In Diario

Elezioni regionali 2014
Un crollo atteso ma non per questo meno preoccupante.
La partecipazione elettorale in Emilia-Romagna tocca il livello minimo raggiunto in tutte le
regioni italiane chiamate al voto negli ultimi anni.
Per la prima volta il “partito degli astenuti” supera l’insieme dei voti validi
L’Istituto Cattaneo ha analizzato l’andamento della partecipazione elettorale nella tornata di voto
appena conclusa. E’ noto che, rispetto alle elezioni politiche, le regionali sono tradizionalmente
poco partecipate perché percepite meno importanti dall’elettorato. A differenza del 2010, il 23
novembre si votava in due sole regioni (oltre all’Emilia-Romagna la Calabria), aspetto che ha
contribuito ad affievolire l’attenzione mediatica nazionale sull’evento. Inoltre, nel caso dell’Emilia
Romagna emergeva chiaramente, dai sondaggi elettorali, la percezione di non contendibilità della
regione, storicamente appannaggio del centro-sinistra e in cui, quindi, la capacità del singolo
elettore di essere decisivo con il suo voto restava assolutamente irrisoria.
Detto questo, il risultato uscito dalle urne è clamoroso. Sin dalle prime elezioni del dopoguerra,
l’Emilia-Romagna è sempre stata ai primi posti nella graduatoria nazionale della
partecipazione, e questo è continuato ad avvenire anche in occasione delle elezioni più recenti
in cui l’affluenza è diminuita. La partecipazione elettorale è stata letta, da molti studiosi, come una
componente importante del cosiddetto “capitale sociale”, alla base del rapporto di fiducia tra
cittadini e amministrazione così come tra cittadini e politica, vera e propria cifra distintiva che
connotava la regione rispetto ad altre aree del paese. Il voto del 2014 segnala come questa
eccezionalità emiliano-romagnola si sia quantomeno bruscamente interrotta. Mai l’affluenza
era scesa in regione sotto il 68%. Il dato di un’affluenza pari ad appena il 37,7% è peraltro più
basso di quello registrato alle stesse elezioni in Calabria (44,1%) e rappresenta il livello minimo
raggiunto in tutte le regioni italiani chiamate al voto negli ultimi anni in occasione delle varie
elezioni di diverso ordine (anche inferiore al precedente valore minimo del voto regionale in
Sardegna nel 2014, dove si erano recati alle urne il 40,9% degli elettori) (fig.1).
Indicazioni interessanti emergono dall’analisi dei risultati a livello provinciale. Storicamente
all’interno della regione è possibile individuare alcune province stabilmente più astensioniste –
Parma, Piacenza, Rimini – rispetto alle altre. Il voto del 23 novembre ha avuto come effetto una
omogeneizzazione dei risultati. Se confrontiamo le percentuali di astenuti alle regionali 2014 con
quelle registrate in occasioni delle elezioni europee – più vicine nel tempo e più simili per livello di
coinvolgimento dell’elettorato – si può notare come, rispetto alla variazione media regionale, il non
voto è cresciuto maggiormente nella provincia di Reggio Emilia (+37 punti percentuali), in
quella di Forlì-Cesena (+ 35), meno in quelle di Ravenna (+29) e Piacenza (+29) (fig.2).
L’esplosione del non voto può essere anche letta mettendo a confronto il numero di astenuti con
l’insieme dei voti validi e con i voti ottenuti dal primo partito in regione, ossia dal Pd (fig. 3). Alle
precedenti elezioni regionali del 2010 il “partito degli astenuti” aveva una consistenza, in
termini numerici, pari alla metà dell’insieme dei voti validi e di poco superiore ai voti ottenuti
dal Partito Democratico. In occasione delle elezioni politiche del 2013 lo svantaggio relativo degli
astenuti rispetto agli altri due blocchi aumentava. I non votanti diventavano circa un quinto dei voti
validi e poco più della metà dei voti per il Pd. Rispetto a queste elezioni, le europee 2014 hanno
visto i due blocchi avvicinarsi decisamente, in un quadro di crescita congiunta degli astenuti e dei
voti per il Pd. Alle elezioni del 23 novembre, invece, per la prima volta è avvenuto il sorpasso
del “partito degli astenuti” sull’insieme dei voti validi: oltre 2 milioni e 150 mila elettori che
hanno disertato le urne, contro circa 1 milione e 200 voti validi. Inoltre, il peso degli astenuti
risulta ben 4 volte maggiore rispetto a quello del Pd (con i suoi 535 mila voti). Un dato eclatante,
se si pensa che alle europee dell’anno prima il confronto era pressoché alla pari.
Come leggere questi risultati che hanno sorpreso tutti? Abbiamo detto del carattere particolare del
voto regionale, tradizionalmente poco partecipato. Tuttavia, questo non aiuta a spiegare l’ampiezza
del risultato e del cambiamento. A far esplodere la disaffezione in Emilia-Romagna ha contribuito
sicuramente un insieme di fattori contingenti. Il primo, forse il più importante, è riconducibile
all’alone prodotto dagli scandali che hanno coinvolto i consiglieri regionali di tutti i partiti.
Indipendentemente dalla reale portata e consistenza di tali episodi, è plausibile che tale effetto
negativo sia stato amplificato dal clima generalizzato di sfiducia nei partiti. A ciò si sono aggiunte,
con riferimento all’elettorato di centro-sinistra, le polemiche innescate dal braccio di ferro tra il
premier Renzi e la Cgil, polemiche che potrebbero avere creato una situazione di conflitto
interiore nell’elettorato più sindacalizzato, producendo una paralisi rispetto alla decisione di voto.
Un’altra spiegazione possibile del crollo della partecipazione potrebbe riguardare le caratteristiche
del candidato principale del centro-destra. La scelta di presentare il leghista Alan Fabbri,
nonostante la sovraesposizione da parte del segretario nazionale Salvini in campagna elettorale, non
è servita probabilmente a mantenere il bacino di voti dell’elettorato moderato, frastornato
dall’uscita di scena di Berlusconi, dalle divisioni interne alla coalizione, dall’assenza di un nuovo
leader e di un progetto politico condiviso ma, anche e soprattutto, dalla radicalizzazione delle
posizioni recenti della Lega Nord.
Infine, si può ritenere che a rilanciare oltremisura l’astensione abbia contribuito anche la
performance opaca del Movimento 5 stelle, non più capace di intercettare la protesta politica
a sinistra come a destra, diviso su azione, strategia e temi. Se per un breve periodo il M5s era
sembrato lo sbocco naturale alla crisi della rappresentanza e della partecipazione, il voto in Emilia
Romagna (e anche in Calabria) ci ricorda innanzitutto come l’astensione resti la principale opzione
a disposizione di una fetta ampia di elettorato non disponibile a votare per il “partito di governo” nè
per un’opzione radicale-populista di destra.

I grafici sono leggibili sul sito del Cattaneo

Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo
Tel. 051235599 / 051239766
Sito web: www.cattaneo.org

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