In Diario

La libertà religiosa in Italia.

Un percorso incompiuto tra pluralismo, diritto pattizio e laicità aperta

Intervento di Stefano Ceccanti

(ringrazio della collaborazione la dott. ssa Valentina Fiorillo)

 

 

  1. L’assenza non casuale di una difficile legge generale sulla libertà religiosa

 

Già Carlo Arturo Jemolo ebbe modo di rilevare la sostanziale inesistenza da parte delle autorità italiane di una consapevole e organica politica ecclesiastica. Questa lacuna, testimoniata da tanti passaggi della storia italiana e soprattutto di quella repubblicana, troverebbe la sua più esaustiva e più recente espressione nell’assenza di una nuova legge generale sulla libertà religiosa che superasse, nel quadro della Costituzione repubblicana, la legge sui culti ammessi del 1929, peraltro già in più parti amputata dalla Corte costituzionale.

L’ultimo e più recente tentativo di introdurre una disciplina generale organica risale alla XV legislatura, quando la proposta di legge di cui fu relatore Roberto Zaccaria naufragò anche e soprattutto per il disaccordo (in Parlamento e, all’esterno, rispetto alla posizione della Conferenza Episcopale Italiana) intorno al concetto di laicità dello stato contenuto nei primissimi articoli, tra le disposizioni di principio. Questa esperienza insegna che è difficile superare dei problemi generali, concettuali e teologici in una normativa generale che inevitabilmente cercherà di dare delle definizioni di sistema sulle quali l’accordo è arduo, se non addirittura impossibile.

Non bisogna mai dimenticare, infatti, la nota lezione di Jean Bauberot: quando si parla di questi temi ognuno parte dal suo lato del triangolo (la libertà religiosa con la forza dei numeri per i credenti nella/e religione/i di maggioranza, l’uguaglianza a prescindere dai numeri delle confessioni di minoranza, la separazione Chiese/Stato per atei e agnostici) e si fa fatica a condurre tutti dentro i confini del triangolo e a prendere coscienza di tutti i lati. Jacques Maritain, prima di Bauberot, aveva già spiegato bene a Città del Messico il 6 novembre del 1947, nella fase di preparazione della Dichiarazione dei diritti umani dell’Onu che si trattava di accettare un paradosso: l’accordo su “un comune pensiero pratico..l’affermazione di un medesimo insieme di convinzioni che dirigano l’azione” è tanto più facile quanto più non si pretenda invece di convergere sui fondamenti, “sulla giustificazione dei principi pratici” medesimi (1)

 

  1. Il ricorso al diritto pattizio nel quadro costituzionale: i successi non trascurabili della XVI legislatura

 

Nella XVI Legislatura, essendo di fatto congelate le intese già stipulate sin dal primo Governo Prodi e poi dal quarto Governo Berlusconi, si è proceduto,anche su sollecitazione parlamentare (si veda la presentazione dei ddl Malan-Ceccanti) con un approccio più “pragmatico” che però non ha tardato a portare dei frutti.

Il quadro riepilogativo aggiornato è fornito dal sito del Governo:

http://www.governo.it/Presidenza/USRI/confessioni/intese_indice.html

Non riassumo qui i dettagli perché in questa sede sono conosciuti. Mi limito a segnalare che le confessioni con Intesa sono 11. All’otto per mille ne partecipano 10 su 11 in quanto i Mormoni non l’hanno richiesto: quindi i contribuenti possono scegliere tra quelle 10 nonché tra la Chiesa Cattolica e lo Stato. Un complesso ampio di 12 opzioni. Invece in favore di tutte quante, oltre che in favore verso la Chiesa cattolica, è possibile fare offerte deducibili.

Il punto chiave è che ben 5 delle 11 sono state approvate con legge nella scorsa legislatura, tra cui si segnalano le prime due esterne all’ambito tradizionale giudaico-cristiano (buddisti e induisti).

L’approvazione con legge delle nuove intese ha fatto sì che venissero stemperate prima le macro-questioni di carattere organizzativo, senza perdersi in questioni di definizione generale che molto probabilmente avrebbero nuovamente bloccato il dibattito.

I critici di questo approccio (da ultimo soprattutto A. Ferrari nel suo La libertà religiosa in Italia. Un percorso incompiuto, Roma, Carocci, 2012) sostengono che la preferenza accordata alle intese – non solo quelle approvate con legge recentemente ma anche le “intese storiche” – piuttosto che alla legge generale abbia generato una «piramide dei culti» al cui apice vi sarebbe un «diritto specialissimo» (diritto pattizio con la Chiesa cattolica e con le confessioni ma con la prima sovraordinata rispetto alle seconde), seguito da un «diritto speciale» (che dovrebbe essere rappresentato dalla legge generale in sostituzione della legislazione fascista e che al momento è molto ridotto) e «diritto comune». Le vittime di questo sistema sarebbero le confessioni non riconosciute, lasciate sole alla base della piramide e alla mercé della discrezionalità delle autorità statali. In realtà, fermo restando il dialogo che può in qualsiasi momento essere attivato con tutte le confessioni religiose, l’avvicinamento delle confessioni diverse dalla cattolica al regime concordatario rappresenta il superamento degli effetti negativi della eguale libertà e non completa eguaglianza che erano ancora insiti nel primo regime concordatario e che, prima della revisione del 1984, la stessa Corte costituzionale faceva fatica a rimodulare. È dunque vero che le tutele sono aumentate per tutti e non viceversa.

Una legge generale prima delle intese avrebbe, al contrario, portato ad ulteriori fallimenti determinati dalla insistente volontà di individuare definizioni che non sono ancora condivise

 

 

  1. L’intesa con l’Islam

 

A questo schema sfugge ancora al momento l’Islam, per una serie di ragioni che presentano differenti gradi di difficoltà:

–         L’’Islam è in effetti una religione troppo estranea al «paradigma confessionale», troppo policentrica sia per motivi di orientamenti teologici che per la particolare composizione etnica dei musulmani italiani e questo rende difficile l’individuazione di un unico interlocutore. Ma questo problema in realtà è superabile, se si considera che si era riproposto allo stesso modo per i Buddisti e gli Ortodossi e se si pensa che anche i Valdesi e i Metodisti, in origine divisi, si sono aggregati proprio in vista dell’intesa. Così come è importante sottolineare che anche la Spagna, paese culturalmente simile al nostro, ha raggiunto da tempo l’intesa con l’Islam.

–         Più difficile è operare una distinzione tra fattore religioso e fattore etnico-culturale (poligamia, mutilazioni genitali femminili, burqa), o anche trattare alcuni precetti della teologia islamica relativamente alla separazione tra sfera politica e sfera religiosa che mal si declinano con l’idea di laicità così come sviluppata nel nostro ordinamento.

Se su questo schema concettuale si innestasse l’aspirazione di una normativa generale sulla libertà religiosa, difficilmente si potrebbe giungere a una soluzione. Anche in questo caso lo strumento offerto dall’articolo 8 della Costituzione, strumento flessibile nelle intenzioni stesse dei Costituenti, continua a rappresentare l’opzione preferibile per il superamento di questioni pratiche e l’avvicinamento tra le parti in causa.

Nulla osta, in questo schema, a che una legge generale sia, in un momento successivo e più pacificato, approvata, ma solo nell’ottica di dare una “cornice” a
un quadro in gran parte già formato dalle intese.

 

 

  1. Un modello di laicità aperta e pluralista

 

La preferenza “operativa” per le intese piuttosto che per una legislazione generale ha anche degli effetti di sistema che permettono di fare alcune considerazioni più generali sul modello di laicità italiana. Le intese con le confessioni diverse dalla cattolica in fondo non sono altro che la realizzazione di pratiche di accomodamento, ovverosia la ricerca di soluzioni a situazioni specifiche, in alcuni casi anche creando delle deroghe al diritto comune in nome della libertà religiosa. La pratica dell’accomodamento (accomodation in inglese, accommodement in francese) è tipico di uno dei principali modelli di libertà religiosa al mondo, quello statunitense, che affronta, in virtù del diritto giurisprudenziale, le esigenze dei differenti gruppi religiosi e dei singoli attraverso un approccio “caso per caso”. Dunque l’incremento delle intese ratificate, nell’ottica di declinare il pluralismo religioso, ha certamente avvicinato il nostro modello a quello di laicità aperta, dove il pluralismo si coniuga con separazione tra sfera civile e religiosa ma non con l’ostilità per la presenza della religione nel dibattito e nello spazio pubblico né con l’indifferenza delle autorità per il fenomeno religioso. Insomma la laicità pluralista italiana, una volta superato il favor per la religione maggioritaria, è molto più vicina agli USA di quanto non si sia storicamente e culturalmente indotti a pensare.

E questo ha delle influenze anche sul quadro europeo e sulla gestione del fenomeno religioso nello spazio pubblico dell’Unione Europea. Come l’Italia risponderà e sta già rispondendo alle sfide poste dal pluralismo religioso conta molto per l’Europa e le risposte italiane avranno tanto più valore quanto più proverranno da un paese la cui storia è fortemente segnata dalla prevalenza di una religione maggioritaria quale quella cattolica, peraltro in corso di evidente e fecondo aggiornamento.

 

(1)   Allocution à la première séance plenière de la deuxième session e la Conférence générale de l’Unesco in Institut International Jacques Maritain “Droit des peuples Droits de l’homme”, (a cura di R. Papini), Le Centurion, Paris, 1984, pp. 172-173.

 

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