati risposati si sentono per lo più non capiti e abbandonati ai loro problemi dalla chiesa e dalla comunità. Molti credono di essere discriminati, rifiutati e persino maledetti. Fanno fatica ad accettare le prescrizioni e i regolamenti ecclesiali o semplicemente spesso li rifiutano; li esperimentano, infatti, come una durezza e crudeltà incomprensibili.

         Questa situazione pone alla chiesa una questione molto seria. Dobbiamo interrogarci circa il modo praticabile per testimoniare credibilmente la vicinanza di Dio ai divorziati e ai divorziati risposati nella loro difficile situazione umana. Come possiamo essere loro vicini e aiutarli, come possiamo dischiudere loro nuove prospettive, coraggio di vivere e riconciliazione? La risposta a questa domanda mette in gioco oggi per molti la credibilità della chiesa stessa.

 

II. La norma del Vangelo

         La chiesa nella sua pastorale dei divorziati e dei divorziati risposati semplicemente non è libera. Essa non può agire ad arbitrio del singolo o secondo le opinioni della maggioranza. Per la chiesa è la parola, la volontà e l’esempio di Gesù il criterio di valutazione. Con esso la prassi della chiesa deve misurarsi.

         La parola di Gesù è inequivocabile. Quando a Gesù è stata presentata la questione circa la prassi di divorzio del suo tempo, egli ha affermato chiaramente che il matrimonio, una volta contratto, è sottratto alla volontà facoltativa e al potere discrezionale degli uomini: «Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto»(Mc 10,6-9).

         Con la sua risposta, Gesù rimanda dunque all’ordine originario della creazione, secondo cui Dio ha creato l’uomo e la donna completamente equivalenti secondo la sua immagine (Gen 1,27). Ad un tempo egli li ha creati l’un per l’altro, donandoli l’uno all’altro, perché diventassero una carne, cioè una concreta comunità di vita (Gen 2,24); e fossero contemporaneamente fecondi nei loro figli (Gen 1,28). Un amore reciproco del genere richiede fedeltà duratura. La fedeltà soltanto apre lo spazio, in cui l’uomo e la donna possono realizzare la loro reciprocità matrimoniale e donare responsabilmente la vita a dei figli.

         A causa del peccato l’uomo si è negato all’amore e si è chiuso in se stesso. Questo lo ha reso duro di cuore, come dice Gesù. Così l’ordine iniziale della creazione e la felicità nel matrimonio furono infranti. Sicché già la legge veterotestamentaria doveva prevedere regolamenti dettagliati sulla prassi di divorzio.

         Gesù non si pose su questo livello di discussione. Egli non rispose nè con un inasprimento della legge, né con regolamenti per particolari eccezioni, ma collocò la sua parola sul matrimonio e sul divorzio nel contesto del suo annuncio circa la futura signoria di Dio. Questo messaggio vince i poteri malefici dell’odio, dell’egoismo, della violenza. La parola di Gesù non è perciò una legge opprimente, quanto piuttosto un’offerta, un invito, un incoraggiamento e un dono, affinché l’originario significato del matrimonio si realizzi in una fedeltà per tutta la vita. Poiché dove Dio dona tutto se stesso, là anche l’uomo e la donna possono a loro volta donarsi totalmente e definitivamente, consegnandosi nell’amore e nella fedeltà.

         Il matrimonio cristiano, contratto secondo l’ordinamento ecclesiale, attualizza l’alleanza di Dio con gli uomini. Per questo motivo la chiesa definisce il matrimonio cristiano un sacramento. Questo significa che l’amore di Dio racchiude, rafforza, sana e santifica l’amore e la fedeltà degli sposi.2 L’amore e la fedeltà di Dio si sono manifestati in maniera definitiva nella croce e nella risurrezione di Gesù. Sicché appartengono a un matrimonio vissuto cristianamente croce e sofferenza, ma parimenti anche un perdono nuovo e un nuovo inizio sempre possibili.

         Indubbiamente la chiesa ha dovuto fin dai primi tempi esperimentare che, nonostante questo nuovo fondamentale inizio in Gesù Cristo, la potenza del peccato continua a far sentire i suoi effetti anche tra le proprie fila e che anche il matrimonio tra i cristiani può naufragare. La chiesa non può mettere in discussione la parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio, e tuttavia essi non può neanche chiudere gli occhi di fronte al fallimento di molti matrimoni. Sempre, là dove gli uomini vivono in maniera inadeguata rispetto alla verità della salvezza, Gesù li incontra misericordioso, con grande comprensione per la loro situazione. Anche nel fallimento e nella colpa egli dischiude la via alla conversione e alla vita nuova. Così la chiesa ha dovuto sempre nuovamente, nel corso della sua storia, ben distinguere le diversissime situazioni umane, interrogandosi circa il modo per poter essere fedele senza riserve alla parola e all’esempio di Gesù e, d’altra parte, il modo per poter concretamente aiutare le persone che nel loro matrimonio avevano fallito. La chiesa deve chiedersi come può stare accanto a loro in solidarietà ed essere per loro una caritatevole compagna di viaggio.

 

III. La responsabilità della comunità cristiana

         Nella fedeltà alla parola e all’esempio di Gesù, i cristiani si impegneranno in prima linea per la riuscita di matrimoni vissuti per tutta la vita nella lealtà. In una comunità cristiana dovrebbe dominare un’atmosfera tale da non permettere che si pervenga alla situazione in cui solo la divisione sembra essere l’unica via di uscita. Perciò, unendo le nostre forze, dobbiamo oggi agire contro la tendenza che vuol presentare il divorzio e il secondo matrimonio come una cosa normale. A questo compito servono la preparazione al matrimonio, l’accompagnamento degli sposi e la consulenza matrimoniale.

         A partire dalla stessa considerazione tratteremo con rispetto e partecipazione gli sposi cristiani che sono stati abbandonati e che, tuttavia, per convinzione interiore, non pensano di contrarre una nuova unione, anzi intendono, di più, restando da soli, dare testimonianza all’indissolubile validità del loro matrimonio. Chi, dopo una separazione, non si risposa civi
lmente, non soggiace a nessun genere di restrizioni relativamente ai suoi diritti e alla sua posizione nella chiesa. La chiesa non può tuttavia, se non vuole tradire il messaggio di Gesù, costruire un ordine giuridico che faccia diventare il divorzio seguito da un secondo matrimonio una cosa normale o addirittura una legittima rivendicazione. Proprio mentre protegge e altamente stima l’indissolubilità del matrimonio, la chiesa opera un irrinunciabile servizio agli uomini.

         La chiesa deve, però, esprimere solidarietà anche a quelli che hanno fallito il loro matrimonio e che hanno deciso di contrarre un secondo matrimonio civile. Contro alcune valutazioni errate e alcune informazioni sbagliate c’è da dire: i divorziati e i divorziati risposati fanno parte della chiesa e dunque della comunità parrocchiale, nella quale vivono. Essi non sono scomunicati o addirittura espulsi dalla chiesa, anche se i loro diritti sono in parte ridotti. Essi sono e restano membri della chiesa. A loro la chiesa deve rivolgersi persino in modo particolare, proprio a causa della loro difficile situazione.

         Papa Giovanni Paolo II, indicando il cammino, ha messo in evidenza, nel la sua esortazione apostolica Familiaris consortio (1981), la permanente appartenenza alla chiesa di quelli che hanno fallito il loro matrimonio, senza sposarsi di nuovo. «La comunità cristiana deve rivolgere a queste persone un sostegno tutto particolare e dimostrare loro stima, solidarietà, comprensione e aiuto concreto». Il papa dice esplicitamente che «non vi è nessun genere di ostacolo ad ammetterli ai sacramenti».3

         Quanto ai divorziati, che si sono risposati civilmente, è necessario, secondo le parole del papa, «distinguere bene le diverse situazioni». È già diverso il caso di chi solo per ingiustizia è stato abbandonato o il caso di chi è gravemente colpevole della distruzione di un matrimonio sacramento valido. Anche i divorziati risposati vanno trattati«con amore premuroso, affinché non si considerino divisi dalla chiesa». Essi possono, anzi hanno il dovere, in quanto battezzati, di prendere parte alla vita della chiesa, ascoltando la parola di Dio, partecipando alla santa messa, pregando regolarmente, sostenendo la comunità nelle opere di carità e nelle iniziative per la promozione della giustizia. La chiesa dove pregare per loro e far loro coraggio. Essi devono fermamente confidare che «da Dio possono ottenere la grazia della conversione e della salvezza».4 I divorziati risposati devono, dunque, sapere e sperimentare di appartenere alla comunità e che, perciò, sono invitati a partecipare a tutte le messe e a tutte le manifestazioni ecclesiali. Purtroppo nelle nostre comunità, accanto alla disponibilità alla compassione verso le persone in situazioni difficili, esiste ancora anche molta durezza e intransigenza. I divorziati risposati devono sentire di essere accettati nella comunità e che la comunità ha comprensione per la loro difficile situazione. Essi devono sperimentare la chiesa come una comunità che salva e aiuta. La comunità deve aiutarli a rinnovare la loro storia di uomini e di credenti, a riconoscere la colpa, ma anche a fare esperienza del perdono. Questo presuppone colloqui e consiglio. Un nuovo orientamento di vita è infatti possibile solo dopo aver superato. attraverso intensivi colloqui, le ombre del passato.

         Sono utili a questo scopo i gruppi di famiglie e di amici, già esistenti in molte comunità, così come il consultorio ecclesiale per il matrimonio e la famiglia, e il colloquio con un sacerdote o un laico abilitato. Alla fin fine è qui richiesta la responsabilizzazione di tutta la comunità.

 

IV. Partecipazione ai sacramenti?

         La riconduzione dei divorziati risposati alla attiva partecipazione alla vita della comunità avverrà normalmente con gradualità, passo dopo passo. Numerosi livelli e forme di partecipazione sono di fatto possibili a seconda della situazione di vita e di fede del singolo. Non si può qui sostenere il punto di vista: «o tutto o niente».Indubbiamente alla fine si pone spesso la questione della partecipazione del singolo divorziato risposato ai sacramenti della riconciliazione e dell’eucaristia.

         Le più recenti dichiarazioni ecclesiali spiegano, in fedeltà all’insegnamento di Gesù, che i divorziati risposati non possono essere ammessi indiscriminatamente alla cena eucaristica, poichè si trovano in relazioni di vita che contraddicono oggettivamente la natura del matrimonio cristiano.5 Chi, in questo, agisce in modo diverso, è contro la norma della chiesa.

         Il diritto canonico, tuttavia, può «istituire solo una norma generalmente valida, non può regolamentare tutti i singoli casi, a volte molto complessi».6Per questo motivo andrà chiarito, nel colloquio pastorale, se ciò che vale in generale, risulta vero anche nella situazione concreta. Questo non può essere presupposto in maniera generica e vale anzitutto là dove gli interessati sono pervenuti ad una fondata convinzione di coscienza circa la nullità del loro primo matrimonio, la cui prova, tuttavia, non è possibile verificare in un processo davanti al tribunale ecclesiastico. In questi casi, e in quelli simili, il colloquio pastorale può aiutare gli interessati a trovare una decisione di coscienza, di cui ci si assume personalmente la responsabilità e che da parte della chiesa e della comunità è da rispettare. Accompagnare altri nel cammino verso una tale matura decisione di coscienza è servizio e missione della pastorale, particolarmente dei sacerdoti, che ufficialmente sono autorizzati al servizio della riconciliazione e dell’unità.

         Nelle direttive, elaborate appositamente per i responsabili della pastorale, abbiamo formulato alcuni principi fondamentali per l’accompagnamento pastorale delle persone con fallimenti matrimoniali. Certamente una cosa ci deve essere chiara: una soluzione semplice e netta delle complesse situazioni dei divorziati risposati non può esistere. La grazia della riconciliazione presuppone sempre conversione personale. Non possiamo, in questo senso, offrire una «grazia a poco prezzo». Né severità esagerata, né debole accondiscendenza possono aiutare. Metro di misura per il nostro parlare e il nostro agire può essere soltanto Gesù Cristo. È importante mettersi continuamente in rapporto con lui e dare spazio al suo Spirito. Questa conversione, sempre rinnovata, è richiesta non solo ai divorziati e ai divorziati risposati, ma in generale a tutti i cristiani e alla chiesa.

         Per concludere desideriamo cordialmente ringraziare tutti quelli che si occupano dell’accompagnamento pastorale dei divorziati e dei divorziati risposati. In futuro rafforzeremo tali sforzi e dovremo rendere lampante che la fedeltà e la misericordia di Dio valgono per ogni uomo in ogni situazione, se egli è disposto a convertirsi e ad aprire nuovamente il suo cuore a Dio. Chiediamo a tutti, care sorelle e fratelli, la vostra preghiera per quei giovani che si preparano al matrimonio, per gli sposi e le loro famiglie, come pure per coloro che hanno fallito il loro matrimonio. Per tutti vale: Dio è fedele; egli ci dà forza (1Cor 1,9; 10,13; 2Ts 3,3).

         Fiduciosi nella indistruttibile fedeltà di Dio, chiediamo per voi la benedizione del Dio uno e trino, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

         Oskar Saier, arcivescovo di Freiburg i.Br.

         Karl Lehmann, vescovo di Mainz

         Walter Kasper, vescovo di Rottenburg-Stuttgart

 

Principi fondamentali per l’accompagnamento pastorale

I. Sulla situazione

         La comprensione cristiana del matrimonio quale personale comunione di vita tra uomo e donna, che si contraddistingue come mutuo rapporto tra due partner e disponibilità verso la procreazione, così come per l’esclusività senza riserve e la sicurez
za definitiva, appartiene a quanto vi è di più prezioso in una cultura improntata al Vangelo. Questa elevata esigenza, indubbiamente, sin dall’inizio, potè non essere onorata anche da alcuni cristiani. Ogni epoca storica e tutte le organizzazioni sociali hanno avuto con questa istanza le loro difficoltà. Le chiese la percepiscono, oggi, dura e spesso deludente. I matrimoni contratti, da noi, quasi per un terzo vengono sciolti. Nei luoghi di maggiore densità di popolazione il numero è ancora più grande. Nondimeno sono molti a desiderare un’unione matrimoniale fondata sulla reciproca donazione e vissuta in fedeltà, fiducia e sicurezza irrevocabili. Dopo la delusione di un matrimonio fallito, molti restano indubbiamente soli, alcuni con i loro figli. Taluni non vogliono più impegnarsi in un legame matrimoniale e preferiscono semplicemente convivere. Molti altri, il cui primo matrimonio è distrutto, cercano ancora oggi in una seconda comunione matrimoniale, contratta civilmente, un nuovo contenuto di vita. Questo passo ha effetti sulle relazioni sociali, familiari e amicali, sul rapporto delle persone in causa con la fede e la chiesa, così come sull’educazione religiosa dei figli. Non raramente sfocia in una rottura, aperta o dissimulata, con la chiesa.

 

1. Molteplici difficoltà

         Anche i divorziati che stanno da soli o da soli educano i loro figli fanno fatica a trovare nella chiesa comprensione e aiuto per la loro situazione. Il modo in cui le persone con fallimenti matrimoniali riescano a venir a capo della loro personale vicenda resta, per lo più, sconosciuto a tutti. Il crollo e il fallimento di molti matrimoni dipendono dall’intreccio di dati di fatto sociali e individuali, che anche il singolo non riesce per lo più a individuare in maniera soddisfacente. Spesso si prende visione solo esclusivamente delle variazioni statistiche:

         – aumentano sempre più i divorzi,

         – cresce il numero delle madri e dei padri che educano da soli i figli,

         – si formano convivenze non matrimoniali dopo un divorzio,

         – nuovo matrimonio di divorziati, ovvero lo sposalizio di un partner libero con un divorziato,

         – sono frequenti le famiglie «miste», con figli provenienti da diversi nuclei familiari.

         Tuttavia, viene spesso troppo poco considerato che in questi rilievi statistici si rispecchiano profondi processi spirituali. La riduzione del sentimento del proprio valore, esistenziale, cil trauma esistenziale, che si esprime in tristezza, isolamento, complessi di colpa, paura di perdersi, depressioni e dubbi su se stessi, senza perdere di vista le più profonde ferite psichiche.

         Ne patiscono anzitutto i figli. Essi vivono, talvolta, la perdita di uno dei genitori per divorzio e separazione in modo ancora più opprimente che la morte della madre o del padre. Tali esperienze, tanto più se non vengono elaborate, hanno spesso, in futuro, effetti sulla capacità relazionale.

         Divorziati e divorziati risposati esperimentano non raramente in queste situazioni che anche i fratelli nella comunità prendono le distanze nei loro riguardi. Essi si sentono non più compresi dalla comunità e lasciati soli con i loro problemi. Perciò spesso credono che nella chiesa non ci sia più posto per loro. È difficile inoltre per costoro, a partire dalla loro propria vicenda di vita, accogliere gli orientamenti della chiesa sul matrimonio. I cattolici, che sposano un partner divorziato, percepiscono l’atteggiamento della chiesa ancor di più come una durezza incomprensibile. Taluni pensano anche di essere penalizzati per il fallimento del primo matrimonio del loro partner.

 

2. Sforzi nella chiesa.

         Il sinodo generale delle diocesi della Germania federale (1971-1975), un gruppo internazionale di lavoro ad esso collegato, colloqui con le competenti istituzioni in Roma e contributi di molti teologi seguono questo sviluppo con grande preoccupazione. A questo si aggiungono alcune dichiarazioni di vescovi e di conferenze episcopali. È oltremodo faticosissimo trovare «soluzioni» responsabili, le quali, da una parte, siano all’altezza del radicale insegnamento di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio e, dall’altra, aiutino le persone interessate nella loro difficile situazione. Quasi tutti i sinodi diocesani dopo il concilio Vaticano II si sono posti questo problema.

         Così anche il sinodo diocesano della diocesi di Rottenburg-Stuttgart ha affrontato il tema nel 1985. Lo stesso vale per i fori delle singole diocesi, come per esempio nell’arcidiocesi di Freiburg (1991-92). I consigli diocesani hanno sempre avuto il tema all’ordine del giorno, per esempio nella diocesi di Mainz. Nel senso proprio di una valorizzazione di queste iniziative diocesane, i vescovi della provincia ecclesiale dell’Oberrhein pubblicano una lettera pastorale comune e alcune prime direttive sull’accompagnamento pastorale delle persone con fallimenti matrimoniali e dei divorziati risposati.

         I seguenti orientamenti pastorali si propongono ovviamente di restare nello spazio della communio cattolica e tener pienamente conto dell’unione col papa, quale centro di unità, e con tutta la chiesa. Nello stesso tempo però intendono raccogliere i disagi vissuti oggi in molti luoghi da molte persone e utilizzare le disposizioni esistenti per un loro aiuto. Questi sforzi vogliono sostenere le comunità e i pastori d’anime nella loro sollecitudine verso le persone con matrimoni falliti e verso i divorziati risposati perché siano ricondotti gradualmente – per quanto è possibile – alla piena partecipazione alla vita della comunità ecclesiale. Per questo scopo, soprattutto l’esortazione apostolica di Giovanni Paolo IIFamiliaris consortio (22.11.1981) ha conferito mandato ai vescovi, indicando il cammino. I vescovi hanno cercato insieme di adempiere a questo compito in numerosi incontri.

 

II. Il matrimonio cristiano come forma di vita vincolante

1. La testimonianza della sacra Scrittura

         Punto di partenza, norma e criterio dei principi fondamentali e degli aiuti concreti può essere soltanto la testimonianza biblico-cristiana sul matrimonio. L’unione di uomo e donna corrisponde, secondo le affermazioni della sacra Scrittura, alla volontà del Creatore. Egli ha creato gli uomini in modo tale che, nell’accettazione di una convivenza eterosessuale, esperimentino sicurezza e amore e in questo amore donino a loro volta nuova vita. Per questo uomo e donna, nel matrimonio, quale particolare forma di comunità personale, dichiarano l’uno all’altro un sì assoluto e illimitato. Una tale accoglienza nell’amore reciproco rende possibile e a un tempo esige fedeltà stabile. Quest’ultima soltanto dischiude pienamente lo spazio, in cui uomo e donna realizzano la loro comunione matrimoniale e in cui i figli, accettati con gratitudine, possono crescere.

         Questa alta stima biblica del matrimonio si esprime sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento nel fatto che la comunione matrimoniale vale quale immagine e metafora della stabile accondiscendenza di Dio verso la sua creazione e il suo popolo. Ciò che è detto dell’alleanza di Dio con gli uomini, si approfondisce nel vincolo indissolubile di Gesù Cristo con la sua chiesa (cf. Ef 5,21-33). Per questo, secondo la tradizione, il vincolo matrimoniale tra uomo e donna, in quanto ha come modello l’alleanza di Dio con gli uomini, è sacramento: un segno efficace della permanente vicinanza di Dio agli uomini nella concreta situazione di vita del matrimonio.

         Gesù Cristo, nel suo tempo, quando la prassi di divorzio vigente nuoceva anzitutto alla donne, ha manifestato l’originaria volontà del Dio creatore e di fronte ad ogni arbitrio umano ha messo in evidenza che il matrimonio una volta contratto resta sottratto alla potestà facoltativa e alla discrezionalità degli uomini: «Ma all’
inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» (Mc 10,6-9).

         Con questo, Gesù ha liberato il matrimonio dalle distorsioni degli uomini, rendendo nuovamente visibile l’originaria intenzione di Dio. Gesù vede la loro deformazione del matrimonio fondata soprattutto nella «durezza del cuore»(cf. Mc 10,5; Mt 19,8; cf. anche Mc 16,14). Tale cuore non ha più nessuna sensibilità per l’uomo e la donna, una volta amati, si chiude all’amore vero e diventa incapace di percepire il dolore e le sofferenze di un altro. Questa sorda insensibilità è inizio e motivo di ogni peccato. L’uomo si nega all’amore e si rinchiude in se stesso. Egli ritiene, allora, di avere persino un «diritto» alla separazione. Dei«regolamenti» della prassi di divorzio – sia civili che religiosi – non possono veramente «mettere ordine» in questa profonda piaga e nel caos che ne segue, ma soltanto impedire un disordine ancora più grande e prevenire il peggio. Si tratta, qui, infatti, del tentativo urgente e difficile di sistemare qualcosa che effettivamente non ha ragione di essere.

         Gesù non si lascia coinvolgere nella discussione di allora sulle determinazioni giuridiche. Di più, egli colloca la sua parola sul matrimonio e sul divorzio nel contesto dell’annuncio sulla signoria di Dio, già incominciata con la sua presenza. Egli vince le potenze della crudeltà, della durezza del cuore e della violenza. Con il suo messaggio Gesù desidera rinnovare il cuore dell’uomo, concedere e donare attivamente la salvezza anche nello stato di vita matrimoniale, così che uomo e donna attraverso la conversione all’amore vero possano realizzare insieme il matrimonio, secondo l’originario piano di Dio, in una fedeltà per tutta la vita. Questo amore dischiude sempre nuova disponibilità al perdono, a un nuovo inizio di amore e alla riconciliazione (cf. Lc 17,3s; Mt 18,2ls). Esso resta anche in questo tempo sempre contestabile, è vulnerabile ed esposto. Il vero superamento di queste tentazioni richiede dai coniugi rinuncia, posposizione dei propri interessi, mutua pazienza e non raramente anche la sopportazione dei dispiaceri e della sofferenza l’uno dell’altro. La parola di Gesù circa la fedeltà per tutta la vita nel matrimonio è ad un tempo dono e compito, che continuamente riceve forza rinnovata e fresco coraggio dalla croce e della risurrezione di Gesù Cristo.

         Il Nuovo Testamento rispecchia questa situazione e presenta una testimonianza differenziata, mettendo in risalto, senza eccezioni, il divieto del divorzio. I Vangeli di Marco (10,2ss) e di Luca (16,18) lo formulano senza limitazioni. L’eccezione, difficile da spiegare, sul «concubinato»secondo il vangelo di Matteo (5,32; 19,9) e l’«ordine»paolino (cf. 1Cor 7,10s; 7,15) permettono di riconoscere una precisa possibilità di separazione dal partner, per lo meno la sua tolleranza. Un comportamento simile in singoli casi-limite in nessun senso appare come una contraddizione dell’insegnamento di Gesù, ma, piuttosto, come una sua concretizzazione, modificazione e completamento in una particolare situazione. In ogni caso il principio di fondo non è superato: incondizionato divieto di divorzio. Un secondo matrimonio è compreso come adulterio. Non c’è nessun permesso per un nuovo sposalizio.

         Perciò ogni spiegazione di queste affermazioni deve essere prudente. Di certo corrisponde assolutamente al messaggio di Gesù seguire colui che si è perduto (cf. Lc 15) e perdonarlo senza condizioni (cf. Gv 7,53-8,11) così come non escludere la condivisione della mensa con i«peccatori» (cf. Mc 2,13ss.). Tuttavia è anche problematico trasportare queste affermazioni della Scrittura direttamente e globalmente nella situazione dei divorziati risposati. La misericordia senza limiti di Gesù è infatti strettamente vincolata a una seria disponibilità di conversione (cf. Gv 8,11). Là dove gli uomini falliscono, Gesù li incontra buono e misericordioso, mentre apre a loro il cammino alla conversione e a nuova vita.

 

2. La tradizione della chiesa fino al presente

         L’atteggiamento di Gesù sul matrimonio e sul divorzio si stacca in modo netto da quella propria dell’ambiente ebraico e greco. La chiesa è rimasta fedele a questa eredità del suo Signore e, fino ad oggi, si sforza incessantemente di proteggere l’indissolubile comunione di uomo e donna nel matrimonio. Tuttavia, la potenza del peccato, nonostante il fondamentale nuovo inizio in Gesù Cristo, opera continuamente anche tra i cristiani. La chiesa si è sempre nuovamente posta la domanda su come poter restare fedele alla parola e all’esempio di Gesù e, a un tempo, su come poter dimostrare la misericordia di Dio alle persone che hanno fatto l’esperienza di un matrimonio fallito.

         Nella lunga storia della chiesa si sono sempre nuovamente ripetuti gli antichi drammi della storia dell’umanità: infedeltà del coniuge; un partner abbandonato all’improvviso dal compagno di vita; divisione violenta di matrimoni e famiglie attraverso guerra, prigionia e deportazione. La chiesa non ha potuto impedire che, nonostante l’annuncio del messaggio di Gesù Cristo, molti matrimoni continuassero ad andare in crisi. Essa però non ha permesso nessun nuovo sposalizio dopo la divisione. Questo è una inequivocabile, esplicita testimonianza obbediente della chiesa, che obbliga anche noi. Indubbiamente, ragguardevoli maestri della chiesa d’oriente e d’occidente, per esempio Agostino e Basilio, hanno praticato un differenziata valutazione dei singoli casi.

         Secondo la testimonianza di alcuni padri, la chiesa ha assunto, in singole situazioni per l’unico motivo di impedire un più grande male, un atteggiamento di esitante tolleranza di fronte al secondo matrimonio. Ciò era vincolato alla prestazione di una penitenza pubblica ed è stato per lo più qualificato espressamente come contraddizione alle affermazioni della sacra Scrittura. Le testimonianze trasmesse, relativamente poche, sono casi dolorosamente coscienti di questa insolubile tensione e non sono mai, perciò, da separare da ciò che realmente e unicamente è dovuto, appunto la fedeltà per tutta la vita.

         Una testimonianza considerevole e impressionante la dà il padre della chiesa Origene nel suo commentario al Vangelo di Matteo: «Già hanno anche alcuni capi della chiesa permesso, contrariamente a ciò che sta scritto, che una donna possa sposarsi mentre l’uomo è ancora in vita. Con questo, essi vanno contro la parola della Scrittura… (sono citati 1Cor 7,39 e Rm 7,3), senza dubbio non in maniera totalmente irragionevole. Si può, infatti, ritenere che essi abbiano concesso questa condotta, in contraddizione a ciò che sin dall’inizio è stato posto e scritto, per evitare il male peggiore» (In Matth. 14,23: PG 13, 1245). Resta viva la consapevolezza che una tal prassi sta in contraddizione con la concezione neotestamentaria, mentre la sua applicazione ha sempre nuovamente portato a un deplorevole trattamento ineguale dell’uomo e della donna. In generale, queste testimonianze non sono facilmente interpretabili. Gli studiosi continuano a discuterne animatamente. I testi testimoniano di una prassi molto flessibile, che di certo mostra anche tracce di un comportamento molto licenzioso e di influssi estranei, per esempio la legislazione statale. Ma, nonostante queste debolezze riconosciute e chiarite, non fu semplicemente espulsa (cf. per esempio anche Basilio,Ep.199, can. 6; Ep.l88, can.9 ; Sinodo di Arles 314: can. 10/11; cf. anche Leone Magno: DS311-315).

         Agostino sa, per avervi a lungo combattuto, della difficoltà della cosa: della oscura profondità del senso della sacra Scrittura, dell’enigma del cuore umano e anche dell’incompiutezza della propria posizione (cf. De fide et operibus< /i>, 19; Retractationes II, 57,84). La ricerca più recente ha mostrato che ancora il concilio di Trento conosce questa tensione, documentata nella tradizione ecclesiale, anche se ciò non è immediatamente riconoscibile nel testo stesso del concilio. Il concilio spiega, infatti, la dottrina cattolica dell’indissolubilità del matrimonio e del divieto del secondo matrimonio come «conforme alla dottrina del Vangelo e degli apostoli» (cf. DS 1807), senza voler con questo condannare la prassi della chiesa d’Oriente e le interpretazioni cattoliche delle clausole sul«concubinato» diversamente orientate.

         La tradizione cattolica si attiene fermamente a questo insegnamento della chiesa, rimasto immutato fino a oggi (cf.Katholischer Erwachsenenkatechismus. Das Glaubensbekenntnis der Kirche (= Catechismo per gli adulti), a cura della Conferenza episcopale tedesca, Bonn 1985, 386-397; Catechismo della chiesa cattolica, nn. 1601-1666).

 

III. Orientamenti fondamentali per la pastorale

1. Il fondamento degli sforzi pastorali

         Entro questo sguardo sui principi biblici e sull’espressione del messaggio cristiano nella tradizione della chiesa si collocano, al di là dei vari cambiamenti sociali, i fondamenti odierni e futuri della pastorale. Il suo primo e importantissimo compito consiste nel testimoniare agli uomini alla sequela di Gesù la buona novella dell’amorosa sollecitudine di Dio verso il mondo e da qui accompagnare il cammino umano dell’amore tra uomo e donna nel matrimonio e nella famiglia con la benedizione di Dio. Anche oggi è, questo, un servizio assolutamente basilare della chiesa per gli uomini. Perciò, la preparazione al matrimonio cristiano a tutti i livelli della catechesi e l’accompagnamento del matrimonio sono compiti prioritari.

         In questo servizio la chiesa è permanentemente obbligata dall’insegnamento di Gesù sul matrimonio e, con ciò, dal divieto di divorzio. Fondamentalmente essa non può voler altro che annunciare e aiutare a realizzare, in ogni tempo, questo scopo decisivo. Questa convinzione non può restare una solenne promessa esteriore, ma deve essere vissuta molto concretamente dalla chiesa, cioè dai suoi membri. La chiesa cattolica, nella sua tradizione, ha cercato di custodire strettamente questa inequivocabile volontà del suo Signore nella dottrina e nell’annuncio, nella pastorale e nel diritto. A qualcuno può sembrare un «semplicistico»attaccamento alla lettera del Vangelo, in realtà è, piuttosto, un concreto, credibile segno di voluta fedeltà a Dio in quanto Signore della creazione e fondatore della nuova alleanza.

         Direttive pastorali e aiuti per persone con matrimoni falliti, così come per divorziati risposati, sono possibili solo nel contesto di questo messaggio del reciproco amore in un fedeltà per tutta la vita. Chi non rende credibile e visibile la comprensione del matrimonio cristiano quale bene fondamentale, quale positiva forma di vita al servizio della vera felicità dell’uomo, sbaglia anche la propria reale preoccupazione per le persone con fallimenti matrimoniali e non agisce nel senso del Vangelo e della chiesa. Non può, infatti, esserci nessuna«pastorale per divorziati» isolata dal centro del Vangelo.

 

2. Motivi della crisi di molte relazioni matrimoniali

         Il numero di matrimoni sciolti è oggi incomparabilmente più grande rispetto al passato. I motivi che vi concorrono sono noti; i matrimoni sono, molto più di prima, rimandati a un rapporto quasi esclusivo tra i partner; essi vengono poco o per niente sostenuti da un grande nucleo familiare, da parentele e amicizie. Il tempo della vita in previsione del quale i coniugi oggi contraggono un matrimonio, è spesso lungo il doppio che in passato. Al matrimonio appartiene la convivenza in parità di diritti. In un’epoca, in cui la comprensione del ruolo sociale dell’uomo e della donna non è rigidamente fissata, possono sorgere conflitti, che nel matrimonio devono essere superati insieme. Anche questo pone elevate richieste alla capacità di convivenza della gente sposata. La pressione delle opinioni sociali su sessualità, amore e fedeltà penetra tenacemente nell’ambito ecclesiale, con effetti evidenti anche per i cristiani impegnati. Le acquisizioni più recenti della psicologia e della sociologia, se utilizzate con avvedutezza, non possono essere affatto trascurate: la conoscenza dei profondi problemi della ricerca di identità degli uomini di oggi, della dipendenza della capacità di amore dallo sviluppo riuscito della personalità, della necessità di moderazione e purificazione dell’amore erotico, perché non si fermi alla mera fascinazione e proiezione di sé o peggio non venga incanalato in forme deviate. Talune deficienze psichiche sono causa di gravi problemi nel matrimonio, e, dove esse sono presenti in maniera latente, presto vengono alla luce del giorno. Con ragione, dunque, in molti casi, ci si domanda se sussiste la disposizione psichica per un valido contratto di matrimonio. Qui esistono indubbiamente zone d’ombra. Solo retroattivamente si mostra, spesso, come era labile il sì detto al partner.

 

3. Domanda sulla validità del matrimonio

         Se persone con matrimoni falliti cercano nuove strade, è necessario proprio oggi, di fronte a questa intenzione di fondo, porre la domanda circa la validità del primo matrimonio. Il pastore rimanderà le persone interessate, in maniera franca e schietta, alla possibilità dei tribunali matrimoniali. Molte persone, il cui primo matrimonio ha avuto un decorso infelice, possono essere aiutate in conformità all’esperienza. Questa non è l’unica via, ma non deve essere trascurata. Qui sono necessari grande capacità di immedesimazione e sensibilità. I tribunali matrimoniali vescovili sono di aiuto con consiglio e azione, se i parroci dovessero avere difficoltà di tempo o anche non essere all’altezza.

 

4. Divorziati tra esclusione e accettazione

         Punto di partenza di tutti gli sforzi è la ferma convinzione che le persone con fallimenti matrimoniali mantengano un diritto di cittadinanza nella chiesa. È fondamentalmente importante che queste persone, spesso ancora a lungo sofferenti per profonde ferite spirituali, esperimentino da vicino che nella chiesa essi sono come a casa. Questa non può restare una affermazione teorica. Le persone, che nel loro matrimonio hanno fatto esprienze di rottura e di fallimento, devono trovare nelle comunità uno spazio di comprensione e di accettazione. I membri della comunità devono, per questo, incontrarli in maniera premurosa e senza pregiudizi. Questo vale particolarmente per i loro figli. Essi soffrono spesso molto e a lungo, portando con sé le cicatrici di dolorose ferite.

         Qui c’è molto da recuperare, poiché sotto questo aspetto, accanto ad una fondamentale disponibilità alla compassione, esiste anche molta durezza e intransigenza. Non raramente si giudica e condanna senza alcun riguardo e per sentito dire, senza considerare le pene particolari di ognuno e i tragici avvenimenti della vita. Se la chiesa è veramente un luogo di accoglienza per coloro che sono nel bisogno, uno spazio di ospitalità e di riconciliazione, allora la comunità deve esercitare una particolare premurosa attenzione verso quelli che sono feriti nel profondo dalla separazione e dal divorzio. A questo scopo occorrono segnali visibili e invitanti.

         Il pastore e i diversi servizi pastorali e caritativi dentro e fuori la comunità devono fare tutto il possibile per indicare tempestivamente ai partner di un matrimonio compromesso la via per un consiglio e per un nuovo comune inizio nello spirito del Vangelo. La comunità deve appunto anche rivolgersi a chi è separato e diviso senza essersi risposato, tanto più se è innocente. «In tal caso la comunità ecclesiale deve più che mai sostenerlo; prodigargli stima, solidarietà, comprensione e aiuto concreto in modo che gli sia p
ossibile conservare la fedeltà anche nella difficile situazione in cui si trova; aiutarlo a coltivare l’esigenza del perdono propria dell’amore cristiano e la disponibilità all’eventuale ripresa della vita coniugale anteriore»(Familiaris consortio, n. 83; EV 7/1794). Non sono pochi i divorziati, che mantengono il sì detto una volta e vivono in conformità a esso: «Il suo esempio di fedeltà e di coerenza cristiana assume un particolare valore di testimonianza di fronte al mondo e alla chiesa, rendendo ancor più necessaria, da parte di questa, un’azione continua di amore e di aiuto, senza che vi sia alcun ostacolo per l’ammissione ai sacramenti» (Familiaris consortio, n. 83; EV7/1795).

         Le comunità, in queste situazioni, non devono chiedere troppo ai divorziati. Questo vale anche per quelli che educano da soli i figli. Molti fanno ancora fatica a sopportare il dolore della separazione e combattono per la loro esistenza economica e il loro sostentamento quotidiano. Assorbiti da queste preoccupazioni, vanno incontro spesso a un futuro incerto. Le comunità devono offrire loro un luogo amicale di accettazione senza pregiudizi e la possibilità di trattenersi indisturbatamente, così come aiuti pratici. Con questo essi prestano un contributo, affinché gli interessati, senza pensarci troppo e in maniera sbadata, spesso nel bisogno, non contraggano precipitosamente nuovi legami, i quali non raramente fanno di nuovo precipitare in una disgrazia. La chiesa deve sapere che per queste persone essa rappresenta per un lungo tempo, nel cammino della loro storia personale, un tetto e una tenda, e che molti, tuttavia, anche dopo un primo ravvedimento, ritornano nuovamente per così dire sui propri passi, mentre i contatti con la chiesa possono diventare più deboli o persino finire del tutto. Si tratta qui di un’autentica diaconia, del tutto gratuita (cf. Mt 8,3).

 

IV. Particolare sollecitudine verso i divorziati risposati

         Ciò che è stato detto fino ad ora vale in buona parte anche per quelli che dopo il divorzio si sono di nuovo sposati civilmente. La chiesa proprio per questa categoria di persone può fare molto, anche se la seconda convivenza matrimoniale non è riconosciuta valida ecclesialmente e non si può permettere nessuna ammissione generale ai sacramenti. Qui è importante smentire informazioni erronee e pregiudizi largamente diffusi. I divorziati non sono espulsi dalla chiesa. Essi non sono neanche scomunicati, cioè totalmente e fondamentalmente esclusi dalla comunione eucaristica e sacramentale.7 Poiché queste persone secondo la convinzione della chiesa stanno in una obbiettiva contraddizione con la parola del Signore, non possono indistintamente essere autorizzate a partecipare ai sacramenti, anzitutto all’eucaristia. Questo suona ed è certo per molti deludente. Ciò nonostante resta fermo: i divorziati risposati devono sentirsi pienamente accolti nella chiesa e restano nella comunità della chiesa, anche se sono restrittivamente limitati nei diritti che spettano a tutti i membri della chiesa. Essi ci appartengono. In nessun caso si può contestare a queste persone la reale possibilità della salvezza.

 

1. I divorziati risposati nell’orizzonte della chiesa e della comunità

         Anche qui l’esortazione apostolica Familiaris consortio pone alcune essenziali accentuazioni, fino ad ora molto poco considerate: i divorziati risposati non possono essere semplicemente abbandonati a se stessi; la chiesa li inviterà sempre nuovamente a partecipare per quanto è possibile alla sua comunità. Il papa dice: «Insieme con il sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la parola di Dio, a frequentare il sacrificio della messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio»(Familiaris consortio, n. 84; EV 7/1798).

         Qui si tratta anzitutto della fattiva testimonianza dell’essere cristiano nella quotidianità. Questa è richiesta anche ai divorziati risposati. Chi contrariamente non osservasse e trascurasse questa dimensione dell’essere cristiano attivo, e tanto più insistesse, in un disastroso isolamento, solo sull’«ammissione ai sacramenti», sarebbe su una strada sbagliata. I divorziati risposati possono anche, in qualità di membri della chiesa, offrire una importante testimonianza se essi, nonostante l’impedimento relativo all’ammissione ai sacramenti, collaborano nella comunità, portando per esempio dentro lo stesso dialogo della chiesa sul matrimonio e la famiglia le esperienze fallimentari del loro primo matrimonio, e quelle, non raramente più riuscite sul piano umano, del secondo. Si potrebbe pensare ad esempio a inviti di collaborazione in circoli familiari, alla partecipazione a giorni di riflessione, ecc.

         Gli interessati dovrebbero trovare aiuto nel superamento delle loro difficoltà. Le ombre del passato devono venire rielaborate in dialoghi sinceri. La chiesa deve accogliere proprio queste persone nella propria preghiera di intercessione. La chiesa «preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza» (Familiaris consortio, n. 84; EV7/1798), Questo si deve sentire più fortemente nelle celebrazioni eucaristiche.

 

2. Sulla richiesta di «ammissione» ai sacramenti, particolarmente all’eucaristia

         Le più recenti dichiarazioni ufficiali della chiesa spiegano inequivocabilmente che i divorziati risposati non possono venir ammessi alla mensa eucaristica, «dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la chiesa, significata e attuata dall’eucaristia» (Familiaris consortio, n. 84; EV 7/1799). È, questa, una affermazione generale, che esclude ogni ammissione generalizzata dei divorziati risposati ai sacramenti. Chi, su questo punto, agisce diversamente, lo fa contro le disposizioni della chiesa. La chiesa, già da molto tempo, ha aperto ai divorziati risposati la possibilità di accesso all’eucaristia, se essi conducono insieme una stretta comunione di vita, vivendo, però, relativamente al loro personale rapporto, come fratello e sorella, cioè in modo casto (cf. Familiaris consortio, n. 84 e la lettera della Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi dell’11.4.1973). Questo viene anche indicato quale«verificata prassi della chiesa» (probata praxis ecclesiae). Molti considerano una tale raccomandazione innaturale e non credibile. Qui, per qualsiasi valutazione sono certamente indicati sia realismo che spassionatezza, ma anche discrezione e tatto. Non pochi divorziati risposati hanno infatti intrapreso, con coraggio e disponibilità al sacrificio, questa via, fuori dall’ordinario e di certo talvolta eroica. Essi meritano così rispetto e riconoscimento. Indubbiamente questo modo di vita non può essere certo realizzato, per lungo tempo, da tutti i divorziati risposati, e solo raramente dalle coppie più giovani.

 

3. Necessità di una visione differenziata della situazione particolare

         Con i sacerdoti, anche i vescovi conoscono il disagio delle molte persone interessate e soffrono insieme a loro. Sarebbe già un grosso aiuto se tutto questo, nel senso delle possibilità fino ad ora indicate, fosse dappertutto noto e venisse riconosciuto. La Familiaris consortio ci aiuta a fare un passo più avanti. Essa dice, infatti, che i pastori nella chiesa sono doverosamente impegnati «a ben discernere le situa
zioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido» (Familiaris consortio, n. 84; EV1/1797).

         L’esortazione apostolica Familiaris consortiorichiama queste differenze di situazioni, ma apertamente lascia al giudizio pastorale intelligente del singolo pastore la determinazione delle concrete conseguenze. Questo non può diventare il passaporto per l’arbitrio. Perciò la valutazione delle diverse situazioni non può e non deve a tempo indeterminato essere riservata soltanto ai singoli.

         Dopo molti sforzi a diversi livelli (teologi, consigli, sinodi, fori, ecc.) diventano oggi sempre più individuabili dei comuni criteri di discernimento che sono di grande aiuto per quella differenziazione, richiesta anche da papa Givanni Paolo II, e per il giudizio sulle diverse situazioni.

         Soltanto un sincero esame può condurre a una decisione di coscienza responsabile.

         Una verifica dei seguenti criteri è quindi indispensabile:

         – Dove nel fallimento del primo matrimonio erano in gioco gravi mancanze, si deve riconoscere la propria responsabilità e rinnegare la colpa commessa.

         – Si deve credibilmente essere certi che un ritorno dal primo partner è veramente impossibile e che il primo matrimonio non può essere in nessun modo nuovamente vissuto.

         – L’ingiustizia commessa e i danni arrecati devono essere con tutte le forze nuovamente riparati, fin dove questo è possibile.

         – A questa riparazione appartiene anche il compimento dei doveri verso la donna e i figli del primo matrimonio (cf.CIC can. 1071, 1,3).

         – Si faccia attenzione se un partner ha rotto il suo primo matrimonio con grande scalpore pubblico e, nell’eventualità, addirittura con scandalo.

         – La seconda convivenza matrimoniale deve aver dato buona prova di sé in un periodo di tempo molto lungo, nel senso di una decisiva volontà, pubblicamente riconoscibile, di una comunione di vita duratura secondo l’ordinamento del matrimonio e in quanto realtà morale.

         – Si deve esaminare se l’adesione al secondo vincolo è diventata un nuovo obbligo morale di fronte al partner e ai figli.

         Si deve sufficientemente essere sicuri – certo non più che in tutti i cristiani – che i partner si sforzano veramente di vivere in modo cristiano e con motivazioni trasparenti, cioè vogliono partecipare anche alla vita sacramentale della chiesa mossi da ragioni puramente religiose. La stessa cosa vale per l’educazione dei figli.

         Queste diverse situazioni e circostanze devono essere per quanto possibile chiarite e valorizzate in un apposito dialogo degli interessati con un prete giudizioso e maturo. Un tale dialogo è in ogni caso necessario per la chiarificazione fondamentale della situazione effettiva. I criteri per questo scopo sono stati appunto menzionati. Il pastore deve orientare gli interessati anche ai mezzi e alle vie, esistenti nella chiesa, per un retto chiarimento della loro situazione.

 

4. Sulla possibilità di una decisione di coscienza del singolo per la partecipazione all’eucaristia

         In questo contesto, manca ancora la decisione circa la richiesta di partecipazione alla celebrazione dei sacramenti. Non si può – come è stato già detto – dare nessuna ufficiale autorizzazione generale e formale, perché ne verrebbe oscurata la fedeltà della chiesa all’indissolubilità del matrimonio. Tanto meno si può, qui, esprimere una autorizzazione parziale per il caso singolo, di cui sarebbe responsabile solo l’autorità. Tuttavia nel dialogo pastorale chiarificatore dei partner di un secondo vincolo matrimoniale insieme a un sacerdote – nel quale è chiarita tutta la situazione sostanzialmente, sinceramente e obbiettivamente, può risultare evidente, nel caso singolo, che ambedue i coniugi (o anche per sé solo uno dei coniugi) si sentano autorizzati in propria coscienza ad accedere alla mensa del Signore (cf. per questo CIC can. 843, $1).

         È questo il caso, tutto particolare, in cui domina la convinzione di coscienza che il matrimonio precedentemente e insanabilmente fallito non è stato mai valido (cf. ancheFamiliaris consortio, n. 84). Una situazione simile è ben naturale se gli interessati hanno già percorso un cammino molto lungo di meditazione e di penitenza; c’è inoltre l’urgenza di considerare un insolubile conflitto di doveri, dove l’abbandono della nuova famiglia provocherebbe una grave ingiustizia.

         Una tale decisione può essere presa soltanto dal singolo, insostituibilmente, in una personale decisione di coscienza. Egli ha, però, a questo scopo, bisogno di un’assistenza illuminante e di un accompagnamento imparziale dell’autorità ecclesiale, che affini la coscienza e si preoccupi che l’ordinamento della chiesa non ne venga ferito. Gli interessati devono per questa ragione permettere, fiduciosamente, il consiglio e l’accompagnamento. Ogni singolo caso deve essere approfondito; né autorizzare indistintamente, né indistintamente escludere. Senza un dialogo spirituale-pastorale, così scrupolosamente condotto, che contenga anche elementi di contrizione e di conversione, non può darsi nessuna partecipazione all’eucaristia. L’intervento di un sacerdote in questo processo di chiarificazione è necessario, perché l’accesso all’eucaristia è un atto pubblicamente e significativamente ecclesiale. Tuttavia il sacerdote non esprime nessuna autorizzazione ufficiale, formalmente parlando.

         Il sacerdote rispetterà il giudizio di coscienza del singolo, che, dopo l’esame della sua coscienza, fosse pervenuto alla convinzione di potersi assumere la responsabilità davanti a Dio dell’accesso alla santa eucaristia. Questa stima ha di certo diversi gradi. Può infatti verificarsi presso gli interessati un’indubbia situazione-limite, molto complessa, nella quale il sacerdote non può totalmente vietare l’accesso alla mensa del Signore, e, dunque, deve tollerare. Ma è anche possibile che un interessato, nonostante la manifestazione di obiettivi segni di colpa, non si ascriva soggettivamente nessuna colpa grave. Qui il sacerdote, dopo un esame scrupoloso di tutte le circostanze, può piuttosto incoraggiare ad un esame di coscienza, che già sta maturando nell’interessato.

         Il sacerdote proteggerà la decisione di coscienza, a cui si è in questo modo pervenuti, dai pregiudizi e dai sospetti, ma si preoccuperà anche che la comunità non ne riceva alcuno scandalo. Se dopo l’esame di coscienza non è il caso che si parli della possibilità di ricevere la comunione eucaristica, questo non significa che – come già chiarito – uno sia semplicemente escluso dalla comunità ecclesiale o gli venga persino contestata la salvezza. Queste persone non sono escluse dall’appello della grazia e dalla fede, speranza e carità e particolarmente anche dalle preghiere di intercessioni (cf. Familiaris consortio, n. 84). Per essi ci sono sempre ancora altre strade per una impegnata partecipazione alla vita della chiesa.

 

5. La posizione dei divorziati risposati nella comunità, globalmente considerata

         Resta ancora la questione se i divorziati risposati, nella loro posizione di membri della chiesa, patiscano ancora in altri modi delle limitazioni. Per far da padrino nel battesimo e nella cresima è presupposta una conduzione di vita che corrisponda alla fede e al servizio che ci si assume (cf.CIC cann. 872 e 874, 89
3, $ 1). Per compiti in ambito pastorale sono richiesti per esempio buoni costumi (cf. CICcan. 512, $ 3). I divorziati risposati non sono, in questo, a priori esclusi. Tuttavia il parroco si deve chiedere, insieme agli interessati, se l’attitudine, richiesta per precisi compiti, può essere anche regolarmente soddisfatta. Qui si perviene alla diversificazione, precedentemente presentata, della singola situazione.

         Dai ministeri ecclesiali e dall’appartenenza a comitati consultivi, i divorziati risposati non sono certamente esclusi. Particolarità per i diversi consigli nelle diocesi vengono chiarite nei rispettivi statuti diocesani. È richiedibile meglio una collaborazione in taluni servizi gratuiti, che non hanno carattere rappresentativo, ma non in compiti pubblici di direzione. Per motivi analoghi non è praticabile nessuna collaborazione nell’itinerario di iniziazione cristiana dei ragazzi e dei giovani ai sacramenti.

         Il parroco del resto non è solo responsabile dell’amministrazione dei sacramenti e, con ciò, della partecipazione alla loro celebrazione. Egli deve anche tener conto della posizione dei divorziati risposati nella totalità e nella concreta situazione di una comunità. La responsabilità degli interessati si riferisce non solo alla loro propria vita, ma anche al bene comune della chiesa. Questo è particolarmente importante in una eventuale assunzione di servizi ecclesiali rappresentativi. Il parroco deve fare attenzione al turbamento e allo scandalo nella comunità. In ogni caso dipende sempre dalla concreta radicazione e dal senso di appartenenza dei divorziati risposati alla vita quotidiana della comunità. Si deve evitare che motivi esteriori, quali per esempio riconoscimento e miglioramento della posizione o addirittura del prestigio, giochino un ruolo determinante.

         In particolare di fronte a malati e moribondi si devono evitare irragionevoli richieste relativamente ai sacramenti, come è consuetudine nella prassi della chiesa. Si può, oggi, nella maggior parte dei casi, prescindere dal diniego della sepoltura ecclesiale, tuttavia è necessario che si sia dato«davanti alla morte qualche segno di pentimento» (cf.CIC can. 1184 $ 1,3).

 

6. Possibilità e limiti della preghiera e delle azioni liturgiche per i divorziati risposati

         La chiesa deve pregare per i divorziati risposati. Questo vale anche per il pastore. È rigorosamente vietato«per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere» (Familiaris consortio, n. 84;EV 7/1801). Una disposizione liturgica pubblica a questo scopo non solo provocherebbe tra molti credenti incomprensioni relativamente alla seria validità dell’indissolubilità del matrimonio cristiano, ma anche introdurrebbe azioni liturgiche ufficiali gravate da una profonda equivocità, perché si potrebbe dare l’impressione che tutto sia in ordine. Ad una pastorale differenziata per persone con fallimenti matrimoniali risulta invece adeguata la preghiera comune con i coniugi interessati. Si può per esempio pensare alla preghiera personale, a un invito per le liturgie comunitarie e alla particolare preghiera di intercessione. Apposite preghiere rituali, che richiedano un atto ufficiale, sono fuori luogo. In queste situazioni le interpretazioni erronee sono quasi inevitabili. Questo vale per alcune celebrazioni eucaristiche, se collocate in un tempo particolare, cioè in connessione col contratto matrimoniale civile. Nell’interesse di una pastorale differenziata il pastore può e deve desistere da messe in scena del genere. Gli stessi interessati non devono pretenderlo. Si può testimoniare la propria partecipazione per esempio attraverso visite, dialoghi, lettere o qualcosa di simile.

 

7. La responsabilità concreta dell’accompagnamento pastorale

         Secondo i principi fondamentali proposti, chiunque sia occupato primariamente nella pastorale può portare gli interessati ad avvicinarsi di nuovo alla comunità. Un sacerdote esperto deve condurre il dialogo chiarificatore. Egli, ovviamente, informerà il parroco competente nel caso del permesso di ammissione all’eucaristia. Questo esige un particolare senso di responsabilità del parroco per l’ordinamento della celebrazione e della distribuzione dell’eucaristia nella comunità, ma anche per tutte le forme di riconciliazione con la chiesa (cf. 2Cor 5,11-21).

         Può restare aperta, qui, anche se deve essere richiamata, la questione sull’opportunità che in futuro in ogni decanato un sacerdote esperto stia a disposizione per le situazioni particolarmente difficili. Naturalmente possono essere consultate le curie.

         Proprio le ultime riflessioni mostrano quanta sensibilità e capacità di responsabilità sono necessarie da parte di tutte le collaboratrici e i collaboratori pastorali, particolarmente dei sacerdoti e dei parroci. Questo vale per il costante annuncio e istruzione della fede, dall’omelia domenicale alla scuola di religione. Senza una osservanza intensiva di questi principi nella formazione permanente, questo scopo non può essere raggiunto. Anche le comunità hanno bisogno, per questo cammino, di pazienza e discrezione.

 

IV. In prospettiva: la potenza vissuta del Vangelo e le situazioni-limite

         La sollecitudine per le persone con matrimoni falliti e per i divorziati risposati non può, pastoralmente parlando, essere ristretta e isolata. Si presuppone infatti una pastorale globale del matrimonio e della famiglia che sia consapevole della vulnerabilità e della necessità di cura delle relazioni umane, della formazione della coscienza e della sua insostituibilità, così come della urgenza di un dialogo pastorale differenziato. Solo nel quadro di una visione così ampia, la premura per le persone qui richiamate può avere successo. Per questo sono anche necessari processi pazienti e a lunga scadenza di formazione teologica, spirituale e pastorale.

         Questi principi fondamentali necessitano anche di una applicazione corrispondente in altri ambiti, così per esempio nel diritto ecclesiale al servizio e al lavoro. La Conferenza episcopale tedesca si sta adoperando per giungere a questi chiarimenti.

         Per il resto, anche la valutazione delle convivenze non matrimoniali temporanee o stabili, così come dei matrimoni tra cristiani contratti soltanto civilmente, necessiterebbe di una analoga differenziata visione. Pregiudizi globali o complessiva leggerezza sulla questione dell’autorizzazione ai sacramenti sono qui inopportuni, come anche per la categoria dei divorziati risposati.

         Molti problemi, che qui sono stati trattati, fanno pure parte dei compiti generali della pastorale attuale. Non si possono rivolgere solo all’indirizzo dei divorziati risposati alcune inflessibili pretese, quali per esempio quelle relative alle condizioni per ricevere la comunione eucaristica, senza considerare che la discussione sulla pastorale delle persone il cui matrimonio è fallito scopre anche ad altri livelli una carenza, che riguarda noi tutti, come, per esempio, la degna partecipazione alla mensa del Signore. Qui sarebbe anche da ricordare l’importanza di un nuova scoperta e ripresa della «comunione spirituale».

Con questo ritorniamo di nuovo su un’istanza fondamentale. Solo se nella teoria e nella prassi del matrimonio il centro della fede cristiana viene fondamentalmente rinforzato, la chiesa può impegnarsi, senza ambiguità, verso le persone con matrimoni falliti, e in modo del tutto particolare verso i divorziati risposati. Anzitutto questo dipende dalla testimonianza vissuta dei coniugi cristiani, che è insostituibile. La potenza del Vangelo decide dell’efficacia nel trattare in modo giusto i casi limite. Specialmente se questi ultimi stanno aumentando e addirittura diventano consueti. È tanto più necessario un comportamento di fondo equilibrato e
assennato che, senza dubbio, si deve sempre nuovamente conquistare. Il grande padre della chiesa Gregorio di Nazianzo lo riconduce a questa massima: «Non esagerare in durezza, non indurre alla ribellione per debole compiacenza.»

 

Oskar Saier, arcivescovo di Freiburg i.Br.

         Karl Lehmann, vescovo di Mainz

         Walter Kasper, vescovo di Rottenburg-Stuttgart

Freburg i.Br., Mainz, Rottenburg, 10 luglio 1993.

 

Note:

1 Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes sulla chiesa nel mondo contemporaneo, n. 1; EV1/1319).

2 Gaudium et spes, nn. 48-49;EV 1/1471ss.

3 Giovanni Paolo II, esort. ap.Familiaris consortio sui compiti della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo, n. 83; EV 7/1795.

4 Familiaris consortio, n. 84;EV 7/1802.

5 Familiaris consortio, n. 84;EV 7/1799.

6 Katholischer Erwachsenenkatechismus. Das Glaubensbekenntnis der Kirche (= Catechismo per gli adulti), a cura della Conferenza episcopale tedesca, Bonn 1985, 395.

7 La discussione sul canone 915 delCIC ha fino ad ora concluso che non è possibile un utilizzo generalizzato e globale di questa norma per il gruppo di persone dei divorziati risposati e che il can. 915 non è a priori contrario a riflessioni su un’«ammissione»differenziata ai sacramenti, come qui sono state elaborate.

 

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