In Diario

Genova, 8 settembre

Il valore della liberta’ a 70 anni dall’8 settembre

Il tema su cui ci confrontiamo oggi rappresenta per me soprattutto una delle tante occasioni per sdebitarmi con un grande maestro, Pietro Scoppola, che ci ha lasciati qualche anno fa.

In un trittico di interventi su questo tema (il libretto “25 aprile. Liberazione”, quello successivo “La Costituzione contesa” e infine, soprattutto, le “Lezioni sul Novecento” raccolte da Umberto Gentiloni Silveri) Scoppola sottolinea che l’8 settembre non mori’ la Patria, come altri studiosi avevano affermato, a partire da Satta e Galli Della Loggia, ma una particolare idea di Patria, quella che con il fascismo l’aveva dissociata dall’idea di liberta’, creando cosi’ le premesse positive per un’idea diversa, che, a partire dalla Resistenza, avrebbe trovato la propria forza propulsiva nella nuova Costituzione.

Scoppola si differenzia per cosi’ dire in avanti rispetto ai revisionisti, infatti si definisce paradossalmente revisionista dei revisionisti giacche’, per contestare i loro esiti quasi nichilisti nei confronti di Resistenza e Costituzione, fa uscire entrambe queste ultime da forme datate e retoriche di interpretazione.

Proprio perche’ la Resistenza e’ stato fenomeno plurale, non solo armato, e’ stata, per usare le sue parole, una grande “riserva morale” che ha fatto sperimentare “un modo di stare insieme fondato sul valore della persona umana”, anche in quella che impropriamente era stata definita come ‘zona grigia’ tra le fazioni in campo, la zona dell’attendismo, essa puo’ essere descritta a fondamento di una Costituzione che concilia dinamicamente Patria e Liberta’.

Come ebbe a dire anche il Presidente Ciampi nel noto discorso di Piombino dell’8 ottobre 2000, di fronte a una quasi dissoluzione delle istituzioni l’obbligo di dover fare una scelta che ripartisse dalla coscienza personale fece nascere un altro senso di Patria, un “anelito di liberta’ e di giustizia” che “si sono poi consolidati e hanno assunto espressione nella Costituzione repubblicana”. 

Per questo la Resistenza non puo’ essere giudicata come tradita, interrotta, come lo era stata talora negli anni della Guerra Fredda e poi in quelli della contestazione ne’ come inadeguata a fungere da fondamento, come in qualche passaggio recente di dura contrapposizione nel secondo sistema dei partiti della Repubblica.

Ricollegare Patria e Liberta’ significa infatti leggere la Resistenza e lo sviluppo della Costituzione come un processo di liberazione che non ha “un punto di arrivo, non ha come la cultura della rivoluzione, modelli definiti di societa’ da proporre..ma rappresenta un principio costante di non appagamento rispetto a tutti i risultati raggiunti”, come spiega a conclusione del libretto sul 25 aprile. Quella festa poteva diventare di tutti perche’ tutti, in questo processo di liberazione, se ne potevano sentire responsabili e nessuno proprietario.

Qui Scoppola si rifaceva implicitamente anche ad alcune riflessioni sulla liberta’ di Emmanuel Mounier che ne “Il personalismo”, a partire dall’esperienza nella Resistenza francese, segnalava come la liberta’ non fosse “una cosa”, data in se’, ne’ che potesse consistere in uno “sgorgare” spontaneistico: “Io non sono libero per il solo fatto che esplico la mia spontaneita’, ma divengo libero solamente se indirizzo questa spontaneita’ nel senso di una liberazione, cioe’ di una personalizzazione nel mondo e di me stesso..Io non dispongo arbitrariamente della mia liberta’, anche se il punto in cui mi congiungo ad essa e’ nascosto nel mio intimo; la mia liberta’..e’ rispondente a un appello”.   

Questi concetti li ritroviamo con forza in un poema, “La rosa e la reseda”, scritto durante la clandestinita’     da un comunista libertario, Louis Aragon, e dedicato a quattro resistenti fucilati, di cui due cattolici (uno era un militare, l’altro un allievo di Mounier) e due comunisti. La Resistenza vi era vista come una nuova unita’  della Patria che superava la divisione rivoluzionaria tra laici e cattolici, tra la rosa rossa e la reseda bianca, tra colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva, nella comune esperienza di liberazione della Patria oppressa, descritta come una “bella prigioniera”, il cui nome viene pronunciato insieme, al momento del martirio comune, laico e cristiano, da cui sarebbero scaturiti nuovi frutti per tutti.

“Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva. Entrambi erano fedeli nelle labbra, nel cuore e nelle braccia. Ed entrambi dicevano che essa era viva e chi vivra’ vedra’”.

La liberta’ che celebriamo a settant’anni dall’8 settembre sta quindi in questo processo di liberazione, che provo’ lo sconcerto per la perdita dei riferimenti tradizionali, ma che da esso trasse alimento religioso, laico e cristiano per una nuova partenza comune: “e il loro sangue gronda con uno stesso colore, uno stesso scoppio. Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva. Gronda, gronda, si mescola alla terra che amo’. Affinche’ alla nuova stagione maturi una nuova uva moscata”.

 

 

 

 

 

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