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Biden, un cattolico del dialogo contro le derive integraliste. Intervista a Stefano Ceccanti
(di Luca Kocci, da Adista n. 4 del 30/01/2021)
40527 ROMA-ADISTA. Sessant’anni dopo John Fitzgerald Kennedy, un cattolico torna alla Casa Bianca. Joe Biden è infatti il secondo presidente di fede cattolica nella storia degli Stati Uniti dopo “JFK”. Anzi un cattolico-democratico, volendo utilizzare una categoria politica italiana, perché Biden è “figlio” del cattolicesimo conciliare, per niente allineato alle crociate per i «principi non negoziabili» di Wojtyla e Ratzinger, molto vicino a papa Francesco, che gli ha inviato un messaggio di auguri non formali immediatamente dopo il giuramento: «Le porgo i miei cordiali auguri e l’assicurazione delle mie preghiere affinché Dio Onnipotente le conceda saggezza e forza nell’esercizio della sua alta carica. Sotto la sua guida, possa il popolo americano continuare a trarre forza dagli alti valori politici, etici e religiosi che hanno ispirato la nazione fin dalla sua fondazione. In un momento in cui le gravi crisi che affliggono la nostra famiglia umana richiedono risposte lungimiranti e unitarie, prego che le vostre decisioni siano guidate dalla preoccupazione di costruire una società caratterizzata da autentica giustizia e libertà, insieme all’immancabile rispetto per i diritti e la dignità di ogni persona, specialmente dei poveri, dei vulnerabili e di coloro che non hanno voce».
Figura di riferimento del cattolicesimo conciliare statunitense – e anche di Kennedy, che a lui si ispirò in diverse occasioni – è p. John Courtney Murray (1904-1967), teologo gesuita che, insieme a Pietro Pavan, lavorò alla Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae. E che nel 1960, alla vigilia del giuramento presidenziale di Kennedy (20 gennaio 1961), pubblicò We Hold These Truths. Catholic Reflections on the American Proposition, una raccolta di scritti nei quali, fra l’altro, a fronte dei timori dell’opinione pubblica statunitense (protestante) per un presidente cattolico la cui autonomia sarebbe potuta essere limitata dalla Chiesa romana, proponeva di assumere la libertà religiosa come principio da valorizzare e non come male da tollerare, come del resto afferma la Costituzione Usa. Ora, in occasione dell’inizio del mandato presidenziale di Biden, la casa editrice Morcelliana ripubblica il testo di Murray, accompagnato da un saggio introduttivo di Stefano Ceccanti, già presidente della Fuci, professore di Diritto pubblico comparato all’Università “La Sapienza” di Roma e deputato del Partito Democratico (Noi crediamo in queste verità. Riflessioni cattoliche sul “principio americano”, pp. 352, 28€). Adista ha intervistato Ceccanti, per parlare di Biden, di Murray e degli Usa di oggi, finalmente usciti dall’era Trump, ma forse non dal trumpismo.
Biden è il secondo presidente cattolico degli Usa dopo Kennedy: ha qualche significato per gli Usa di oggi, oppure è solo un caso?
«Gli Stati Uniti sono sempre di più un Paese di minoranze, anche per successive ondate migratorie difficilmente contenibili. Quella cattolica è una minoranza socialmente vivace e ancor più politicamente. Pesa circa un venti per cento nel Paese, ma arriva al trenta al Congresso. Quindi non c’è da stupirsi che esprima anche della leadership. Il punto è che si tratta di una minoranza spaccata in due, quasi alla pari, con una prevalenza dei Democratici tra i cattolici ispanofoni e dei Repubblicani nella componente tradizionale che deriva dall’emigrazione europea».
Biden dove si colloca?
«Dentro la minoranza, Biden è l’espressione del cattolicesimo degli anni del Concilio, tra Giovanni XXIII e Paolo VI, quello del periodo Kennedy- Murray, del discorso di Houston del 1960 in cui Kennedy, con l’aiuto di Murray, difende la libertà religiosa, anticipando la Dignitatis humanae, e l’opzione preferenziale per la democrazia e l’autonomia del laicato cattolico in politica, anticipando la Gaudium et Spes. È un cattolicesimo del dialogo, che va contro la logica delle polarizzazioni sociale, razziale e politica degli anni precedenti, di cui la presidenza Trump è stata per alcuni aspetti una conseguenza e per altre una causa».
Durante i quattro anni della presidenza Trump, negli Usa è emerso un cattolicesimo – e un episcopato – “sovranista”, apparentemente più fedele ai «principi non negoziabili» che al Vangelo, che ha fortemente sostenuto il presidente uscente. Ora, con un nuovo inquilino alla Casa Bianca, potrà cambiare qualcosa anche nel cattolicesimo Usa?
«In realtà questo neo-intransigentismo risale a prima, alle nomine episcopali dei due pontificati precedenti, in asse con le presidenze repubblicane. L’insegnamento sociale è stato praticamente ridotto solo all’aborto, in termini di legislazione penale, piuttosto che di prevenzione e di integrazione delle persone. Siamo all’opposto di Murray, il quale invitava a non sovraccaricare la legge di contenuti morali, richiamandosi a san Tommaso e anche alla tradizionale prudenza della Chiesa nell’utilizzare la categoria di legge naturale come se fosse un prontuario di ricette per la legislazione positiva e come se il male fosse estirpabile a colpi di diritto penale».
Il cattolicesimo democratico rialzerà la testa?
«Il cattolicesimo democratico negli anni Sessanta è stato una risorsa sia per l’America, dimostrando che da una minoranza si poteva anche accedere alla presidenza (con Kennedy, ndr), sia per la Chiesa, perché aveva anticipato l’evoluzione conciliare. Il cattolicesimo intransigente, invece, è stato parte del problema, perché ha contribuito alle polarizzazioni nella società e a una fronda pesante nei confronti del pontificato attuale. La speranza è quindi che, in modo nuovo, il cattolicesimo democratico si riveli di nuovo una risorsa».
Morcelliana ripubblica il testo di Murray, che parlava proprio di cattolicesimo e democrazia. Sono trascorsi sessant’anni e il contesto è sicuramente diverso, ma il discorso di Murray ha valore ancora oggi? Per quale aspetto?
«Per l’ottimismo teologico».
In che senso?
«C’è stato un tentativo di depotenziare la Dignitatis humanae, scritta soprattutto da Murray, sostenendo che essa era legata a un ottimismo storico contingente, quello dei primi anni Sessanta, svalutato come ingenuo, per cui invece di affidarsi alla dinamica della libertà sarebbe stato necessario un nuovo slancio egemonico, in consonanza con le destre politiche, soprattutto negli Usa, in Spagna e in Italia. Viceversa l’ottimismo della Dignitatis humanae e di Murray è teologico e non ingenuo, e quindi di valore permanente, anche oggi. Lo ha spiegato benissimo papa Francesco nel discorso del 2015 ai vescovi americani, dichiarando chiuso il periodo dell’impegno militante nelle guerre culturali. Al fondo credo che ci sia quello che segnala spesso il teologo Severino Dianich: la Chiesa cattolica fa fatica a concettualizzare situazioni intermedie tra l’essere minoranza repressa e l’essere egemone. Ma la lezione americana è che il pluralismo è fatto di tante minoranze che devono entrare in dialogo tra loro in un meccanismo di società aperta».
Il dialogo non è sempre facile però…
«Il dialogo in una società pluralista non è facile, perché varie minoranze hanno punti di partenza diversi e i princìpi a cui ognuna di esse fa riferimento hanno una elasticità che arriva sino ad un certo punto. Tuttavia la retorica dei “princìpi non negoziabili” porta a sovrastimare le logiche di parte, in uno schema nel quale, appunto, se non si è egemoni si è per forza oppressi. L’America era stata poco colpita da questo male, perché è nata pluralista, diversamente dagli Stati europei, e forse per questo si è ritenuta, a torto, immune. Una Chiesa che voglia essere parte della soluzione e non del problema dovrebbe ripartire proprio da Murray».
L’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio è stato davvero un vulnus alla democrazia statunitense, quasi un atto eversivo? Oppure si è trattato di un episodio che va ridimensionato?
«L’episodio non sarebbe tanto preoccupante in sé, quanto per il fatto che esso è stato sollecitato dall’alto, dalla Presidenza. È stato uno dei casi in cui Trump si è rivelato non il riflesso, ma la causa di polarizzazioni drastiche, in un Paese in cui, come ricordava anche Murray, le regole istituzionali sono concepite come clausole di pace. Se chi deve raffreddare la temperatura la rialza, gli effetti di lungo periodo sono pesanti. Le cicatrici non saranno facili da rimarginare».

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