In Diario

Maurice Duverger amava molto l’Italia e non solo perche’ era stato eletto nel nostro Paese come deputato europeo nel 1989. Rivedeva nel nostro caso molte analogie con la situazione della Quarta Repubblica. L’Italia, aveva scritto nel 1988 ne “La nostalgie de l’impuissance”, era ormai l’ultimo grande Paese dell’Unione collocato tra le “democrazie dell’impotenza” anche e soprattutto a causa di regole elettorali e costituzionali pensate in un altro orizzonte storico. Aveva quindi seguito da vicino la stagione dei referendum elettorali dei primi anni ’90 e i tentativi di completare la transizione sul piano costituzionale. Nella fase di incubazione dei referendum, grazie ad Augusto Barbera, avevo in qualche caso anche frequentato, in qualche blitz parigino, la sua casa dietro la Sorbona (ben ristrutturata grazie alla vittoria nella causa civile contro i giornali scandalistici che lo avevano accusato di antisemitismo per uno scritto del 1941), cosa che mi valse in regalo una copia con dedica dell’ormai introvabile “La monarchie republicaine”, che da allora conservo come una reliquia.
Per queste ragioni, avendo programmato Lucio Pegoraro e Angelo Rinella all’Universita’ di Trieste nella primavera 1997 un bel convegno sui “Semipresidenzialismi”, anche con l’aiuto degli ultimi due ricercatori li’ arrivati, ossia Roberto Scarciglia ed il sottoscritto, ci venne l’idea di invitarlo, cogliendo l’occasione del suo ottantesimo compleanno. Si era peraltro nella prima fase della Bicamerale D’Alema e il convegno aveva anche un suo impatto di indubbia attualita’. Duverger e sua moglie Odile avevano accettato molto volentieri, cogliendo l’occasione per stare una decina di giorni in Veneto, facendo base a casa di Pegoraro a Vicenza, dove tenne una conferenza sulla storia costituzionale francese. Non potevamo sapere che quella sarebbe stata la sua ultima visita intensa in Italia perche’ la malattia lo prese in ostaggio credo gia’ l’anno successivo fino allo scorso 17 dicembre. Anzi, allora mostrava una grande vitalita’ fisica ed intellettuale, non tanto facile da governare, diciamo la verita’, perche’ essa si accoppiava a un carattere molto duro e a tratti peoblematico.
La sua eredita’ intellettuale e’ indubbiamente grande e lo dimostra, come esempio paradigmatico la sua categoria di ‘semipresidenzialismo’ che aveva modellato a partire dall’intuizione del suo amico direttore di “Le Monde” Beuve-Mery. Essa si puo’ condividere o meno, si puo’ declinare in varie direzioni, anche diversa dalla sua, ma e’ comunque imprescindibile, anche nel dissenso. Difficile prescindere, specie se ben compresa storicamente, anche dalla lezione di metodo, come ha ribadito qualche mese fa Dominique Rousseau negli scritti Colliard. Si tratta del metodo combinatorio che associa, senza confonderli, gli approcci del diritto costituzionale e lo studio dei fattori che ne condizionano l’applicazione, a cominciare dal sistema dei partiti. Perche’ si trovo’ a praticare ed elaborare quel metodo? Non per un approccio ideologico o politicistico, ma per dare ragione del fallimento della Quarta Repubblica. Come era infatti possibile che uno dei piu’ perfezionati tentativi di razionalizzazione del parlamentarismo avesse fallito? In fondo era stato ridotto in modo forte il potere di veto della seconda Camera, come in Germania il rapporto fiduciario con la Camera era stato riservato al solo Presidente del Consiglio ed era stata costituzionalizzata la questione di fiducia ed ancor piu’ che in Germania era stato, a certe condizioni, attribuito al Presidente del Consiglio il deterrente del potere di scioglimento anticipato. Per dare una spiegazione convincente bisignava quindi passare allo studio del sistema dei partiti, non pero’ come un elemento fine a se stesso, dando per scontato, per ragioni sociologiche o psicologiche, che fosse immutabile, ma viceversa per rielaborare poi nuove regole capaci di mantenere le promesse deluse. Una prospettiva, quindi, profondamente giuridico-costituzionale che intendeva essere consapevole del contesto per meglio far valere il dato prescrittivo. Certo che in Francia, con la stabilizzazione del sistema, alcune specifiche conclusioni hanno poi perso di attualita’. Tuttavia per non perdere memoria della sua lezione e per ricordare che al di la’ di vari aspetti transeunti siamo sempre dei nani sulle spalle di giganti come Duverger, vale forse la pena di leggere on line il numero monografico 17/2010 della “Revue internationale de politique comparee”, specialmente i testi di Jean-Claude Colliard e Bastien Francois. Tracciano un percorso di contenuto e di metodo che puo’ esserci molto utile.

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