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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Ceccanti. Ne ha facoltà. Onorevole Ceccanti, può scegliere se andare lì senza mascherina.

STEFANO CECCANTI (PD). No, no, vado così, grazie Presidente. Forse un atteggiamento di maturità dovrebbe anzitutto essere quello di attenersi al tema e di non trasformare queste dichiarazioni di voto in dichiarazioni di voto che vanno su tutto lo scibile umano, dai municipi di Roma, all’Unione Europea, ai DPCM, all’idea che un Presidente possa sciogliere le Camere (Commenti dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia) avendo la controfirma di un Presidente del Consiglio che ancora gode pienamente la fiducia del Parlamento, cosa che non è nella Costituzione italiana.

Allora, io vorrei ricordare sommessamente sei punti, sei dati di fatto, che dimostrano che in questo caso la maggioranza, il Governo, la relatrice, hanno tutti lavorato esattamente per il clima di dialogo e leale cooperazione, che ci è richiesta in particolar modo in questo periodo delicato. Il primo dato è sotto gli occhi di tutti noi: oggi su questo decreto non si vota la fiducia. Questo è un decreto su cui il Governo non ha posto la fiducia, come è giusto che fosse perché la materia è delicata; fatto sta che una fiducia in astratto si potrebbe mettere, e non è stata messa: questo è un dato di fatto. Accanto a questo primo dato di fatto – sono partito dall’ultimo, perché mi sembra il più qualificante di tutti e dimostra che non si è voluto interrompere questo esito, questo lavoro comune che è stato fatto in Commissione – vado per ordine agli altri cinque punti, che sono fondamentali per capire questo clima in cui abbiamo lavorato.

Il secondo punto è che il Governo si è presentato in Commissione con una norma che è stata contestata. La norma consentiva un eventuale nuovo rinvio delle elezioni nella finestra autunnale, in caso di pandemia, senza un atto primario, senza un decreto-legge, ma solo con atti amministrativi. Di fronte alle critiche del Comitato per la legislazione, delle opposizioni, ma anche dei parlamentari della maggioranza, il Governo non ha esitato un attimo ad accettare l’emendamento soppressivo e a rinunciare al proprio schema originario.

Terzo punto: il Governo si è posto il problema, che da alcuni è stato richiamato, dell’incastro con l’inizio dell’anno scolastico e delle richieste, anche delle presidenze delle regioni, legate all’anno scolastico e legate a una serie di difficoltà, che ci potrebbero essere se, come dice la commissione di esperti in chiave probabilistica, potesse determinarsi una pandemia. Quindi, il Governo, con la maggioranza e con la relatrice avevano presentato un emendamento, non che faceva votare prima, ma che allargava la finestra, consentendo di votare a partire dalla prima settimana di settembre, anziché a partire dal 20.

Di fronte alle richieste dell’opposizione di ritirare quest’emendamento, perché si sarebbero favorite alcune scelte, ma si sarebbe compressa la campagna elettorale, ritenendo che i cittadini in tutto il mese di agosto non siano attenti alla campagna elettorale e, quindi, questa sarebbe stata compressa in poche settimane, la relatrice ha ritirato quell’emendamento, in accordo con il Governo e con tutta la maggioranza. Anche questo è un dato di fatto, che è innegabile.

Queste sono le cose che sono successe in Commissione, dove poi, senza essere minimamente tenuto a dare una data – perché la legge dà la finestra e il Governo dopo decide la data – il Governo ha messo le carte in tavola e ha detto ciò che non stava scritto nella legge, cioè la data in cui preferiva votare, cioè la prima data utile all’interno della finestra che era stata ribadita.

Quarto punto. Siamo poi arrivati in Aula e il collega Sisto, con un suo emendamento, ha fatto rilevare che c’era comunque il rischio che quell’election day, che era stato concordato rispetto alle amministrative e ai referendum, potesse comunque avere fuori le regioni, perché le regioni potevano mantenere, a partire dal 6 settembre, un loro autonomo potere di indizione. Al che è stato concordato con il collega Sisto che ci sia questo vincolo anche per le regioni, in maniera tale che nessuno possa sfuggire a questa esigenza complessiva di semplificazione e di risparmio. Dopodiché si sono aperte ulteriori discussioni e si sono trovate altre due soluzioni.

Quinto punto. L’emendamento sulla par condicio, modificando la legge sulla par condicio, insiste sul fatto che la Commissione di vigilanza e l’Autorità per l’agenzia delle comunicazioni valutano, con particolare attenzione, il fatto che si possano creare squilibri a favore delle maggioranze e dei presidenti uscenti e, quindi, parametrino bene i provvedimenti che sono chiamati a prendere in tutte e due le fasi della par condicio.

Sesto e ultimo punto. Le opposizioni, che sono opposizioni anche in quattro dei sei consigli regionali uscenti, hanno fatto rilevare il rischio di un uso strumentale della possibilità di cambiare le leggi elettorali nel periodo di proroga dei consigli. E, qui, si è addivenuti a un ordine del giorno, con cui il Governo si impegna a sollecitare le regioni a non fare questo atto legittimo, ma radicalmente inopportuno, fatta eccezione per l’impegno sulla doppia preferenza di genere, che è un principio scritto in maniera molto puntuale nella legge dello Stato dal 2016 e che alcune regioni, purtroppo, non hanno ancora inserito nella propria legge, con dei rischi di contenzioso elettorale. Infatti, secondo una parte della dottrina, è scritto in maniera talmente puntuale, che potrebbe ritenersi applicabile, anche senza un intervento del legislatore regionale.

Questi sono sei fatti. Ora le teorie si devono appoggiare sui fatti e i fatti ci dicono che c’è stato dialogo. Poi, ognuno potrà mantenere le sue opinioni e potrà tranquillamente votare contro, ma, se c’è un provvedimento in cui, in tutta quest’ultima fase, abbiamo avuto ben sei motivi di distensione, ben sei motivi di accoglimento parziale di richieste dell’opposizione, tutt’altro che irrilevanti, è stato questo. Si facciano quindi tutti i cahier de doléances che si vogliono su tutti i punti dell’attività di Governo, ma, almeno su questo decreto, dovreste ammettere che il dialogo c’è stato e ha avuto i suoi frutti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

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