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Prima di dare conto delle valutazioni della Presidenza sull’ammissibilità degli emendamenti presentati in Assemblea, ritengo opportuno rendere alcune precisazioni in merito a talune questioni che sono state poste nel corso della discussione generale con riferimento alle determinazioni al riguardo assunte nell’ambito dell’esame in sede referente e che sono state riproposte nel dibattito sulla questione pregiudiziale.

In particolare, alcuni dei colleghi intervenuti nella discussione generale hanno sollevato rilievi critici in ordine alle valutazioni da me espresse nella lettera indirizzata, lo scorso 17 aprile, al presidente della I Commissione (Affari costituzionali), sostenendo che con la sua decisione la Presidenza avrebbe, di fatto, rimesso ad una deliberazione di maggioranza la valutazione dell’ammissibilità degli emendamenti, riducendo in tal modo il suo ruolo di garanzia a una funzione di mera “ratifica passiva”; tale posizione, peraltro, sarebbe stata assunta dalla Presidenza con l’intento di evitare votazioni su emendamenti che “avrebbero messo in difficoltà” uno dei gruppi di maggioranza.

Si tratta di affermazioni tanto gravi quanto, ad avviso della Presidenza, prive di fondamento, come risulta chiaramente dalla lettura della citata nota da me indirizzata al presidente della I Commissione, nella quale è stato puntualmente ribadito ciò che espressamente prescritto dal Regolamento, vale a dire che ai fini delle valutazioni sull’ammissibilità degli emendamenti occorre avere riguardo all’oggetto dell’intervento normativo, atteso che l’articolo 89 prevede che la Presidenza dichiari l’inammissibilità degli emendamenti riferiti ad “argomenti affatto estranei all’oggetto della discussione”.

Tale oggetto è, evidentemente, determinato in primo luogo dal testo del progetto di legge iscritto nel calendario dei lavori e di quelli eventualmente abbinati d’ufficio dalla presidenza della Commissione, ai sensi dell’articolo 77 del Regolamento, che prescrive che, qualora alla Commissione risultino assegnati progetti di legge “identici o vertenti su materia identica” l’esame deve essere abbinato. Nel caso di specie, tale identità di materia è stata riscontrata dalla presidenza della Commissione con riferimento alla proposta di legge n. 1172 D’Uva, che è stata abbinata d’ufficio alla proposta di legge n. 1585, trasmessa dal Senato, poi scelta come testo base.

Il perimetro dell’intervento normativo può, ovviamente, essere ampliato dalla Commissione nel corso dell’esame in sede referente, anche ad esito delle risultanze dell’istruttoria legislativa la quale deve essere finalizzata, tra l’altro, ai sensi dell’articolo 79 del Regolamento, a definire gli obiettivi dell’intervento normativo. Ciò può avere luogo in via convenzionale o attraverso una deliberazione esplicita di ampliamento del perimetro, ovvero per effetto di una deliberazione di abbinamento di ulteriori progetti legge che vertano su materie non identiche – dunque non abbinabili d’ufficio – ma alle quali la Commissione stessa intenda estendere il suo intervento.

Nel caso di specie, secondo quanto mi è stato rappresentato dal presidente della I Commissione con lettera in data 16 aprile, in sede di ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi, era stato inizialmente richiesto di procedere all’abbinamento di alcune proposte di legge vertenti su altre materie (ed, in particolare, sulla materia dell’elettorato attivo e passivo); tale richiesta non è stata poi formalizzata in sede di Commissione al momento in cui questa avrebbe potuto votarla, né è stata sollevata alcuna obiezione sulla decisione del Presidente della Commissione di non considerare abbinabili d’ufficio tali progetti di legge, nella evidente comune consapevolezza che essi trattavano temi comunque diversi da quelli su cui verteva l’esame in sede referente.

Al di fuori di queste procedure non appare configurabile un diritto dei singoli deputati ad introdurre, mediante la presentazione di emendamenti, nel perimetro dell’intervento normativo definito dalla Commissione argomenti ad esso estranei: in ciò risiede la ratio della disposizione recata dall’articolo 89 del Regolamento. Ne consegue che le pronunce di inammissibilità effettuate alla stregua dei criteri che ho indicato non sono per ciò stesso suscettibili di menomare prerogative dei singoli parlamentari. Resta ovviamente ferma la possibilità per la Camera di esaminare, nell’ambito di un distinto procedimento legislativo, proposte di legge vertenti su tali ulteriori materie, secondo le regole che disciplinano la programmazione dei lavori, che prevedono tra l’altro riserve di tempi e di argomenti a favore delle minoranze.

Alla luce di ciò – non avendo ritenuto la Commissione di ampliare l’area dell’intervento legislativo a materie ulteriori rispetto a quelle oggetto dei progetti di legge al suo esame – ho reputato corrette le decisioni assunte dal presidente Brescia in merito all’ammissibilità degli emendamenti. Sono stati, infatti, valutati ammissibili non solamente gli emendamenti vertenti sulle disposizioni oggetto del progetto di legge adottato quale testo base, ma anche quelli ritenuti ad esse direttamente correlati quali, ad esempio, gli emendamenti recanti la riduzione del numero dei delegati regionali che partecipano alle elezioni del Presidente della Repubblica da parte del Parlamento in seduta comune. Sono stati invece considerati inammissibili gli emendamenti volti a prevedere la partecipazione dei presidenti delle regioni e delle province autonome ai lavori del Senato con riferimento a determinati procedimenti legislativi, a introdurre forme di bicameralismo differenziato, a modificare il requisito anagrafico per l’elezione del Capo dello Stato, a prevederne l’elezione diretta e a ridefinirne poteri e attribuzioni costituzionali, in quanto vertenti su materie non direttamente riconducibili a quelle oggetto del provvedimento, nonché quelli volti a modificare le disposizioni costituzionali relative all’elettorato attivo e passivo delle Camere di contenuto analogo a quello dei progetti di legge non abbinati.

Nel valutare conformi alle regole che disciplinano il vaglio di ammissibilità degli emendamenti le decisioni assunte dal presidente della I Commissione, ho avuto peraltro modo di rilevare come la discussione in merito alla riduzione del numero dei parlamentari possa essere ritenuta da alcuni colleghi l’occasione per svolgere un confronto anche su altri aspetti della disciplina contenuta nella parte II della Costituzione. In proposito, a garanzia di un ordinato svolgimento del procedimento legislativo, ho quindi invitato a considerare, ove fosse intervenuta una decisione della Commissione volta ad estendere l’ambito dell’intervento normativo, l’esigenza di stabilire un nuovo termine per la presentazione degli emendamenti, al fine di consentire a ciascun deputato di esercitare in pienezza la propria facoltà emendativa su tali nuove e ulteriori materie.

Ciò premesso, faccio presente, ai fini della valutazione dell’ammissibilità, che l’articolo 86, comma 1, del Regolamento, al fine di evitare che in Aula possano essere introdotti argomenti nuovi, non previamente istruiti in sede referente, stabilisce che “possono… essere presentati in Assemblea nuovi articoli aggiuntivi ed emendamenti, e quelli respinti in Commissione, purché nell’ambito degli argomenti già considerati nel testo o negli emendamenti presentati e giudicati ammissibili in Commissione”.

Ne consegue, pertanto, che sono da considerare inammissibili ai sensi dell’articolo 89, comma 1, del Regolamento, in quanto estranee al contenuto del provvedimento, le seguenti proposte emendative già dichiarate inammissibili in sede referente: Migliore 1.71, limitatamente alle parti conseguenziali relative alla lettera d) e agli articoli aggiuntivi al 2, che incide sull’elettorato attivo e passivo del Senato e sui meccanismi di funzionamento delle Camere, prevedendo che i presidenti delle regioni e delle province autonome partecipino ai lavori del Senato per l’esame di alcune tipologie di disegni di legge e siano membri di diritto della Commissione parlamentare per le questioni regionali, intervenendo sul procedimento legislativo e prevedendo una differenziazione delle funzioni tra le due Camere; 1.14 e 2.5 Ceccanti, entrambi limitatamente alla parte consequenziale aggiuntiva dell’articolo 2-bis; 2.01 Marco Di Maio e 2.02 Prisco, che incidono sull’elettorato attivo e passivo del Senato e sull’elettorato passivo della Camera. Sono altresì inammissibili le proposte emendative 1.50, 1.51 e 2.050 Magi, non previamente presentate in sede referente e che riguardano la medesima materia, 2.18 e 2.24 Migliore, 2.19 e 2.25 Ceccanti, 2.20 Marco Di Maio, 2.21 Fiano, 2.22 Giorgis e 2.23 Pollastrini, che prevedono che i presidenti delle regioni e delle province autonome che partecipano ai lavori del Senato per l’esame di alcune tipologie di disegni di legge siano membri di diritto della Commissione parlamentare per le questioni regionali, intervenendo altresì sul procedimento legislativo; 3.02 Prisco, che interviene sulle modalità di elezione, poteri e requisiti del Presidente della Repubblica.

Avverto, inoltre, che la Presidenza non ritiene ammissibili, sulla base dei medesimi criteri adottati in sede referente in quanto non previamente presentati in Commissione, ai sensi degli articoli 86, comma 1, e 89, comma 1, del Regolamento, le seguenti proposte emendative: 01.051 e 01.060 Ceccanti, volte a prevedere la soppressione del Senato della Repubblica; 1.70 Ceccanti, che, nel modificare il numero dei parlamentari, incide sulle modalità di elezione dei due rami del Parlamento previste dalla Costituzione prevedendo un’unica elezione per deputati e senatori; 3.51 e 3.52 Colletti, volti rispettivamente a sostituire l’istituto dei senatori a vita con quello dei deputati a vita e a prevedere un ulteriore requisito per la nomina dei senatori a vita.

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