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Questione Pregiudiziale
La Camera,
in sede di discussione dell’Ac 1173-A, recante modifica all’articolo 71 della Costituzione in materia di iniziativa legislativa popolare e alla legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1
premesso che,
il provvedimento in esame appare in tensione coi principi fondamentali dell’ordinamento, espressi in sintesi nella nozione di “forma repubblicana” di cui all’articolo 139 Cost. perché, mentre la nostra Costituzione, basata sul rapporto fiduciario ex art. 94 Cost, affida la determinazione dell’indirizzo politico generale, a cominciare dalla legge di bilancio, al continuum maggioranza-Governo, per rimanere coerenti al sistema sia lo strumento tradizionale (il referendum abrogativo) sia anche nuovi strumenti (come il propositivo) non possono che essere concepiti come correttivi limitati e parziali;
rispetto a tale lettura dei principi supremi appare incoerente la scelta dei limiti, che non possono essere troppo generici, ma che debbono essere specifici e coinvolge, in particolare, le leggi di spesa, sia in relazione alla questione generale della possibilità di riscrittura surrettizia della legge di bilancio (la cui iniziativa è non casualmente riservata al Governo ed è l’atto più importante in cui si esprime l’indirizzo politico di maggioranza), sia a quella specifica dei vincoli posti dalla riforma costituzionale del 2012 sulla stabilità di bilancio, sia della relativa facilità di individuare pressoché immediatamente i beneficiari di alcuni interventi e invece della difficoltà di percepire gli eventuali danneggiati;
la questione dei limiti specifici coinvolge vari altri aspetti, in particolare quello della legislazione penale e di procedura penale, facili oggetti di tentazioni populistiche;
in generale è evidente che se ad uno strumento più debole, il referendum abrogativo, se ne aggiunge uno più forte, propositivo, se si vuole mantenere la logica dell’integrazione tra democrazia diretta e rappresentativa, i limiti devono essere almeno gli stessi, se non più incisivi;
la questione dei limiti ha come decisivo corollario quello del ruolo del custode dei limiti, la Corte costituzionale. Se nel referendum abrogativo il controllo sulla costituzionalità della normativa di risulta è solo successivo giacché il caso di una sua incostituzionalità si presenta obiettivamente come raro, trattandosi di effetti che conseguono solo a una soppressione di norme, viceversa con uno strumento più potente che inserisce direttamente nuove norme nell’ordinamento, la questione si presenta più delicata. Se si mantenesse solo un controllo successivo la Corte sarebbe chiamata a decidere solo dopo una decisione popolare diretta. Per questa ragione, fermo restando il dibattito aperto sulla possibilità di inserire anche un controllo preventivo per le leggi approvate dal Parlamento, sembra impossibile evitarne uno pieno, rispetto all’intera Costituzione, per le proposte di origine popolare, ben al di là del parametro troppo limitato relativo a un generico riferimento ai “principi e diritti fondamentali”;
appare incoerente coi principi supremi anche il rapporto tra iniziativa popolare e replica parlamentare. Qui dobbiamo ragionare su tre casi diversi. Primo: come accade col referendum abrogativo, è ragionevole che, laddove il Parlamento intervenga e ci sia comunanza nei principi ispiratori o nei contenuti normativi fondamentali con la risposta parlamentare, l’iniziativa sia da considerarsi esaurita, avendo imposto nell’agenda sia il tema sia sostanzialmente la soluzione, lasciando al Parlamento dei margini per una ragionevole mediazione sui dettagli. Ed è opportuno affidare il compito di verifica preferibilmente alla Corte di Cassazione, analogamente a quanto accade con il referendum abrogativo. Secondo: se il Parlamento decide invece di non legiferare è logico che a quel punto l’iniziativa popolare sfidi il diritto vigente con un unico quesito. Terzo: se il Parlamento si muove in direzione diversa da quella dei promotori, senza difendere lo status quo e varando quindi una nuova normativa che non abbia gli stessi principi o contenuti normativi fondamentali, si può anche ritenere che, come nel caso del referendum abrogativo, sia affidata ad esso, e non ai promotori, la scelta di proporre all’elettore una scelta differente. Infatti solo in tal caso la relazione del gruppo di esperti del Governo Letta presentata nel settembre 2013, proponeva la scelta binaria tra testo popolare e parlamentare (http://www.giurcost.org/cronache/commissioneriforme.pdf, p. 24). Anche qui il quesito dovrebbe essere comunque rigorosamente unico. Ben altra cosa è invece, anche di fronte a variazioni minime, consentire ai promotori di proporre seccamente all’elettore la scelta tra status quo, proposta popolare e controprogetto parlamentare. Ciò significa muoversi chiaramente nell’ottica dell’alternatività tra le due logiche (rappresentativa, partecipativa diretta) perché si consente ai promotori di considerare la proposta di derivazione popolare comunque come intoccabile, non negoziabile, quasi dotata di fatto di una superiore legittimazione. Ciò comporta a catena, in una forma parlamentare, con rapporto fiduciario, come si segnalava all’inizio, problemi di delegittimazione del Governo e della sua maggioranza: con il referendum abrogativo vengono messe in discussioni leggi già in vigore da tempo mentre con questo schema possono essere ridiscusse leggi (per la grandissima parte di origine governativa) appena approvate: una sorta di sfiducia popolare implicita. Per non parlare poi dei riflessi di condizionamento sul potere presidenziale di rinvio delle leggi ex art. 74, difficilmente esercitabile verso progetti appena approvati per referendum, specie in alternativa al testo parlamentare. Per di più la scelta di proporre tre opzioni (anche quando il Parlamento abbia rinunciato allo status quo nella presunzione che non sia più difendibile) contribuisce a rendere meno comprensibile la scelta dell’elettore;
infine, ma non ultimo per importanza, ammesso e non concesso che abbia senso presentare sempre e comunque, in caso di intervento del Parlamento, la scelta con tre opzioni, la concreta modalità individuata dal testo attuale, difforme da quello della Costituzione svizzera per le revisioni costituzionali, pone gravissimi problemi di compatibilità con la libertà e l’uguaglianza del voto garantita dall’articolo 48 della Costituzione. Questo è un punto cruciale: infatti nel caso svizzero (articolo 139 b Cost.) qualora sui primi due quesiti abbiano prevalso (rispetto allo status quo) sia il testo di derivazione popolare sia quello parlamentare, un terzo quesito consente a tutti gli elettori di decidere il preferito, compresi gli elettori che abbiano votato No a entrambi i quesiti: in tal modo costoro possono scegliere quello che, dal loro punto di vista, può legittimamente considerarsi il “male minore”. Viceversa nella modalità individuata dal testo della maggioranza solo chi ha votato il doppio Sì nei primi due quesiti ha diritto in quello decisivo a scegliere la soluzione ritenuta migliore, così estromettendo dalla decisione coloro che hanno votato “no”;
del tutto inopportuna, anche se forse priva di effetti pratici, ma la questione è controversa, è sul parametro del giudizio di ammissibilità la riduzione del richiamo ai vincoli europei e internazionali” del testo-base originario a quelli dei soli “principi e diritti fondamentali garantiti .. dal diritto europeo e internazionale”.

delibera,
di non procedere all’esame del provvedimento

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