In Diario

 

 

IL DECRETO LEGGE SUL RILANCIO DELL’OCCUPAZIONE

 

 

 

 

 

 

a cura di Stefania Lanzone e Silvia Di Gennaro

Maggio 2014

INDICE

Premessa pag. 3

Contratto a tempo determinato pag. 4

Apprendistato pag. 29

Servizi per il lavoro, regolarità contributiva e
contratti di solidarietà pag. 46

– elenco anagrafico dei lavoratori pag. 46
– documento unico di regolarità contributiva pag. 51
– contratti di solidarietà pag. 57

Gli interventi del PD e del Governo in Aula al Senato pag. 62

Premessa. Il decreto-legge 20 marzo 2014, n. 34, approvato dal Senato e attualmente all’esame della Camera dei deputati in terza lettura, contiene disposizioni urgenti volte a favorire il rilancio dell’occupazione e la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese. In questa prospettiva – come si legge nella relazione che accompagna il decreto – “vengono proposti interventi di semplificazione per specifiche tipologie contrattuali di lavoro (il contratto a termine e quello di apprendistato), per renderle più coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo, nazionale e internazionale. Sono inoltre introdotte disposizioni per aggiornare le procedure finalizzate all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, per realizzare la «smaterializzazione» del Documento unico di regolarità contributiva (DURC), nonché per individuare ulteriori criteri per il riconoscimento della riduzione contributiva in favore dei datori di lavoro che stipulano contratti di solidarietà che prevedono la riduzione dell’orario di lavoro e per incrementare le risorse finanziarie destinate alla medesima finalità.”
In particolare, il decreto-legge contiene disposizioni:
a) in materia di contratto di lavoro a termine, con l’obiettivo di facilitare il ricorso a tale tipologia contrattuale;
b) in materia di contratto di apprendistato al fine di semplificarne in parte la disciplina;
c) finalizzate a garantire la parità di trattamento delle persone in cerca di occupazione in uno degli Stati membri dell’Unione europea, indipendentemente dal loro luogo di residenza;
d) finalizzate alla semplificazione riguardante la cosiddetta «smaterializzazione» del DURC;
e) finalizzate a stabilire, con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, da adottare di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, criteri per l’individuazione dei datori di lavoro beneficiari delle misure previste in caso di ricorso al contratto di solidarietà.  

CONTRATTO A TEMPO DETERMINATO

L’articolo 1 del decreto legge ha a oggetto la semplificazione delle disposizioni in materia di contratto di lavoro a termine “al fine di generare nuova occupazione, in particolare giovanile.”
Sono introdotti elementi di flessibilità, fra cui il venir meno dell’obbligo per il datore di lavoro di indicare la “causale”, ovvero le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo a fronte delle quali è consentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato, nel caso in cui la durata del contratto a termine non sia superiore a 36 mesi.

DISCIPLINA COME ERA COME SARÀ
Durata massima dei contratti a termine senza indicare la causale
12 mesi
36 mesi
Numero massimo di proroghe del contratto a termine nell’ambito dei 36 mesi
1
con indicazione di “ragioni oggettive”
5
senza indicazione di “ragioni oggettive”
Limite massimo per l’utilizzo del contratto a termine ad eccezione delle imprese che occupano fino a cinque dipendenti
Limite fissato dalla contrattazione collettiva 20 per cento del numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1° gennaio dell’anno di assunzione

Come era. La legge 28 giugno 2012, n. 92 (c.d. “riforma Fornero”), per un verso, ha confermato il contratto di lavoro a tempo indeterminato quale “contratto dominante” o “forma comune del rapporto di lavoro”, e per altro verso ha modificato il regime del contratto a termine, sotto il profilo sia economico che giuridico.
In particolare:
a) la disciplina previgente consentiva l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato solo a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro. La legge n. 92 del 2012 ha mantenuto questa impostazione, ma ha introdotto un’esenzione dal vincolo della causale nel caso si tratti del primo rapporto di lavoro a termine, della durata massima di 12 mesi, tra un datore e un lavoratore (inclusi i lavoratori con contratto di somministrazione a tempo determinato);
b) per i contratti a termine stipulati senza vincolo di causale era posto il divieto di proroga. Negli altri casi il contratto a tempo determinato poteva essere prorogato, con il consenso del lavoratore, solo quando la durata iniziale del contratto fosse inferiore a 3 anni; in questi casi la proroga era ammessa una sola volta – a condizione che fosse richiesta per ragioni oggettive e si riferisse alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto fosse stato stipulato – e la durata del rapporto a termine non poteva comunque superare i 3 anni.

Come sarà. Il decreto-legge prevede importanti novità nella disciplina del contratto a termine. In particolare:
a) si fa riferimento, nel c.d. preambolo del decreto-legge, ad un testo unico semplificato della disciplina dei rapporti di lavoro e si inserisce, in tale àmbito, un riferimento alla sperimentazione del contratto a tempo indeterminato a protezione crescente. Questa disposizione, introdotta dal Senato, prevede anche la salvezza dell’attuale articolazione delle tipologie di contratti di lavoro e la contestuale soppressione del richiamo al contratto a tempo indeterminato come forma comune di rapporto di lavoro che era stato introdotto dalla Camera dei deputati;
b) si aumenta da 12 a 36 mesi la durata del rapporto di lavoro a tempo determinato per il quale non è richiesto il requisito della causalità, esonerando in tal modo il datore di lavoro dallo specificare le ragioni che rendono necessario apporre un termine al contratto e consentendo di poter instaurare un rapporto di lavoro a tempo determinato senza causale anche nell’ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato, nel limite di durata di 36 mesi;
c) si stabilisce il limite massimo del 20 per cento del numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1° gennaio dell’anno di assunzione (criterio più restrittivo, introdotto dalla Camera, rispetto al “20 per cento dell’organico complessivo” previsto nel testo originario del decreto, “anche nella prospettiva di evitare eventuali contenziosi che possono sorgere su questo punto, che diventa cruciale, perché costituisce l’unico vero grande vincolo che hanno le imprese nell’attivazione dei contratti a termine”, come affermato dal Relatore Dell’Aringa) per l’utilizzo del contratto a termine ad eccezione delle imprese che occupano fino a 5 dipendenti per le quali è sempre possibile stipulare un contratto di lavoro a tempo determinato e delle attività già escluse in precedenza dalle limitazioni contrattuali (le fasi di avvio di nuove attività, i contratti a carattere sostitutivo o stagionale e quelli instaurati con i lavoratori “over 55”).
Con alcune modifiche introdotte dalla Camera dei deputati e dal Senato è stato precisato inoltre che:
– il tetto legale del 20 per cento riguarda solo i contratti a tempo determinato;
– il superamento del tetto legale del 20 per cento viene sanzionato – con una modifica introdotta dal Senato – con una sanzione amministrativa pecuniaria pari al 20 per cento della retribuzione, per ciascun mese o frazione di mese superiore a 15 giorni di durata del rapporto di lavoro, se il numero dei lavoratori assunti in violazione del limite percentuale non sia superiore a uno e al 50 per cento della retribuzione, per ciascun mese o frazione di mese superiore a 15 giorni di durata del rapporto di lavoro, se il numero dei lavoratori assunti in violazione del limite percentuale sia superiore a uno. La modifica introdotta prevede inoltre che gli introiti derivanti dalle sanzioni siano attribuite al Fondo sociale per occupazione e formazione;
– il tetto legale del 20 per cento (con la relativa sanzione) non si applica ai rapporti di lavoro instaurati prima dell’entrata in vigore del decreto-legge;
– in sede di prima applicazione restano comunque fermi i diversi limiti quantitativi previsti dalla contrattazione collettiva;
– nei settori privi di una disciplina contrattuale, per i datori di lavoro che alla data di entrata in vigore del decreto-legge occupino lavoratori a termine oltre il tetto legale del 20 per cento, è previsto l’obbligo di rientrare nel predetto limite entro il 31 dicembre 2014. Successivamente a tale data, il datore di lavoro non può stipulare nuovi contratti a tempo determinato fino a quando non rientri al di sotto di tale limite. Con una modifica introdotta dal Senato si specifica che sono salvi i casi in cui un contratto collettivo applicabile nell’azienda contempli un limite percentuale o un termine più favorevole;
– il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, decorsi dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, presenta una relazione alle Camere, evidenziando in particolare gli andamenti occupazionali e l’entità del ricorso al contratto a tempo determinato e al contratto di apprendistato, ripartito per fasce d’età, genere, qualifiche professionali, aree geografiche, durata dei contratti, dimensioni e tipologia di impresa e ogni altro elemento utile per una valutazione complessiva del nuovo sistema di regolazione di tali rapporti di lavoro in relazione alle altre tipologie contrattuali;
d) con una modifica introdotta dal Senato si escludono dal limite percentuale del 20 per cento i contratti a tempo determinato stipulati da istituti pubblici di ricerca o enti privati di ricerca e lavoratori, per lo svolgimento, in via esclusiva, di attività di ricerca scientifica o tecnologica, di assistenza tecnica alla stessa o di coordinamento e direzione della medesima. Sono altresì esclusi dal limite di durata di 36 mesi i contratti a termine che abbiano ad oggetto, in via esclusiva, lo svolgimento di attività di ricerca scientifica, prevedendo che essi possano avere una durata pari a quella del progetto di ricerca ai quali si riferiscono;
e) si prevede la possibilità di prorogare fino a cinque volte nei tre anni il contratto a
tempo determinato, purché si faccia riferimento alla stessa attività lavorativa, indipendentemente dal numero dei rinnovi contrattuali;
f) viene ampliato il diritto di precedenza per le lavoratrici in congedo di maternità. A tale riguardo si prevede che:
– ai fini dell’integrazione del limite minimo di 6 mesi di durata del rapporto a termine (durata minima che la normativa vigente richiede per il riconoscimento del diritto di precedenza) devono computarsi anche i periodi di astensione obbligatoria per le lavoratrici in congedo di maternità;
– il diritto di precedenza è riconosciuto non solo per le assunzioni con contratti a tempo indeterminato (come già previsto dalla normativa vigente), ma anche per le assunzioni a tempo determinato effettuate dal medesimo datore di lavoro entro i successivi dodici mesi, con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei precedenti rapporti a termine;
– il datore di lavoro ha l’obbligo di informare il lavoratore del diritto di precedenza, mediante comunicazione scritta da consegnare al momento dell’assunzione. Una modifica introdotta dal Senato prevede che tale comunicazione sia inserita nell’atto contrattuale scritto;
g) è stata prevista la possibilità di rinnovare o prorogare di un anno (fino al 31 luglio 2015) i contratti a tempo determinato del personale educativo e scolastico negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia degli enti comunali.

Decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368
Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall’UNICE, dal CEEP e dal CES
TESTO PREVIGENTE TESTO DECRETO-LEGGE
MODIFICHE APPORTATE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI MODIFICHE APPORTATE
IN SECONDA LETTURA DAL SENATO
Art. 1. Apposizione del termine
01. Il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro.
1. E’ consentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1-bis. Il requisito di cui al comma 1 non è richiesto:
a) nell’ipotesi del primo rapporto a tempo determinato, di durata non superiore a dodici mesi comprensiva di eventuale proroga, concluso fra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nel caso di prima missione di un lavoratore nell’ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato ai sensi del comma 4 dell’articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276;
b) in ogni altra ipotesi individuata dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

2. L’apposizione del termine è priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni di cui al comma 1, fatto salvo quanto previsto dal comma 1-bis relativamente alla non operatività del requisito della sussistenza di ragioni di carattere tecnico, organizzativo, produttivo o sostitutivo.
3. Copia dell’atto scritto deve essere consegnata dal datore di lavoro al lavoratore entro cinque giorni lavorativi dall’inizio della prestazione.
4. La scrittura non è tuttavia necessaria quando la durata del rapporto di lavoro, puramente occasionale, non sia superiore a dodici giorni.

Art. 4. Disciplina della proroga
1. Il termine del contratto a tempo determinato può essere, con il consenso del lavoratore, prorogato solo quando la durata iniziale del contratto sia inferiore a tre anni. In questi casi la proroga è ammessa una sola volta e a condizione che sia richiesta da ragioni oggettive e si riferisca alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto è stato stipulato a tempo determinato. Con esclusivo riferimento a tale ipotesi la durata complessiva del rapporto a termine non potrà essere superiore ai tre anni.

 

2. L’onere della prova relativa all’obiettiva esistenza delle ragioni che giustificano l’eventuale proroga del termine stesso è a carico del datore di lavoro.

1. E’ consentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a trentasei mesi, comprensiva di eventuali proroghe, concluso fra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nell’ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato ai sensi del comma 4 dell’articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276. Fatto salvo quanto disposto dall’articolo 10, comma 7, il numero complessivo di rapporti di lavoro costituiti da ciascun datore di lavoro ai sensi del presente articolo, non può eccedere il limite del 20 per cento dell’organico complessivo. Per le imprese che occupano fino a cinque dipendenti è sempre possibile stipulare un contratto di lavoro a tempo determinato.

 

 

Soppresso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. L’apposizione del termine di cui al comma 1 è priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto.

 

 

 

 

 

 

Art. 4. Disciplina della proroga
1. Il termine del contratto a tempo determinato può essere, con il consenso del lavoratore, prorogato solo quando la durata iniziale del contratto sia inferiore a tre anni. In questi casi le proroghe sono ammesse, fino ad un massimo di otto volte, a condizione che si riferiscano alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto è stato stipulato a tempo determinato. Con esclusivo riferimento a tale ipotesi la durata complessiva del rapporto a termine non potrà essere superiore ai tre anni.

 

 

1. E’ consentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a trentasei mesi, comprensiva di eventuali proroghe, concluso fra un datore di lavoro e un lavoratore per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nell’ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato ai sensi del comma 4 dell’articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276. Fatto salvo quanto disposto dall’articolo 10, comma 7, il numero complessivo di contratti a tempo determinato stipulati da ciascun datore di lavoro ai sensi del presente articolo, non può eccedere il limite del 20 per cento del numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1° gennaio dell’anno di assunzione. Per i datori di lavoro che occupano fino a cinque dipendenti è sempre possibile stipulare un contratto di lavoro a tempo determinato.

 

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Art. 4. Disciplina della proroga
1. Il termine del contratto a tempo determinato può essere, con il consenso del lavoratore, prorogato solo quando la durata iniziale del contratto sia inferiore a tre anni. In questi casi le proroghe sono ammesse, fino ad un massimo di cinque volte, nell’arco dei complessivi trentasei mesi, indipendentemente dal numero dei rinnovi e a condizione che si riferiscano alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto è stato stipulato a tempo determinato. Con esclusivo riferimento a tale ipotesi la durata complessiva del rapporto a termine non potrà essere superiore ai tre anni.

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Art. 5. Scadenza del termine e sanzioni – Successione dei contratti
1. Se il rapporto di lavoro continua dopo la scadenza del termine inizialmente fissato o successivamente prorogato ai sensi dell’articolo 4, il datore di lavoro è tenuto a corrispondere al lavoratore una maggiorazione della retribuzione per ogni giorno di continuazione del rapporto pari al venti per cento fino al decimo giorno successivo, al quaranta per cento per ciascun giorno ulteriore.
2. Se il rapporto di lavoro, instaurato anche ai sensi dell’articolo 1, comma 1-bis, continua oltre il trentesimo giorno in caso di contratto di durata inferiore a sei mesi, nonché decorso il periodo complessivo di cui al comma 4-bis, ovvero oltre il cinquantesimo giorno negli altri casi, il contratto si considera a tempo indeterminato dalla scadenza dei predetti termini.

 

 

 

 

Art. 5. Scadenza del termine e sanzioni – Successione dei contratti

 

 

 

 

2. Se il rapporto di lavoro continua oltre il trentesimo giorno in caso di contratto di durata inferiore a sei mesi, nonché decorso il periodo complessivo di cui al comma 4-bis, ovvero oltre il cinquantesimo giorno negli altri casi, il contratto si considera a tempo indeterminato dalla scadenza dei predetti termini.

 

 

 

 

 

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3. Qualora il lavoratore venga riassunto a termine, ai sensi dell’articolo 1, entro un periodo di dieci giorni dalla data di scadenza di un contratto di durata fino a sei mesi, ovvero venti giorni dalla data di scadenza di un contratto di durata superiore ai sei mesi, il secondo contratto si considera a tempo indeterminato. Le disposizioni di cui al presente comma, nonché di cui al comma 4, non trovano applicazione nei confronti dei lavoratori impiegati nelle attività stagionali di cui al comma 4-ter nonché in relazione alle ipotesi individuate dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

4. Quando si tratta di due assunzioni successive a termine, intendendosi per tali quelle effettuate senza alcuna soluzione di continuità, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato dalla data di stipulazione del primo contratto.

4-bis. Ferma restando la disciplina della successione di contratti di cui ai commi precedenti e fatte salve diverse disposizioni di contratti collettivi stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro fra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i trentasei mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto e l’altro, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato ai sensi del comma 2; ai fini del computo del periodo massimo di trentasei mesi si tiene altresì conto dei periodi di missione aventi ad oggetto mansioni equivalenti, svolti fra i medesimi soggetti, ai sensi del comma 1-bis dell’articolo 1 del presente decreto e del comma 4 dell’articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, inerente alla somministrazione di lavoro a tempo determinato. In deroga a quanto disposto dal primo periodo del presente comma, un ulteriore successivo contratto a termine fra gli stessi soggetti può essere stipulato per una sola volta, a condizione che la stipula avvenga presso la direzione provinciale del lavoro competente per territorio e con l’assistenza di un rappresentante di una delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale cui il lavoratore sia iscritto o conferisca mandato. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale stabiliscono con avvisi comuni la durata del predetto ulteriore contratto. In caso di mancato rispetto della descritta procedura, nonché nel caso di superamento del termine stabilito nel medesimo contratto, il nuovo contratto si considera a tempo indeterminato.

4-ter. Le disposizioni di cui al comma 4-bis non trovano applicazione nei confronti delle attività stagionali definite dal decreto del Presidente della Repubblica 7 ottobre 1963, n. 1525, e successive modifiche e integrazioni, nonché di quelle che saranno individuate dagli avvisi comuni e dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative.

4-quater. Il lavoratore che, nell’esecuzione di uno o più contratti a termine presso la stessa azienda, abbia prestato attività lavorativa per un periodo superiore a sei mesi ha diritto di precedenza, fatte salve diverse disposizioni di contratti collettivi stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, nelle assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal datore di lavoro entro i successivi dodici mesi con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei rapporti a termine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4-quinquies. Il lavoratore assunto a termine per lo svolgimento di attività stagionali ha diritto di precedenza, rispetto a nuove assunzioni a termine da parte dello stesso datore di lavoro per le medesime attività stagionali.

4-sexies. Il diritto di precedenza di cui ai commi 4-quater e 4-quinquies può essere esercitato a condizione che il lavoratore manifesti in tal senso la propria volontà al datore di lavoro entro rispettivamente sei mesi e tre mesi dalla data di cessazione del rapporto stesso e si estingue entro un anno dalla data di cessazione del rapporto di lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4-bis. Ferma restando la disciplina della successione di contratti di cui ai commi precedenti e fatte salve diverse disposizioni di contratti collettivi stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro fra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i trentasei mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto e l’altro, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato ai sensi del comma 2; ai fini del suddetto computo del periodo massimo di durata del contratto a tempo determinato, pari a trentasei mesi, si tiene altresì conto dei periodi di missione aventi ad oggetto mansioni equivalenti, svolti fra i medesimi soggetti, ai sensi dell’articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, inerente alla somministrazione di lavoro a tempo determinato. In deroga a quanto disposto dal primo periodo del presente comma, un ulteriore successivo contratto a termine fra gli stessi soggetti può essere stipulato per una sola volta, a condizione che la stipula avvenga presso la direzione provinciale del lavoro competente per territorio e con l’assistenza di un rappresentante di una delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale cui il lavoratore sia iscritto o conferis
ca mandato. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale stabiliscono con avvisi comuni la durata del predetto ulteriore contratto. In caso di mancato rispetto della descritta procedura, nonché nel caso di superamento del termine stabilito nel medesimo contratto, il nuovo contratto si considera a tempo indeterminato.

 

 

 

 

 

4-quater. Il lavoratore che, nell’esecuzione di uno o più contratti a termine presso la stessa azienda, abbia prestato attività lavorativa per un periodo superiore a sei mesi ha diritto di precedenza, fatte salve diverse disposizioni di contratti collettivi stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, nelle assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal datore di lavoro entro i successivi dodici mesi con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei rapporti a termine. Fermo restando quanto già previsto dal presente articolo per il diritto di precedenza, per le lavoratrici il congedo di maternità di cui all’articolo 16, comma 1, del testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, e successive modificazioni, intervenuto nell’esecuzione di un contratto a termine presso la stessa azienda, concorre a determinare il periodo di attività lavorativa utile a conseguire il diritto di precedenza di cui al primo periodo. Alle medesime lavoratrici è altresì riconosciuto, con le stesse modalità di cui al presente comma, il diritto di precedenza anche nelle assunzioni a tempo determinato effettuate dal datore di lavoro entro i successivi dodici mesi, con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei precedenti rapporti a termine.

 

 

 

4-sexies. Il diritto di precedenza di cui ai commi 4-quater e 4-quinquies può essere esercitato a condizione che il lavoratore manifesti in tal senso la propria volontà al datore di lavoro entro rispettivamente sei mesi e tre mesi dalla data di cessazione del rapporto stesso e si estingue entro un anno dalla data di cessazione del rapporto di lavoro. Il datore di lavoro è tenuto ad informare il lavoratore del diritto di precedenza di cui ai commi 4-quater e 4-quinquies, mediante comunicazione scritta da consegnare al momento dell’assunzione.

4-septies. I lavoratori assunti a termine in violazione del limite percentuale di cui all’articolo 1, comma 1, sono considerati lavoratori subordinati con contratto a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto di lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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4-sexies. Il diritto di precedenza di cui ai commi 4-quater e 4-quinquies può essere esercitato a condizione che il lavoratore manifesti in tal senso la propria volontà al datore di lavoro entro rispettivamente sei mesi e tre mesi dalla data di cessazione del rapporto stesso e si estingue entro un anno dalla data di cessazione del rapporto di lavoro. Il diritto di precedenza di cui ai commi 4-quater e 4-quinquies, deve essere espressamente richiamato nell’atto scritto di cui all’articolo 1, comma 2.

4-septies. In caso di violazione del limite percentuale di cui all’articolo 1, comma 1, per ciascun lavoratore si applica la sanzione amministrativa:
a) pari al 20 per cento della retribuzione, per ciascun mese o frazione di mese superiore a quindici giorni di durata del rapporto di lavoro, se il numero dei lavoratori assunti in violazione del limite percentuale non sia superiore a uno;
b) pari al 50 per cento della retribuzione, per ciascun mese o frazione di mese superiore a quindici giorni di durata del rapporto di lavoro, se il numero dei lavoratori assunti in violazione del limite percentuale sia superiore a uno.
4-octies. I maggiori introiti derivanti dalle sanzioni di cui al comma 4-septies sono versati ad apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnati al Fondo sociale per occupazione e formazione, di cui all’articolo 18, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2.
Art. 10. Esclusioni e discipline specifiche
1. Sono esclusi dal campo di applicazione del presente decreto legislativo in quanto già disciplinati da specifiche normative:
a) i contratti di lavoro temporaneo di cui alla legge 24 giugno 1997, n. 196, e successive modificazioni;
b) i contratti di formazione e lavoro;
c) i rapporti di apprendistato, nonché le tipologie contrattuali legate a fenomeni di formazione attraverso il lavoro che, pur caratterizzate dall’apposizione di un termine, non costituiscono rapporti di lavoro;
c-bis) i richiami in servizio del personale volontario del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, che ai sensi dell’articolo 6, comma 1, del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139, non costituiscono rapporti di impiego con l’Amministrazione;
c-ter) ferme restando le disposizioni di cui agli articoli 6 e 8, i rapporti instaurati ai sensi dell’articolo 8, comma 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223.
2. Sono esclusi dalla disciplina del presente decreto legislativo i rapporti di lavoro tra i datori di lavoro dell’agricoltura e gli operai a tempo determinato così come definiti dall’articolo 12, comma 2, del decreto legislativo 11 agosto 1993, n. 375.
3. Nei settori del turismo e dei pubblici esercizi è ammessa l’assunzione diretta di manodopera per l’esecuzione di speciali servizi di durata non superiore a tre giorni, determinata dai contratti collettivi stipulati con i sindacati locali o nazionali aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale. La comunicazione dell’assunzione deve essere effettuata al centro per l’impiego entro il giorno antecedente l’instaurazione del rapporto di lavoro. Tali rapporti sono esclusi dal campo di applicazione del presente decreto legislativo.
4. In deroga a quanto previsto dall’articolo 5, comma 4-bis, è consentita la stipulazione di contratti di lavoro a tempo determinato, purché di durata non superiore a cinque anni, con i dirigenti, i quali possono comunque recedere da essi trascorso un triennio e osservata la disposizione dell’articolo 2118 del codice civile. Tali rapporti sono esclusi dal campo di applicazione del presente decreto legislativo, salvo per quanto concerne le previsioni di cui agli articoli 6 e 8.
4-bis. Stante quanto stabilito dalle disposizioni di cui all’ articolo 40, comma 1, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, all’ articolo 4, comma 14-bis, della legge 3 maggio 1999, n. 124, e all’ articolo 6, comma 5, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono altresì esclusi dall’applicazione del presente decreto i contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze del personale docente ed ATA, considerata la necessità di garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo anche in caso di assenza temporanea del personale docente ed ATA con rapporto di lavoro a tempo indeterminato ed anche determinato. In ogni caso non si applica l’articolo 5, comma 4-bis, del presente decreto. Per assicurare il diritto all’educazione, negli asili nidi e nelle scuole dell’infanzia degli enti locali, le deroghe di cui al presente comma si applicano, nel rispetto del patto di stabilità e dei vincoli finanziari che limitano per gli enti locali la spesa per il personale e il r
egime delle assunzioni, anche al relativo personale educativo e scolastico.
4-ter. Nel rispetto dei vincoli finanziari che limitano, per il Servizio sanitario nazionale, la spesa per il personale e il regime delle assunzioni, sono esclusi dall’applicazione del presente decreto i contratti a tempo determinato del personale sanitario del medesimo Servizio sanitario nazionale, ivi compresi quelli dei dirigenti, in considerazione della necessità di garantire la costante erogazione dei servizi sanitari e il rispetto dei livelli essenziali di assistenza. La proroga dei contratti di cui al presente comma non costituisce nuova assunzione. In ogni caso non trova applicazione l’articolo 5, comma 4-bis.
5. Sono esclusi i rapporti instaurati con le aziende che esercitano il commercio di esportazione, importazione ed all’ingresso di prodotti ortofrutticoli.

 

 

 

 

 

 

 

7. La individuazione, anche in misura non uniforme, di limiti quantitativi di utilizzazione dell’istituto del contratto a tempo determinato stipulato ai sensi dell’articolo 1, commi 1 e 1-bis, è affidata ai contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi. Sono in ogni caso esenti da limitazioni quantitative i contratti a tempo determinato conclusi:
a) nella fase di avvio di nuove attività per i periodi che saranno definiti dai contratti collettivi nazionali di lavoro anche in misura non uniforme con riferimento ad aree geografiche e/o comparti merceologici;
b) per ragioni di carattere sostitutivo, o di stagionalità, ivi comprese le attività già previste nell’elenco allegato al decreto del Presidente della Repubblica 7 ottobre 1963, n. 1525, e successive modificazioni;
c) per specifici spettacoli ovvero specifici programmi radiofonici o televisivi;
d) con lavoratori di età superiore a 55 anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7. La individuazione, anche in misura non uniforme, di limiti quantitativi di utilizzazione dell’istituto del contratto a tempo determinato stipulato ai sensi dell’articolo 1, comma 1, è affidata ai contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi. Sono in ogni caso esenti da limitazioni quantitative i contratti a tempo determinato conclusi:
a) nella fase di avvio di nuove attività per i periodi che saranno definiti dai contratti collettivi nazionali di lavoro anche in misura non uniforme con riferimento ad aree geografiche e/o comparti merceologici;
b) per ragioni di carattere sostitutivo, o di stagionalità, ivi comprese le attività già previste nell’elenco allegato al decreto del Presidente della Repubblica 7 ottobre 1963, n. 1525, e successive modificazioni;
c) per specifici spettacoli ovvero specifici programmi radiofonici o televisivi;
d) con lavoratori di età superiore a 55 anni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5-bis. Il limite percentuale di cui all’articolo 1, comma 1, non si applica ai contratti di lavoro a tempo determinato stipulati tra istituti pubblici di ricerca ovvero enti privati di ricerca e lavoratori chiamati a svolgere in via esclusiva attività di ricerca scientifica o tecnologica, di assistenza tecnica alla stessa o di coordinamento e direzione della stessa. I contratti di lavoro a tempo determinato che abbiano ad oggetto in via esclusiva lo svolgimento di attività di ricerca scientifica possono avere durata pari a quella del progetto di ricerca al quale si riferiscono.

 

Decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276
Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30
TESTO PREVIGENTE TESTO DECRETO-LEGGE
MODIFICHE APPORTATE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI MODIFICHE APPORTATE
IN SECONDA LETTURA DAL SENATO
Art. 20. Condizioni di liceità
1. Il contratto di somministrazione di lavoro può essere concluso da ogni soggetto, di seguito denominato utilizzatore, che si rivolga ad altro soggetto, di seguito denominato somministratore, a ciò autorizzato ai sensi delle disposizioni di cui agli articoli 4 e 5.
2. Per tutta la durata della missione i lavoratori svolgono la propria attività nell’interesse nonché sotto la direzione e il controllo dell’utilizzatore. Nell’ipotesi in cui i lavoratori vengano assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato essi rimangono a disposizione del somministratore per i periodi in cui non sono in missione presso un utilizzatore, salvo che esista una giusta causa o un giustificato motivo di risoluzione del contratto di lavoro.
3. Il contratto di somministrazione di lavoro può essere concluso a termine o a tempo indeterminato. La somministrazione di lavoro a tempo indeterminato è ammessa:
a) per servizi di consulenza e assistenza nel settore informatico, compresa la progettazione e manutenzione di reti intranet e extranet, siti internet, sistemi informatici, sviluppo di software applicativo, caricamento dati;
b) per servizi di pulizia, custodia, portineria;
c) per servizi, da e per lo stabilimento, di trasporto di persone e di trasporto e movimentazione di macchinari e merci;
d) per la gestione di biblioteche, parchi, musei, archivi, magazzini, nonché servizi di economato;
e) per attività di consulenza direzionale, assistenza alla certificazione, programmazione delle risorse, sviluppo organizzativo e cambiamento, gestione del personale, ricerca e selezione del personale;
f) per attività di marketing, analisi di mercato, organizzazione della funzione commerciale;
g) per la gestione di call-center, nonché per l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali nelle aree Obiettivo 1 di cui al regolamento (CE) n. 1260/1999 del Consiglio, del 21 giugno 1999, recante disposizioni generali sui Fondi strutturali;
h) per costruzioni edilizie all’interno degli stabilimenti, per installazioni o smontaggio di impianti e macchinari, per particolari attività produttive, con specifico riferimento all’edilizia e alla cantieristica navale, le quali richiedano più fasi successive di lavorazione, l’impiego di manodopera diversa per specializzazione da quella normalmente impiegata nell’impresa;
i) in tutti gli altri casi previsti dai contratti collettivi di lavoro nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni dei datori e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative;
i-bis) in tutti i settori produttivi, pubblici e privati, per l’esecuzione di servizi di cura e assistenza alla persona e di sostegno alla famiglia;
i-ter) in tutti i settori produttivi, in caso di utilizzo da parte del somministratore di uno o più lavoratori assunti con contratto di apprendistato.

4. La somministrazione di lavoro a tempo determinato è ammessa a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili all’ordinaria attività dell’utilizzatore. È fatta salva la previsione di cui al comma 1-bis dell’articolo 1 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368. La individuazione, anche in misura non
uniforme, di limiti quantitativi di utilizzazione della somministrazione a tempo determinato è affidata ai contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati da sindacati comparativamente più rappresentativi in conformità alla disciplina di cui all’articolo 10 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368.

5. Il contratto di somministrazione di lavoro è vietato:
a) per la sostituzione di lavoratori che esercitano il diritto di sciopero;
b) salva diversa disposizione degli accordi sindacali, presso unità produttive nelle quali si sia proceduto, entro i sei mesi precedenti, a licenziamenti collettivi ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, che abbiano riguardato lavoratori adibiti alle stesse mansioni cui si riferisce il contratto di somministrazione , a meno che tale contratto sia stipulato per provvedere alla sostituzione di lavoratori assenti ovvero sia concluso ai sensi dell’ articolo 8, comma 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223, ovvero abbia una durata iniziale non superiore a tre mesi. Salva diversa disposizione degli accordi sindacali, il divieto opera altresì presso unità produttive nelle quali sia operante una sospensione dei rapporti o una riduzione dell’orario, con diritto al trattamento di integrazione salariale, che interessino lavoratori adibiti alle stesse mansioni cui si riferisce il contratto di somministrazione;
c) da parte delle imprese che non abbiano effettuato la valutazione dei rischi ai sensi dell’articolo 4 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e successive modifiche.
5-bis. Qualora il contratto di somministrazione preveda l’utilizzo di lavoratori assunti dal somministratore ai sensi dell’ articolo 8, comma 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223, non operano le disposizioni di cui ai commi 3 e 4 del presente articolo. Ai contratti di lavoro stipulati con lavoratori in mobilità ai sensi del presente comma si applica il citato articolo 8, comma 2, della legge n. 223 del 1991. (57)
5-ter. Le disposizioni di cui al comma 4 non operano qualora il contratto di somministrazione preveda l’utilizzo:
a) di soggetti disoccupati percettori dell’indennità ordinaria di disoccupazione non agricola con requisiti normali o ridotti, da almeno sei mesi;
b) di soggetti comunque percettori di ammortizzatori sociali, anche in deroga, da almeno sei mesi. Resta comunque fermo quanto previsto dei commi 4 e 5 dell’articolo 8 del decreto-legge 21 marzo 1988, n. 86, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 maggio 1988, n. 160;
c) di lavoratori definiti «svantaggiati» o «molto svantaggiati» ai sensi dei numeri 18) e 19) dell’articolo 2 del regolamento (CE) n. 800/2008 della Commissione, del 6 agosto 2008. Con decreto di natura non regolamentare del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, si provvede all’individuazione dei lavoratori di cui alle lettere a), b) ed e) del n. 18) dell’articolo 2 del suddetto regolamento (CE) n. 800/2008.

5-quater. Le disposizioni di cui al primo periodo del comma 4 non operano nelle ulteriori ipotesi individuate dai contratti collettivi nazionali, territoriali ed aziendali stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative dei lavoratori e dei datori di lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4. La individuazione, anche in misura non uniforme, di limiti quantitativi di utilizzazione della somministrazione di lavoro a tempo determinato è affidata ai contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati da sindacati comparativamente più rappresentativi in conformità alla disciplina di cui all’articolo 10 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Identico
Art. 21. Forma del contratto di somministrazione
1. Il contratto di somministrazione di manodopera è stipulato in forma scritta e contiene i seguenti elementi:
a) gli estremi dell’autorizzazione rilasciata al somministratore;
b) il numero dei lavoratori da somministrare;
c) i casi e le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo di cui ai commi 3 e 4 dell’articolo 20;
d) l’indicazione della presenza di eventuali rischi per l’integrità e la salute del lavoratore e delle misure di prevenzione adottate;
e) la data di inizio e la durata prevista del contratto di somministrazione;
f) le mansioni alle quali saranno adibiti i lavoratori e il loro inquadramento;
g) il luogo, l’orario e il trattamento economico e normativo delle prestazioni lavorative;
h) assunzione da parte del somministratore della obbligazione del pagamento diretto al lavoratore del trattamento economico, nonché del versamento dei contributi previdenziali;
i) assunzione dell’obbligo dell’utilizzatore di rimborsare al somministratore gli oneri retributivi e previdenziali da questa effettivamente sostenuti in favore dei prestatori di lavoro;
j) assunzione dell’obbligo dell’utilizzatore di comunicare al somministratore i trattamenti retributivi applicabili ai lavoratori comparabili;
k) assunzione da parte dell’utilizzatore, in caso di inadempimento del somministratore, dell’obbligo del pagamento diretto al lavoratore del trattamento economico nonché del versamento dei contributi previdenziali, fatto salvo il diritto di rivalsa verso il somministratore.
2. Nell’indicare gli elementi di cui al comma 1, le parti devono recepire le indicazioni contenute nei contratti collettivi.
3. Le informazioni di cui al comma 1, nonché la data di inizio e la durata prevedibile della missione, devono essere comunicate per iscritto al prestatore di lavoro da parte del somministratore all’atto della stipulazione del contratto di lavoro ovvero all’atto dell’invio presso l’utilizzatore.
4. In mancanza di forma scritta il contratto di somministrazione è nullo e i lavoratori sono considerati a tutti gli effetti alle dipendenze dell’utilizzatore.

 

 

 

c) i casi e le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo di cui al comma 3 dell’articolo 20;

 

 

 

Identico

Decreto legge 21 maggio 2013, n. 54
Sosp
ensione IMU, rifinanziamento di ammortizzatori sociali in deroga, proroga in materia di lavoro a tempo determinato presso le pubbliche amministrazioni e eliminazione degli stipendi dei parlamentari membri del governo
TESTO PREVIGENTE TESTO DECRETO-LEGGE
MODIFICHE APPORTATE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI MODIFICHE APPORTATE
IN SECONDA LETTURA DAL SENATO
Art. 4 Disposizioni in materia di ammortizzatori sociali in deroga, di contratti di solidarietà e di contratti di lavoro subordinato a tempo determinato
4-bis. Per assicurare il diritto all’educazione, negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia degli enti comunali, i contratti di lavoro a tempo determinato del personale educativo e scolastico, sottoscritti per comprovate esigenze temporanee o sostitutive in coerenza con l’articolo 36 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, possono essere prorogati o rinnovati fino al 31 luglio 2014, anche in deroga all’articolo 5, comma 4-bis, del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e successive modificazioni, per i periodi strettamente necessari a garantire la continuità del servizio e nei limiti delle risorse già disponibili nel bilancio dell’ente locale, in ogni caso nel rispetto dei vincoli stabiliti dal patto di stabilità interno e della vigente normativa volta al contenimento della spesa complessiva per il personale negli enti locali. L’esclusione prevista dall’articolo 10, comma 4-bis, primo periodo, del citato decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, si applica anche per i contratti a tempo determinato di cui al presente comma.

 

4-bis. Per assicurare il diritto all’educazione, negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia degli enti comunali, i contratti di lavoro a tempo determinato del personale educativo e scolastico, sottoscritti per comprovate esigenze temporanee o sostitutive in coerenza con l’articolo 36 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, possono essere prorogati o rinnovati fino al 31 luglio 2015, anche in deroga all’articolo 5, comma 4-bis, del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e successive modificazioni, per i periodi strettamente necessari a garantire la continuità del servizio e nei limiti delle risorse già disponibili nel bilancio dell’ente locale, in ogni caso nel rispetto dei vincoli stabiliti dal patto di stabilità interno e della vigente normativa volta al contenimento della spesa complessiva per il personale negli enti locali. L’esclusione prevista dall’articolo 10, comma 4-bis, primo periodo, del citato decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, si applica anche per i contratti a tempo determinato di cui al presente comma.

 

Identico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

APPRENDISTATO

Il contratto di apprendistato è il contratto di lavoro volto alla formazione e all’occupazione dei lavoratori giovani tra i 15 e i 29 anni e consente di acquisire una qualifica professionale. La c.d. riforma Fornero ha attribuito al contratto di apprendistato il ruolo di canale privilegiato di accesso dei giovani al mondo del lavoro.

DISCIPLINA COME ERA COME SARÀ

Forma scritta

obbligatoria per il contratto, il patto di prova e il relativo piano formativo individuale
obbligatoria per il contratto e il patto di prova

è stato reintrodotto dalla Camera dei deputati l’obbligo (eliminato nel testo originario del decreto-legge) di redigere in forma scritta il piano formativo individuale precisando che il contratto di apprendistato contiene, in forma sintetica, il piano formativo individuale definito anche sulla base di moduli e formulari stabiliti dalla contrattazione collettiva o dagli enti bilaterali

Nuove assunzioni condizionate alla conferma in servizio di precedenti apprendisti al termine del percorso formativo è stato reintrodotto dalla Camera dei deputati l’obbligo (eliminato nel testo originario del decreto-legge) per i datori di lavoro di stabilizzazione di una quota di apprendisti ai fini di ulteriori assunzioni di apprendisti. L’obbligo di stabilizzazione riguarda i soli datori di lavoro che occupano almeno 50 dipendenti (il limite è stato elevato da 30 a 50 dipendenti con un emendamento approvato dal Senato) e la quota minima di apprendisti da stabilizzare è del 20 per cento

Retribuzioni

nessun tetto nella misura del 35 per cento del relativo monte ore complessivo di formazione
è stato precisato dalla Camera dei deputati che la retribuzione dell’apprendista, fissata al 35% per le ore di formazione, debba intendersi come limite minimo (quindi derogabile in melius dal datore di lavoro)

Offerta formativa pubblica

obbligatoria con una modifica approvata dal Senato si prevede che le modalità di svolgimento dell’offerta formativa pubblica sono definite dalla regione avvalendosi anche dei datori di lavoro e delle loro associazioni che si siano dichiarati disponibili, ai sensi delle linee guida adottate dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome il 20 febbraio 2014, e che la comunicazione da parte della regione concerne anche le sedi ed il calendario delle attività previste. Rispetto al testo approvato dalla Camera dei deputati non si definiscono più esplicitamente le conseguenze della mancata o tardiva comunicazione da parte della regione ovvero l’esenzione del datore di lavoro dall’obbligo di integrare la formazione

Come era. Pur lasciando sostanzialmente confermato l’impianto del decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167 (“Testo unico dell’apprendistato”) la c.d. riforma Fornero ha introdotto alcune importanti innovazioni:
a) la previsione di una durata minima del contratto di apprendistato, fissata in almeno sei mesi, fatta salva la possibilità di durate inferiori per attività stagionali;
b) l’introduzione di un meccanismo in base al quale l’assunzione di nuovi apprendisti era collegata alla percentuale di stabilizzazioni effettuate nei 36 mesi precedenti la nuova assunzione (di almeno il 50% degli apprendisti dipendenti dallo stesso datore di lavoro) con l’esclusione dal computo della percentuale dei rapporti cessati durante il periodo di prova, per dimissioni o per licenziamento per giusta causa. Qualora non fosse rispettata la predetta percentuale era comunque consentita l’assunzione di un ulteriore apprendista;
c) l’innalzamento, a decorrere dal 1° gennaio 2013, del rapporto tra apprendisti e lavoratori qualificati dal precedente 1/1 a 3/2, incrementando il numero massimo di apprendisti che possono essere (contemporaneamente) alle dipendenze di un datore di lavoro;
d) l’esclusione della possibilità di utilizzare in somministrazione apprendisti con contratto a tempo determinato.

Come sarà. Il decreto-legge sul rilancio dell’occupazione introduce importanti novità sul contratto di apprendistato “al fine di semplificarne in parte la disciplina”:
a) il ricorso alla forma scritta vale per il contratto e il patto di prova. E’ stato reintrodotto dalla Camera dei deputati l’obbligo di redigere in forma scritta il piano formativo individuale precisando che il contratto di apprendistato contiene, in forma sintetica, il piano formativo individuale definito anche sulla base di moduli e formulari stabiliti dalla contrattazione collettiva o dagli enti bilaterali;
b) ferma restando la disciplina dei contratti collettivi nazionali di lavoro, è stato reintrodotto dalla Camera dei deputati l’obbligo per i datori di lavoro di stabilizzazione (ossia di assumere con contratto a tempo indeterminato) di una quota di apprendisti ai fini di ulteriori assunzioni in apprendistato. L’obbligo di stabilizzazione riguarda i soli datori di lavoro che occupano almeno 50 dipendenti (con un emendamento approvato dal Senato il limite è stato elevato da 30 a 50 dipendenti) e la quota minima di apprendisti da stabilizzare è del 20 per cento;
c) nel caso di apprendi
stato per la qualifica e il diploma professionale, al lavoratore è riconosciuta una retribuzione che tenga conto delle ore di lavoro effettivamente prestate nonché delle ore di formazione nella misura del 35 per cento del relativo monte ore complessivo. E’ stato precisato dalla Camera dei deputati che la retribuzione dell’apprendista, fissata al 35 per cento per le ore di formazione, debba intendersi come limite minimo (quindi derogabile in melius dal datore di lavoro);
d) con riferimento al contratto di apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, il Senato ha approvato un emendamento che prevede che nelle regioni e nelle province autonome che abbiano definito un sistema di alternanza scuola-lavoro, i contratti collettivi di lavoro, stipulati da associazioni di datori e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, prevedano specifiche modalità di impiego del contratto di apprendistato, anche a tempo determinato, per lo svolgimento di attività stagionali;
e) con una modifica approvata dal Senato si prevede che le modalità di svolgimento dell’offerta formativa pubblica sono definite dalla regione avvalendosi anche dei datori di lavoro e delle loro associazioni che si siano dichiarati disponibili, ai sensi delle linee guida adottate dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome il 20 febbraio 2014, e che la comunicazione da parte della regione concerne anche le sedi ed il calendario delle attività previste. Rispetto al testo approvato dalla Camera dei deputati non si definiscono più esplicitamente le conseguenze della mancata o tardiva comunicazione da parte della regione ovvero l’esenzione del datore di lavoro dall’obbligo di integrare la formazione;
f) nell’ambito del programma sperimentale per lo svolgimento di periodi di formazione in azienda per gli studenti degli ultimi due anni delle scuole secondarie nel triennio 2014-2016, la stipulazione di contratti di apprendistato può avvenire anche in deroga al limite di 17 anni di età previsto dalla normativa vigente, con particolare riguardo, secondo un emendamento approvato dal Senato – agli studenti degli istituti professionali, ai fini della loro formazione e valorizzazione professionale, nonché del loro inserimento nel mondo del lavoro;
g) così come per i contratti a termine, anche in questo caso si introduce una disciplina transitoria precisando che le nuove disposizioni si applicano esclusivamente ai contratti di apprendistato stipulati dopo l’entrata in vigore del decreto-legge.

Decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167
Testo unico dell’apprendistato
TESTO PREVIGENTE TESTO DECRETO-LEGGE
MODIFICHE APPORTATE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI MODIFICHE APPORTATE
IN SECONDA LETTURA DAL SENATO
Art. 2 Disciplina generale
1. La disciplina del contratto di apprendistato è rimessa ad appositi accordi interconfederali ovvero ai contratti collettivi di lavoro stipulati a livello nazionale da associazioni dei datori e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale nel rispetto dei seguenti principi:
a) forma scritta del contratto, del patto di prova e del relativo piano formativo individuale da definire, anche sulla base di moduli e formulari stabiliti dalla contrattazione collettiva o dagli enti bilaterali, entro trenta giorni dalla stipulazione del contratto;
a-bis) previsione di una durata minima del contratto non inferiore a sei mesi, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 4, comma 5; (2)
b) divieto di retribuzione a cottimo;
c) possibilità di inquadrare il lavoratore fino a due livelli inferiori rispetto alla categoria spettante, in applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro, ai lavoratori addetti a mansioni o funzioni che richiedono qualificazioni corrispondenti a quelle al conseguimento delle quali è finalizzato il contratto ovvero, in alternativa, di stabilire la retribuzione dell’apprendista in misura percentuale e in modo graduale all’anzianità di servizio;
d) presenza di un tutore o referente aziendale;
e) possibilità di finanziare i percorsi formativi aziendali degli apprendisti per il tramite dei fondi paritetici interprofessionali di cui all’articolo 118 della legge 23 dicembre 2000, n. 388 e all’articolo 12 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 e successive modificazioni anche attraverso accordi con le Regioni;
f) possibilità del riconoscimento, sulla base dei risultati conseguiti all’interno del percorso di formazione, esterna e interna alla impresa, della qualifica professionale ai fini contrattuali e delle competenze acquisite ai fini del proseguimento degli studi nonché nei percorsi di istruzione degli adulti;
g) registrazione della formazione effettuata e della qualifica professionale a fini contrattuali eventualmente acquisita nel libretto formativo del cittadino di cui all’articolo 2, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276;
h) possibilità di prolungare il periodo di apprendistato in caso di malattia, infortunio o altra causa di sospensione involontaria del rapporto, superiore a trenta giorni, secondo quanto previsto dai contratti collettivi;
i) possibilità di forme e modalità per la conferma in servizio, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, al termine del percorso formativo, al fine di ulteriori assunzioni in apprendistato, fermo restando quanto previsto dal comma 3 del presente articolo;
l) divieto per le parti di recedere dal contratto durante il periodo di formazione in assenza di una giusta causa o di un giustificato motivo. In caso di licenziamento privo di giustificazione trovano applicazione le sanzioni previste dalla normativa vigente;
m) possibilità per le parti di recedere dal contratto con preavviso decorrente dal termine del periodo di formazione ai sensi di quanto disposto dall’articolo 2118 del codice civile; nel periodo di preavviso continua a trovare applicazione la disciplina del contratto di apprendistato. Se nessuna delle parti esercita la facoltà di recesso al termine del periodo di formazione, il rapporto prosegue come ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato (3).
2. Per gli apprendisti l’applicazione delle norme sulla previdenza e assistenza sociale obbligatoria si estende alle seguenti forme:
a) assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali;
b) assicurazione contro le malattie;
c) assicurazione contro l’invalidità e vecchiaia;
d) maternità;
e) assegno familiare;
e-bis) assicurazione sociale per l’impiego in relazione alla quale, in via aggiuntiva a quanto previsto in relazione al regime contributivo per le assicurazioni di cui alle precedenti lettere ai sensi della disciplina di cui all’articolo 1, comma 773, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, con effetto sui periodi contributivi maturati a decorrere dal 1° gennaio 2013 è dovuta dai datori di lavoro per gli apprendisti artigiani e non artigiani una contribuzione pari all’1,31 per cento della retribuzione imponibile ai fini previdenziali. Resta fermo che con riferimento a tale contribuzione non operano le disposizioni di cui all’articolo 22, comma 1, della legge 12 novembre 2011, n. 183 (7).
3. Il numero complessivo di apprendisti che un datore di lavoro può assumere, direttamente o indirettamente per il tramite delle agenzie di somministrazione di lavoro ai sensi dell’articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, non può superare il rapporto di 3 a 2 rispetto alle maestranze specializzate e qualificate in servizio presso il medesimo datore di lavoro; tale rapporto non può superare il 100 per cento per i datori di lavoro che occupano un numero di lavoratori inferiore a dieci unità. È in ogni caso esclusa la possibilità di assumere in somministrazione apprendisti con contratto di somministrazione a tempo determinato di cui all’articolo 20, comma 4, del decreto legislativo 10 settembre 2003,
n. 276. Il datore di lavoro che non abbia alle proprie dipendenze lavoratori qualificati o specializzati, o che comunque ne abbia in numero inferiore a tre, può assumere apprendisti in numero non superiore a tre. Le disposizioni di cui al presente comma non si applicano alle imprese artigiane per le quali trovano applicazione le disposizioni di cui all’articolo 4 della legge 8 agosto 1985, n. 443. (4)
3-bis. L’assunzione di nuovi apprendisti è subordinata alla prosecuzione del rapporto di lavoro al termine del periodo di apprendistato, nei trentasei mesi precedenti la nuova assunzione, di almeno il 50 per cento degli apprendisti dipendenti dallo stesso datore di lavoro. Dal computo della predetta percentuale sono esclusi i rapporti cessati per recesso durante il periodo di prova, per dimissioni o per licenziamento per giusta causa. Qualora non sia rispettata la predetta percentuale, è consentita l’assunzione di un ulteriore apprendista rispetto a quelli già confermati, ovvero di un apprendista in caso di totale mancata conferma degli apprendisti pregressi. Gli apprendisti assunti in violazione dei limiti di cui al presente comma sono considerati lavoratori subordinati a tempo indeterminato, al di fuori delle previsioni del presente decreto, sin dalla data di costituzione del rapporto.

 

 

 

 

 

3-ter. Le disposizioni di cui al comma 3-bis non si applicano nei confronti dei datori di lavoro che occupano alle loro dipendenze un numero di lavoratori inferiore a dieci unità.

 

 

 

a) forma scritta del contratto e del patto di prova;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Soppresso

 

 

 

a) forma scritta del contratto e del patto di prova. Il contratto di apprendistato contiene, in forma sintetica, il piano formativo individuale definito anche sulla base di moduli e formulari stabiliti dalla contrattazione collettiva o dagli enti bilaterali;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

i) possibilità di forme e modalità per la conferma in servizio, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, al termine del percorso formativo, al fine di ulteriori assunzioni in apprendistato, fermo restando quanto previsto dal comma 3 del presente articolo;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3-bis. Ferma restando la possibilità per i contratti collettivi nazionali di lavoro, stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale, di individuare limiti diversi da quelli previsti dal presente comma, esclusivamente per i datori di lavoro che occupano almeno trenta dipendenti l’assunzione di nuovi apprendisti è subordinata alla prosecuzione, a tempo indeterminato, del rapporto di lavoro al termine del periodo di apprendistato, nei trentasei mesi precedenti la nuova assunzione, di almeno il 20 per cento degli apprendisti dipendenti dallo stesso datore di lavoro. Dal computo della predetta percentuale sono esclusi i rapporti cessati per recesso durante il periodo di prova, per dimissioni o per licenziamento per giusta causa. Qualora non sia rispettata la predetta percentuale, è consentita l’assunzione di un ulteriore apprendista rispetto a quelli già confermati, ovvero di un apprendista in caso di totale mancata conferma degli apprendisti pregressi. Gli apprendisti assunti in violazione dei limiti di cui al presente comma sono considerati lavoratori subordinati a tempo indeterminato, al di fuori delle previsioni del presente decreto, sin dalla data di costituzione del rapporto.

Identico

 

 

 

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3-bis. Ferma restando la possibilità per i contratti collettivi nazionali di lavoro, stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale, di individuare limiti diversi da quelli previsti dal presente comma, esclusivamente per i datori di lavoro che occupano almeno cinquanta dipendenti l’assunzione di nuovi apprendisti è subordinata alla prosecuzione, a tempo indeterminato, del rapporto di lavoro al termine del periodo di apprendistato, nei trentasei mesi precedenti la nuova assunzione, di almeno il 20 per cento degli apprendisti dipendenti dallo stesso datore di lavoro. Dal computo della predetta percentuale sono esclusi i rapporti cessati per recesso durante il periodo di prova, per dimissioni o per licenziamento per giusta causa. Qualora non sia rispettata la predetta percentuale, è consentita l’assunzione di un ulteriore apprendista rispetto a quelli già confermati, ovvero di un apprendista in caso di totale mancata conferma degli apprendisti pregressi. Gli apprendisti assunti in violazione dei limiti di cui al presente comma sono considerati lavoratori subordinati a tempo indeterminato, al di fuori delle previsioni del presente decreto, sin dalla data di costituzione del rapporto.

Identico

 

 

 

 

 

Art. 3 Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale
1. Possono essere assunti con contratto di apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, in tutti i settori di attività, anche per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione, i soggetti che abbiano compiuto quindici anni e fino al compimento del venticinquesimo anno di età. La durata del contratto è determinata in considerazione della qualifica o del diploma da conseguire e non può in ogni caso essere superiore, per la sua componente formativa, a tre anni ovvero quattro nel caso di diploma quadriennale regionale.
2. La regolamentazione dei profili formativi dell’apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale è rimessa alle regioni e alle province autonome di Trento e Bolzano, previo accordo in Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e di Bolzano, e sentite le associazioni dei datori di lavoro e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, nel rispetto dei seguenti criteri e principi direttivi:
a) definizione della qualifica o diploma professionale ai sensi del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226;
b) previsione di un monte ore di formazione, esterna od interna alla azienda, congruo al conseguimento della qualifica o del
diploma professionale in funzione di quanto stabilito al comma 1 e secondo standard minimi formativi definiti ai sensi del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226;
c) rinvio ai contratti collettivi di lavoro stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale da associazioni dei datori e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative per la determinazione, anche all’interno degli enti bilaterali, delle modalità di erogazione della formazione aziendale nel rispetto degli standard generali fissati dalle regioni. (9)
2-bis. Successivamente al conseguimento della qualifica o diploma professionale ai sensi del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226, allo scopo di conseguire la qualifica professionale ai fini contrattuali, è possibile la trasformazione del contratto in apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere; in tal caso la durata massima complessiva dei due periodi di apprendistato non può eccedere quella individuata dalla contrattazione collettiva di cui al presente decreto legislativo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2-ter. Fatta salva l’autonomia della contrattazione collettiva, in considerazione della componente formativa del contratto di apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, al lavoratore è riconosciuta una retribuzione che tenga conto delle ore di lavoro effettivamente prestate nonché delle ore di formazione nella misura del 35% del relativo monte ore complessivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2-ter. Fatta salva l’autonomia della contrattazione collettiva, in considerazione della componente formativa del contratto di apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, al lavoratore è riconosciuta una retribuzione che tenga conto delle ore di lavoro effettivamente prestate nonché delle ore di formazione almeno nella misura del 35% del relativo monte ore complessivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2-quater. Per le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano che abbiano definito un sistema di alternanza scuola-lavoro, i contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati da associazioni di datori e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale possono prevedere specifiche modalità di utilizzo del contratto di apprendistato, anche a tempo determinato, per lo svolgimento di attività stagionali
Art. 4 Apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere
1. Possono essere assunti in tutti i settori di attività, pubblici o privati, con contratto di apprendistato professionalizzante o di mestiere per il conseguimento di una qualifica professionale a fini contrattuali i soggetti di età compresa tra i diciotto anni e i ventinove anni. Per i soggetti in possesso di una qualifica professionale, conseguita ai sensi del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226, il contratto di apprendistato professionalizzante o di mestiere può essere stipulato a partire dal diciassettesimo anno di età.
2. Gli accordi interconfederali e i contratti collettivi stabiliscono, in ragione dell’età dell’apprendista e del tipo di qualificazione contrattuale da conseguire, la durata e le modalità di erogazione della formazione per l’acquisizione delle competenze tecnico-professionali e specialistiche in funzione dei profili professionali stabiliti nei sistemi di classificazione e inquadramento del personale, nonché la durata, anche minima, del contratto che, per la sua componente formativa, non può comunque essere superiore a tre anni ovvero cinque per i profili professionali caratterizzanti la figura dell’artigiano individuati dalla contrattazione collettiva di riferimento.
3. La formazione di tipo professionalizzante e di mestiere, svolta sotto la responsabilità della azienda, è integrata, nei limiti delle risorse annualmente disponibili, dalla offerta formativa pubblica, interna o esterna alla azienda, finalizzata alla acquisizione di competenze di base e trasversali per un monte complessivo non superiore a centoventi ore per la durata del triennio e disciplinata dalle Regioni sentite le parti sociali e tenuto conto dell’età, del titolo di studio e delle competenze dell’apprendista.
4. Le Regioni e le associazioni di categoria dei datori di lavoro possono definire, anche nell’ambito della bilateralità, le modalità per il riconoscimento della qualifica di maestro artigiano o di mestiere.
5. Per i datori di lavoro che svolgono la propria attività in cicli stagionali i contratti collettivi di lavoro stipulati a livello nazionale da associazioni dei datori e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale possono prevedere specifiche modalità di svolgimento del contratto di apprendistato, anche a tempo determinato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. La formazione di tipo professionalizzante e di mestiere, svolta sotto la responsabilità della azienda, può essere integrata, nei limiti delle risorse annualmente disponibili, dalla offerta formativa pubblica, interna o esterna alla azienda, finalizzata alla acquisizione di competenze di base e trasversali per un monte complessivo non superiore a centoventi ore per la durata del triennio e disciplinata dalle Regioni sentite le parti sociali e tenuto conto dell’età, del titolo di studio e delle competenze dell’apprendista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. La formazione di tipo professionalizzante e di mestiere, svolta sotto la responsabilità della azienda, è integrata, nei limiti delle risorse annualmente disponibili, dalla offerta formativa pubblica, interna o esterna alla azienda, finalizzata alla acquisizione di competenze di base e trasversali per un monte complessivo non superiore a centoventi ore per la durata del triennio e disciplinata dalle Regioni sentite le parti sociali e tenuto conto dell’età, del titolo di studio e delle competenze dell’apprendista. Qualora la Regione non provveda a comunicare al datore di lavoro, entro quarantacinque giorni dalla comunicazione dell’instaurazione del rapporto, le modalità per usufruire dell’offerta formativa pubblica ai sensi delle linee guida adottate dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano in data 20 febbraio 2014, il datore di lavoro non è tenuto ad integrare la formazione di tipo professionalizzante e di mestiere con quella finalizzata all’acquisizione di competenze di base e trasversali. La comunicazione dell’instaurazione del rapporto di lavoro si intende effettuata dal datore di lavoro ai sensi dell’articolo 9-bis del decreto-legge 1o ottobre 1996, n. 510, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 novembre 1996, n. 608, e successive modificazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. La formazione di tipo professionalizzante e di mestiere, svolta sotto la responsabilità della azienda, è integrata, nei limiti delle risorse annualmente disponibili, dalla offerta formativa pubblica, interna o esterna alla azienda, finalizzata a
lla acquisizione di competenze di base e trasversali per un monte complessivo non superiore a centoventi ore per la durata del triennio e disciplinata dalle Regioni sentite le parti sociali e tenuto conto dell’età, del titolo di studio e delle competenze dell’apprendista. La Regione provvede a comunicare al datore di lavoro, entro quarantacinque giorni dalla comunicazione dell’instaurazione del rapporto, le modalità di svolgimento dell’offerta formativa pubblica, anche con riferimento alle sedi e al calendario delle attività previste, avvalendosi anche dei datori di lavoro e delle loro associazioni che si siano dichiarate disponibili, ai sensi delle linee guida adottate dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano in data 20 febbraio 2014. La comunicazione dell’instaurazione del rapporto di lavoro si intende effettuata dal datore di lavoro ai sensi dell’articolo 9-bis del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 novembre 1996, n. 608, e successive modificazioni.

Legge 28 giugno 2012, n. 92
Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita
TESTO PREVIGENTE TESTO DECRETO-LEGGE
MODIFICHE APPORTATE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI MODIFICHE APPORTATE
IN SECONDA LETTURA DAL SENATO
Art. 1 Disposizioni generali, tipologie contrattuali e disciplina in tema di flessibilità in uscita e tutele del lavoratore
19. Per un periodo di trentasei mesi decorrente dalla data di entrata in vigore della presente legge, la percentuale di cui al primo periodo del comma 3-bis dell’articolo 2 del testo unico di cui al decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167, introdotto dal comma 16, lettera d), del presente articolo, è fissata nella misura del 30 per cento.

Soppresso

 

 

Identico

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Decreto legge 12 settembre 2013, n. 104
Istruzione, università e ricerca
TESTO PREVIGENTE TESTO DECRETO-LEGGE
MODIFICHE APPORTATE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI MODIFICHE APPORTATE
IN SECONDA LETTURA DAL SENATO
Art. 8-bis Istruzione e formazione per il lavoro
1. I percorsi di orientamento di cui all’articolo 8 del presente decreto e i piani di intervento di cui all’articolo 2, comma 14, del decreto-legge 28 giugno 2013, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 99, da adottare entro il 31 gennaio 2014, comprendono anche misure per:
a) far conoscere il valore educativo e formativo del lavoro, anche attraverso giornate di formazione in azienda, agli studenti della scuola secondaria di secondo grado, con particolare riferimento agli istituti tecnici e professionali, organizzati dai poli tecnico-professionali di cui all’articolo 52 del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, come modificato dall’articolo 14 del presente decreto;
b) sostenere la diffusione dell’apprendistato di alta formazione nei percorsi degli istituti tecnici superiori (ITS), anche attraverso misure di incentivazione finanziaria previste dalla programmazione regionale nell’ambito degli ordinari stanziamenti destinati agli ITS nel bilancio del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e di quelli destinati al sostegno all’apprendistato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali.
2. Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale e con il Ministro dell’economia e delle finanze, è avviato un programma sperimentale per lo svolgimento di periodi di formazione in azienda per gli studenti degli ultimi due anni delle scuole secondarie di secondo grado per il triennio 2014-2016. Il programma contempla la stipulazione di contratti di apprendistato, con oneri a carico delle imprese interessate e senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Il decreto definisce la tipologia delle imprese che possono partecipare al programma, i loro requisiti, il contenuto delle convenzioni che devono essere concluse tra le istituzioni scolastiche e le imprese, i diritti degli studenti coinvolti, il numero minimo delle ore di didattica curriculare e i criteri per il riconoscimento dei crediti formativi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale e con il Ministro dell’economia e delle finanze, è avviato un programma sperimentale per lo svolgimento di periodi di formazione in azienda per gli studenti degli ultimi due anni delle scuole secondarie di secondo grado per il triennio 2014-2016. Il programma contempla la stipulazione di contratti di apprendistato che, ai fini del programma sperimentale, possono essere stipulati anche in deroga ai limiti di età stabiliti dall’articolo 5 del testo unico di cui al decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167, con oneri a carico delle imprese interessate e senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Il decreto definisce la tipologia delle imprese che possono partecipare al programma, i loro requisiti, il contenuto delle convenzioni che devono essere concluse tra le istituzioni scolastiche e le imprese, i diritti degli studenti coinvolti, il numero minimo delle ore di didattica curriculare e i criteri per il riconoscimento dei crediti formativi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale e con il Ministro dell’economia e delle finanze, è avviato un programma sperimentale per lo svolgimento di periodi di formazione in azienda per gli studenti degli ultimi due anni delle scuole secondarie di secondo grado per il triennio 2014-2016. Il programma contempla la stipulazione di contratti di apprendistato che, ai fini del programma sperimentale, possono essere stipulati anche in deroga ai limiti di età stabiliti dall’articolo 5 del testo unico di cui al decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167, con particolare riguardo agli studenti degli istituti professionali, ai fini della loro formazione e della valorizzazione professionale, nonché del loro inserimento nel mondo del lavoro con oneri a carico delle imprese interessate e senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Il decreto definisce la tipologia delle imprese che possono partecipare al programma, i loro requisiti, il contenuto delle convenzioni che devono essere concluse tra le istituzioni scolastiche e le imprese, i diritti degli studenti coinvolti, il numero minimo delle ore di didattica curriculare e i criteri per il riconoscimento dei crediti formativi.

Distribuzione percentuale dei rapporti di lavoro attivati per tipologia di contratto. IV trimestre 2013

Fonte: Ministero del lavoro e delle politiche sociali – Sistema delle comunicazioni obbligatorie

SERVIZI PER IL LAVORO, REGOLARITA’ CONTRIBUTIVA E CONTRATTI DI SOLIDARIETA’

Il Capo II del decreto-legge reca misure in materia di servizi per il lavoro, di verifica della regolarità contributiva e di contratti di solidarietà.
In particolare l’articolo 3 interviene sull’elenco anagrafico dei lavoratori prevedendo che:
a) i soggetti che vengono inseriti in un elenco anagrafico indipendentemente dal luogo della propria residenza aventi l’età stabilita dalla legge per essere ammessi al lavoro non sono genericamente “persone”, ma sono “cittadini italiani
, nonché i cittadini di Stati membri dell’Unione europea e gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia”. Si garantisce in questo modo – come si legge nella relazione che accompagna il decreto-legge – “la parità di trattamento delle persone in cerca di occupazione in uno degli Stati membri dell’Unione europea, indipendentemente dal loro luogo di residenza ai sensi del regolamento (CE) n. 883/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004”;
b) lo stato di disoccupazione deve essere comprovato dalla presentazione dell’interessato presso il servizio competente “in ogni ambito territoriale dello Stato” e non più “presso il servizio competente nel cui àmbito territoriale si trovi il domicilio del medesimo”. In questo modo si provvede a eliminare il domicilio quale requisito per usufruire delle azioni di politica attiva da parte dei servizi per l’impiego competenti. Con una modifica introdotta dal Senato si prevede che la presentazione della persona possa anche essere sostituita da un invio della dichiarazione, da parte del medesimo, tramite posta elettronica certificata (PEC).
Entrambe le disposizioni – si legge nella relazione – “concorrono a rendere immediatamente operativa la Garanzia per i giovani la quale, per la fruizione dei relativi percorsi, stabilisce che siano individuati, come requisiti fondamentali, la residenza e la contendibilità del soggetto, consentendo quindi al giovane in cerca di occupazione di rivolgersi a un servizio per l’impiego indipendentemente dall’ambito territoriale di residenza.”

D.P.R. 7 luglio 2000, n. 442
Regolamento recante norme per la semplificazione del procedimento per il collocamento ordinario dei lavoratori, ai sensi dell’articolo 20, comma 8, della L. 15 marzo 1997, n. 59
TESTO PREVIGENTE TESTO DECRETO-LEGGE
MODIFICHE APPORTATE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI MODIFICHE APPORTATE
IN SECONDA LETTURA DAL SENATO
4. Elenco anagrafico.
1. Le persone aventi l’età stabilita dalla legge per essere ammesse al lavoro e che, essendo in cerca di lavoro perché inoccupate, disoccupate, nonché occupate in cerca di altro lavoro, intendono avvalersi dei servizi competenti, vengono inserite in un elenco anagrafico indipendentemente dal luogo della propria residenza. L’elenco anagrafico contiene i dati anagrafici completi del lavoratore nonché i dati relativi alla residenza, all’eventuale domicilio, alla composizione del nucleo familiare, ai titoli di studio posseduti, all’eventuale appartenenza a categorie protette e allo stato occupazionale. L’inserimento nell’elenco anagrafico produce esclusivamente gli effetti previsti dal presente regolamento.

 

2. L’elenco anagrafico è integrato ed aggiornato sulla base delle informazioni fornite dal lavoratore e, d’ufficio, sulla base delle comunicazioni obbligatorie provenienti dai datori di lavoro, dalle società di fornitura di lavoro temporaneo e dai soggetti autorizzati all’attività di mediazione tra domanda e offerta di lavoro.
3. Con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, da adottarsi, sentite le organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro maggiormente rappresentative e la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente regolamento, sono definiti:
a) il contenuto e le modalità di trattamento dei dati dell’elenco anagrafico essenziali al fine della conduzione coordinata ed integrata del sistema informativo lavoro, secondo quanto previsto dall’articolo 1, comma 2, lettera d), e dall’articolo 11 del decreto legislativo 23 dicembre 1997, n. 469, con la contestuale individuazione dei titolari e dei responsabili del trattamento;
b) le modalità di codifica di base delle professioni;
c) la classificazione dei lavoratori inseriti nell’elenco anagrafico a scopo statistico secondo criteri omogenei con quelli definiti in sede comunitaria ed internazionale.
4. L’elenco anagrafico dei lavoratori è gestito con l’impiego di tecnologie informatiche ed è organizzato con modalità che assicurino omogeneità a livello nazionale e consentano aggregazioni e disaggregazioni, anche di genere, funzionali al S.I.L.
5. I lavoratori nazionali e comunitari inseriti nell’elenco anagrafico mantengono l’iscrizione per tutta la durata della vita lavorativa, salvo cancellazione a domanda.
6. I lavoratori stranieri in possesso del permesso di soggiorno per lavoro subordinato inseriti nell’elenco anagrafico che perdono il posto di lavoro, anche per dimissioni, mantengono l’inserimento in tale elenco per il periodo di validità residua del permesso di soggiorno e, comunque, per un periodo non superiore ad un anno.
1. I cittadini italiani, comunitari e stranieri regolarmente soggiornanti in Italia aventi l’età stabilita dalla legge per essere ammesse al lavoro e che, essendo in cerca di lavoro perché inoccupate, disoccupate, nonché occupate in cerca di altro lavoro, intendono avvalersi dei servizi competenti, vengono inserite in un elenco anagrafico indipendentemente dal luogo della propria residenza. L’elenco anagrafico contiene i dati anagrafici completi del lavoratore nonché i dati relativi alla residenza, all’eventuale domicilio, alla composizione del nucleo familiare, ai titoli di studio posseduti, all’eventuale appartenenza a categorie protette e allo stato occupazionale. L’inserimento nell’elenco anagrafico produce esclusivamente gli effetti previsti dal presente regolamento.

 

1. I cittadini italiani, nonchè i cittadini di Stati membri dell’Unione europea e gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia aventi l’età stabilita dalla legge per essere ammessi al lavoro e che, essendo in cerca di lavoro perché inoccupati, disoccupati ovvero occupati in cerca di altro lavoro, intendono avvalersi dei servizi competenti, vengono inseriti in un elenco anagrafico indipendentemente dal luogo della propria residenza. L’elenco anagrafico contiene i dati anagrafici completi del lavoratore nonché i dati relativi alla residenza, all’eventuale domicilio, alla composizione del nucleo familiare, ai titoli di studio posseduti, all’eventuale appartenenza a categorie protette e allo stato occupazionale. L’inserimento nell’elenco anagrafico produce esclusivamente gli effetti previsti dal presente regolamento.
Identico

Decreto legislativo 21 aprile 2000, n. 181
Disposizioni per agevolare l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro, in attuazione dell’articolo 45, comma 1, lettera a), della L. 17 maggio 1999, n. 144
TESTO PREVIGENTE TESTO DECRETO-LEGGE
MODIFICHE APPORTATE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI MODIFICHE APPORTATE
IN SECONDA LETTURA DAL SENATO
2. Stato di disoccupazione.
1. La condizione di cui all’articolo 1, comma 2, lettera c), dev’essere comprovata dalla presentazione dell’interessato presso il servizio competente nel cui àmbito territoriale si trovi il domicilio del medesimo, accompagnata da una dichiarazione, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, che attesti l’eventuale attività lavorativa precedentemente svolta, nonché l’immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa.
2. In sede di prima applicazione del presente decreto gli interessati all’accertamento della condizione di cui all’articolo 1, comma 2, lettera f), sono tenuti a presentarsi presso il servizio competente per territorio entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del medesimo e a rendere la dichiarazione di cui al comma 1.
3. Le Regioni definiscono gli indirizzi operativi per l’accertamento e la verifica dello stato di disoccupazione da parte dei servizi competenti.
4. La verifica dell’effettiva permanenza nello stato di disoccupazione è effettuata dai servizi competenti con le seguenti modalità:
a) sulla base delle comunicazioni di cui all’articolo 4-bis o di altre informazioni fornite dagli organi di vigilanza;
b) in relazione al rispetto delle misure concordate con il disoccupato.
5. Nei rapporti con la pubblica amministrazione e con i concessionari e i gestori di pubblici servizi, lo stato di disoccupazione è comprovato con dichiarazioni, anche contestuali all’istanza, sottoscritte dall’interessato. In tali casi, nonché in quelli di cui al comma 1, si applica il decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445.
6. La durata dello stato di disoccupazione si calcola in mesi commerciali. I periodi fino a giorni quindici, all’interno di un unico mese, non si computano, mentre i periodi superiori a giorni quindici si computano come un mese intero.
1. La condizione di cui all’articolo 1, comma 2, lettera c), dev’essere comprovata dalla presentazione dell’interessato presso il servizio competente in qualsiasi ambito territoriale dello Stato, accompagnata da una dichiarazione, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, che attesti l’eventuale attività lavorativa precedentemente svolta, nonché l’immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa.

1. La condizione di cui all’articolo 1, comma 2, lettera c), dev’essere comprovata dalla presentazione dell’interessato presso il servizio competente in ogni ambito territoriale dello Stato, accompagnata da una dichiarazione, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, che attesti l’eventuale attività lavorativa precedentemente svolta, nonché l’immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa.

1. La condizione di cui all’articolo 1, comma 2, lettera c), dev’essere comprovata dalla presentazione dell’interessato presso il servizio competente in ogni ambito territoriale dello Stato, anche tramite posta elettronica certificata (PEC) accompagnata da una dichiarazione, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, che attesti l’eventuale attività lavorativa precedentemente svolta, nonché l’immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa.

L’articolo 4 riguarda le semplificazioni in materia di documento di regolarità contributiva. A tal fine si prevede un intervento di semplificazione riguardante la cosiddetta «smaterializzazione» del DURC attraverso il superamento dell’attuale sistema che impone ripetuti adempimenti amministrativi alle imprese.
In particolare si prevede che:
a) chiunque vi abbia interesse può verificare con modalità esclusivamente telematiche ed in tempo reale la regolarità contributiva nei confronti dell’INPS, dell’INAIL. L’esito dell’interrogazione ha validità di 120 giorni dalla data di acquisizione e sostituisce ad ogni effetto il documento unico di regolarità contributiva;
b) con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sono individuate le tecniche necessarie a dare pieno e regolare avvio alla procedura. Le modifiche introdotte dalla Camera dei deputati prevedono che nell’emanazione del decreto ministeriale attuativo il Ministero del lavoro e delle politiche sociali debba sentire (oltre a INPS e INAIL) anche la Commissione nazionale paritetica delle Casse edili e che all’aggiornamento del decreto si possa procedere in qualsiasi momento se ne ravvisi la necessità (non, quindi, solo annualmente);
c) il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, decorsi dodici mesi dalla data di entrata in vigore del decreto, presenta una relazione alle Camere.

D.L. 21-6-2013 n. 69
Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia (FARE)
TESTO PREVIGENTE TESTO DECRETO-LEGGE
MODIFICHE APPORTATE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI MODIFICHE APPORTATE
IN SECONDA LETTURA DAL SENATO
Art. 31 Semplificazioni in materia di DURC
1. All’articolo 13-bis, comma 5, del decreto-legge 7 maggio 2012, n. 52, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 luglio 2012, n. 94, le parole: «di cui all’articolo 1, comma 1175, della legge 27 dicembre 2006, n. 296,» sono soppresse.
1-bis. In caso di lavori privati di manutenzione in edilizia realizzati senza ricorso a imprese direttamente in economia dal proprietario dell’immobile, non sussiste l’obbligo della richiesta del documento unico di regolarità contributiva (DURC) agli istituti o agli enti abilitati al rilascio. (106)
2. Al codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163. sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 38, comma 3, le parole da: «resta fermo» fino a: «successive modificazioni e integrazioni» sono sostituite dalle seguenti: «resta fermo per le stazioni appaltanti e per gli enti aggiudicatori l’obbligo di acquisire d’ufficio il documento unico di regolarità contributiva»;
b) all’articolo 118, comma 6, il terzo periodo è sostituito dal seguente: «Ai fini del pagamento delle prestazioni rese nell’ambito dell’appalto o del subappalto, la stazione appaltante acquisisce d’ufficio il documento unico di regolarità contributiva in corso di validità relativo all’affidatario e a tutti i subappaltatori.».
3. Nei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, nelle ipotesi previste dai commi 4 e 5 del presente articolo, in caso di ottenimento da parte dei soggetti di cui all’articolo 3, comma 1, lettera b), del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207, del documento unico di regolarità contributiva (DURC) che segnali un’inadempienza contributiva relativa a uno o più soggetti impiegati nell’esecuzione del contratto, i medesimi soggetti di cui all’articolo 3, comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica n. 207 del 2010 trattengono dal certificato di pagamento l’importo corrispondente all’inadempienza. Il pagamento di quanto dovuto per le inadempienze accertate mediante il DURC è disposto dai soggetti di cui all’articolo 3, comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica n. 207 del 2010 direttamente agli enti previdenziali e assicurativi, compresa, nei lavori, la cassa edile.
4. Nei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, i soggetti di cui all’articolo 3, comma 1, lettera b), del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207, acquisiscono d’ufficio, attraverso strumenti informatici, il documento unico di regolarità contributiva (DURC) in corso di validità:
a) per la verifica della dichiarazione sostitutiva relativa al requisito di cui all’articolo 38, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163;
b) per l’aggiudicazione del contratto ai sensi dell’articolo 11, comma 8, del decreto legislativo n. 163 del 2006;
c) per la stipula del contratto;
d) per il pagamento degli stati di avanzamento dei lavori o delle prestazioni relative a servizi e forniture; (107)
e) per il certificato di collaudo, il certificato di regolare esecuzione, il certificato di verifica di conformità, l’attestazione di regolare esecuzione, e il pagamento del saldo finale.
5. Il documento unico di regolarità contributiva (DURC) rilasciato per i contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha validità di centoventi giorni dalla data del rilascio. I soggetti di cui all’articolo 3, comma 1, lettera b), del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207, utilizzano il DURC in corso di validità, acquisito per l’ipotesi di cui al comma 4, lettera a), del presente articolo, anche per le ipotesi di cui alle lettere b) e c) del medesimo comma nonché per contratti pubblici di lavori, servizi e forniture diversi da quelli per i quali è stato espressamente acquisito. Dopo la stipula del contratto, i soggetti di cui all’articolo 3, comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica n. 207 del 2010 acquisiscono il DURC ogni centoventi giorni e lo utilizzano per le finalità di cui al comma 4, lettere d) ed e), del presente articolo, fatta eccezione per il pagamento del saldo finale per il quale è in ogni caso necessaria l’acquisizione di un nuovo DURC.
6. Nei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, i soggetti di cui all’articolo 3, comma 1, let
tera b), del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207, acquisiscono d’ufficio il documento unico di regolarità contributiva (DURC) in corso di validità relativo ai subappaltatori ai fini del rilascio dell’autorizzazione di cui all’articolo 118, comma 8, del codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006. n. 163, nonché nei casi previsti al comma 4, lettere d) ed e), del presente articolo.
7. Nei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, ai fini della verifica amministrativo-contabile, i titoli di pagamento devono essere corredati dal documento unico di regolarità contributiva (DURC) anche in formato elettronico.
8. Ai fini della verifica per il rilascio del documento unico di regolarità contributiva (DURC), in caso di mancanza dei requisiti per il rilascio di tale documento gli Enti preposti al rilascio, prima dell’emissione del DURC o dell’annullamento del documento già rilasciato, invitano l’interessato, mediante posta elettronica certificata o con lo stesso mezzo per il tramite del consulente del lavoro ovvero degli altri soggetti di cui all’articolo 1 della legge 11 gennaio 1979, n. 12, a regolarizzare la propria posizione entro un termine non superiore a quindici giorni, indicando analiticamente le cause della irregolarità.
8-bis. Alle erogazioni di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari e vantaggi economici di qualunque genere, compresi quelli di cui all’articolo 1, comma 553, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, da parte di amministrazioni pubbliche per le quali è prevista l’acquisizione del documento unico di regolarità contributiva (DURC), si applica, in quanto compatibile, il comma 3 del presente articolo.
8-ter. Ai fini della fruizione dei benefici normativi e contributivi in materia di lavoro e legislazione sociale e per finanziamenti e sovvenzioni previsti dalla normativa dell’Unione europea, statale e regionale, il documento unico di regolarità contributiva (DURC) ha validità di centoventi giorni dalla data del rilascio.
8-quater. Ai fini dell’ammissione delle imprese di tutti i settori ad agevolazioni oggetto di cofinanziamento europeo finalizzate alla realizzazione di investimenti produttivi, le pubbliche amministrazioni procedenti anche per il tramite di eventuali gestori pubblici o privati dell’intervento interessato sono tenute a verificare, in sede di concessione delle agevolazioni, la regolarità contributiva del beneficiario, acquisendo d’ufficio il documento unico di regolarità contributiva (DURC).
8-quinquies. La concessione delle agevolazioni di cui al comma 8-quater è disposta in presenza di un documento unico di regolarità contributiva (DURC) rilasciato in data non anteriore a centoventi giorni.
8-sexies. Fino al 31 dicembre 2014 la disposizione di cui al comma 5, primo periodo, si applica anche ai lavori edili per i soggetti privati.
8-septies. L’esercizio dell’attività d’impresa di spedizione non è soggetto a licenza di pubblica sicurezza e ai relativi controlli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8-bis. Alle erogazioni di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari e vantaggi economici di qualunque genere, compresi quelli di cui all’articolo 1, comma 553, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, da parte di amministrazioni pubbliche per le quali è sempre richiesta l’acquisizione del documento unico di regolarità contributiva (DURC), si applica il comma 3 del presente articolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’articolo 5 reca misure in materia di contratti di solidarietà. In particolare, si prevede che con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, si stabiliscano i criteri per l’individuazione dei datori di lavoro beneficiari delle misure previste dal decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510. in caso di ricorso al contratto di solidarietà. Si tratta, per un periodo non superiore ai 24 mesi, di una riduzione dell’ammontare della contribuzione previdenziale ed assistenziale per i lavoratori interessati dalla riduzione dell’orario di lavoro in misura superiore al 20 per cento.
Con una modifica introdotta dalla Camera dei deputati viene fissata al 35% la riduzione della contribuzione previdenziale per i datori di lavoro che stipulano contratti di solidarietà con riduzione dell’orario di lavoro superiore al 20% (eliminando le precedenti differenziazioni su base territoriale e le maggiori riduzione previste in relazione a percentuali di riduzione dell’orario di lavoro superiori al 30%).
Si stabilisce inoltre che i contratti di solidarietà redatti ai sensi della normativa vigente vengano depositati presso l’archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro del CNEL, anche al fine di favorire la diffusione di buone pratiche e il monitoraggio delle risorse impiegate.

Decreto-legge 1 ottobre 1996, n. 510
Lavori socialmente utili, interventi a sostegno del reddito e settore previdenziale
TESTO PREVIGENTE TESTO DECRETO-LEGGE
MODIFICHE APPORTATE DALLA CAMERA DEI DEPUTATI MODIFICHE APPORTATE
IN SECONDA LETTURA DAL SENATO
6. Norme in materia di integrazione salariale, contratti di solidarietà e incentivazione ai contratti di lavoro a tempo parziale.
1. Al fine di consentire maggiore celerità nella concessione dei trattamenti di integrazione salariale straordinaria, fino al 31 dicembre 1996, il trattamento di integrazione salariale straordinario per crisi aziendale può essere concesso anche in una unica soluzione quando il piano contenga prospettive di risanamento e, ove necessario, modalità di gestione degli esuberi alternativi al collocamento dei lavoratori in mobilità. Tale disposizione trova applicazione anche con riferimento alle domande attualmente all’esame degli organi della procedura.
2. Nell’articolo 5, comma 1, del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236, le parole: «mensile o annuale» sono sostituite dalle seguenti: «o mensile».
3. L’articolo 5, commi 2 e 4, del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1
993, n. 236, non trova applicazione per i contratti stipulati successivamente alla data del 14 giugno 1995. Per questi ultimi la misura del trattamento di integrazione salariale spettante è pari al 60 per cento del trattamento perso a seguito della riduzione di orario.
4. I datori di lavoro che stipulino il contratto di solidarietà, ad eccezione di quelli di cui all’articolo 5, commi 5, 7 e 8, del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236, hanno diritto, nei limiti delle disponibilità preordinate nel Fondo per l’occupazione di cui all’articolo 1, comma 4, e per un periodo non superiore ai 24 mesi, ad una riduzione dell’ammontare della contribuzione previdenziale ed assistenziale ad essi dovuta per i lavoratori interessati dalla riduzione dell’orario di lavoro in misura superiore al 20 per cento. La misura della riduzione è del 25 per cento ed è elevata al 30 per cento per le aree di cui agli obiettivi 1 e 2 del regolamento CEE n. 2052/88 del Consiglio del 24 giugno 1988. Nel caso in cui l’accordo disponga una riduzione dell’orario superiore al 30 per cento, la predetta misura è elevata, rispettivamente, al 35 ed al 40 per cento.

 

 

 

 

 

 

 

 

5. L’articolo 5, comma 5, del D.L. 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236, si interpreta nel senso che il termine in esso previsto, come modificato dall’articolo 12, comma 4, del D.L. 16 maggio 1994, n. 299, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1994, n. 451, segna esclusivamente il periodo entro il quale il contratto di solidarietà deve essere stipulato per poter accedere al beneficio ivi previsto.
6. I contratti ad incremento degli organici per i quali trova applicazione il beneficio previsto all’articolo 7, comma 1, lettera a), del decreto-legge 16 maggio 1994, n. 299, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1994, n. 451, sono stipulati sulla base di convenzioni intervenute ai sensi dell’articolo 17 della legge 28 febbraio 1987, n. 56. Il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, sentite le organizzazioni maggiormente rappresentative dei lavoratori e dei datori di lavoro, fissa l’ammontare del beneficio previsto dal predetto articolo e determina le modalità della spesa e della sua attivazione attraverso le commissioni regionali per l’impiego. Con il medesimo decreto una parte delle risorse di cui al presente comma viene riservata alle imprese che occupano meno di cinquanta dipendenti.
7. Gli interventi di cui all’articolo 7, comma 1, del decreto-legge 16 maggio 1994, n. 299, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1994, n. 451, che trova applicazione anche successivamente al 31 dicembre 1995, sono posti a carico del Fondo per l’occupazione di cui all’articolo 1, comma 4, nei limiti delle risorse preordinate allo scopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4-bis. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono stabiliti criteri per la individuazione dei datori di lavoro beneficiari della riduzione contributiva di cui al comma 4, entro i limiti delle risorse disponibili. Il limite di spesa di cui all’articolo 3, comma 8, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 e all’articolo 1, comma 524, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, a decorrere dall’anno 2014, è pari ad euro 15 milioni annui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4. I datori di lavoro che stipulino il contratto di solidarietà, ad eccezione di quelli di cui all’articolo 5, commi 5, 7 e 8, del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236, hanno diritto, nei limiti delle disponibilità preordinate nel Fondo per l’occupazione di cui all’articolo 1, comma 4, e per un periodo non superiore ai 24 mesi, ad una riduzione dell’ammontare della contribuzione previdenziale ed assistenziale ad essi dovuta per i lavoratori interessati dalla riduzione dell’orario di lavoro in misura superiore al 20 per cento. La misura della riduzione è del 35 per cento..

 

 

 

4-bis. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono stabiliti criteri per la concessione del beneficio della riduzione contributiva di cui al comma 4, entro i limiti delle risorse disponibili. Il limite di spesa di cui all’articolo 3, comma 8, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, come rideterminato dall’articolo 1, comma 524, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, a decorrere dall’anno 2014, è pari ad euro 15 milioni annui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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GLI INTERVENTI DEL PD E DEL GOVERNO
IN AULA AL SENATO

Seduta Aula Senato 6 maggio 2014

DISCUSSIONE GENERALE

PEZZOPANE (PD). Signor Presidente, colleghi, il lavoro che abbiamo svolto nella 11a Commissione è stato importante e prezioso: ringrazio quindi il sottosegretario Luigi Bobba, il Presidente della Commissione, il relatore e tutti i colleghi. Alla maggioranza spettava un compito molto complesso: ricucire gli strappi della Camera, che aveva concluso i suoi lavori con il voto di fiducia, permettere alle forze politiche di incontrarsi su una sintesi più elevata, bloccare il rischio di non arrivare qui in Assemblea nei tempi giusti e vincere i pericoli dell’ostruzionismo, cercando però di ascoltare le proposte e le iniziative delle opposizioni. Direi che abbiamo raggiunto tutti questi obiettivi. Non siamo stati agevolati dal lavoro fatto dalla Camera, dove ci sono altri equilibri numerici, ma non diverse maggioranze, ed è per questo che vale ancora di più il prezioso lavoro che abbiamo svolto nella Commissione preposta. So bene che la vera sfida delle prossime settimane sarà la discussione e l’approvazione della delega sul lavoro: è una grande e importante sfida per tutti noi. Lì dovremo mettere a punto l’attesa riforma del mercato del lavoro, definire i migliori strumenti per far incontrare domanda e offerta di lavoro, riorganizzare gli ammortizzatori sociali, individuare una sperimentazione accorta e puntuale sul salario minimo di inserimento, reinserire le norme sulla delega in bianco, così come ci siamo impegnati a fare nel lavoro in Commissione. Gli strumenti, la delega e quello che andiamo ad approvare sono molto collegati, come sono collegati al decreto fiscale, che per la prima volta riduce direttamente l’IRPEF sul lavoro dipendente ai redditi più bassi: insomma, i famosi (e strumentalmente vilipesi da qualcuno) 80 euro, che rappresentano una cifra significativa. Quante battaglie sindacali e scioperi dei lavoratori sono stati spesi negli anni per ottenere migliorie nei contratti ben inferiori! La delega che ci apprestiamo a discutere, questo strumento, il decreto fiscale devono tutti cooperare a una veemente scossa all’economia in crisi profonda. La materia che trattiamo oggi è delicata; le ricette negli anni sono state contraddittorie, gli approcci spesso e troppo sono ideologici e il rischio di scegliere la strada dell’anima bella che non si sporca le mani, che pontifica ma che non incide sulla vita r
eale della gente è sempre, purtroppo, in agguato. Il PD ha scelto la strada di sostenere con energia l’operato del Governo, e abbiamo svolto in Commissione un compito delicato ed importante. Ci piace tutto di questo decreto, ci convince tutto pienamente? In parte. Dobbiamo fare i conti con le condizioni date, per l’emergenza sociale che si è determinata e per gli equilibri politici che ci sono in Senato; ma considerate l’una e l’altra questione, abbiamo sicuramente conseguito un buon risultato. Sono grandi le incertezze di questa congiuntura, grandi le contraddizioni. I mercati sono sconvolti dalla grande finanza e c’è un rischio incombente: che intere generazioni di giovani rimangano fuori dal mercato del lavoro, nonostante i master, le lauree e i diplomi. I numeri, oltre che i brividi, come diceva qualcuno, fanno venire – da madre – le lacrime agli occhi. Alla Camera sono state inserite interessanti modifiche, in gran parte mantenute e in parte modificate dagli emendamenti presentati dal Governo in Commissione. Sono stati inseriti strumenti significativi: nuove regole per i contratti a termine, semplificazione delle regole per l’apprendistato prevedendo la formazione mista, l’elenco anagrafico dei lavoratori, le semplificazione del DURC, l’intervento sui contratti di solidarietà. Nel dibattito politico di questi giorni, e anche in qualche riferimento degli interventi ora ascoltati sulle pregiudiziali, ho notato però un eccesso di enfasi, di carica ideologica, persino qualche punta di catastrofismo, specie sulla questione dei contratti a termine, come se oggi scoprissimo che esistono. Nel Paese delle partite IVA fittizie e dello sfruttamento del lavoro nero giovanile non è certo questo decreto a favorire la precarietà; anzi, dobbiamo fare i conti con il fatto che alcuni limiti finora imposti non solo non l’hanno ridotta ma l’hanno fortemente e drasticamente radicalizzata. Il lavoro precario c’è, e c’è una giungla attorno a questi lavoratori. Spesso, proprio per i vincoli esistenti, il lavoratore precario viene dall’azienda semplicemente sostituito da altra persona: una sorta di preventiva rottamazione del lavoratore precario, spesso molto giovane. Basta stare a contatto con le persone in carne ed ossa per capire che il sistema andava realisticamente preso in considerazione. Importanti sono le norme riguardanti il ruolo delle Regioni nell’ambito delle attività formative; esse dovranno informare dettagliatamente della propria offerta e potranno avvalersi del sostegno delle aziende per il trasferimento delle competenze. Sono state inserite sanzioni pecuniarie alle aziende che non rispetteranno il tetto del 20 per cento dei contratti a termine con le assunzioni delle quota extra. Il primo sforamento avrà una sanzione pari al 20 per cento della retribuzione lavorativa e, dal secondo sforamento, la sanzione sarà del 50 per cento della retribuzione. Sono sanzioni importanti e pesanti e quanto detto poco fa dal collega Malan mi conferma che abbiamo fatto bene a inserirle in questa portata. Sono importanti le deroghe a trentasei mesi per gli enti di ricerca che opereranno in collegamento con i progetti di ricerca stessi. È stata portata a 50 unità la soglia dimensionale al di sopra della quale varrà l’obbligo dell’assunzione del 20 per cento under 29 prima di poterne inquadrare altri. È quindi importante guardare a questo intervento legislativo in stretto collegamento con la prossima delega. È fondamentale a tal proposito avere inserito nel preambolo, per forte volontà del Partito Democratico, il riferimento alla sperimentazione del contratto a tempo indeterminato a protezione crescente. Sono innovazioni importanti e significative che modernizzano, ma non abbandonano il principio importante della solidarietà. Abbiamo insomma voluto rafforzare alcune innovazioni importanti con il lavoro antefatto nella Commissione. Ringrazio anche il sottosegretario Bobba per la disponibilità mostrata ad accogliere come raccomandazione il mio ordine del giorno, sottoscritto anche dal collega Caleo, relativo ai precari dei centri impiego delle Province. Ora siamo pronti per affrontare la sfida più grande, quella del jobs act, e soprattutto di ricercare ogni forma possibile per creare lavoro e favorire il rilancio dell’occupazione.

RICCHIUTI (PD). Signor Presidente, sul decreto-legge cosiddetto lavoro mi sembra, in via generale, che la persistente precarizzazione del lavoro non abbia conseguito effetti espansivi del ciclo economico. Non intendo assumere una posizione ostile alla linea del partito, ma non credo che le modifiche apportate ieri sera nella Commissione lavoro siano di giovamento per le prospettive della ripresa economica. Abbiamo bisogno di politiche espansive sotto il profilo monetario, di bilancio, fiscale e del lavoro. Le politiche espansive sul piano monetario sono già state messe in atto, fortunatamente, anche da parte della BCE. La lettera per chiedere la deroga ai vincoli europei per il 2015 è una mossa importante sui piano delle politiche di bilancio. Sul piano fiscale, speriamo nella delega fiscale. Sul piano del lavoro, invece, tenere sotto pressione – con paghe spesso irriguardose della dignità della persona – gran parte della generazione che ha meno di 40 anni non mi sembra un atteggiamento intelligente per superare la crisi. Faccio presente che negli Stati Uniti il dibattito è proprio su questo punto. Pochi giorni fa nel Senato americano i repubblicani si sono schierati contro l’aumento del minimo contrattuale. Non vorrei che gli alleati di Governo fossero ispirati da quella logica. Mi auguro che nel prossimo provvedimento, quello che assumerà la forma di una legge delega, si troverà il modo di affermare la linea secondo cui alla ripresa devono concorrere tutti. Dunque, non solo i precari che aspirano a stabilizzarsi e quelli che sono pagati a progetto, ma anche quanti hanno goduto da dieci anni a questa parte di enormi rendite di posizione. Sul piano delle modifiche testuali al provvedimento varato dalla Commissione ho presentato con altri colleghi degli emendamenti che vanno verso la semplificazione normativa e, insieme, verso la costruzione di un sistema di convenienze a favore di un lavoro stabile con l’effetto non secondario di spingere ad investire nella cosiddetta via alta della competitività. Si prevede un regime di convenienze in base al quale il costo del lavoro temporaneo e flessibile superi quello del lavoro stabile, estendendo ai contratti di lavoro a termine il prelievo del 4 per cento istituito dalla legge n. 196 del 1997. Un altro emendamento riguarda la sostituzione dei rapporti di lavoro a termine privi di causale non rientranti nella stagionalità con inserimenti a tutele crescenti attraverso la modifica del regime del fatto di prova. Mi limito ad auspicare che in Assemblea sia approvato un emendamento sul cosiddetto rito Fornero, su cui il collega Ichino si è mostrato disponibile e Governo e Presidente della Commissione hanno concordato. Come sapete, il processo del lavoro, dal 1973, è già un rito sommario e funziona mediamente meglio del rito civile ordinario. La legge Fornero del 2012 ha sdoppiato il rito dell’impugnativa del licenziamento illegittimo in due fasi procedurali, la prima delle quali sostanzialmente inutile, perché sempre prodromica alla seconda. In sostanza, tutti gli operatori, giudici ed avvocati, del diritto del lavoro chiedono di tornare al rito originario. Per questo, l’emendamento è volto a sopprimere l’articolo 1, commi da 47 a 69, della legge n. 92 del 2012. Spero che il relatore, senatore Ichino, e il Governo concordino e vogliano farlo proprio.

LEPRI (PD). Signor Presidente, da troppe parti, per calcolo o per convinzione, si ascoltano critiche a questo decreto che invece io e il mio partito riteniamo particolarmente meritevole e che voteremo con assoluta convinzione. Penso che molte delle argomentazioni qui sentite siano pretestuose quanto infondate, quanto maldicenti, in alcuni casi addirittura poco informate. Sembra paradossale, ma allo stesso tempo in quest’Aula – lo ascolteremo anche nel prosieguo di questa discussione – c’è chi argomenta che q
uesto decreto contiene troppa flessibilità e, all’opposto, c’è chi rappresenta l’idea secondo cui ne conterrebbe troppo poca e conterrebbe altresì troppe complicazioni, troppa burocrazia. Credo che a chi sostiene che il decreto contiene troppa flessibilità occorra ricordare – lo si è detto anche oggi in dibattiti autorevoli – che finora le norme che hanno regolato il funzionamento dei contratti a tempo determinato e dell’apprendistato sinceramente non abbiano funzionato. Finora la legge prevede una sola proroga, tra l’altro con un periodo di intermezzo tra un rinnovo. Ciò ha determinato un progressivo abbassamento del numero dei contratti a tempo determinato e la crescita di altre forme di lavoro nero e atipico: i co.co.pro., i co.co.co., il contratto di somministrazione, i contratti a progetto, i tirocini formativi che dovrebbero essere uno strumento importante, e lo sono, per assicurare l’alternanza tra formazione e lavoro e per avviare eventualmente da subito dopo lo studio all’esperienza lavorativa, ma che troppe volte sembrano essere utilizzati dagli imprenditori per la difficoltà e per la non convenienza ad utilizzare i contratti a tempo determinato. Perché dunque ostinarsi ad una sola proroga? L’altra obiezione che oggi viene rappresentata è evidente: la sanzione sopra il 20 per cento nel rapporto tra lavoro a tempo determinato e indeterminato sarebbe troppo debole. Ma domando: chi può essere quell’imprenditore che, senza colpo ferire e senza domandarsi l’opportunità, è disponibile a pagare quando il 20, quando il 50 per cento in più del costo? È evidente che se questo imprenditore ha una buona valutazione del giovane che ha sperimentato per tre anni di fila, ha tutto l’interesse a stabilizzarlo, se ne ha la possibilità. Forse i teorici del tempo indeterminato per tutti preferiscono un sistema duale dove, da una parte, ci sono gli assolutamente garantiti e, dall’altra, una platea sempre più crescente di atipici. Voglio ricordare – lo hanno già fatto alcuni colleghi – che il tempo determinato e l’apprendistato che, nella volontà del Governo e di questa maggioranza, debbono e possono diventare la prevalente vera alternativa al tempo indeterminato – perlomeno nella fase di prova e di primo avvio al lavoro – sono pur sempre tutelanti per i lavoratori, in particolare per quelli giovani, non solo perché vengono versati i contributi previdenziali ma perché questi contratti, almeno per come sono stati prefigurati, prevedono una progressiva stabilizzazione con la possibilità di rinnovo fino a cinque volte, in modo continuativo e senza intermezzi o proroghe successive. A chi invece obietta, all’opposto, che questo decreto avrebbe poca flessibilità e troppa burocrazia è facile rispondere con l’eliminazione della causale, con il fatto di poter rinnovare più volte di seguito, come ho già ricordato, il contratto a tempo determinato così da conoscere sempre meglio il giovane lavoratore e, al contempo, permettere prudenza all’imprenditore che, ponendo in essere più contratti può anche stipulare contratti di durata più limitata, anche se consequenziali. Quindi, diamo all’imprenditore sia la possibilità di ridurre il tempo determinato sia quella di poterlo rinnovare più volte in continuità. Cosa c’è di più flessibile di questa soluzione e al contempo di più tutelante in una logica di progressiva fidelizzazione del lavoratore? Quanto all’apprendistato, finora la legge prevede che tutte le imprese debbano stabilizzare il 30 o il 50 per cento dei giovani in contratto di apprendistato per poterne avere dei nuovi. Con il decreto la percentuale si riduce, e solo per le medie e grandi imprese, così che le piccole imprese possono sperimentarlo con assoluta libertà, pur con un contratto assolutamente tutelante per il giovane in apprendistato. Ed eventualmente, se ne avranno l’interesse, potranno confermarlo senza gli assurdi vincoli che qualcuno avrebbe voluto e che sostanzialmente puntano a mettere le braghe agli imprenditori che invece, dalla libertà, seppur regolata, debbono trovare lo spazio per la loro iniziativa. Voglio ricordare un’ultima obiezione, anche questa in parte fondata e in parte avanzata più per porre ostacoli che per effettiva convinzione. Si è detto da più parti che occorre sostituire i tempi determinati con il contratto a tutele crescenti. Questa, non da oggi, è una proposta importante, per certi versi affascinante, ed è contenuta – lo voglio ricordare – nella delega lavoro che stiamo per affrontare nelle prossime settimane. Quindi, la questione è già posta, ma va chiarita, e non è un caso che sia stata almeno temporaneamente messa di lato (certamente non accantonata). Non si capisce, infatti, non si capiva, non si è potuto approfondire – diciamo così – fino in fondo se questo contratto va interpretato nel senso di sostituzione dei contratti a tempo determinato. Quindi, il modo per sperimentare un nuovo lavoratore è solo quello del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti? Questa probabilmente non è una soluzione, perché è evidente che in non pochi casi i contratti a tempo determinato sono utilizzati non tanto e non solo per sperimentare un lavoratore, tanto più se giovane, ma per rispondere a picchi di domanda che non sono certi e come tale quello strumento, quel contratto, almeno per quanto posso pensare io, non potrà essere sostitutivo interamente dei contratti a tempo determinato. Potrà certamente, almeno in parte, sostituire i contratti a tempo determinato, ma occorreva chiarire questo punto che non è stato definito, così come non è stata sufficientemente chiarita, perché non vi è stato il tempo, non era inserita nel decreto, la questione secondo la quale il contratto a tempo determinato a tutele crescenti si applica solo per i primi tre anni della vita lavorativa del giovane, ovvero anche in tutto il periodo lavorativo del lavoratore. Queste ed altre questioni hanno impedito di poter discutere in modo compiuto di una proposta che certamente, per quanto riguarda il Partito Democratico e sicuramente per quanto mi riguarda, merita quanto prima una considerazione opportuna. Penso di aver argomentato a sufficienza le ragioni per cui il mio partito e io in particolare – saranno altri colleghi a fare la dichiarazione di voto – intendiamo sostenere convintamente il decreto che il Governo ha presentato e le modifiche che nel corso dell’iter parlamentare sono state presentate. È chiaro che, in conclusione, questo decreto non si configura come una rivoluzione. Nessuno si illude né che questo decreto possa d’un colpo risolvere i drammatici problemi della disoccupazione in Italia, tanto più della disoccupazione giovanile, né che possa determinare una grande modifica nell’assetto del diritto del lavoro, che ha bisogno certamente di una revisione potente. Questa revisione potente ci auguriamo possa trovare spazio nell’applicazione della delega lavoro, che – ripeto – è prossima alla discussione in 11ª Commissione, e poi nelle nostre Aule parlamentari. Ma certamente questo decreto ha un suo valore indiscutibile, teso da un lato a flessibilizzare i due contratti, quello a tempo determinato e quello dell’apprendistato, che più di tutti possono assicurare tutela ai lavoratori al di là del contratto a tempo indeterminato. All’opposto, è un decreto che assicura anche tutele ai lavoratori non solo – come ho detto – in riferimento alle garanzie di versamento degli obblighi previdenziali, ma anche nel senso di una progressiva fidelizzazione del lavoratore e quindi nella prospettiva di una sua stabilizzazione.

FAVERO (PD). Signora Presidente, onorevoli senatrici e senatori, grazie per lo spazio che mi viene concesso dopo un intervento molto appassionato. Vorrei però chiederle, senatrice Paglini: è proprio convinta che solo la vostra parte abbia l’esclusiva delle tutele, che abbia l’esclusiva del lavoro? È convinta che abbia l’esclusiva di tutto questo? Siete così convinti di avere l’esclusiva di tutto ciò? Questa parte non ha nulla da….. Noi del Gruppo Partito Democratico e di questa parte non abbiamo nulla da… È questo il mio intervento, signora Presidente per
ché ritengo… che in questo Senato non ci sia solo una parte. Non c’è solo una parte che si occupa dei lavoratori, anche noi siamo nella vita reale dei lavoratori. Penso proprio di si, penso proprio di sì. Guardate nei nostri curriculum. Magari, leggete ogni tanto. Secondo le previsioni di primavera della Commissione europea, è in atto una ripresa economica nell’Unione dopo l’uscita dalla recessione un anno fa. La crescita del PIL reale dovrebbe segnare l’1,6 per cento nell’Unione europea, l’1,2 per cento nella zona euro nel 2014, con un ulteriore miglioramento nel 2015, rispettivamente al 2 e all’1,7 per cento. Siim Kallas, vice presidente della Commissione europea, ha dichiarato che «il cambiamento strutturale in atto mi ricorda il processo di profonda correzione intrapreso dalle economie dell’Europa centrale e orientale a partire dagli anni Novanta, in vista della loro adesione all’Unione europea, avvenuta esattamente dieci anni fa. La loro esperienza dimostra quanto sia importante adottare riforme strutturali in fase iniziale e mantenere la rotta, indipendentemente dalle sfide che si possono incontrare durante il percorso. In quest’ottica, non dobbiamo ridurre l’impegno a creare più posti di lavoro per i cittadini europei e a rafforzare le potenzialità di crescita». Il rafforzamento delle condizioni del mercato del lavoro europeo iniziato nel corso del 2013 dovrebbe favorire l’occupazione nonché un ulteriore calo del tasso di disoccupazione fino al 10,1 per cento nell’Unione europea e all’11,4 per cento nella zona euro nel 2015. In Italia, si prevede un aumento del prodotto interno lordo in termini reali, seguìto da una timida – è comunque un segnale – crescita dell’1 per cento nel 2015 e dell’1,4 per cento nel 2016. Nell’anno in corso la spesa delle famiglie, dopo tre anni di riduzione, comincia a segnare un aumento dello 0,2 per cento. Questo è un motivo in più per intraprendere un percorso strutturato di riforme, ad avviso del Gruppo del Partito Democratico. I dati italiani sull’occupazione restano infatti allarmanti: la disoccupazione generale rimane a livelli elevati, sfiorando il 13 per cento, mentre quella giovanile dei ragazzi con meno di 24 anni supera il 42 per cento; come noto, nel Mezzogiorno il tasso è ben oltre il 60 per cento. Credo si debba fare qualcosa: è obbligatorio fare qualcosa! Uno dei fenomeni più allarmanti è quello dei cosiddetti NEET, cioè le persone senza un impiego né impegnate nello studio (il campanello d’allarme è nella dispersione scolastica). Noi sappiamo che sono circa 1,3 milioni dai 15 ai 24 anni; tale dato sale a 2 milioni, se si comprendono anche gli under 29. Proprio per strappare questa moltitudine di appartenenti alle nuove generazioni alla inattività, il Governo, ad esempio, ha predisposto l’avvio dal 1° maggio del piano di inserimento e formazione «Garanzia giovani», su cui istituzioni nazionali e regionali sono all’opera per fornire un’opportunità a chi non ha compiuto 30 anni entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema di istruzione formale. Tale piano comprende orientamento, accompagnamento al lavoro, offerta di incarichi, contratti di apprendistato, tirocini, servizio civile, chance di mettersi in proprio con l’autoimprenditoria; il valore complessivo è di oltre 1,5 miliardi di euro. Sono queste azioni positive che influiranno sulla situazione occupazionale del futuro? Noi pensiamo che siano un avvio, un inizio, azioni positive. Qualcosa sta succedendo, come vediamo nei provvedimenti che solo adesso stanno dando frutti. Il dato INPS registra che sono scattati gli incentivi della legge n. 92 del 2012 per l’assunzione di donne ed ultracinquantenni senza lavoro: a fine aprile, queste assunzioni sono arrivate ad oltre 34.000 unità. È un primo dato incoraggiante, ma c’è ancora molto da fare e le misure contenute nel provvedimento in esame probabilmente daranno, tra un anno, così come afferma il ministro Poletti (e sarà effettuato un monitoraggio), risultati positivi (lo speriamo). Il bonus per i lavori di ristrutturazione della casa ha creato 226.000 posti di lavoro diretti nel 2013; ciò ha portato le famiglie ad un recupero edilizio nelle proprie abitazioni e anche ad un risparmio energetico. Anche queste sono forme che agevolano il lavoro. Ho fatto una premessa doverosa sul quadro della disoccupazione e sulle misure per contrastarla proprio per analizzare il decreto-legge n. 34 del 2014 sul rilancio occupazionale, su cui il Senato sta per pronunciarsi. In Italia, sulla scia delle positive esperienze internazionali dei Paesi scandinavi in primis, c’è bisogno di una buona flessibilità dei rapporti lavorativi, di regole e sanzioni certe per le imprese che sfruttano i dipendenti, che non rispettano le norme del loro inquadramento, ma, al contempo c’è bisogno di dotarsi di nuove unità; penso, ad esempio, agli incarichi stagionali contemplati, quando effettivamente ne hanno bisogno, cioè senza vincolarsi all’assunzione sine die che, per tante realtà produttive, è insostenibile in tempo di crisi. Il decreto, dopo le modifiche della Commissione lavoro di Palazzo Madama, va proprio in questa direzione. Si è deciso, infatti, di comminare multe alle aziende che sforano il tetto del 20 per cento dei contratti a termine e rispetto al totale di quelle a tempo indeterminato, aggirando l’obbligo di assunzione che era stato determinato alla Camera. Ritengo si tratti di un ragionevole compromesso, che porterà l’imprenditore a rispettare la soglia stabilita, anche perché le sanzioni pecuniarie non sono di poco conto: 20 per cento della retribuzione per il ventunesimo occupato eccedente e ben il 50 per cento per il ventiduesimo in avanti. Mi sento di sostenere che non è con un giro di vite alla libera scelta delle aziende di procedere alla assunzione che si potrà aumentare l’occupazione nel nostro Paese. Servono norme inequivocabili e rispettose delle parti datoriali, da un lato, e della forza lavoro, dall’altro. Nel provvedimento poi, su richiesta del relatore Ichino, che ringrazio per il lavoro puntuale fatto e per la pazienza con la quale ha seguito tutto l’iter, è stato messo nero su bianco che il disegno di legge delega, a completamento del jobs act di Matteo Renzi, conterrà il contratto di lavoro a tempo indeterminato protezione crescente. È una sfida: una sfida che noi dobbiamo essere pronti a portare avanti, con concretezza, quanto prima, per ammodernare la formula rendendola più appetibile per le aziende, senza intaccare i diritti fondamentali dei lavoratori. Non si può nascondere che ormai il modello sine die è diventato simile ad un miraggio, ad un miraggio per i nostri giovani. Il recente monitoraggio della legge Fornero rivela, infatti, che, nel secondo trimestre 2013, sono calati di molto i contratti a tempo indeterminato attivati per donne e uomini e che le nuove generazioni ne sono quasi del tutto escluse, poiché soltanto uno su dieci firma a tempo determinato tra gli under 24. Al contrario, l’idea che occorre perseguire è restituire una chance di stabilizzazione moderna ai ragazzi, le cui garanzie saliranno con il passare del tempo, e permettere al mondo imprenditoriale, anche in tempo di crisi economica, di dotarsi di personale con un costo del lavoro che non deve essere più proibitivo; soprattutto bisogna dare l’altolà a quella proliferazione di forme atipiche caratterizzate da flessibilità cattiva che non consentono ad alcun giovane di immaginare un futuro in cui potersi mantenere dignitosamente. Infine, avanzo una richiesta. Chiedo al Governo di non tralasciare il mercato del lavoro che riguarda l’occupazione dei disabili, degli invalidi civili. Ho presentato una interrogazione al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, calcolando che il 25 per cento dei posti ad essi previsti obbligatoriamente pare non venga assegnato nel settore tanto pubblico quanto privato. Ecco, è proprio questa tipologia di persone che, ancor più di altre, in questo momento sta subendo la crisi. Proprio per queste persone, oltre che per tutti i giovani…e per tutti coloro che sono stati fortemente penalizzati dal p
erdurare della crisi economica e occupazionale che interessa il nostro Paese, sono convinta che il Parlamento e il Governo saranno in grado di affrontare le nuove sfide che richiedono un impegno, come già dimostrato nel presente provvedimento in discussione, e possono essere davvero un volano di crescita e di ripresa per il nostro Paese. Viva l’Italia!

PUPPATO (PD). Signora Presidente, penso si noti anche da questo decreto-legge come si sia in fase pre-elettorale, perché davvero l’attacco che viene portato da parte delle forze di destra e del Movimento 5 Stelle si giustifica molto poco, guardando la realtà italiana e cercando di individuare gli elementi di questo provvedimento, che non è il jobs act . È meglio dirlo, che non è il jobs act, perché continuiamo a parlare come se stessimo costruendo il disegno di legge che dovrà predisporre l’ossatura del nuovo sistema di lavoro per l’Italia. Non è così. Noi stiamo costruendo il pre-jobs act, nel senso che con un decreto, in velocità, cerchiamo di implementare l’attenzione all’occupazione, di cui c’è estremo bisogno in questo Paese. Attraverso questo decreto, intendiamo provocare un shock nel sistema del lavoro in Italia, e mi pare ci si stia riuscendo, grazie al lavoro congiunto delle forze di maggioranza, che – non è un caso – non hanno voluto rappresentare, attraverso emendamenti, una qualche forzatura o contestazione, che pure potevano essere rappresentate su questo decreto-legge, con questo ravvedendo e verificando come oggi vi sia l’impressionante necessità di dare un segnale all’esterno, alle imprese di questo Paese ed ai disoccupati, agli inoccupati ed ai sottoccupati, che sono una pletora enorme. Sono ormai 10-12 milioni le persone che non hanno in questo Paese una occupazione che preveda per loro un presente ed un futuro. Guardando la fotografia del Paese in cui stiamo intervenendo con questo decreto-legge, voglio rappresentare alcuni dati per far comprendere come sia significativo ciò che stiamo cercando di fare. Come diceva anche il relatore, nel 2013 le assunzioni a tempo indeterminato sul flusso totale dei contratti si sono ridotte al 16,5 per cento. Questa è la fotografia di un Paese che più precario di così non potrebbe essere, visto che l’83,5 per cento dei lavoratori viene assunto con contratti atipici, contratti a tempo determinato di diversa natura, con il limite temporale, che diventa una mannaia per il lavoratore, di massimo 12 mesi. Da una parte e dall’altra siamo stati accusati di prevedere contratti troppo bloccati perché abbiamo previsto il massimo di cinque proroghe (prima erano otto) e perché abbiamo voluto applicare la norma che prevede una sanzione civile nel caso in cui il contratto a termine sia stato stipulato in eccedenza rispetto al limite del 20 per cento dell’organico aziendale. Ciò vuol dire che in realtà abbiamo voluto allargare i cordoni della borsa e dire alle imprese che devono avere fiducia nel presente e nel futuro di questo Paese e assumere lavoratori per 36 mesi cercando di guardare avanti e di pensare che (così come ci chiede l’Europa, peraltro) la normalità del contratto di lavoro dovrebbe essere quella di lungo e di medio periodo. Questo perché è interesse delle imprese e del lavoratore stipulare un contratto con l’intenzione di lavorare insieme per molto tempo. Ciò ha valore per il dipendente, che diventa sempre più capace e in grado di conoscere i meccanismi dell’impresa, ma anche per quest’ultima, perché può affidarsi ad un personale competente, capace e affidabile, che conosce il lavoro e sviluppa competenze e manualità. Ma nel contempo abbiamo ricevuto critiche anche da parte di coloro che vogliono credere e farci credere che in realtà questo decreto non produrrà effetti sulla crisi occupazionale che stiamo vivendo. Voglio ricordare a costoro che questo testo contiene alcuni elementi importanti e innovativi, compresa la riduzione della burocrazia per le imprese, le quali non dovranno giustificare, per ogni singola assunzione, anche dello stesso dipendente, anche in corso di proroga, le relative ragioni, che prima dovevano essere dettagliate per iscritto. Abbiamo voluto far capire alle imprese che noi crediamo che loro non giochino – e sappiamo che non giocano – con l’interesse del lavoratore, ma che avranno tutta l’intenzione di prorogare questi contratti di lavoro e fare in modo che quel lavoratore assunto temporaneamente possa diventare domani un lavoratore assunto a tempo indeterminato. Quindi, non abbiamo voluto incrementare il livello di burocrazia. Ma nel decreto c’è anche molto di più, ci sono elementi di innovazione importanti come la sanzione amministrativa che viene applicata nel caso in cui il contratto a termine sia stato stipulato in eccedenza rispetto al limite del 20 per cento dell’organico aziendale per le assunzioni a tempo determinato, facendo quindi costare di più il relativo lavoro. È un segnale che si vuole dare, che testimonia che noi siamo per un contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti che finalmente in questo Paese faccia pesare di più, come accade in tutti i Paesi civili, in Occidente e nella nostra Europa, il lavoro a progetto e a tempo determinato rispetto a quello indeterminato. Ma questo decreto dice ancora di più, se riusciamo a leggerne la sostanza. Esso dice, ad esempio, che vogliamo favorire – e stiamo favorendo in modo sistemico – un fenomeno che è nato con il caso Electrolux e che costituisce un dato significativo e non temporaneo che ci portiamo a casa: mi riferisco ai contratti di solidarietà, che poi, tradotto, significa una riduzione temporale che il lavoratore accetta e – io dico – che in qualche caso il lavoratore può chiedere, e che può risultare significativa anche per una riduzione del costo del lavoro. Ad esempio, sappiamo che in Italia il telelavoro e il tempo parziale sono presenti in misura irrilevante rispetto agli altri Paesi dell’Occidente europeo, e quindi mi chiedo perché non cominciare ad attivare una logica e un ragionamento che vedano l’impresa interessata ad occupare persone anche per quattro, sei o sette ore al giorno, senza raggiungere per forza le otto ore, aumentando la platea dei lavoratori. Voglio ricordare che siamo un Paese con 22.800.000 occupati su oltre 60 milioni di abitanti: dunque è occupato solo un abitante su tre. Dobbiamo correre ai ripari, e non ci saranno politiche che tengano per sostenere il welfare del futuro se non creiamo occupazione. Quindi vedo in questo decreto, in qualche modo embrionale, in questo pre-jobs act, quegli elementi che caratterizzeranno il sistema dell’occupazione e del lavoro del futuro, che andremo ad individuare insieme. Credo ci sia molta urgenza di convertire in legge questo decreto: lo facciamo e lo vogliamo fare con la maggior fretta possibile, perché ci rendiamo conto che il 93 per cento delle imprese ha meno di 15 dipendenti (la nostra è ancora, in larga parte, una realtà imprenditoriale di piccole e microimprese), ma che concentrati nel restante 7 per cento ci sono 6 milioni di lavoratori. Dunque c’è una massa di lavoratori, superiore a quella delle piccole imprese e delle microimprese, che è interessata a questo decreto, e quindi pensiamo e vogliamo credere nel sistema che abbiamo elaborato, per quanto sia non perfetto e in alcuni aspetti lacunoso. Concludo ricordando una significativa sollecitazione proveniente dal relatore, senatore Ichino, che è quella di scrivere le leggi in maniera semplificata. È vero che stiamo facendo una cosa molto bella e positiva, preliminare a un atto successivo, che sarà determinante per riuscire a far crescere l’occupazione in questo Paese, ma forse avremmo potuto scrivere ancora meglio la normativa e renderla immediatamente leggibile per i nostri imprenditori e per i nostri lavoratori, ovvero per coloro che da noi oggi si attendono molto e per i quali noi stiamo davvero pensando, in ogni modo, a come risolvere la situazione che si è creata in Italia.

SANTINI (PD). Signora Presidente, mi rivolgo ai colleghi e al Governo facendo alcune riflessioni sul decreto-legge oggi in esame. La prima riguarda ciò che muove qu
esto decreto-legge e le politiche che il Governo e il Parlamento in questi mesi cercano di attuare, cioè la necessità, la priorità, di creare nuovo lavoro. Questa esigenza, che è sacrosanta e che rappresenta una priorità, una necessità, non deriva solo da una o più leggi, non deriva solo dalla capacità di individuare tecnicamente qualche formula, ma è il risultato di una serie di fattori che credo debbano essere tenuti presenti e che in questi mesi con difficoltà sia il precedente Governo Letta che quello attuale hanno cercato in maniera anche forte. Mi riferisco al tentativo di irrobustire la fragile crescita che è in atto con provvedimenti concreti che rilancino la domanda interna (i tanto bistrattati 80 euro hanno questo significato); al sostegno agli investimenti, come veniva ricordato (gli ecobonus, in generale, ma anche la riduzione dell’IRAP); alla riduzione strutturale del cuneo fiscale e contributivo. Sappiamo che tutto ciò non si realizza miracolosamente in un giorno, ma con provvedimenti coerenti che vanno a sommarsi per dare, alla fine, questo risultato. Lo si fa considerando le risorse disponibili e i tempi necessari per trovare le coperture necessarie. Il secondo fattore, importantissimo, è ricreare una prospettiva di fiducia negli operatori economici, nelle imprese, nelle famiglie. Credo che questo sia un argomento da approfondire, perché spesso ne sento parlare in modo quasi paradossale, ambivalente. L’impresa viene giustamente ritenuta degna di essere sostenuta quando si parla di riduzione della tassazione, quando si parla della possibilità, ad esempio, di favorire le piccole e medie imprese, ma viene ritenuta un nemico da cui difendersi quando si ipotizza l’introduzione di norme di flessibilità nel lavoro. Credo che l’impresa quando è svolta correttamente e in maniera seria, quando rispetta – come è giusto che sia – le regole del lavoro e della contribuzione costituisca una risorsa per questo Paese che va messa al centro di un programma di ripartenza e di irrobustimento della crescita. Il terzo elemento (e arriviamo al decreto-legge in esame) importante è intervenire in chiave di semplificazione delle procedure di assunzione, delle cosiddette forme contrattuali che in questi anni hanno creato, in modo contraddittorio, a volte, elementi di incertezza, elementi di vischiosità e difficoltà sul lavoro. In questi giorni è uscito, tra i tanti, un libro scritto da un osservatore attento del mercato del lavoro con un titolo significativo: «Divieto di assumere». È chiaro che se le norme diventano vischiose, difficili, per le assunzioni i problemi non si risolvono ma si complicano. Su questi tre fattori agisce la politica del Governo, e credo che, in particolare, con il provvedimento in esame agisca sul tema, difficilissimo da comporre, del rapporto tra politiche del lavoro, tra flessibilità e stabilità. Il provvedimento in esame si pone l’obiettivo in termini espliciti, senza nasconderlo, a mio avviso in modo molto serio, di regolare la flessibilità indirizzandola verso forme solide di rapporto di lavoro. Oggi, in Italia, la flessibilità è costituita da un’ampia serie di forme lavorative, molte delle quali fanno parte di una concezione assolutamente negativa, soprattutto per chi deve esercitare questo lavoro, cioè per i lavoratori dipendenti. Penso, come è stato ricordato anche da altri senatori, alle false partite IVA, alle forme di associati in partecipazione, ai tirocini che spesso vengono reiterati in modo assolutamente illegale. Questo decreto fa un’altra scelta: quella di canalizzare, in un momento in cui deve ancora formarsi la fiducia nella ripresa e anche nella possibilità di una crescita maggiore, la flessibilità verso forme più solide. Ricordo in quest’Aula che, tra i contratti flessibili, il contratto a tempo determinato è sicuramente quello più solido dal punto di vista contrattuale e retributivo: è un contratto a contribuzione piena, cosa decisiva oggi per i giovani, che come sappiamo avranno un sistema previdenziale contributivo. Allora, indirizzare la flessibilità in questa direzione, attraverso la semplificazione prevista nel provvedimento, è un fatto importante. Anche l’apprendistato ha la stessa caratteristica: è un contratto a contribuzione piena, regolato in termini contrattuali in modo molto preciso, che prevede una modalità di formazione che aggiunge competenze e permette di avere una vita lavorativa più regolare. Questo decreto fa questo, e inoltre aggiunge anche il contratto di solidarietà come elemento importante che permette il mantenimento dei posti di lavoro. Certamente si tratta di un primo atto. Se possibile, vorrei far riflettere anche chi ha parlato in termini molto estesi di nuovo schiavismo, utilizzando queste parole in termini eccessivi e fuorvianti, soprattutto pensando al valore che hanno avuto nella storia di grande sofferenza per milioni di persone. Allora, la capacità di affrontare i problemi, in questa difficile fase del mondo del lavoro, non deve lasciarci cedere a derive. Questo provvedimento regola la flessibilità e – come noto – rappresenta la prima parte di un intervento più ampio, denominato jobs act. Esso, in realtà, ha l’ambizione di costruire, dentro una politica di crescita e di fiducia, anche una politica del lavoro coerente con un Paese che vuole ripartire. Come noto, tali misure sono già all’esame del Senato (sono contenute in un disegno di legge delega, e non in un libro dei sogni) e possono essere approvate, se vogliamo farlo, anche in poco tempo, in poche settimane, diventando così decreti legislativi e componendo un quadro completo. È previsto il completamento di questo intervento, per quanto riguarda sia il riordino delle forme contrattuali che vengono indirizzate con molta forza verso il contratto di inserimento, come si dice, a tutele crescenti, sia anche per completare tali politiche in tutta quella fase, delicatissima, del rapporto tra gli ammortizzatori sociali, che vanno estesi anche a chi oggi non può disporne, e le politiche attive del lavoro per reimpiegare rapidamente chi perde il lavoro e i giovani al loro primo impiego, anche attraverso il progetto «Garanzia giovani». Allora, noi lo dobbiamo leggere in questo modo, e soprattutto il Parlamento – il Senato in questo caso – deve saper interpretare questa fase e fare quanto serve adesso, nell’immediato: fare in modo che chi è assunto con contratti flessibili sia assunto con contratti più tutelanti e solidi, come ho già detto. Dall’altra parte, occorre rapidamente completare il percorso – definiamolo in questo modo – sia di politica economica che del lavoro, con misure che sappiano apportare interventi sulle forme contrattuali, sugli ammortizzatori sociali e anche sul tema delle politiche di reimpiego (il contratto di ricollocazione, come spesso diciamo, è ormai una vera e propria necessità per molti lavoratori). Occorre, allora, fare in modo di comporre un percorso positivo che dia la possibilità di coltivare, in termini non astratti ma concreti, la possibilità di credere ancora che si possa ripartire e ricostruire e dare ai giovani, ai lavoratori e ai disoccupati, la possibilità concreta di avere una maggiore speranza nel futuro. Il decreto significa questo: è una prima tappa di un impegno che deve continuare e deve vedere tutto il Parlamento impegnato non a demolire ma a costruire.

GHEDINI Rita (PD). Signora Presidente, colleghi veniamo da un dibattito molto lungo oggi in Aula e in Commissione su un testo che è stato lungamente discusso anche alla Camera, dove ha visto importanti modifiche, e che qui al Senato ha portato in discussione alcune necessità di precisazione e miglioramento degli interventi e soprattutto ha richiesto di scegliere meglio gli strumenti più efficaci per dare fluidità ed efficacia al complesso delle norme che regolano alcuni contratti di lavoro. Lo dico in maniera esplicita, senza troppi infingimenti: un dibattito fin troppo ampio ed acceso per un intervento tutto sommato limitato, per quanto necessario in questa fase e necessario ad adattare una strumentazione, che pur essendo già ampia, spesso troppo ampia e ar
ticolata, deve tener conto delle condizioni attuali di un mercato del lavoro segnato da un drammatico difetto di domanda. Partiamo da qua. Il punto sul quale tutti, credo, possiamo convenire è che non c’è riforma degli strumenti di regolazione del lavoro che possa sostituirsi ad altre misure indispensabili per creare domanda, per aumentare la domanda di lavoro. E queste misure, come è del tutto evidente, non possono stare tutte nello stesso decreto. Oggi ho sentito dire qui più volte che per essere efficace questo decreto avrebbe dovuto contenere altro: e via via ho ascoltato un lungo elenco di interventi. Ora, interventi se ne sono fatti e questo Governo ne sta facendo. L’ultimo, in discussione qui al Senato, è un intervento importante di redistribuzione fiscale e mi riferisco al bonus IRPEF, che apre nella direzione necessaria di una maggiore equità: e di quanto ve ne sia bisogno ce lo hanno ricordato i dati CENSIS proprio in questi giorni. Così come sono necessari gli investimenti pubblici e il sostegno agli investimenti privati ed il Governo ha fatto passi anche in questa direzione: sempre qui al Senato – mi spiace doverlo ricordare, perché lo sappiamo tutti – abbiamo in discussione il cosiddetto Piano casa, che va esattamente nella direzione di portare lavoro, consentendo di aprire cantieri che significheranno occupazione immediata. Così l’intervento sulla fluidità del credito alle imprese e il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione va in questa direzione. Stiamo facendo cose nella direzione giusta, le stiamo facendo un po’ alla volta, tenendo conto dei dati di realtà. Oggi, in questa discussione, è stata richiamata spesso la necessità di attenersi alle condizioni reali dei lavoratori. È giusto. Credo però che per far questo occorra attenersi, nella discussione e nel proporre le soluzioni, anche alle condizioni reali del Paese, se no facciamo propaganda. Vorrei dire poche cose sulla natura degli interventi contenuti nel decreto. Sono state fatte su questo disamine approfondite, però si sono anche dette cose assolutamente contrastanti fra loro, a volte nello stesso intervento o da parte dello stesso Gruppo. Il decreto si occupa di contratto a termine e di apprendistato e di qualche altra semplificazione. Su queste questioni effettuerò pochi richiami. Il decreto ribadisce, in premessa, quanto già affermato dagli interventi normativi degli ultimi anni in materia di contratti, cioè che «il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro». Questa affermazione lo rende coerente sia con la nostra Costituzione, sia con la legislazione precedente, sia con la disciplina comunitaria: non è vero che il decreto violi la normativa comunitaria, né rispetto ai suoi presupposti generali, né rispetto alle disposizioni in materia di contratto a termine, delle quali assume due delle tre indicazioni fra le quali si può scegliere. Il decreto dà quindi un’indicazione chiara sui futuri interventi del legislatore, che anche qui, nel testo votato in Commissione, si impegna ad affrontare subito la discussione su forme contrattuali a tutele crescenti che abbiano la natura del contratto a tempo indeterminato. È quindi un’indicazione precisa per il nostro lavoro delle prossime settimane: la delega non è una chimera, è un disegno di legge su cui si è già avviata la discussione in Commissione lavoro al Senato e dipende da noi svolgere questa discussione in termini approfonditi e puntuali, apportando le modifiche che immaginiamo siano utili. È altresì una indicazione chiara per le scelte dei datori di lavoro e lo è anche per gli orientamenti giurisprudenziali. Sul contratto a termine si sono dette molte cose. Ricordo che, fra le varie forme di contratto a cui è apposto un termine, il contratto a tempo determinato è la forma più tutelante: ha le stesse garanzie del contratto a tempo indeterminato per quel che riguarda il salario e gli istituti correlati, il trattamento contributivo, l’assicurazione di malattia e la disoccupazione. Si avvia quest’anno il trattamento di cosiddetta ASPI: avremo modo di vedere se è sufficientemente coprente ed eventualmente, proprio nella delega, di modificarlo. Infine, l’intervento sull’apprendistato, che è e rimane lo strumento dedicato all’ingresso nel mondo del lavoro e che finora, purtroppo, ha inciso marginalmente nelle reali dinamiche di accesso al lavoro. Perciò, prima ancora di porre tanta enfasi sulle modifiche che sono state apportate, ricordiamoci che, nonostante gli incentivi significativi, si tratta ancora, purtroppo di uno strumento marginale e che qualsiasi elemento di facilitazione che possa farlo diventare la forma prevalente per far entrare i giovani nel mondo del lavoro deve essere facilitato e accolto favorevolmente. In tutta la gestione del provvedimento ci siamo mossi sul filo dell’equilibrio…Dicevo, ci siamo mossi sul filo dell’equilibrio difficile tra interventi di facilitazione delle assunzioni e strumenti di prevenzione degli abusi. Non si può non constatare che su questo è stato raggiunto un compromesso, che può essere migliorato e che va inquadrato nel senso evolutivo che ho cercato di indicare e che dovremo assumere con i prossimi interventi. Esprimo solo un auspicio: che, rispetto alla discussione che chiudiamo qui oggi, quella che faremo sulla legge delega possa avvenire con un tasso di ideologizzazione decisamente più contenuto di quello con cui abbiamo affrontato questo provvedimento. Io spero in un contributo di idee e che tutti ci richiamiamo, per le ragioni di adesione alle condizioni materiali del lavoro che sempre ricordiamo, alla responsabilità che ci porta ad affermare la verità in un contesto che tiene conto delle condizioni date e all’onestà intellettuale alla quale non possiamo sottrarci.

Seduta Aula Senato 7 maggio 2014

REPLICA GOVERNO

BOBBA, sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali. Signor Presidente, onorevoli senatori, ci accingiamo ad affrontare l’iter finale di questo provvedimento. Vorrei svolgere alcune considerazioni a tratti di metodo e tratti di merito, avendo già fatto il relatore una puntuale replica agli interventi che si sono succeduti nel pomeriggio di ieri. La prima considerazione è che il decreto-legge in esame è stato esposto ad un duplice rischio. Da un lato, come tutti i decreti-legge, è stato considerato dai parlamentari un po’ un autobus veloce che giunge rapidamente a destinazione e dunque c’è stata la tentazione e il tentativo di salirvi in tanti, o meglio di caricare l’autobus di molti temi e questioni che a volte non avevano per nulla a che fare con il provvedimento. È una tentazione legittima, vista la tempistica dei lavori parlamentari, ma dall’altro lato noi sappiamo bene che il decreto-legge, così come è nato, aveva degli intenti e degli obiettivi ben circoscritti. Inoltre, i decreti-legge nascono per motivi di necessità ed urgenza e dunque non possono che avere un intento, diciamo così, chirurgico, quello cioè di raggiungere degli obiettivi di modifica normativa o di introduzione di nuove norme in modo sufficientemente rapido, in tempi brevi, cioè nei sessanta giorni previsti per la loro conversione in Parlamento. È altrettanto vero che se l’autobus del decreto-legge si carica di troppi pesi, alla fine rischia di non arrivare mai in stazione, mentre invece chiaramente l’intento del Governo, ma anche del Parlamento, è che il provvedimento giunga alla stazione finale in tempo utile. La seconda considerazione è che questo provvedimento, essendo stato il primo che il Governo ha emanato, è stato assunto come una messa alla prova dell’Esecutivo, quindi ovviamente ci sono stati molti tentativi di verificare se gli intendimenti espressi nel testo emanato dal Consiglio dei ministri avevano una loro solidità e anche una condivisione delle forze che sostengono il Governo. Giunti a questo punto, mi pare che rispetto a questa duplice tentazione, o a questi tentativi, da un lato si possa dire che il provvedimento può giungere a termine nei tempi utili o, meglio, in quelli stabiliti e, dall’altro
lato, che il consenso espresso dalle forze di maggioranza, nel duplice passaggio parlamentare alla Camera e al Senato, attraverso il lavoro di Commissione abbia una sua solidità e abbia prodotto un testo che non è né stravolto, ma neppure rimasto intonso rispetto a quello uscito dal Consiglio dei ministri. Richiamando quanto già espresso dal relatore, vorrei anche dire che gli obiettivi che il Governo si pone non sono di salvezza del mondo, di riforma globale del mercato del lavoro, di risoluzione di tutti i problemi evocati nel corso della discussione (temi, peraltro, di assoluta rilevanza e di grande importanza). Semplificando, gli obiettivi erano sostanzialmente tre: il primo è quello di consentire alle imprese una maggiore agilità nella gestione dei rapporti di lavoro e in particolare nelle assunzioni. Chiaramente questo obiettivo è connesso alla fase economica che stiamo vivendo e al riguardo già la senatrice Ghedini ha ricordato che il problema principale è la crisi di domanda. D’altra parte, un acuto editorialista de «La Stampa», Mario Deaglio, nel luglio scorso aveva osservato che, paragonando il nostro quadro economico ad un prato, su di esso cominciavano a vedersi esili fili d’erba. Sempre lo stesso editorialista, la scorsa settimana, ha scritto un nuovo editoriale, dicendo che quegli esili fili d’erba stanno diventando una prima fioritura, un prato che comincia a verdeggiare, ma quei fili d’erba sono ancora molto fragili e la ripresa, a lungo annunciata, non ha ancora quella solidità che è necessaria perché si producano conseguenze rilevanti sia sul piano della crescita del PIL che sull’incremento dell’occupazione. Dunque, il primo intento del Governo era far sì che le imprese, in questo quadro economico che presenta elementi di novità positivi, potessero cogliere al meglio le opportunità e gli elementi di sviluppo e di crescita che cominciano a intravedersi. In secondo luogo, il provvedimento ha l’intento di far sì che i contratti a termine – che sono di gran lunga privilegiati dalle imprese nelle nuove assunzioni, anche in base a quanto si evince dalla tabella che il relatore ha esposto in Commissione, rappresentando i due terzi sul totale delle nuove assunzioni – abbiano una durata temporale maggiore di quella che hanno avuto finora. Da un lato, vi è, infatti, la scarsa visibilità che le imprese hanno sulla loro prospettiva economica (spesso di breve e brevissimo periodo) e, dall’altro, vi è un insieme di norme della legislazione previgente che ha prodotto un risultato un po’ perverso: quasi il 40 per cento dei contratti a termine in essere ha una durata alquanto limitata, intorno alle tre settimane. Il secondo obiettivo del Governo è pertanto far sì che questi contratti abbiano una durata maggiore, anche fino a trentasei mesi con cinque proroghe possibili. Questo secondo intendimento si collega con quanto espresso nel preambolo del disegno di legge, inserito prima alla Camera e poi modificato in Commissione lavoro al Senato, ovvero con i provvedimenti previsti all’interno del disegno di legge delega sul lavoro, che ovviamente ha ambizioni ben più importanti e più ampie di quelle contenute in questo decreto. Modificando e rendendo più agile la gestione sia dei contratti a termine che dei contratti di apprendistato, il Governo intende poi perseguire un terzo obiettivo: ci si attende che questo intervento provochi uno «spiazzamento» delle forme di contratto che non hanno alcuna o scarsa protezione sociale per i lavoratori. Non a caso, ieri il senatore Santini ha ricordato opportunamente che il contratto di lavoro a tempo determinato, pur avendo un termine, prevede l’insieme delle protezioni sociali dei normali contratti a tempo indeterminato. Il Governo pertanto si attende che la ridefinizione di questi strumenti (contratti a termine e apprendistato), operata con il provvedimento, li renda più concorrenziali rispetto alle partite IVA, ai co.co.pro. (non del tutto legittimi) e ai contratti di associazione in partecipazione. Il Parlamento dovrà misurare l’efficacia del provvedimento proposto dal Governo in ordine proprio a questi obiettivi. Non a caso, in seguito alla discussione alla Camera, è stata inserita una norma che prevede che il Governo dopo un anno debba presentare alle Camere una relazione molto dettagliata basata sulle comunicazioni obbligatorie che i datori di lavoro devono fare ogni volta che assumono una persona, così le Camere potranno verificare se gli obiettivi che hanno costituito la motivazione di questo provvedimento siano stati raggiunti. Lo stesso ministro Poletti, con atteggiamento pragmatico, ha detto che, se queste norme non raggiungeranno questi scopi, evidentemente il Governo dovrà rimetterci mano. Quindi, il Parlamento ha l’occasione di fare tra un anno una verifica puntuale. C’è una seconda considerazione che voglio fare. Dalla discussione e dagli interventi che ho ascoltato ieri pomeriggio mi pare che ci siano due caricature da cui rifuggire. La prima caricatura è quella secondo cui il simpatico Ministro del lavoro viene descritto, dal Movimento 5 Stelle, quasi come un mercante di schiavi. Mi sembra, oltroché inverosimile, perfino ridicolo che si possa attribuire al Ministro del lavoro un intento di questa natura. Così come, dall’altro lato, da parte di Forza Italia c’è stata un’osservazione per cui questo provvedimento era buono all’inizio, mentre adesso è diventato una schifezza a causa delle modifiche volute dal «partito della CGIL» presente alla Camera. Sinceramente, mi sembra che entrambe le caricature siano del tutto fuori luogo e che non corrispondano per nulla alla realtà. Il Governo in questo senso si è opportunamente, e credo necessariamente, confrontato con le Commissioni e con le Aule parlamentari e penso che, grazie ad un lavoro di ascolto, di dialogo e di correzione, il provvedimento sia oggi migliorato e integrato rispetto al testo iniziale, pur non avendo perso gli elementi originari, cioè l’intendimento e gli obiettivi che ho prima enunciato. Le norme che sono state introdotte alla Camera e quelle che la Commissione lavoro del Senato ha approvato e che adesso sono all’esame di quest’Aula rappresentano quindi il frutto di questo lavoro di dialogo, di costruzione e anche di dialettica, com’è normale in un’Aula parlamentare. Voglio ricordare le correzioni e le integrazioni che sono state introdotte alla Camera. Mi riferisco in primis alla diminuzione delle proroghe da otto a cinque nell’equilibrio fra i rinnovi (che non hanno un numero definito) e le proroghe (che hanno un numero definito e puntuale, appunto cinque). Mi riferisco inoltre alla norma che tutela meglio le donne in maternità in ordine alla trasformazione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato, per le quali il periodo di congedo obbligatorio è considerato e conteggiato nel tempo che è necessario per poter acquisire il diritto di precedenza. Questa stessa norma è stata estesa anche alla trasformazione del contratto da tempo determinato a tempo determinato, sempre e solo per le donne che sono nel periodo di maternità. In secondo luogo, ho già detto che la Camera ha introdotto una norma importante, che impegna e obbliga il Governo a presentare, proprio sugli articoli 1 e 2, cioè sui contratti a termine e sui contratti di apprendistato, una dettagliata relazione alle Camere, in modo da poter fare una verifica puntuale. Credo che sia una metodologia da introdurre ordinariamente nella nostra legislazione. Poiché le leggi non sono dogmi della fede, le verifiche puntuali con la realtà consentono di fare gli aggiustamenti e le modifiche ritenute necessarie. In terzo luogo, è stato ribadito quanto era già contenuto nella legislazione, ma puntualmente ricordato, in merito al periodo transitorio nell’applicazione delle nuove norme. Mi riferisco al rinvio primario ai contratti nazionali i quali, se dispongono norme più favorevoli o termini diversi e concordati tra le parti sociali, valgono in via prevalente rispetto alle stesse norme contenute nella legge. Dunque, le parti sociali non sono per nulla espropriate dal poter dare una applicazione più puntuale e
più legata alle diverse realtà territoriali e aziendali. Ancora, la deroga che è stata introdotta sull’età dell’apprendistato, qualora questo strumento venga utilizzato per il conseguimento della qualifica o del diploma professionale, è una norma coordinata con il cosiddetto decreto Carrozza, con il quale viene avviata una interessante sperimentazione proprio sull’apprendistato. Mi soffermo poi sull’applicazione del DURC all’articolo 4: si tratta di uno strumento che viene semplificato nella sua gestione in modo che i necessari e indispensabili controlli non diventino poi un appesantimento burocratico che impedisce alle imprese di fare il loro mestiere, ossia di generare attività, lavoro e ricchezza. Al Senato gli elementi di innovazione che credo valga la pena ricordare sono diversi, ma mi soffermo solo su alcuni di essi e, in particolare, sul tema delle sanzioni, su cui ha già parlato a lungo il relatore. Penso che la norma abbia trovato – per così dire – nel testo approvato dalla Commissione lavoro un suo equilibrio e direi anche una sua efficacia: efficacia dissuasiva da comportamenti opportunistici o distorsivi da parte delle imprese. Ha ricevuto un larghissimo consenso, direi praticamente unanime, la norma che consente di derogare per gli enti di ricerca, sia pubblici che privati, al vincolo del 20 per cento sul complesso dei contratti a tempo determinato proprio per la natura specifica di questi tipi di aziende o enti che operano normalmente con un’organizzazione del tutto specifica e particolare. Anche l’estensione della durata del termine oltre i trentasei mesi per tutti quei contratti a tempo determinato che vedono il lavoratore impegnato in esclusiva attività di ricerca scientifica, mi pare sia un elemento che consente di valorizzare al meglio il lavoro dei ricercatori e alle aziende di poter utilizzare tutte le risorse che anche le istituzioni internazionali, in particolare l’Europa, mettono a disposizione. Concludo l’intervento con due ultime osservazioni. È stato rinforzato l’elemento formativo per l’apprendistato relativamente all’offerta formativa che le Regioni debbono predisporre in forma più appropriata e continuativa di quanto finora è stato fatto. Infine, ricordo l’introduzione della possibilità dell’«apprendistato stagionale», nel senso che si può porre un termine al contratto di apprendistato in quelle Regioni o Province autonome dove vige il sistema di alternanza scuola-lavoro. In fondo, credo che il lavoro sinora compiuto non sia stato per nulla insignificante né distorsivo rispetto agli intenti iniziali del Governo. Si tratta di un lavoro migliorativo che consente di avere una legge che punta chiaramente ad obiettivi precisi e migliorare le condizioni occupazionali del nostro Paese.

DICHIARAZIONE DI VOTO SULLA QUESTIONE DI FIDUCIA

PARENTE (PD). Signor Presidente, il Gruppo del Partito Democratico voterà a favore della fiducia sul decreto lavoro. Noi stiamo vivendo una crisi occupazionale, soprattutto giovanile, di dimensioni storiche, anche a livello europeo. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una distribuzione mondiale del lavoro, della manodopera. Certo, è giusto fare ricerca, come qualche mio collega ricordava, ma è molto importante capire, per agire, i cambiamenti epocali che stiamo vivendo. Noi abbiamo una necessità assoluta di innovazione e competitività delle aziende e dei sistemi economici dei Paesi. L’Italia è dentro questo processo e questo scenario mondiale, e in più patisce mali strutturali tipici del nostro Paese. Il rischio che corriamo, quello più forte, è che potremmo avere una crescita senza lavoro. Occorrono politiche di sviluppo ed espansive. Se le aziende non ce la fanno, se i sistemi Paese non sono competitivi, il bisogno più grande che abbiamo è tenere insieme le ragioni dell’impresa con quelle delle lavoratrici e dei lavoratori. Il decreto che abbiamo discusso in queste settimane al Senato non è la riforma del lavoro, come anche i miei colleghi ricordavano ieri, ma si propone di intervenire su questo terreno comune. Qualche esempio sul contratto a termine: intanto, è una delle forme più tutelate di contratto flessibile; è previsto dalle normative europee (questo decreto non viola le normative europee); la possibilità di prorogare fino a cinque volte nell’arco dei tre anni un contratto per lavoratrici e lavoratori dà l’opportunità di confermare l’esperienza degli stessi nel contratto a termine, come ricordava molto bene il Sottosegretario questa mattina. Il contratto a tempo indeterminato rimane il fondamento del nostro ordinamento giuridico, e il superamento della causale evita fortissimi contenziosi, e noi di questo abbiamo bisogno. Anche noi parliamo con gli imprenditori, e gli imprenditori hanno bisogno di certezza di diritto e di semplificazione. Ieri la senatrice Ghedini al termine del suo intervento invitava ad affrontare questa tematica senza ideologismi e con onestà intellettuale. Ebbene, di questo parliamo: significa che se non rafforziamo forme di tutela e forme di contratto già tutelate noi avremo più partite IVA e più lavoro nero. Di questo parliamo, non é solo onestà intellettuale, ma è chiamare le cose con il loro nome. Il mio Gruppo si è battuto, in queste settimane anche difficili (questo si può dire), di mediazione all’interno della maggioranza, perché l’altro intervento su questo decreto, sul contratto di apprendistato, potesse mantenere la sostanza dell’apprendistato, che è la formazione, il perno del contratto. Certo, abbiamo allargato la possibilità di farla fare anche ai datori di lavoro, ma nell’alveo dell’offerta pubblica. Infatti, il decreto mette in rilievo anche uno dei problemi italiani: la carenza da parte dei sistemi pubblici regionali nel fornire una formazione adeguata agli apprendisti, perché la ricchezza, il valore aggiunto del contratto di apprendistato è proprio la formazione, la certificazione delle competenze. Noi infatti (questo è il tema cruciale del lavoro oggi) da una parte dobbiamo elevare la domanda di lavoro, dall’altra dobbiamo rafforzare competenze, orientamento, qualificazione dei lavoratori. Vorrei chiedere all’opposizione, a questo proposito: qual è la differenza tra precarietà e flessibilità? Ho sentito tante parole in quest’Aula sulla questione della precarietà. La differenza sta nel sostenere lavoratori e lavoratrici con servizi al lavoro adeguati, con un sostegno al reddito per periodi di non lavoro. Perché tutti diciamo che aspettiamo la delega? Perché la delega del Governo metterà insieme questi due pilastri fondamentali, con la creazione di un’agenzia per il lavoro e la riforma degli ammortizzatori sociali. È questa la battaglia che dobbiamo fare tutti, sindacati e forze politiche. I senatori del Movimento Cinque Stelle ora non sono in Aula, hanno fatto uno show indossando una maglietta, ma quello che serve ai lavoratori e a questo Paese è avere una responsabilità, un decoro qui dentro, nelle Aule del Parlamento, per affrontare i temi del lavoro in maniera costruttiva e per aiutare lavoratori e lavoratrici. Quando arriverà la delega in Parlamento (molte proposte sono state fatte anche da loro) quale sarà il loro atteggiamento costruttivo per intercettare questi problemi veri? È questa la sfida che lanciamo loro. Allo stesso tempo, alle altre forze di opposizione, ma anche alla maggioranza, dico che più flessibilità nei contratti di lavoro non si può fare, proprio perché c’è una mancanza di questi due pilastri fondamentali: servizi al lavoro e sostegno al reddito per periodi di non lavoro. Non ci può essere più flessibilità di quella che abbiamo nelle normative del lavoro; non si può intervenire di continuo sulla normativa del lavoro, perché così la flessibilità diventa precarietà. E se le imprese non ce la fanno, se non c’è domanda di lavoro, che cosa fanno un ragazzo e una ragazza nei periodi che intercorrono tra un contratto a termine e l’altro? Questa è la domanda che la politica deve fare; questi sono i nuovi approcci che anche il movimento sindacale deve avere rispetto alla tematica del lavoro, perché gli scenari mondiali sono
cambiati, perché tutto il mondo è cambiato, e noi dobbiamo rafforzare la forza lavoro in questo senso. Questo la politica deve fare, questo le forze del lavoro devono fare, e per tali ragioni voteremo la fiducia al Governo, perché fiducia significa che noi abbiamo intrapreso una strada, un percorso, per rinnovare davvero le politiche del lavoro in Italia.

 

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