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15 dicembre

Giacomo Lasorella

“Il Parlamento: regole e dinamiche”

 

L’Introduzione di Fulco Lanchester ha come al solito il merito di collegare strettamente l’aspetto teorico con una lettura molto attenta delle dinamiche reali.

Importante in questa chiave l’approccio mortatiano che in connessione coi mutamenti della forma di Stato riteneva comunque ineludibile per i Parlamenti fronteggiare la sfida sia di un rafforzamento del Governo sia di un maggior intervento anche diretto del corpo elettorale (p. XIX)

Importante anche la lettura del contesto degli ultimi decenni con un ridimensionamento delle Assemblee elettive nazionali “nell’ambito di una Costituzione multilivello” (p. XXII).

Come trovare soluzioni efficaci, tenendo conto in particolare della questione dell’omogeneità/eterogeneità sociale e politica, già affrontata da Bagehot e poi sviluppata da Mortati? (Pp XIX).

Qui però mi permetto di sottolineare che la disomogeneità del primo sistema dei partiti era anzitutto politica ed era giocata sulla questione delle alleanze internazionali contrapposte. Con tutti i problemi di trasformazioni continue e problematiche non si può comunque ritenere che il post 1989 sia segnato da una eterogeneità politica comparabile e, quindi, che si possa eludere la questione di aggiornamenti costituzionali nel solco delle democrazie parlamenti efficienti. Sempre, evidentemente, che siano ben congegnate ed equilibrate.

Da questo punto di vista l’Autore, dopo un’accurata spiegazione diacronica delle leggi elettorali, coglie puntualmente il punto debole tutto politico del sistema dei partiti, ovverosia di un bipolarismo asimmetrico con una coalizione relativamente compatta, almeno in termini preelettorali, su un versante e il resto delle opposizioni divise, non disponibili ad ampi accordi (p. 44).

Possiamo poi, tra la vastissima quantità di materiali, scegliere qualche minima spigolatura.

Ne scelgo quattro.

Contrariamente alle spinte populiste e anti-parlamentari, Lasorella ci ricorda anzitutto che la critica al divieto di mandato imperativo finirebbe, se presa alla lettera, per produrre l’eterogenesi dei fini di un sistema tutto partitocratico ed oligarchico (p. 112). Un conto è varare, come si è cercato di fare, normative antitrasformiste, un altro conto abbattere la rappresentanza democratica così come l’abbiamo conosciuta da qualche secolo.

La seconda è lo sguardo realistico sul Presidente di Assemblea che nel nostro ordinamento non può essere collocato univocamente né in un ruolo di mero arbitro né in quello di attore primario di indirizzo politico (p. 121); soprattutto la prima tentazione è ricorrente n parte della dotttina, ma ampiamente smentita dai fatti. Mi è capitato altrove di dire che questa figura non può essere trattata col complesso di una certa ‘mistica dell’imparzialità’ che regge poco anche rispetto alle personalità che hanno ricoperto tali cariche.

La terza è l’obiettiva difficoltà in cui si è trovata la Corte costituzionale rispetto alla difesa delle prerogative parlamentari che per un verso si è tradotta nella decisione piuttosto estrema di legittimare anche il ricorso del singolo parlamentare ma che, per altro verso, nel timore di incentivare una valanga di conflitti, si è poi trasformata in un atteggiamento di cautela estrema sui casi concreti, che lascia scoperte le esigenze da cui era sorta l’apertura (pp. 159/161).

La quarta è l’esigenza di sostituire la strumento patologico del decreto-legge, che ha finito per creare una sorta di “programmazione parallela” che finisce per cumulare le esigenze di immediatezza del Governo con la micro-legislazione parlamentare degli emendamenti, ma in un contesto di scarsa trasparenza e leggibilità per cittadini e imprese, con strumenti fisiologici per far valere il ruolo del Governo in Parlamento e quello dei singoli parlamentari (p. 283).

Basterebbero questi quattro spunti per cercare di conciliare la buona teoria con prassi rinnovate.

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