In Diario

JOBS ACT
LA LEGGE DELEGA SULLA RIFORMA DEL LAVORO

Nota n. 6

a cura di Stefania Lanzone e Silvia Di Gennaro

3 Dicembre 2014

INDICE

Premessa pag. 3

Disciplina degli ammortizzatori sociali pag. 3

Servizi per il lavoro e politiche attive pag.13

Semplificazione delle procedure e degli adempimenti pag.26

Riordino delle forme contrattuali pag.31

Maternità e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro pag.38

Gli interventi in Aula del PD, del Governo e del Relatore in prima lettura
al Senato pag.46

Gli interventi in Aula del PD, del Governo e del Relatore in seconda lettura
alla Camera pag.77

Gli interventi in Aula del PD, del Governo e del Relatore in terza lettura
al Senato pag.90 

Linee generali. Il disegno di legge si pone l’obiettivo di realizzare riforme di grande portata innovativa, attraverso l’esercizio di apposite deleghe conferite al Governo, quali:
1) il riordino della disciplina degli ammortizzatori sociali;
2) la riforma dei servizi per il lavoro e delle politiche attive;
3) il completamento del processo di semplificazione delle procedure e degli adempimenti in materia di lavoro;
4) il riordino delle forme contrattuali attualmente vigenti in materia di lavoro;
5) il rafforzamento delle misure di sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

DISCIPLINA DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI

1. La delega al Governo in materia di ammortizzatori sociali.

Al fine di realizzare nel mercato del lavoro italiano un sistema di tutele più ampio ed aderente ai cambiamenti in atto, il disegno di legge reca una delega al Governo per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali volto ad assicurare, per la disoccupazione involontaria, tutele uniformi e legate alla storia contributiva dei lavoratori, a “razionalizzare” la normativa in materia di integrazione salariale e a favorire il coinvolgimento attivo dei soggetti espulsi dal mercato del lavoro ovvero beneficiari di ammortizzatori sociali, “semplificando le procedure amministrative e riducendo gli oneri non salariali del lavoro”, tenuto conto delle peculiarità dei diversi settori produttivi.

1.1. Strumenti di tutela in costanza di rapporto di lavoro e strumenti di sostegno in caso di disoccupazione involontaria

Con riferimento agli strumenti di tutela in costanza di rapporto di lavoro, nell’esercizio della delega il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) l’esclusione di ogni forma di integrazione salariale in caso di cessazione definitiva dell’attività aziendale o di un ramo di essa. Rispetto al testo iniziale del provvedimento è stato specificato che l’esclusione del riconoscimento di trattamenti di cassa integrazione salariale per i casi di cessazione dell’attività aziendale o di un ramo di essa concerne le sole fattispecie di cessazione “definitiva”;
b) la semplificazione delle procedure burocratiche, attraverso l’incentivazione di strumenti telematici e digitali, considerando anche la possibilità di introdurre meccanismi standardizzati a livello nazionale di concessione dei trattamenti prevedendo strumenti certi ed esigibili;
c) l’accesso alla cassa integrazione solo in caso di esaurimento delle possibilità contrattuali di riduzione dell’orario di lavoro eventualmente destinando una parte delle risorse attribuite alla cassa integrazione a favore dei contratti di solidarietà;
d) la revisione dei limiti di durata, da rapportare al numero massimo di ore ordinarie lavorabili nel periodo di intervento della CIGO e della CIGS e individuazione dei meccanismi di incentivazione della rotazione tra i lavoratori da sospendere;
e) sotto il profilo della contribuzione, una maggiore compartecipazione da parte delle imprese effettivamente utilizzatrici e la riduzione degli oneri contributivi ordinari con la rimodulazione degli stessi tra i settori in funzione dell’effettivo impiego;
f) la revisione dell’àmbito di applicazione della cassa integrazione ordinaria e straordinaria, nonché dei fondi di solidarietà bilaterali fissando un termine certo per l’avvio dei fondi medesimi anche attraverso l’introduzione di meccanismi standardizzati di concessione, e previsione della possibilità di destinare gli eventuali risparmi di spesa derivanti dall’attuazione delle disposizioni di cui alla presente lettera al finanziamento delle disposizioni sugli ammortizzatori sociali e sui servizi per l’impiego e le politiche attive. Ciò consente di prevedere risorse aggiuntive a partire dal 2015;
g) la revisione dell’ambito di applicazione e delle regole di funzionamento dei contratti di solidarietà, con particolare riferimento alla messa a regime degli stessi. Si tratta di una disposizione finalizzata a consentire una maggiore flessibilità nel ricorso all’istituto del contratto di solidarietà, con particolare riferimento all’inserimento di nuove figure professionali. In particolare, si prevede una revisione dell’ambito di applicazione e delle regole di funzionamento dei contratti di solidarietà, con particolare riguardo a quelli cosiddetti espansivi ed alla messa a regime delle norme transitorie le quali estendono alle imprese non rientranti nell’àmbito di applicazione della disciplina dei contratti di solidarietà difensivi la possibilità di stipulare tali contratti.
Per contratti di solidarietà difensivi si intendono quelli collettivi aziendali, stipulati tra imprese industriali rientranti nel campo di applicazione della CIGS e le rappresentanze sindacali, che stabiliscano una riduzione dell’orario di lavoro, al fine di evitare, in tutto o in parte, la riduzione o la dichiarazione di esubero del personale. Per contratti di solidarietà espansivi si intendono quelli che si concretizzano in un accordo tra datore di lavoro e sindacati maggiormente rappresentativi che prevede una riduzione stabile dell’orario di lavoro e della retribuzione dei dipendenti e, contestualmente, l’effettuazione di nuove assunzioni al fine di incrementare l’organico. Le nuove assunzioni devono essere a tempo indeterminato.

Con riferimento agli strumenti di sostegno in caso di disoccupazione involontaria, nell’esercizio della delega il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) la rimodulazione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI), con OMOGENEIZZAZIONE della disciplina relativa ai trattamenti ordinari e ai trattamenti brevi (ASpI e Mini ASpI), rapportando la durata dei trattamenti alla storia contributiva del lavoratore;
b) l’incremento della durata massima per i lavoratori con carriere contributive più rilevanti;
c) l’universalizzazione del campo di applicazione dell’ASpI, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Tale estensione viene attuata fino al superamento dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa mediante l’abrogazione degli attuali strumenti di sostegno del reddito (relativi ai soggetti titolari di tali contratti), l’eventuale modifica delle modalità di accreditamento dei contributi ed il principio di automaticità delle prestazioni e prevedendo, prima dell’entrata a regime, un periodo almeno biennale di sperimentazione a risorse definite;
d) l’introduzione di massimali in relazione alla contribuzione figurativa;
e) l’eventuale introduzione, dopo la fruizione dell’ASpI, di una ulteriore prestazione per i lavoratori, in disoccupazione involontaria, che presentino valori ridotti dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE);
f) l’eliminazione dello stato di disoccupazione come requisito per l’accesso a servizi di carattere assistenziale.

Inoltre si prevede:
a) l’attivazione del soggetto beneficiario degli ammortizzatori sociali di cui sopra con meccanismi e interventi che incentivino la ricerca attiva di una nuova occupazione e la previsione che il coinvolgimento attivo del soggetto beneficiario dei suddetti trattamenti possa consistere anche in attività a beneficio delle comunità locali, con modalità che non determinino aspettative di accesso agevolato alla pubblica amministrazione;
b) l’adeguamento delle sanzioni nei confronti del lavoratore beneficiario di sostegno al reddito che non si renda disponibile ad una nuova occupazione, a programmi di formazione o alle attività di comunità locali.

L’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI)

La legge 28 giugno 2012, n. 92 (c.d. legge Fornero) ha istituito presso l’INPS, a decorrere dal 1° gennaio 2013, l’Assicurazione Sociale per l’Impiego, in sostituzione dell’indennità di mobilità e dell’indennità di disoccupazione (indennità di disoccupazione non agricola ordinaria, indennità di disoccupazione con requisiti ridotti e indennità di disoccupazione speciale edile).
Ogni forma di tutela per la disoccupazione confluirà nell’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASpI) attraverso un periodo transitorio che si completerà nel 2017.
L’AspI ha il compito di fornire ai lavoratori, in caso di disoccupazione involontaria, una indennità mensile in relazione ai nuovi eventi di disoccupazione verificatisi successivamente al 1° gennaio 2013.

Destinatari dell’ASpI sono tutti i lavoratori dipendenti. Questa forma di sostegno è stata estesa agli apprendisti, ai soci lavoratori di cooperativa che abbiano stabilito, in ragione del rapporto associativo, un rapporto di lavoro in forma subordinata e al personale artistico, teatrale e cinematografico, con rapporto di lavoro subordinato. Sono esclusi gli operai agricoli ed i dipendenti delle pubbliche amministrazioni con contratto a tempo indeterminato.

I requisiti di accesso sono pari a due anni di assicurazione e ad almeno un anno di contribuzione nel biennio precedente l’inizio del periodo di disoccupazione e lo stato di disoccupazione involontaria.
Si tratta degli stessi requisiti di contribuzione e di anzianità assicurativa già previsti per l’indennità ordinaria di disoccupazione, con l’unica differenza che, nell’istituto dell’indennità, l’anzianità assicurativa doveva essere superiore a due anni, anziché pari ad almeno due anni.

L’indennità è calcolata sulle retribuzione media mensile ai fini contributivi degli ultimi due anni.
La misura di questo trattamento è pari al 75% della retribuzione mensile nei casi in cui quest’ultima non superi, nel 2014, l’importo mensile di 1.192,98 euro. Qualora la retribuzione mensile sia superiore al predetto importo, l’indennità verrà determinata aggiungendo al 75% dell’importo di euro 1.192,98 euro una somma pari al 25% del differenziale tra la retribuzione mensile e il predetto importo. All’importo determinato secondo le suddette modalità, viene applicata una riduzione nella misura del 15% dopo i primi sei mesi di fruizione e di un ulteriore 15% dopo il dodicesimo mese di fruizione.
L’indennità spetta dall’ottavo giorno successivo alla data di cessazione dell’ultimo rapporto di lavoro, ovvero dal giorno successivo a quello in cui sia stata presentata la relativa domanda.

La durata dell’ASpI è stabilita in relazione all’età dei lavoratori al momento della cessazione del rapporto di lavoro.
Per i nuovi eventi di disoccupazione involontaria determinatisi a decorrere dal 1º gennaio 2013 e fino al 31 dicembre 2015 sono stabilite le prestazioni (quantificate in mesi) erogate ai soggetti interessati dagli eventi di disoccupazione in relazione alla loro età anagrafica, prevedendo che la durata di tali trattamenti aumenti in misura proporzionale all’età dei beneficiari.

età lavoratore/ data licenziamento 2013 2014 2015
Meno di 50 anni 8 mesi 8 mesi 10 mesi
Da 50 a meno di 55 anni 12 mesi 12 mesi 12 mesi
Oltre 55 anni 12 mesi 14 mesi 16 mesi

Per i lavoratori interessati da eventi di disoccupazione involontaria verificatisi a decorrere dal 1° gennaio 2016, la durata sarà:
a) 12 mesi per i lavoratori di età inferiore a 55 anni;
b) 18 mesi per i lavoratori di età pari o superiore ai 55 anni.

Trattamenti brevi (mini-ASpI)

La legge n. 92 del 2012 ha modificato l’impianto dell’attuale indennità di disoccupazione con requisiti ridotti, condizionandolo alla presenza ed alla permanenza dello stato di disoccupazione. L’indennità viene pagata nel momento dell’occorrenza del periodo di disoccupazione e non l’anno successivo.

Requisito di accesso. Si prevede che a decorrere dal 1° gennaio 2013, ai lavoratori che non possano far valere i requisiti ordinari per l’ASpI, possa essere concessa, in presenza di almeno 13 settimane di contribuzione di attività lavorativa negli ultimi 12 mesi, una indennità di importo pari a quello previsto per l’ASpI.

Importo. L’indennità è calcolata in maniera analoga a quella prevista per l’ASpI.

Durata. Tale indennità viene corrisposta (mensilmente) per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione che si possono far vale nell’ultimo anno, detratti i periodi di indennità eventualmente fruiti.

A.S. 1428 A.C. 2660
Testo iniziale
presentato dal Governo Testo approvato dal Senato Testo approvato dalla Camera
Art. 1.
(Delega al Governo in materia
di ammortizzatori sociali)
Art. 1.
(Delega al Governo in materia
di ammortizzatori sociali) Art. 1
1. Allo scopo di assicurare, in caso di disoccupazione involontaria, tutele uniformi e legate alla storia contributiva dei lavoratori, di razionalizzare la normativa in materia di integrazione salariale e di favorire il coinvolgimento attivo di quanti siano espulsi dal mercato del lavoro ovvero siano beneficiari di ammortizzatori sociali, semplificando le procedure amministrative e riducendo gli oneri non salariali del lavoro, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, uno o più decreti legislativi finalizzati al riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali, tenuto conto delle peculiarità dei diversi settori produttivi.
2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene, rispettivamente, ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) con riferimento agli strumenti di tutela in costanza di rapporto di lavoro:
1) impossibilità di autorizzare le integrazioni salariali in caso di cessazione di attività aziendale o di un ramo di essa;

2) semplificazione delle procedure burocratiche, considerando anche la possibilità di introdurre meccanismi standardizzati di concessione;

3) necessità di regolare l’accesso alla cassa integrazione guadagni solo a seguito di esaurimento delle possibilità contrattuali di riduzione dell’orario di lavoro;

4) revisione dei limiti di durata, rapportati ai singoli lavoratori e alle ore complessivamente lavorabili in un periodo di tempo prolungato;

5) previsione di una maggiore compartecipazione da parte delle imprese utilizzatrici;
6) riduzione degli oneri contributivi ordinari e rimodulazione degli stessi tra i settori in funzione dell’utilizzo effettivo;
7) revisione dell’ambito di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e dei fondi di solidarietà di cui all’articolo 3 della legge 28 giugno 2012, n. 92;

b) con riferimento agli strumenti di sostegno in caso di disoccupazione involontaria:
1) rimodulazione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI), con omogeneizzazione della disciplina relativa ai trattamenti ordinari e ai trattamenti brevi, rapportando la durata dei trattamenti alla pregressa storia contributiva del lavoratore;
2) incremento della durata massima per i lavoratori con carriere contributive più rilevanti;
3) universalizzazione del campo di applicazione dell’ASpI, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa e con l’esclusione degli amministratori e sindaci, mediante l’abrogazione degli attuali strumenti di sostegno del reddito, l’eventuale modifica delle modalità di accreditamento dei contributi e l’automaticità delle prestazioni, e prevedendo, prima dell’entrata a regime, un periodo almeno biennale di sperimentazione a risorse definite;

4) introduzione di massimali in relazione alla contribuzione figurativa;
5) eventuale introduzione, dopo la fruizione dell’ASpI, di una prestazione, eventualmente priva di copertura figurativa, limitata ai lavoratori, in disoccupazione involontaria, che presentino valori ridotti dell’indicatore della situazione economica equivalente, con previsione di obblighi di parte-cipazione alle iniziative di attivazione proposte dai servizi competenti;
6) eliminazione dello stato di disoccupazione come requisito per l’accesso a servizi di carattere assistenziale;
c) con riferimento agli strumenti di cui alle lettere a) e b), individuazione di meccanismi che prevedano un coinvolgimento attivo del soggetto beneficiario dei trattamenti di cui alle lettere a) e b), al fine di favorirne l’attività a beneficio delle comunità locali. 1.

2.

a)

1)

2) semplificazione delle procedure burocratiche attraverso l’incentivazione di strumenti telematici e digitali, (Fucksia – M5S) considerando anche la possibilità di introdurre meccanismi standardizzati di concessione prevedendo strumenti certi ed esigibili; (Munerato – LN)

3) necessità di regolare l’accesso alla cassa integrazione guadagni solo a seguito di esaurimento delle possibilità contrattuali di riduzione dell’orario di lavoro eventualmente destinando una parte delle risorse attribuite alla cassa integrazione a favore dei contratti di solidarietà; (Lepri – PD)
4) revisione dei limiti di durata da rapportare al numero massimo di ore ordinarie lavorabili nel periodo di intervento della cassa integrazione guadagni ordinaria e della cassa integrazione guadagni straordinaria e individuazione dei meccanismi di incentivazione della rotazione; (D’Adda – PD)
5)

6)

7) revisione dell’ambito di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e dei fondi di solidarietà di cui all’articolo 3 della legge 28 giugno 2012, n. 92 fissando un termine certo per l’avvio dei fondi medesimi (Munerato – LN) e previsione della possibilità di destinare gli eventuali risparmi di spesa derivanti dall’attuazione delle disposizioni di cui alla presente lettera al finanziamento delle disposizioni di cui ai commi 1, 2, 3 e 4 (maxiemendamento – id. em. 1.281 Parente – PD);

8) revisione dell’ambito di applicazione e delle regole di funzionamento dei contratti di solidarietà, con particolare riferimento all’articolo 2 del decreto-legge n. 726 del 1984, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863, nonché alla messa a regime dei contratti di solidarietà di cui all’articolo 5, commi 5 e 8, del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236; (Governo)
b)

1)

2)

3)

4)

5)

6)

c) con riferimento agli strumenti di cui alle lettere a) e b), individuazione di meccanismi che prevedano un coinvolgimento attivo del soggetto beneficiario dei trattamenti di cui alle lettere a) e b), al fine di favorirne l’attività a beneficio delle comunità locali, tenuto conto di quanto previsto all’articolo 2, comma 2, lettera q) (Parente – PD), con modalità che non determinino aspettative di accesso agevolato alle amministrazioni pubbliche (Pagano – NCD);

d) adeguamento delle sanzioni e delle relative modalità di applicazione in funzione della migliore effettività, secondo criteri oggettivi e uniformi (Munerato – LN e id. Catalfo – M5S) nei confronti del lavoratore beneficiario di sostegno al reddito che non si rende disponibile ad una nuova occupazione, a programmi di formazione o alle attività a beneficio di comunità locali di cui alla lettera c) (Pagano -NCD) 1.

2.

a)

1) impossibilità di autorizzare le integrazioni salariali in caso di cessazione definitiva (Dell’Aringa – PD, Gnecchi – PD) di attività aziendale o di un ramo di essa;
2) semplificazione delle procedure burocratiche attraverso l’incentivazione di strumenti telematici e digitali, considerando anche la possibilità di introdurre meccanismi standardizzati a livello nazionale (Placido – SEL, Gregori – PD) di concessione dei trattamenti (Airaudo – SEL, Gregori – PD) prevedendo strumenti certi ed esigibili;
3)

4)

5)

6)

7) revisione dell’ambito di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e dei fondi di solidarietà di cui all’articolo 3 della legge 28 giugno 2012, n. 92 fissando un termine certo per l’avvio dei fondi medesimi, anche attraverso l’introduzione di meccanismi standardizzati di concessione, (Ciprini – M5S) e previsione della possibilità di destinare gli eventuali risparmi di spesa derivanti dall’attuazione delle disposizioni di cui alla presente lettera al finanziamento delle disposizioni di cui ai commi 1, 2, 3 e 4;
8)

b)

1)

2)

3) universalizzazione del campo di applicazione dell’ASpI, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, fino al suo superamento, (Gnecchi – PD) e con l’esclusione degli amministratori e sindaci, mediante l’abrogazione degli attuali strumenti di sostegno del reddito, l’eventuale modifica delle modalità di accreditamento dei contributi e l’automaticità delle prestazioni, e prevedendo, prima dell’entrata a regime, un periodo almeno biennale di sperimentazione a risorse definite;
4)

5)

6)

c) attivazione del soggetto beneficiario degli ammortizzatori sociali di cui alle lettere a) e b) con meccanismi e interventi che incentivino la ricerca attiva di una nuova occupazione, così come previsto dal comma 4, lettera v);

d) previsione che il coinvolgimento attivo del soggetto beneficiario dei trattamenti di cui alle lettere a) e b) possa consistere anche nello svolgimento di attività a beneficio delle comunità locali, con modalità che non determinino aspettative di accesso agevolato alla pubblica amministrazione; (Dell’Aringa – PD)
e) adeguamento delle sanzioni e delle relative modalità di applicazione in funzione della migliore effettività, secondo criteri oggettivi e uniformi nei confronti del lavoratore beneficiario di sostegno al reddito che non si rende disponibile ad una nuova occupazione, a programmi di formazione o alle attività a beneficio di comunità locali di cui alla lettera d).

SERVIZI PER IL LAVORO E POLITICHE ATTIVE

2. La delega al Governo in materia di servizi per il lavoro e politiche attive.

I commi da 3 e 4 dell’articolo 1 recano una delega al Governo in materia di servizi il lavoro e di politiche attive al fine di garantire la fruizione dei servizi essenziali in materia di politica attiva per il lavoro su tutto il territorio nazionale, nonché l’esercizio unitario delle relative funzioni amministrative.
Il disegno di legge prevede un rafforzamento del legame tra politiche attive e passive.
Come sottolineato dai senatori del Gruppo del Partito Democratico, decisamente innovativa è la previsione di una Agenzia a carattere nazionale – uno “sportello” al quale rivolgersi per un reale incontro domanda-offerta, presente in altri Paesi dell’Unione europea – che seguirà il lavoratore nel corso dell’intera vita professionale, attraverso i corsi di formazione e il sostegno concreto alla ricollocazione.

Nell’esercizio della delega il Governo si attiene ai seguenti principi ed i criteri direttivi:
a) razionalizzazione degli incentivi all’assunzione vigenti, “da collegare alle caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi una minore probabilità di trovare occupazione” e a criteri di valutazione e di verifica dell’efficacia e dell’impatto (vedi infra tabella allegata);
b) razionalizzazione degli incentivi per l’autoimpiego e di quelli per l’autoimprenditorialità (i primi destinati prevalentemente ai soggetti privi di occupazione residenti nelle aree depresse, ai fini della creazione di attività di lavoro autonomo o della costituzione di microimprese o della creazione di iniziative di autoimpiego in forma di franchising, i secondi destinati prevalentemente ai giovani ed alle donne, ai fini della costituzione di imprese di piccola dimensione o ai fini di ampliamenti aziendali), anche nella forma dell’acquisizione delle imprese in crisi da parte dei dipendenti. A tal fine è prevista la definizione di una cornice giuridica nazio-nale volta a costituire il punto di riferimento anche per gli interventi posti in essere da regioni e province autonome;
c) istituzione, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, di un’Agenzia nazionale per l’occupazione, partecipata da Stato, regioni e province autonome e vigilata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con il conferimento alla medesima delle competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive ed ASpI ed il coinvolgimento delle parti sociali nella definizione delle linee di indirizzo generali dell’azione dell’Agenzia. Al funzionamento dell’Agenzia si provvede con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente e mediante la razionalizzazione degli enti strumentali e degli uffici di cui alla lettera f);
d) coinvolgimento delle parti sociali nella definizione delle linee di indirizzo generali dell’azione dell’Agenzia;
e) attribuzione all’Agenzia delle competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e ASpI;
f) razionalizzazione degli enti strumentali e degli uffici del Ministero del lavoro e delle politiche sociali allo scopo di aumentare l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa, mediante l’utilizzo di risorse umane, strumentali e finanziarie già disponibili a legislazione vigente;
g) razionalizzazione e revisione delle procedure e degli adempimenti in materia di inserimento mirato delle persone con disabilità e degli altri soggetti aventi diritto al collocamento obbligatorio, al fine di favorirne l’inclusione sociale, l’inserimento e l’integrazione nel mercato del lavoro, avendo cura di valorizzare le competenze delle persone;
h) possibilità di far confluire, in via prioritaria, nei ruoli delle “amministrazioni vigilanti” o della nuova Agenzia il personale proveniente dalle amministrazioni o dagli uffici soppressi o riorganizzati nonché il personale di altre amministrazioni;
i) individuazione del comparto contrattuale del personale dell’Agenzia con modalità tali da garantire l’invarianza di oneri per la finanza pubblica;
j) determinazione della dotazione organica di fatto dell’Agenzia attraverso la corrispondente riduzione delle posizioni presenti nella pianta organica di fatto delle amministrazioni di provenienza del personale ricollocato presso l’Agenzia medesima;
k) rafforzamento delle funzioni di monitoraggio e valutazione delle politiche attive per il lavoro e dei servizi per l’impiego;
l) valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati, nonché degli operatori del terzo settore, dell’istruzione secondaria, professionale e universitaria, anche mediante lo scambio di informazioni sul profilo curriculare dei soggetti inoccupati o disoccupati, al fine di rafforzare le capacità d’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, prevedendo, a tal fine, la definizione dei criteri per l’accreditamento e per l’autorizzazione dei soggetti che operano sul mercato del lavoro e la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni nei servizi pubblici per l’impiego;
m) valorizzazione della bilateralità attraverso il riordino della disciplina vigente in materia nel rispetto dei principi di sussidiarietà, flessibilità e prossimità anche al fine di definire un sistema di monitoraggio e controllo sui risultati dei servizi di welfare erogati;
n) promozione di un collegamento tra misure di sostegno al reddito della persona inoccupata o disoccupata e misure volte al suo inserimento nel tessuto produttivo, anche tramite accordi per la ricollocazione da parte di agenzie per il lavoro, con obbligo di presa in carico, prevedendo la loro remunerazione a fronte dell’effettivo inserimento, a carico di fondi regionali a ciò destinati;
o) introduzione di modelli sperimentali, che prevedano l’impiego di strumenti per incentivare il collocamento dei soggetti in cerca di lavoro e che tengano anche conto delle buone pratiche a livello regionale;
p) previsione di meccanismi di raccordo e di coordinamento delle funzioni tra l’Agenzia e l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), sia a livello centrale che a livello territoriale, al fine di tendere a una maggiore integrazione delle politiche attive e delle politiche di sostegno al reddito;
q) previsione di meccanismi di raccordo tra l’Agenzia e gli enti che, a livello centrale e territoriale, esercitano competenze relative ai summenzionati incentivi per l’autoimpiego e per l’autoimprenditorialità;
r) attribuzione al Ministero del lavoro e delle politiche sociali delle competenze in materia di verifica e controllo del rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantite su tutto il territorio nazionale;
s) mantenimento in capo alle regioni ed alle province autonome delle competenze in materia di programmazione delle politiche attive del lavoro;
t) attivazione del soggetto che cerca lavoro, in quanto mai occupato, espulso o beneficiario di ammortizzatori sociali, al fine di incentivarne la ricerca attiva di una nuova occupazione, secondo percorsi personalizzati di istruzione, formazione professionale e lavoro;
u) valorizzazione del sistema informativo per la gestione del mercato del lavoro ed il monitoraggio delle prestazioni erogate, anche attraverso l’istituzione del fascicolo elettronico unico contenente le informazioni relative ai percorsi educativi e formativi, ai periodi lavorativi, alla fruizione di provvidenze pubbliche ed ai versamenti contributivi;
v) integrazione del sistema informativo del fascicolo elettronico unico con la raccolta sistematica dei dati disponibili nel collocamento mirato, nonché di dati relativi alle buone pratiche di inclusione lavorativa delle persone con disabilità e agli ausili ed adattamenti utilizzati sui luoghi di lavoro;
w) semplificazione amministrativa in materia di lavoro e politica attiva, con l’impiego delle tecnologie informatiche, secondo le regole tecniche in materia di interoperabilità e scambio dei dati allo scopo di rafforzare l’azione dei servizi pubblici nella gestione delle politiche attive e favorire la cooperazione con i servizi privati, anche mediante la previsione di strumenti atti a favorire il conferimento al sistema nazionale per l’impiego delle informazioni relative ai posti di lavoro vacanti.

2.1 Le politiche attive
I Centri per l’impiego, titolari di competenze in materia di politiche attive, operano a livello provinciale, nel quadro dell’attività di programmazione definita dalle Regioni.

L’articolo 4 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 (adottato in attuazione della legge 14 febbraio 2003, n. 30, c.d. legge Biagi) ha previsto l’istituzione, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di un apposito albo delle agenzie per il lavoro ai fini dello svolgimento delle attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione del personale, supporto alla ricollocazione professionale.
Spetta al Ministero del lavoro e delle politiche sociali rilasciare, entro sessanta giorni dalla richiesta e previo accertamento della sussistenza dei requisiti giuridici e finanziari, l’autorizzazione provvisoria all’esercizio delle attività per le quali viene fatta richiesta di autorizzazione, provvedendo contestualmente alla iscrizione delle agenzie nel predetto albo.
A seguito del decreto legislativo in questione, le attività di collocamento sono svolte, oltre che da soggetti pubblici, anche da soggetti privati accreditati.

L’articolo 8 del decreto-legge 28 luglio 2013, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 99 (Primi interventi urgenti per la promozione dell’occupazione, in particolare giovanile, della coesione sociale, nonché in materia di Imposta sul valore aggiunto (IVA) e altre misure finanziarie urgenti) ha previsto l’istituzione, nell’ambito delle strutture del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, della “Banca dati delle politiche attive e passive” al fine di razionalizzare gli interventi di politica attiva di tutti gli organismi centrali e territoriali coinvolti e di garantire una immediata attivazione della Garanzia per i Giovani. La Banca dati raccoglie le informazioni concernenti i soggetti da collocare nel mercato del lavoro, i servizi erogati per una loro migliore collocazione nel mercato stesso e le opportunità di impiego.

L’articolo 1, comma 215, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilità 2014) ha istituito, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, il Fondo per le politiche attive del lavoro (con dotazione pari a 15 milioni di euro per il 2014 e a 20 milioni di euro annui per il biennio 2015-2016), per la realizzazione, con decreto di natura non regolamentare del Ministero del lavoro e delle politiche sociali (lo schema del decreto è attualmente all’esame della Corte dei Conti dopo il parere favorevole della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome) di iniziative, anche sperimentali, volte a potenziare le politiche attive del lavoro, tra le quali la sperimentazione regionale del contratto di ricollocazione.

INCENTIVI ALLE ASSUNZIONI FONTE NORMATIVA
Credito d’imposta per lavoratori svantaggiati (ossia privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi o di un diploma di scuola media superiore o professionale) assunti a tempo indeterminato nel mezzogiorno nei 12 mesi successivi all’entrata in vigore del D.L. 40/2011 (in caso di assunzione a part-time il credito spetta proporzionalmente alle ore prestate) in misura del 50% dei costi salariali sostenuti nei 12 mesi successivi ad assunzione per lavoratori svantaggiati e 24 mesi per lavoratori molto svantaggiati D.L. 70/2011, articolo 2
Credito d’imposta per assunzioni a tempo indeterminato di soggetti con profili altamente qualificati, pari al 35 per cento del costo aziendale sostenuto per l’assunzione (con limite massimo di 200.000 euro) D.L. 83/2012, articolo 24
Credito d’imposta per assunzioni a tempo indeterminato di soggetti con profili altamente qualificati, pari al 35 per cento del costo aziendale sostenuto per l’assunzione (con limite massimo di 200.000 euro) D.L. 83/2012, articolo 24
Accesso a prestiti agevolati (di durata massima pari a 6 anni) per assunzioni di soggetti under 35 D.L. 83/2012
Incentivo sperimentale per assunzioni a tempo indeterminato (entro il 30 giugno 2015) di lavoratori di età compresa tra i 18 ed i 29 anni, che rientrino nella categoria dei lavoratori svantaggiati D.L. 76/2013, articolo 1
Credito d’imposta, per le imprese che investono in attività di ricerca e sviluppo, pari al 50 per cento delle spese incrementali sostenute dalle imprese rispetto all’anno precedente (con agevolazione massima di 2,5 milioni di euro per impresa e spesa minima di 50.000 € in ricerca e sviluppo per poter accedere all’agevolazione), con ammissione, ai fini della determinazione del credito d’imposta, delle spese relative al personale impiegato nelle attività dì ricerca e sviluppo L. 145/2013, articolo 3
Riduzione del 10 per cento delle aliquote ordinarie IRAP per tutti i settori di attività economica a decorrere dal periodo d’imposta 2014 D.L. 66/2014, articolo 2
Applicazione a regime delle deduzioni IRAP per l’incremento di base occupazionale L. 147/2013, articolo 1, comma 132
Deducibilità ai fini IRAP per determinate categorie di lavoratori (in particolare per agevolare l’assunzione di lavoratrici e giovani sotto i 35 anni) D.L. 201/2011, articolo 2; 228/2012, articolo 1, c. 483-485
Credito di imposta alle imprese che assumono, per un periodo di tempo non inferiore a trenta giorni, lavoratori detenuti o internati, anche ammessi al lavoro all’esterno ovvero semiliberi provenienti dalla detenzione, o che svolgono effettivamente attività formative nei loro confronti. Tale credito di imposta è determinato, per ogni lavoratore assunto, nella misura massima di 700 euro mensili nel caso di lavoratori detenuti o internati anche ammessi al lavoro esterno, ovvero di 350 euro nel caso di lavoratori semiliberi Articolo 3 della legge n. 193 del 2000 (modificato ed integrato dall’articolo 3-bis del D.L. n. 78 del 2013 e dall’articolo 7, comma 8, del D.L. n. 101 del 2013)
Sgravio contributivo per i datori di lavoro (comprese le società cooperative che assumono soci lavoratori con rapporto di subordinazione) che assumono lavoratori disoccupati da almeno 24 mesi a tempo indeterminato (anche part-time)
Sgravio pari al 50% per 36 mesi per le imprese diverse da quelle artigiane, sgravio pari al 100% per 36 mesi per le imprese artigiane e quelle operanti nel Mezzogiorno L. 407/1990, articolo 8, comma 9
Sgravio contributivo (fino al 31 dicembre 2016) per i datori di lavoro (comprese le società cooperative che assumono soci lavoratori con rapporto di subordinazione) che assumono lavoratori in mobilità con contratti a tempo determinato (anche part-time) consistente nell’applicazione dell’aliquota contributiva per gli apprendisti (10%) per un periodo di 12 mesi. In caso di trasformazione dei contratto a tempo indeterminato, il beneficio contributivo spetta per ulteriori 12 mesi L. 223/1991, articolo 8, comma 2
Sgravio contributivo (valido fino al 31 dicembre 2016) per i datori di lavoro (comprese le società cooperative che assumono soci lavoratori con rapporto di subordinazione) che assumono lavoratori in mobilità con contratti a tempo indeterminato consistente nell’applicazione dell’aliquota contributiva per gli apprendisti (10%) per un periodo di 18 mesi L. 223/1991, articolo 25, comma 9
Sgravio contributivo pari al 100% per l’assicurazione obbligatoria previdenziale e assistenziale dovute dalle cooperative sociali, relativamente alla retribuzione corrisposta alle persone svantaggiate, per l’assunzione di persone svantaggiate in qualità dì soci lavoratori o dipendenti. Nel caso di assunzione di detenuti le aliquote contributive sono ridotte nella misura percentuale individuata ogni due anni con apposito decreto interministeriale e trovano applicazione per un periodo successivo alla cessazione dello stato di detenzione di 18 mesi per i detenuti ed internati che abbiano beneficiato di misure alternative alla detenzione o del lavoro all’esterno e di 24 mesi per i detenuti ed internati che non ne abbiano beneficiato (il D.M. 9 novembre 2001 ha ridotto le aliquote nella misura dell’80%) L. 381/1991, articolo4, commi 1, 3 e 3-ù/s; L. 448/1998, articolo 51
Sgravio contributivo a carico del datore di lavoro pari al 10% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali per 12 mesi per assunzione a tempo pieno e indeterminato di lavoratori che abbiano fruito della CIGS per almeno 3 mesi, anche non continuativi, e dipendenti di aziende beneficiarie di CIGS da almeno 6 mesi. Dall’agevolazione è esclusa la quota a carico del lavoratore che è dovuta per intero come per la generalità dei dipendenti D.L. 148/1993, articolo 4, comma 3; L 223/1991, articolo 8, comma 4
Sgravio contributivo sulla contribuzione complessiva (comprensiva delle quote del datore di lavoro e del dirigente) ridotta al 50% per una durata non superiore a 12 mesi per i datori di lavoro (imprese che occupano meno di 250 dipendenti) e consorzi tra di esse che assumono con contratto di lavoro a termine dirigenti disoccupati L. 266/1997, articolo 20
Sgravio contributivo (50% dei contributi a carico del datore di lavoro e dei premi assicurativi INAIL, per un massimo di 12 mesi) per il datore di lavoro (con meno di 20 dipendenti) che assume a tempo determinato per sostituzione di lavoratrice in astensione obbligatoria o facoltativa per maternità D.Lgs. 151/2001, articolo 4, commi 3, 4, 5
Sgravio contributivo per le agenzie di somministrazione che assumono (con contratto dì durata tra 9 e 12 mesi) lavoratori svantaggiati (ex Regolamento CE 2008) che stiano usufruendo di una indennità di disoccupazione, mobilità, ASU o altri sostegni al reddito (consistente nella detrazione dai contributi dovuti l’ammontare dei contributi figurativi) D.Lgs. 176/2003, articolo 13
Sgravio contributivo del 100% per i primi 3 anni per i datori di lavoro (fino a 9 dipendenti) che assumono (con contratti stipulati nel quadriennio 2012-2016) apprendisti (contribuzione al 10% per gli anni successivi al terzo. In caso di trasformazione del rapporto di lavoro dopo il periodo di apprendistato l’agevolazione contributiva del 10% viene riconosciuta per 12 mesi successivi) DLgs 167/2011 L 183/2011 articolo 22 comma 1
Sgravio contributivo per i datori di lavoro (comprese le società cooperative che assumono soci lavoratori con rapporto di subordinazione) che assumono lavoratori in mobilità con contratti di apprendistato consistente nell’applicazione dell’aliquota contributiva per gli apprendisti (10%) per un periodo di 18 mesi DLgs 167/2011 articolo 7 comma 4
Sgravio contributivo (per assunzioni a tempo determinato 50% dei contributi a carico del datore di lavoro per un massimo di 12 mesi per assunzioni a tempo indeterminato 50% dei contributi a carico del datore di lavoro per un massimo di 18 mesi) per assunzione di donne prive di impiego da almeno 24 mesi (6 mesi se residenti in regioni svantaggiate). In caso di trasformazione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato, la riduzione dei contributi si prolunga fino al 18° mese dalla data di assunzione L. 92/2012 articolo 4 commi 8 12
Sgravio contributivo (per assunzioni a tempo determinato 50% dei contributi a carico del datore di lavoro per un massimo di 12 mesi; per assunzioni a tempo indeterminato 50% dei contributi a carico del datore di lavoro per un massimo di 18 mesi) per assunzione lavoratori di età pari o superiore a 50 anni disoccupati da oltre 12 mesi L. 92/2012 articolo 4 commi 8-12
Incentivo a favore dei datori di lavoro imprenditori agricoli per assunzioni a tempo indeterminato o con contratto di lavoro a tempo determinato di durata almeno triennale redatto in forma scritta e che garantisca al lavoratore un periodo di occupazione minima di 102 giornate all’anno (dal 1° luglio 2014 al 30 giugno 2015) di lavoratori di età compresa tra i 18 ed i 35 anni, che rientrino nella categoria dei lavoratori svantaggiati. D.L. 91/2014 articolo 5

Fonte: Dossier n. 226/1 del Servizio Studi della Camera dei deputati

A.S. 1428 A.C. 2660
Testo iniziale
presentato dal Governo Testo approvato dal Senato Testo approvato dalla Camera
Art. 2.
(Delega al Governo in materia di servizi
per il lavoro e politiche attive) Art. 2.
(Delega al Governo in materia di servizi
per il lavoro e politiche attive) Art. 2
1. Allo scopo di garantire la fruizione dei servizi essenziali in materia di politica attiva del lavoro su tutto il territorio nazionale, nonché di assicurare l’esercizio unitario delle relative funzioni amministrative, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto, per i profili di rispettiva competenza, con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, ai sensi dell’articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, uno o più decreti legislativi finalizzati al riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e le politiche attive. In mancanza dell’intesa nel termine di cui all’articolo 3 del citato decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, il Consiglio dei ministri provvede con deliberazione motivata ai sensi del medesimo articolo 3.

2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) razionalizzazione degli incentivi all’assunzione esistenti, da collegare alle caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi una minore probabilità di trovare occupazione;

b) razionalizzazione degli incentivi per l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità, con la previsione di una cornice giuridica nazionale volta a costituire il punto di riferimento anche per gli interventi posti in essere da regioni e province autonome;

c) istituzione, ai sensi dell’articolo 8 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, di un’Agenzia nazionale per l’occupazione, di seguito denominata «Agenzia», partecipata da Stato, regioni e province autonome, vigilata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al cui funzionamento si provvede con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente;

d) coinvolgimento delle parti sociali nella definizione delle linee di indirizzo generali dell’azione dell’Agenzia;
e) attribuzione all’Agenzia delle competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e ASpI;
f) razionalizzazione degli enti e uffici che, anche all’interno del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, delle regioni e delle province, operano in materia di politiche attive del lavoro, servizi per l’impiego e ammortizzatori sociali, allo scopo di evitare sovrapposizioni e di consentire l’invarianza di spesa, mediante l’utilizzo delle risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente;
g) possibilità di far confluire nei ruoli delle amministrazioni vigilanti o dell’Agenzia il personale proveniente dalle amministrazioni o uffici soppressi o riorganizzati in attuazione della lettera f) nonché di altre amministrazioni;

h) rafforzamento delle funzioni di monitoraggio e valutazione delle politiche e dei servizi;
i) valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati, al fine di rafforzare le capacità d’incontro tra domanda e offerta di lavoro, prevedendo, a tal fine, la definizione dei criteri per l’accreditamento e l’autorizzazione dei soggetti che operano sul mercato del lavoro e la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni nei servizi pubblici per l’impiego;

l) introduzione di modelli sperimentali, che prevedano l’utilizzo di strumenti per incentivare il collocamento dei soggetti in cerca di lavoro e che tengano anche conto delle esperienze più significative realizzate a livello regionale;
m) previsione di meccanismi di raccordo tra l’Agenzia e l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), sia a livello centrale che a livello territoriale;

n) previsione di meccanismi di raccordo tra l’Agenzia e gli enti che, a livello centrale e territoriale, esercitano competenze in materia di incentivi all’autoimpiego e all’autoimprenditorialità;
o) mantenimento in capo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali delle competenze in materia di definizione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantite su tutto il territorio nazionale;

p) mantenimento in capo alle regioni e alle province autonome delle competenze in materia di programmazione delle politiche attive del lavoro;

q) attivazione del soggetto che cerca lavoro, in quanto mai occupato, espulso o beneficiario di ammortizzatori sociali, al fine di incentivarne la ricerca attiva di una nuova occupazione, secondo percorsi personalizzati, anche mediante l’adozione di strumenti di segmentazione dell’utenza basati sull’osservazione statistica;

r) valorizzazione del sistema informativo per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate;

s) completamento della semplificazione amministrativa in materia di lavoro e politiche attive, con l’ausilio delle tecnologie informatiche, allo scopo di reindirizzare l’azione dei servizi pubblici nella gestione delle politiche attive. 3.

Le disposizioni del presente comma e quelle dei decreti legislativi emanati in attuazione dello stesso si applicano nei confronti delle province autonome di Trento e Bolzano in conformità a quanto previsto dai rispettivi statuti speciali e dalle relative norme di attuazione nonché dal decreto legislativo 21 settembre 1995, n. 430. (Berger – Aut)
4.

a) razionalizzazione degli incentivi all’assunzione esistenti, da collegare alle caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi una minore probabilità di trovare occupazione e a criteri di valutazione e di verifica dell’efficacia e dell’impatto; (Munerato – LN e id. Catalfo – M5S)
b)

c) istituzione, ai sensi dell’articolo 8 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, di un’Agenzia nazionale per l’occupazione, di seguito denominata «Agenzia», partecipata da Stato, regioni e province autonome, vigilata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al cui funzionamento si provvede con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente e mediante quanto previsto dalla lettera f) (maxiemendamento – id. emend. 2.223 Pagliari – PD);

d)

e) attribuzione all’Agenzia di competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e ASpI; (Munerato – LN)
f) razionalizzazione degli enti strumentali e degli uffici del Ministero del lavoro e delle politiche sociali allo scopo di aumentare l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa, mediante l’utilizzo di risorse umane, strumentali e finanziarie già disponibili a legislazione vigente; (Parente – PD)

g) razionalizzazione e revisione delle procedure e degli adempimenti in materia di inserimento mirato delle persone con disabilità di cui alla legge 23 marzo 1999, n. 68 e degli altri soggetti aventi diritto al collocamento obbligatorio, al fine di favorirne l’inserimento e l’integrazione nel mercato del lavoro; (Guerra – PD)

h) possibilità di far confluire, in via prioritaria, nei ruoli delle amministrazioni vigilanti o dell’Agenzia il personale proveniente dalle amministrazioni o uffici soppressi o riorganizzati in attuazione della lettera f) nonché di altre amministrazioni; (Relatore)
i) individuazione del comparto contrattuale del personale dell’Agenzia con modalità tali da garantire l’invarianza di oneri per la finanza pubblica;
l) determinazione della dotazione organica di fatto dell’Agenzia attraverso la corrispondente riduzione delle posizioni presenti nella pianta organica di fatto delle amministrazioni di provenienza del personale ricollocato presso l’Agenzia medesima; (Relatore)
m)

n)

o) valorizzazione della bilateralità attraverso il riordino della disciplina vigente in materia, nel rispetto dei principi di sussidiarietà, flessibilità e prossimità anche al fine di definire un sistema di monitoraggio e controllo sui risultati dei servizi di welfare erogati; (Pagano – NCD – id. Marinello – NCD e Pezzopane – PD)
p) introduzione di principi di politica attiva del lavoro che prevedano la promozione di un collegamento tra misure di sostegno al reddito della persona inoccupata o disoccupata e misure volte al suo inserimento nel tessuto produttivo, anche attraverso la conclusione di accordi per la ricollocazione che vedano come parte le agenzie per il lavoro o altri operatori accreditati, con obbligo di presa in carico, e la previsione di adeguati strumenti e forme di remunerazione, proporzionate alla difficoltà di collocamento, a fronte dell’effettivo inserimento almeno per un congruo periodo, a carico di fondi regionali a ciò destinati, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica statale o regionale; (Ichino – SCpI)
q) introduzione di modelli sperimentali, che prevedano l’utilizzo di strumenti per incentivare il collocamento dei soggetti in cerca di lavoro e che tengano anche conto delle buone pratiche realizzate a livello regionale; (Parente – PD)
r)

s)

t) attribuzione al Ministero del lavoro e delle politiche sociali delle competenze in materia di verifica e controllo del rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantite su tutto il territorio nazionale; (R. Ghedini – PD)
u) mantenimento in capo alle regioni e alle province autonome delle competenze in materia di programmazione di (maxiemendamento – id. emend. 2.253 Pagliari – PD) politiche attive del lavoro;
v) attivazione del soggetto che cerca lavoro, in quanto mai occupato, espulso dal mercato del lavoro (Relatore – coordinamento) o beneficiario di ammortizzatori sociali, al fine di incentivarne la ricerca attiva di una nuova occupazione, secondo percorsi personalizzati, anche mediante l’adozione di strumenti di segmentazione dell’utenza basati sull’osservazione statistica;

z) valorizzazione del sistema informativo per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate, anche attraverso l’istituzione del fascicolo elettronico unico contenente le informazioni relative ai percorsi educativi e formativi, ai periodi lavorativi, alla fruizione di provvidenze pubbliche ed ai versamenti contributivi; (Pagano – NCD)

aa) integrazione del sistema informativo di cui alla lettera z) con la raccolta sistematica dei dati disponibili nel collocamento mirato nonché di dati relativi alle buone pratiche di inclusione lavorativa delle persone con disabilità e agli ausili ed adattamenti utilizzati sui luoghi di lavoro; (Guerra – PD)
bb) semplificazione amministrativa in materia di lavoro e politiche attive, con l’impiego delle tecnologie informatiche, secondo le regole tecniche in materia di interoperabilità e scambio dei dati definite dal codice di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, allo scopo di rafforzare l’azione dei servizi pubblici nella gestione delle politiche attive e favorire la cooperazione con i servizi privati, anche mediante la previsione di strumenti atti a favorire il conferimento al sistema nazionale per l’impiego delle informazioni relative ai posti di lavoro vacanti. (Catalfo – M5S) 3.

4.

a)

b) razionalizzazione degli incentivi per l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità, anche nella forma dell’acquisizione delle imprese in crisi da parte dei dipendenti, (Polverini – FI) con la previsione di una cornice giuridica nazionale volta a costituire il punto di riferimento anche per gli interventi posti in essere da regioni e province autonome;
c) istituzione, anche (Dell’Aringa – PD) ai sensi dell’articolo 8 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, di un’Agenzia nazionale per l’occupazione, di seguito denominata «Agenzia», partecipata da Stato, regioni e province autonome, vigilata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al cui funzionamento si provvede con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente e mediante quanto previsto dalla lettera f);
d)

e)

f)

g) razionalizzazione e revisione delle procedure e degli adempimenti in materia di inserimento mirato delle persone con disabilità di cui alla legge 23 marzo 1999, n. 68 e degli altri soggetti aventi diritto al collocamento obbligatorio, al fine di favorirne l’inclusione sociale, (Placido – SEL) l’inserimento e l’integrazione nel mercato del lavoro, avendo cura di valorizzare le competenze delle persone; (Binetti – PI)
h)

i)

l)

m)

n) valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati, nonché operatori del terzo settore, dell’istruzione secondaria, professionale e universitaria (Dellai – PI), anche mediante lo scambio di informazioni sul profilo curriculare dei soggetti inoccupati o disoccupati, (Prataviera – LN) al fine di rafforzare le capacità d’incontro tra domanda e offerta di lavoro, prevedendo, a tal fine, la definizione dei criteri per l’accreditamento e l’autorizzazione dei soggetti che operano sul mercato del lavoro e la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni nei servizi pubblici per l’impiego;
o)

p)

q)

r) previsione di meccanismi di raccordo e di coordinamento delle funzioni tra l’Agenzia e l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), sia a livello centrale che a livello territoriale, al fine di tendere a una maggiore integrazione delle politiche attive e delle politiche di sostegno al reddito; (Dell’Aringa – PD)
s)

t)

u)

v) attivazione del soggetto che cerca lavoro, in quanto mai occupato, espulso dal mercato del lavoro o beneficiario di ammortizzatori sociali, al fine di incentivarne la ricerca attiva di una nuova occupazione, secondo percorsi personalizzati, di istruzione, formazione professionale e lavoro (Dell’Aringa – PD, Pizzolante – NCD) anche mediante l’adozione di strumenti di segmentazione dell’utenza basati sull’osservazione statistica;
z) valorizzazione del sistema informativo per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate, anche attraverso l’istituzione del fascicolo elettronico unico contenente le informazioni relative ai percorsi educativi e formativi, ai periodi lavorativi, alla fruizione di provvidenze pubbliche ed ai versamenti contributivi, assicurando il coordinamento con quanto previsto dal comma 6, lettera i); (Placido – SEL)
aa)

bb)

SEMPLIFICAZIONE DELLE PROCEDURE
E DEGLI ADEMPIMENTI

3. La delega al Governo in materia di semplificazione delle procedure e degli adempimenti.

Il disegno di legge prevede una notevole semplificazione delle procedure, unitamente alla previsione di una maggiore partecipazione alla stessa da parte degli enti.
I commi 5 e 6 dell’articolo 1, infatti, recano una delega al Governo per la definizione di norme di semplificazione e di razionalizzazione delle procedure e degli adempimenti, a carico di cittadini e imprese, relativi alla costituzione ed alla gestione dei rapporti di lavoro, nonché in materia di igiene e sicurezza sul lavoro.

I principi ed i criteri direttivi per l’esercizio della delega prevedono:
a) la razionalizzazione e la semplificazione (anche mediante abrogazione di norme) delle procedure e degli adempimenti connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro;
b) la semplificazione, anche mediante norme di carattere interpretativo, o abrogazione delle disposizioni interessate da rilevanti contrasti interpretativi, giurisprudenziali o amministrativi;
c) l’unificazione delle comunicazioni alle pubbliche amministrazioni per i medesimi eventi e l’obbligo delle stesse amministrazioni di trasmetterle alle altre amministrazioni competenti;
d) l’introduzione del divieto per le pubbliche amministrazioni di richiedere dati dei quali esse siano in possesso;
e) il “rafforzamento” del sistema di trasmissione delle comunicazioni in via telematica e l’abolizione della tenuta di documenti cartacei;
f) la revisione del regime delle sanzioni, tenendo conto dell’eventuale natura formale della violazione, in modo da favorire l’immediata eliminazione degli effetti della condotta illecita, nonché la valorizzazione degli istituti di tipo premiale;
g) la previsione di modalità semplificate per garantire data certa nonché l’autenticità della manifestazione di volontà della lavoratrice o del lavoratore in relazione alle dimissioni o alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, anche tenuto conto della necessità di assicurare la certezza della cessazione del rapporto nel caso di comportamento concludente in tal senso della lavoratrice o del lavoratore (dimissioni in bianco);
h) l’individuazione di modalità organizzative e gestionali che consentano di svolgere, esclusivamente in via telematica, tutti gli adempimenti di carattere amministrativo connessi con la costituzione, la gestione e la cessazione del rapporto di lavoro. Tale revisione è operata anche con riferimento al sistema dell’apprendimento permanente;
i) la revisione degli adempimenti in materia di libretto formativo del cittadino, anche con riferimento al sistema dell’apprendimento permanente;
j) la promozione del principio di legalità e priorità delle politiche volte a prevenire e scoraggiare il lavoro sommerso in tutte le sue forme, ai sensi di due risoluzioni del Parlamento europeo (la risoluzione ((2008/2035(NI)) sul rafforzamento della lotta al lavoro sommerso e la risoluzione ((2013/2112(INI)) sulla necessità di incrementare il personale e le risorse necessarie per effettuare le ispezioni sul lavoro negli Stati membri).

A.S. 1428 A.C. 2660
Testo iniziale
presentato dal Governo Testo approvato dal Senato Testo approvato dalla Camera
Art. 3.
(Delega al Governo in materia di semplificazione delle procedure e degli adempimenti) Art. 3.
(Delega al Governo in materia di semplificazione delle procedure e degli adempimenti)
1. Allo scopo di conseguire obiettivi di semplificazione e razionalizzazione delle procedure di costituzione e gestione dei rapporti
di lavoro, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, uno o più decreti legislativi, contenenti disposizioni di semplificazione e razionalizzazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese.

2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti, anche mediante abrogazione di norme, connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro, con l’obiettivo di dimezzare il numero di atti di gestione, del medesimo rapporto, di carattere amministrativo;

b) eliminazione e semplificazione, anche mediante norme di carattere interpretativo, delle norme interessate da rilevanti contrasti interpretativi, giurisprudenziali o amministrativi;

c) unificazione delle comunicazioni alle pubbliche amministrazioni per i medesimi eventi, quali in particolare gli infortuni sul lavoro, e obbligo delle stesse amministrazioni di trasmetterle alle altre amministrazioni competenti;

d) rafforzamento del sistema di trasmissione delle comunicazioni in via telematica e abolizione della tenuta di documenti cartacei;
e) revisione del regime delle sanzioni, tenendo conto dell’eventuale natura formale della violazione, in modo da favorire l’immediata eliminazione degli effetti della condotta illecita, nonché valorizzazione degli istituti di tipo premiale;

f) individuazione di modalità organizzative e gestionali che consentano di svolgere esclusivamente in via telematica tutti gli adempimenti di carattere amministrativo connessi con la costituzione, la gestione e la cessazione del rapporto di lavoro;
g) revisione degli adempimenti in materia di libretto formativo del cittadino, in un’ottica di integrazione nell’ambito della dorsale informativa di cui all’articolo 4, comma 51, della legge 28 giugno 2012, n. 92, e della banca dati delle politiche attive e passive del lavoro di cui all’articolo 8 del decreto-legge 28 giugno 2013, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 99. 1. Allo scopo di conseguire obiettivi di semplificazione e razionalizzazione delle procedure di costituzione e gestione dei rapporti
di lavoro, nonché in materia di igiene e sicurezza sul lavoro (Fucksia – M5S), il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, uno o più decreti legislativi, contenenti disposizioni di semplificazione e razionalizzazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese.
6.

a)

b)

c) unificazione delle comunicazioni alle pubbliche amministrazioni per i medesimi eventi e obbligo delle stesse amministrazioni di trasmetterle alle altre amministrazioni competenti; (Parente – PD)
d) introduzione del divieto per le pubbliche amministrazioni di richiedere dati dei quali esse sono in possesso; (Berger – Aut)
e)

f)

g) previsione di modalità semplificate per garantire data certa nonché l’autenticità della manifestazione di volontà del lavoratore in relazione alle dimissioni o alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, anche tenuto conto della necessità di assicurare la certezza della cessazione del rapporto nel caso di comportamento concludente in tal senso del lavoratore; (Gatti – PD)

h)

i)

l) promozione del principio di legalità e priorità delle politiche volte a prevenire e scoraggiare il lavoro sommerso in tutte le sue forme ai sensi delle Risoluzioni del Parlamento europeo del 9 ottobre 2008 sul rafforzamento della lotta al lavoro sommerso (2008/2035(INI)) e del 14 gennaio 2014 sulle ispezioni sul lavoro efficaci come strategia per migliorare le condizioni di lavoro in Europa (2013/2112(INI)) (R. Ghedini – PD 5.

6.

a) razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti, anche mediante abrogazione di norme, connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro, con l’obiettivo di ridurre drasticamente (Rostellato – M5S) il numero di atti di gestione, del medesimo rapporto, di carattere amministrativo;
b) semplificazione, anche mediante norme di carattere interpretativo, o abrogazione, (Gnecchi – PD) delle norme interessate da rilevanti contrasti interpretativi, giurisprudenziali o amministrativi;
c)

d)

e)

f)

g) previsione di modalità semplificate per garantire data certa nonché l’autenticità della manifestazione di volontà della lavoratrice o (Di Salvo – PD) del lavoratore in relazione alle dimissioni o alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, anche tenuto conto della necessità di assicurare la certezza della cessazione del rapporto nel caso di comportamento concludente in tal senso della lavoratrice o del lavoratore;
h)

i) revisione degli adempimenti in materia di libretto formativo del cittadino, in un’ottica di integrazione nell’ambito della dorsale informativa di cui all’articolo 4, comma 51, della legge 28 giugno 2012, n. 92, e della banca dati delle politiche attive e passive del lavoro di cui all’articolo 8 del decreto-legge 28 giugno 2013, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 99, anche con riferimento al sistema dell’apprendimento permanente. (Di Salvo – PD, Airaudo – SEL, Gregori – PD)
l)

RIORDINO DELLE FORME CONTRATTUALI

Il comma 7 dell’articolo 1 reca una delega al Governo per il riordino e la semplificazione delle tipologie di contratti di lavoro, allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo e di rendere più efficiente l’attività ispettiva.

I principi ed i criteri direttivi per l’esercizio della delega prevedono:
a) l’individuazione e l’analisi di tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo, nazionale ed internazionale, in funzione di interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali;
b) la promozione, in coerenza con le indicazioni europee, del contratto a tempo indeterminato come forma comune di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti;
c) la previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio, escludendo per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l’impugnazione del licenziamento (per un approfondimento della disciplina vigente in materia di licenziamenti, vedi la nota n. 2);
d) il rafforzamento degli strumenti per favorire l’alternanza tra scuola e lavoro;
e) la revisione della disciplina delle mansioni, in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale individuati sulla base di parametri oggettivi, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita ed economiche, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento; previsione che la contrattazione collettiva, anche aziendale ovvero di secondo livello, stipulata con le organizzazioni sindacali dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale a livello interconfederale o di categoria possa individuare ulteriori ipotesi rispetto a quelle disposte ai sensi della presente lettera;
f) la revisione della disciplina dei controlli a distanza sugli impianti e sugli strumenti di lavoro, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore.
Si ricorda che la disciplina vigente in materia è posta dall’articolo 4 della legge 20 maggio 1970, n. 300, che prevede il divieto di uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, consentendo soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di accordo, sulla base di un provvedimento della direzione provinciale del lavoro, l’installazione di impianti e di apparecchiature di controllo che, da un lato, siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro e che, d’altro lato, determinino anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori;
g) l’introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché, fino al loro superamento, ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano sociale. Riguardo a questa modifica introdotta dal Governo si segnala, da un lato, la previsione secondo cui il compenso orario minimo potrà essere adottato SOLO nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, dall’altro, l’estensione del compenso orario minimo ANCHE ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa.
Si ricorda che nell’attuale ordinamento, non esiste un livello minimo di retribuzione fissato in via legislativa, mentre trovano applicazione, per i relativi settori, i livelli minimi di retribuzione stabiliti dai singoli contratti collettivi per ciascuna qualifica e mansione – livelli che, in base ad una consolidata giurisprudenza, si applicano anche ai lavoratori non iscritti alle associazioni sindacali firmatarie dei contratti;
h) la previsione, tenuto conto di quanto disposto dall’articolo 70 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, che fa riferimento a compensi non superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare, della possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, nei diversi settori produttivi, fatta salva la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati, con contestuale rideterminazione contributiva. Tale estensione deve essere attuata secondo linee coerenti con il principio di delega concernente l’individuazione e l’analisi di tutte le forme contrattuali esistenti “ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, in funzione di interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali”;
i) l’abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato, al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative;
j) la razionalizzazione e la semplificazione dell’attività ispettiva, attraverso misure di coordinamento ovvero attraverso l’istituzione di una Agenzia unica per le ispezioni del lavoro, tramite l’integrazione in un’unica struttura dei servizi ispettivi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’INPS e dell’INAIL, prevedendo strumenti e forme di coordinamento con i servizi ispettivi delle ASL e delle ARPA.

A.S. 1428 A.C. 2660
Testo iniziale
presentato dal Governo Testo approvato dal Senato Testo approvato dalla Camera
Art. 4.
(Delega al Governo in materia di riordino delle forme contrattuali) Art. 4.
(Delega al Governo in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro, delle forme contrattuali e dell’attività ispettiva) (Governo)
1. Allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi recanti misure per il riordino e la semplificazione delle tipologie contrattuali esistenti, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi che tengano altresì conto degli obiettivi indicati dagli orientamenti annuali dell’Unione europea in materia di occupabilità:

a) individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali;

b) redazione di un testo organico di disciplina delle tipologie contrattuali dei rapporti di lavoro, semplificate secondo quanto indicato alla lettera a), che possa anche prevedere l’introduzione, eventualmente in via sperimentale, di ulteriori tipologie contrattuali espressamente volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, con tutele crescenti per i lavoratori coinvolti;

c) introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile a tutti i rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;

d) previsione della possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, in tutti i settori produttivi, attraverso l’elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti e assicurando la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati;

e) abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con il testo di cui alla lettera b), al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative. 1. Allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo e di rendere più efficiente l’attività ispettiva, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, di cui uno recante un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi, in coerenza con la regolazione comunitaria e le convenzioni internazionali (Governo):
a) individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali (maxiemendamento – vedi em. 4.227 Ricchiuti – PD, em. 4.236 Verducci – PD e 4.237 Ricchiuti – PD);
b) promuovere, in coerenza con le indicazioni europee, il contratto a tempo indeterminato, come forma privilegiata di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti (maxiemendamento vedi em. 4.241 Gatti – PD e em. 4.242 Verducci -PD);
c) previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio (Governo);

d) revisione della disciplina delle mansioni, in caso di processi di riorganizzazione, ristruttura-zione o conversione aziendale individuati sulla base di parametri oggettivi, contempe-rando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita ed economiche, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento; previsione che la contrattazione collettiva, anche aziendale ovvero di secondo livello, stipulata con le organizzazioni sindacali dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale a livello interconfe-derale o di categoria possa individuare ulteriori ipotesi rispetto a quelle disposte ai sensi del presente lettera (maxiemendamento – vedi em. 4.263 Guerra – PD);
e) revisione della disciplina dei controlli a distanza, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore (Governo);

f) introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, (Governo) previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;

g) previsione, tenuto conto di quanto disposto dall’articolo 70 del decreto legislativo 10 settembre 200, n. 276, della possibilita` di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attivita` lavorative discontinue e occasionali nei diversi settori produttivi, fatta salva la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati, con contestuale rideterminazione contributiva di cui all’articolo 72, comma 4, ultimo periodo, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276; (maxiemendamento – vedi em. 4.302 – D’Adda)

h) abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato, al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative (Governo);
i) razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva, attraverso misure di coordinamento ovvero attraverso l’istituzione, ai sensi dell’articolo 8 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, di una Agenzia unica per le ispezioni del lavoro, tramite l’integrazione in un’unica struttura dei servizi ispettivi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’INPS e dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL), prevedendo strumenti e forme di coordinamento con i servizi ispettivi delle aziende sanitarie locali e delle agenzie regionali per la protezione ambientale. (Governo) 7.

a)

b) promuovere, in coerenza con le indicazioni europee, il contratto a tempo indeterminato, come forma comune (Chimienti – M5S) di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti;

c) previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio, escludendo per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l’impugnazione del licenziamento; (Gnecchi – PD)
d) rafforzamento degli strumenti per favorire l’alternanza tra scuola e lavoro; (Polverini – FI)
e)

f) revisione della disciplina dei controlli a distanza, sugli impianti e sugli strumenti di lavoro (Gnecchi – PD) tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore;
g) introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché, fino al loro superamento, (Gnecchi – PD), ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;
h) previsione, tenuto conto di quanto disposto dall’articolo 70 del decreto legislativo 10 settembre 200, n. 276, della possibilita` di estendere, secondo linee coerenti con quanto disposto dalla lettera a) del presente comma, (Dell’Aringa – PD) il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attivita` lavorative discontinue e occasionali nei diversi settori produttivi, fatta salva la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati, con contestuale rideterminazione contributiva di cui all’articolo 72, comma 4, ultimo periodo, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276;
i)

l)

MATERNITA’ E CONCILIAZIONE DEI TEMPI DI VITA E DI LAVORO

Il comma 8 dell’articolo 1 reca una delega al Governo per la revisione e l’aggiornamento delle misure intese a sostenere le cure parentali e a tutelare la maternità delle lavoratrici e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

I principi ed i criteri direttivi per l’esercizio della delega prevedono:
a) la ricognizione delle categorie di lavoratrici beneficiarie dell’indennità di maternità, nella prospettiva di estendere, eventualmente anche in modo graduale, tale prestazione a tutte le categorie di donne lavoratrici;
b) l’estensione alle lavoratrici madri “parasubordinate” del diritto alla prestazione di maternità anche in assenza del versamento dei contributi da parte del committente (cosiddetto principio di automaticità della prestazione);
c) l’introduzione di un credito d’imposta (inteso ad incentivare il lavoro femminile) per le donne lavoratrici, anche autonome, che abbiano figli minori o disabili non autosufficienti e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito individuale complessivo, nonché l’armonizzazione del regime delle detrazioni (dall’imposta sui redditi) per il coniuge a carico;
d) l’incentivazione di accordi collettivi intesi a facilitare la flessibilità dell’orario di lavoro e la flessibilità dell’impiego di premi di produttività, al fine di favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità di genitore, l’assistenza alle persone non autosufficienti e l’attività lavorativa, anche attraverso il ricorso al telelavoro;
e) l’eventuale riconoscimento, compatibilmente con il diritto ai riposi settimanali ed alle ferie annuali retribuite, della possibilità di cessione fra lavoratori dipendenti dello stesso datore di lavoro di tutti o parte dei giorni di riposo aggiuntivi spettanti in base al contratto collettivo nazionale in favore del lavoratore genitore di figlio minore che necessiti di presenza fisica e cure costanti per le particolari condizioni di salute (cessione delle ferie);
f) la promozione dell’integrazione dell’offerta di servizi per le cure parentali, forniti dalle aziende e dai fondi o enti bilaterali, nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona, anche mediante la promozione dell’impiego ottimale di tali servizi da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti nel territorio in cui sono attivi. L’integrazione deve essere attuata in coordinamento con gli enti locali titolari delle funzioni amministrative;
g) la ricognizione delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, ai fini di poterne valutare la revisione, per garantire una maggiore flessibilità dei relativi congedi obbligatori e parentali, favorendo le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, anche tenuto conto della funzionalità organizzativa all’interno delle imprese;
h) l’estensione dei presenti principi e criteri direttivi ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, con riferimento al riconoscimento della possibilità di fruizione dei congedi parentali in modo frazionato ed alle misure organizzative intese al rafforzamento degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro;
i) l’introduzione di congedi dedicati alle donne inserite nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere debitamente certificati dai servizi sociali del comune di residenza;
j) la semplificazione e la razionalizzazione degli organismi, delle competenze e dei fondi operanti in materia di parità e pari opportunità nel lavoro e riordino delle procedure connesse alla promozione di azioni positive di competenza del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

A.S. 1428 A.C. 2660
Testo iniziale
presentato dal Governo Testo approvato dal Senato Testo approvato dalla Camera
Art. 5.
(Delega al Governo in materia di maternità e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro) Art. 5.
(Delega al Governo per la tutela e la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro) (Parente -PD)
1. Allo scopo di garantire adeguato sostegno alla genitorialità, attraverso misure volte a tutelare la maternità delle lavoratrici e favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per la generalità dei lavoratori, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto, per i profili di rispettiva competenza, con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per la revisione e l’aggiornamento delle misure volte a tutelare la maternità e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) ricognizione delle categorie di lavoratrici beneficiarie dell’indennità di maternità, nella prospettiva di estendere, eventualmente anche in modo graduale, tale prestazione a tutte le categorie di donne lavoratrici;
b) garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro;
c) introduzione del tax credit, quale incentivo al lavoro femminile, per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito complessivo della donna lavoratrice, e armonizzazione del regime delle detrazioni per il coniuge a carico;

d) incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività, al fine di favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità genitoriali e dell’assistenza alle persone non autosufficienti e l’attività lavorativa, anche attraverso il ricorso al telelavoro;

e) favorire l’integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona, anche mediante la promozione dell’utilizzo ottimale di tali servizi da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti nel territorio in cui sono attivi;

f) ricognizione delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, ai fini di poterne valutare la revisione per garantire una maggiore flessibilità dei relativi congedi, favorendo le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro;

g) estensione dei principi di cui al presente comma, in quanto compatibili e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, con riferimento al riconoscimento della possibilità di fruizione dei congedi parentali in modo frazionato e alle misure organizzative finalizzate al rafforzamento degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. 8.

9.

a)

b)

c) introduzione del tax credit, quale incentivo al lavoro femminile, per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori o disabili non autosufficienti (Orellana – M5S) e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito individuale (Relatore) complessivo della donna lavoratrice, e armonizzazione del regime delle detrazioni per il coniuge a carico;
d)

e) eventuale riconoscimento, compatibilmente con il diritto ai riposi settimanali ed alle ferie annuali retribuite, della possibilità di cessione fra lavoratori dipendenti dello stesso datore di lavoro di tutti o parte dei giorni di riposo aggiuntivi spettanti in base al contratto collettivo nazionale in favore del lavoratore genitore di figlio minore che necessita di presenza fisica e cure costanti per le particolari condizioni di salute; (Munerato – LN)
f) integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende e dai fondi o enti bilaterali nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona, anche mediante la promozione dell’utilizzo ottimale di tali servizi da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti nel territorio in cui sono attivi; (id. Pagano – NCD, Gasparri – FI, Favero – PD)

g) ricognizione delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, ai fini di poterne valutare la revisione per garantire una maggiore flessibilità dei relativi congedi obbligatori e parentali (Parente -PD), favorendo le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, anche tenuto conto della funzionalità organizzativa all’interno delle imprese; (Pagano – NCD)

h) 8. Allo scopo di garantire adeguato sostegno alle cure parentali, (Gnecchi – PD) attraverso misure volte a tutelare la maternità delle lavoratrici e favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per la generalità dei lavoratori, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto, per i profili di rispettiva competenza, con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per la revisione e l’aggiornamento delle misure volte a tutelare la maternità e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
9.

a)

b)

c)

d)

e)

f) integrazione dell’offerta di servizi per le cure parentali, (Gnecchi – PD) forniti dalle aziende e dai fondi o enti bilaterali nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona, in coordinamento con gli enti locali titolari delle funzioni amministrative (Gnecchi – PD) anche mediante la promozione dell’utilizzo ottimale di tali servizi da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti nel territorio in cui sono attivi;
g)

h) introduzione di congedi dedicati alle donne inserite nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere debitamente certificati dai servizi sociali del comune di residenza. (Gnecchi – PD)
i)

l) semplificazione e razionalizzazione degli organismi, delle competenze e dei fondi operanti in materia di parità e pari opportunità nel lavoro e riordino delle procedure connesse alla promozione di azioni positive di competenza del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ferme restando le funzioni della Presidenza del Consiglio dei ministri in materia di parità e pari opportunità (Il Governo – PD)

A.S. 1428 A.C. 2660
Testo iniziale
presentato dal Governo Testo approvato dal Senato Testo approvato dalla Camera
Art. 6
(Disposizioni comuni per l’esercizio delle deleghe di cui agli articoli da 1 a 5) Art. 6
1. I decreti di cui agli articoli 1, 2, 3, 4 e 5 della presente legge sono adottati nel rispetto della procedura di cui all’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400.
2. Gli schemi dei decreti legislativi, a seguito di deliberazione preliminare del Consiglio dei ministri, sono trasmessi alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica perché su di essi siano espressi, entro trenta giorni dalla data di trasmissione, i pareri delle Commissioni competenti per materia e per i profili finanziari. Decorso tale termine, i decreti sono emanati anche in mancanza dei pareri. Qualora il termine per l’espressione dei pareri parlamentari di cui al presente comma scada nei trenta giorni che precedono o seguono la scadenza dei termini previsti al comma 1 degli articoli 1, 2, 3, 4 e 5 ovvero al comma 4 del presente articolo, questi ultimi sono prorogati di tre mesi.

3. Dall’attuazione delle deleghe recate dalla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. A tale fine, per gli adempimenti dei decreti attuativi della presente legge, le amministrazioni competenti provvedono attraverso una diversa allocazione delle ordinarie risorse umane, finanziarie e strumentali, allo stato in dotazione alle medesime amministrazioni.

4. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore dei decreti di cui al comma 1, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi fissati dalla presente legge, il Governo può adottare, con la medesima procedura di cui ai commi 1 e 2, disposizioni integrative e correttive dei decreti medesimi, tenuto conto delle evidenze attuative nel frattempo emerse.
10. I decreti legislativi di cui agli articoli 1, 2, 3, 4 e 5 della presente legge sono adottati nel rispetto della procedura di cui all’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400.
11. Gli schemi dei decreti legislativi, corredati di relazione tecnica che dia conto della neutralità finanziaria dei medesimi ovvero dei nuovi o maggiori oneri da essi derivanti e dei corrispondenti mezzi di copertura (Relatore), a seguito di deliberazione preliminare del Consiglio dei ministri, sono trasmessi alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica perché su di essi siano espressi, entro trenta giorni dalla data di trasmissione, i pareri delle Commissioni competenti per materia e per i profili finanziari. Decorso tale termine, i decreti sono emanati anche in mancanza dei pareri. Qualora il termine per l’espressione dei pareri parlamentari di cui al presente comma scada nei trenta giorni che precedono o seguono la scadenza dei termini previsti al comma 1 degli articoli 1, 2, 3, 4 e 5 ovvero al comma 4 del presente articolo, questi ultimi sono prorogati di tre mesi.
12. Dall’attuazione delle deleghe recate dalla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. A tale fine, per gli adempimenti dei decreti attuativi della presente legge, le amministrazioni competenti provvedono attraverso una diversa allocazione delle ordinarie risorse umane, finanziarie e strumentali, allo stato in dotazione alle medesime amministrazioni. In conformità all’articolo 17, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, e successive modificazioni, qualora uno o più decreti attuativi determinino nuovi o maggiori oneri che non trovino compensazione al proprio interno, i decreti legislativi dai quali derivano nuovi o maggiori oneri sono emanati solo successivamente o contestualmente all’entrata in vigore dei provvedimenti legislativi ivi compresa la legge di stabilità (maxiemendamento – vedi em. 1.281 Parente – PD) che stanzino le occorrenti risorse finanziarie (Relatore).
13.

14. Sono fatte salve le potestà attribuite alle regioni a statuto speciale ed alle province autonome di Trento e di Bolzano dai rispettivi statuti speciali e dalle relative norme di attuazione, le competenze delegate in materia di lavoro e quelle comunque riconducibili all’articolo 116 della Costituzione e all’articolo 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Panizza – Aut) 10.

11.

12.

13. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore dei decreti di cui al comma 1, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi fissati dalla presente legge, il Governo può adottare, con la medesima procedura di cui ai commi 1 e 2, disposizioni integrative e correttive dei decreti medesimi, tenuto conto delle evidenze attuative nel frattempo emerse. Il monitoraggio permanente degli effetti degli interventi di attuazione della presente legge, con particolare riferimento agli effetti sull’efficienza del mercato del lavoro, sull’occupabilità dei cittadini e sulle modalità di entrata ed uscita nell’impiego, anche ai fini dell’adozione dei decreti di cui al primo periodo, è assicurato dal Sistema permanente di monitoraggio e valutazione istituito ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della legge 28 giugno 2012, n. 92, che vi provvede con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. (Gnecchi – PD)
14.

15. La presente legge e i decreti legislativi di attuazione entrano in vigore il giorno successivo a quello della loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Il Governo.

GLI INTERVENTI IN AULA DEL PD, DEL GOVERNO E DEL RELATORE
AL SENATO IN PRIMA LETTURA

24 settembre 2014

SACCONI, relatore. Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghe e colleghi, nonostante o proprio in ragione della mia non breve esperienza parlamentare largamente concentrata sui temi riconducibili alla vita attiva della persona, mi accingo a svolgere la relazione al disegno di legge-delega di riforma del mercato del lavoro con la sincera emozione di chi auspica si concluda con questo atto un faticoso e contraddittorio percorso, avviato nel 1997 con la prima legge consigliata da Marco Biagi e più conosciuta come legge Treu. Iniziava allora, contestualmente ad analoghe iniziative in molti Paesi europei sollecitate dalla stessa Commissione, un processo di rinnovamento dei mercati del lavoro nel segno della combinazione tra le esigenze di flessibilità organizzativa delle imprese e quelle di migliore sicurezza delle persone rispetto alla continua occupazione e al reddito da lavoro nel contesto della globalizzazione delle economie. Questa prima legge ebbe il merito di aprire una strada, di spezzare alcuni pregiudizi ideologici come quello del monopolio del collocamento pubblico, di consentire anche in Italia in particolare l’impiego del lavoro interinale anche se, a mio avviso, il trasferimento dei centri per l’impiego dallo Stato alle Province non si rivelò una soluzione felice e ha reso difficile fino ad oggi ogni loro effettiva rivalutazione. Pochi anni dopo, nel 2001, Marco Biagi coordinò con me la redazione di un Libro bianco che descriveva le fragilità di un mercato del lavoro opaco e poco inclusivo, nel quale da un lato le imprese avevano persistentemente, anche in tempi di crescita tumultuosa, contenuto il livello della forza lavoro e la propria stessa dimensione mentre, dall’altro, le persone risultavano lasciate a se stesse nella ricerca di un’occupazione con forti divari di genere, di età e di territorio. Egli indicava in conseguenza la soluzione, per un verso, nelle flessibilità regolatorie – in entrata e in uscita – del singolo rapporto di lavoro e, per l’altro, in una forte azione pubblica di orientamento, di agevole incontro tra domanda e offerta di lavoro, di investimento nelle competenze. Se una cifra prevalente nella lezione di Marco Biagi mi permetto di individuare, questa si trova nell’importazione del concetto di occupabilità ovvero della continua autosufficienza della persona nel mercato del lavoro. Ciò implica il passaggio dalle tutele rigide e passive ad una sorta di post-moderno articolo 18, consistente nel diritto del lavoratore di accedere alle conoscenze e alle competenze che egli liberamente, anche se utilmente consigliato, ritiene corrispondenti alle sue vocazioni e alle possibilità di occupazione. Non a caso la cosiddetta “legge Biagi” viene concepita in parallelo ad un’impegnativa riforma del sistema educativo che per prima introduceva la possibilità di opzioni di tipo duale in quanto integranti l’apprendimento teorico con i saperi pratici. Il ridisegno dei contratti di apprendistato fu realizzato in conseguenza, così come si pensò di spezzare l’autoreferenzialità di molte istituzioni educative attraverso l’introduzione nelle università e nelle scuole superiori di uffici di placement, ovvero di orientamento e di collocamento fino alla co-progettazione con le imprese di specifici percorsi di apprendimento. Iniziava in quel tempo, peraltro, anche il processo di connessione in rete dei servizi pubblici e privati di accompagnamento al lavoro anche se si presentarono presto gli ostacoli determinati dalla frammentazione istituzionale delle competenze – Province e Regioni – e dalle resistenze a rendere interoperabili i sistemi informativi. Negli anni successivi, Governi sostenuti da opposti schieramenti si pongono di fatto in continuità con le leggi Treu e Biagi, continuando ad operare per una più efficiente organizzazione del mercato del lavoro e delle politiche attive, sempre oggettivamente ostacolata dalla frammentazione istituzionale e per garantire una pluralità di canali d’accesso a partire da una giusta enfasi sul contratto di apprendistato. A quest’ultima, tuttavia, non è mai corrisposta un’altrettanto efficace disponibilità delle Regioni, ove più, ove meno, a semplificare modalità e controlli dell’attività formativa. Particolare rilievo assume nel contempo l’attitudine dei datori di lavoro e delle rappresentanze sindacali a dialogare nella dimensione aziendale, a condividere obiettivi, salario aggiuntivo ad essi correlato, servizi di protezione sociale integrativi. Non a caso una norma di legge dà forza alla contrattazione aziendale o territoriale, consentendo ad essa anche l’adattamento di discipline disposte dalle leggi o dai contratti nazionali. Questo percorso si interrompe con la legge n. 92 del 28 giugno 2012 che irrigidisce le modalità d’ingresso nel mercato nel lavoro elevando a norma i criteri di vigilanza, senza dare certezza, al contempo, dei modi di risolvere i rapporti di lavoro, rimessi alla discrezionalità di una giustizia che, come ha osservato il presidente del Consiglio Renzi, si rivela imprevedibile negli esiti e fortemente differenziata nei territori. Nel tempo della grande crisi si irrobustiscono straordinariamente le forme di sostegno al reddito ma non migliorano le politiche attive di accompagnamento ad un lavoro anche se certamente non tutte le Regioni sono uguali. Crescono fortunatamente servizi privati, ma anche privato-sociali, mentre rimangono segmentati e poco attivi i centri pubblici. Per non parlare della formazione, che appare diffusamente viziata dalla prevalenza dell’offerta sulla domanda, in quanto il finanziamento regionale e comunitario alimenta la sopravvivenza degli operatori invece di determinare virtuosi percorsi di concorrenza nella soddisfazione dei bisogni dei lavoratori.
A questo punto potremmo dire che il presente disegno di legge di delega vuol fare tesoro dell’esperienza di questi anni, delle intuizioni e delle azioni rivelatesi positive, come delle asimmetrie e delle contraddizioni che si sono prodotte, per portare ora a compimento ciò che non si è definito con l’equilibrio necessario. Mi riferisco ancora a quella doverosa combinazione di flessibilità e sicurezza, tra legittima adattabilità dell’impresa alle pressioni competitive e ai cambiamenti tecnologici da un lato e il dovere pubblico di non lasciare mai solo chi cerca un lavoro, incoraggiandolo ad essere parte attiva sulla base dell’offerta di insistite opportunità, dall’altro. Per questa ragione il disegno di legge è ambizioso ed opera su uno spettro ampio che comprende la tendenziale universalizzazione dei cosiddetti ammortizzatori sociali su base assicurativa, una virtuale infrastrutturazione del mercato del lavoro attraverso gli strumenti della rete oltre a quella fisica, con l’Agenzia nazionale, l’affermazione della centralità della persona mediante il fascicolo elettronico e la sua libera scelta dei servizi che il pubblico poi sostiene a risultato, l’affermazione della rilevanza della famiglia e della maternità, con le conseguenti esigenze di conciliazione tra tempi di vita, la riforma di tutto lo Statuto dei lavoratori, tranne la parte dedicata ai diritti sindacali, la semplificazione della gestione dei rapporti di lavoro, l’ulteriore razionalizzazione delle attività di controllo ispettivo. Altro che «solo» articolo 18, sul quale ancora una volta tanta attenzione si concentra! Con questo atto possiamo rinnovare tutto e sarebbe invece paradossale se fosse tutto, tranne l’articolo 18. La Commissione ha svolto un lavoro intensivo pur nei limiti di deleghe che siamo chiamati ad esaminare solo in termini di principi e di criteri di attuazione che hanno quindi impedito la valutazione di misure dettagliate. Avverto il dovere ora di rinnovare all’Assemblea l’invito ad un confronto sincero e utile, nella misura in cui si colloca nella logica delle deleghe. Dobbiamo ricordare a noi stessi che avremo modo di apprezzare i decreti delegati tanto per il profilo di merito quanto per quello della necessaria copertura finanziaria, quando – mi auguro subito dopo la legge delega -saranno consegnati al Parlamento. Non si sottovalutino in questo contesto anche gli ordini del giorno, perché ove accolti dal Governo, concorrono ad impegnarne i modi di esercizio della decretazione delegata. Vorrei dire all’Assemblea che nella Commissione, peraltro, l’accoglimento di significativi emendamenti dell’opposizione, oltre che della maggioranza, ha consentito almeno così mi è parso, un clima di condivisione degli obiettivi, con la sola eccezione della riforma dello Statuto dei lavoratori. Eppure, tutto si tiene. Comprensibilmente, da parte di molti, si è lungamente invocata la contestualità delle azioni dedicate ad organizzare un mercato del lavoro più inclusivo e più protettivo nelle cosiddette “fasi di transizione”, con l’adeguamento delle regole inerenti il singolo rapporto di lavoro. Ora questa possibilità è di fronte a noi. La tendenziale universalizzazione degli ammortizzatori sociali viene qui declinata anche in favore delle collaborazioni, senza per questo disancorarla dalla responsabilità delle persone. La logica rimane infatti assicurativa, come è giusto che sia, e i sussidi sono condizionati all’accettazione delle opportunità lavorative o formative offerte. Certo, non viene qui compiuta la scelta di un reddito garantito, tutto a carico del bilancio dello Stato e tale da prescindere dalla responsabilità della persona. Sarebbe a mio avviso una trappola della povertà mentre la prima risposta all’indigenza deve rimanere il lavoro. In altra sede il Governo si è impegnato all’ulteriore potenziamento degli strumenti di prevenzione e di contrasto della povertà che devono agire in termini di ultima istanza e di prossimità. Davvero rilevanti sono diventati gli strumenti individuati anche nel lavoro di Commissione per rendere il mercato del lavoro efficiente e trasparente. La infelice segmentazione su base regionale e provinciale delle competenze dovrebbe trovare finalmente soluzione attraverso l’istituzione dell’agenzia nazionale per l’occupazione e l’integrazione dei sistemi informativi, alla cui base – lo ribadisco – dovrebbe collocarsi un fascicolo elettronico comprensivo di tutti gli elementi riferibili alla vita attiva della persona, dai percorsi educativi e formativi, a quelli lavorativi, alle transizioni e ai relativi sussidi, fino al conto corrente previdenziale. Di rilievo è anche la ribadita volontà di favorire il conferimento al sistema nazionale per l’impiego delle informazioni relative ai posti di lavoro vacanti. È stata resa ancor più esplicita la scelta della collaborazione-competizione tra servizi pubblici e privati nella gestione delle politiche attive quale può essere sollecitata dalla scelta di dotare il disoccupato, attraverso un contratto di ricollocazione, di un voucher spendibile presso un ente da lui stesso liberamente individuato e poi remunerato solo a risultato. A questo proposito, devo richiamare il Governo a varare tempestivamente il regolamento cui fa rinvio la norma di legge che già ha introdotto l’istituto del contratto di ricollocazione. Non a caso poi, in questo ambito delle politiche attive, la Commissione ha voluto indicare l’obiettivo di valorizzare le esperienze bilaterali ovvero quelle forme di collaborazione tra rappresentanze dei lavoratori e degli imprenditori che possono concorrere ad ampliare la diffusione, ancora largamente insufficiente, dei servizi al lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno e in quei segmenti del mercato del lavoro più esposti alle patologie, come l’agricoltura ed il turismo. Con la delega di cui all’articolo 3, si vogliono poi semplificare procedure e adempimenti relativi alla gestione dei rapporti di lavoro e a tutta la complessa materia dell’igiene e della sicurezza nel lavoro, con un obiettivo dichiarato dalla proposta di Governo già addirittura di dimezzamento degli atti. In questo ambito si collocano le modalità più semplici di prevenzione delle cosiddette «dimissioni in bianco» affinché assicurino la certezza della cessazione del rapporto quando il lavoratore ha comportamenti in questo senso concludenti. La Commissione ha qui riaffermato un principio rilevante: quello del divieto per le Pubbliche amministrazioni di richiedere dati dei quali esse sono già in possesso. Lo stesso regime sanzionatorio dovrebbe risultare semplificato con particolare riguardo alle violazioni formali e agli istituti di tipo premiale. Alla luce degli obiettivi già declinati si spiega a questo punto la volontà, di cui al nuovo articolo 4, di produrre un Testo unico semplificato delle tipologie contrattuali e del contenuto dei rapporti di lavoro con stretta aderenza al diritto comunitario affinché ci si possa avvicinare ad un mercato del lavoro europeo e non si producano effetti di spiazzamento del nostro Paese nei confronti di altri territori dell’Unione.
Il Governo è delegato ad analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, valutandone la coerenza con la qualità dell’occupazione e le esigenze della produzione. Ricordo che i modelli contrattuali sono essenzialmente quello a tempo determinato, quello a tempo indeterminato, quelli a tempo modulato, l’apprendistato, il lavoro accessorio e le collaborazioni coordinate e continuative o a progetto. Parliamo quindi di cinque o sei modelli contrattuali e poi ci sono milioni di contratti di lavoro perché in ciascuno di essi si può rinvenire uno specifico elemento distintivo. È bene ricordare e ricordarci che le collaborazioni coordinate e continuative o a progetto nascono e si sviluppano smodatamente nella seconda metà degli anni Novanta sulla base di una semplice circolare fiscale e Biagi, su esplicita richiesta di una parte del sindacato, non farà altro che darvi regole e tutele divenendone, paradossalmente, secondo certo immaginario disinformato, il padre fondatore. E della cosa, devo dirvi, soffriva. L’iniziale vantaggio della minore contribuzione sta oltretutto venendo meno, per cui a questo punto vale la pena riflettere in particolare sulla persistente utilità delle stesse collaborazioni. Anche le modalità contrattuali possono in ogni modo concorrere – com’è accaduto, ricordiamocelo – all’emersione del lavoro irregolare. Non a caso, il Governo ha chiesto una delega rivolta a diffondere maggiormente il lavoro accessorio regolabile con buoni prepagati, in modo da intercettare quella grande quantità di spezzoni lavorativi che ancora rimangono sommersi. I cosiddetti voucher sono stati significativamente utilizzati in agricoltura, ma ben poco al di fuori dell’agricoltura; quasi esclusivamente nella parte settentrionale del Paese, ma, sotto la linea Gotica, sfumano e scompaiono rapidamente. Preoccupiamoci quindi non di quelli che ci sono, ma dei molti che non ci sono. Il cuore del testo unico rimane inevitabilmente la riforma del contratto a tempo indeterminato, perché credo tutti lo vogliamo quanto più utilizzato, non solo – si badi bene – in percentuale su un basso numero di occupati, com’è oggi, ma soprattutto in valori assoluti. I datori di lavoro invocano norme semplici e certe nell’epoca della massima incertezza. Lo statuto fu invece redatto nel 1970 – come ricordo bene – sulla base di atti e contratti degli anni ’50 e ’60, nel tempo in cui si presumeva uno sviluppo irreversibile e sostanzialmente continuo, secondo modalità produttive tendenzialmente seriali. Questa esigenza delle imprese in termini di semplicità e certezza si deve ora conciliare con il diritto del lavoratore, nel caso di licenziamento ingiustificato, ma non discriminatorio (nel qual caso sarebbe nullo, come cioè non vi fosse proprio stato), alla tutela rappresentata da sanzioni adeguate. Quindi il diritto è alla sanzione, non la sanzione o, meglio, una specifica sanzione; occorre una sanzione. Già oggi, nel nostro ordinamento, questa tutela (la sanzione) è variamente definita e modulata. Il diritto è universale, la sanzione è modulata e modulabile. Il criterio delle tutele crescenti corrisponde, nel contratto a tempo indeterminato, ad un’idea di protezione omogenea, ma che si incrementa nel tempo per dare valore all’anzianità di servizio. Insisto: parliamo del contratto a tempo indeterminato, che, a differenza dei contratti di inserimento (come tipicamente l’apprendistato), non è segmentabile in due fasi, una con minori tutele e salario, perché caratterizzata da graduale ingresso nella compiuta capacità produttiva e nell’ambiente di lavoro (fase caratterizzata da apprendimento, da inserimento, da integrazione), l’altra, la seconda fase, a regime. Qui no. Come dicevo, nel contratto a tempo indeterminato il rapporto di lavoro ha una caratteristica continua, e in essa rileva e non può che rilevare l’anzianità di servizio. I criteri di delega relativi poi agli articoli 4 e 13 dello Statuto dei lavoratori vogliono più generalmente rendere la regolazione delle mansioni e delle tecnologie di controllo più coerenti con i nuovi processi di produzione. Non si tratta tanto di incoraggiare il cosiddetto demansionamento quanto piuttosto di consentire mansioni flessibili in relazione ai nuovi modi di lavorare che richiedono comportamenti più duttili, più autonomi, più responsabili. Allo stesso modo, la doverosa tutela della dignità del lavoratore dal controllo a distanza non deve diventare motivo di inibizione per il migliore impiego delle nuove tecnologie, incluse le opportunità di telelavoro fin qui trascurate. Il nuovo testo unico dovrà in ogni caso porsi in coerenza con la vigente legislazione che riconosce all’imprenditore e alle rappresentanze dei lavoratori, come abbiamo già ricordato, la capacità – entro i principi dell’ordinamento – di adattare la regolazione alle concrete circostanze di tempo, di luogo, di merceologia dell’impresa, attraverso accordi sottoscritti nei termini di cui alle intese interconfederali. Semplicità, certezza, sussidiarietà possono essere quindi considerate le linee metodologiche di redazione del testo organico citato dall’articolo 4. Non meno rilevanti sono infine – ultimi ma non ultimi – i contenuti di delega di cui all’articolo 5, perché intendono sostenere la famiglia e la maternità attraverso l’estensione delle prestazioni sociali a tutte le lavoratrici madri, l’introduzione del tax credit per le donne lavoratrici con figli minori o disabili, la flessibilità dell’orario lavorativo, il dono solidale di una parte del periodo feriale, la diffusione dei servizi di cura e i congedi parentali. Concludendo, vorrei ringraziare tutte le commissarie e i commissari. Come ho detto, con l’eccezione dell’articolo 4, la collaborazione è stata intensa e intensiva, perché si è svolta in un ristretto tempo, ma ha consentito, a mio avviso, di migliorare il testo raccogliendo per molta parte emendamenti anche dell’opposizione, che ha concorso non poco a definire meglio i modi con cui organizzare soprattutto la dimensione virtuale del mercato del lavoro, che è quella tuttavia attraverso la quale noi contiamo di far incontrare agevolmente domanda e offerta di lavoro. Devo ringraziare gli Uffici e la loro pazienza e devo confermare la loro assoluta professionalità e dedizione, e non lo faccio retoricamente. Voglio ringraziare la collega Bellanova, sottosegretario al lavoro, che ha con attenzione partecipato a tutti i lavori concorrendovi con intelligente apporto. Il mio auspicio conclusivo è che i tempi di esame da parte di questa Assemblea possano essere quanto più tempestivi, e così coerenti con il tempo straordinario che viviamo. Un tempo nel quale a problemi straordinariamente nuovi possono legittimamente corrispondere un rinnovamento delle tradizionali culture politiche e il pragmatico incontro tra riformismi che pure discendono da diverse matrici. Fatelo dire a un vecchio socialista come me. Per dirla con Tony Blair: «Values don’t change. But times do!». I valori non cambiano, ma i tempi sì!

1 ottobre 2014

DISCUSSIONE GENERALE

PEZZOPANE. Signora Presidente, signor Ministro, signora Sottosegretario, senatori e senatrici, io non mi vergogno affatto di quello che sto facendo. Anzi, lo dico con chiarezza, mi dovrei vergognare se non andassi avanti su un disegno riformatore necessario per questo Paese. Invito i colleghi, in una discussione così delicata e importante, a evitare le invettive, le ingiurie e gli insulti, e a rispettare il fatto che in questo Paese possono esserci su determinati argomenti posizioni diverse. La differenza di posizioni non autorizza nessuno a dire all’altro che deve vergognarsi, perché nel dire all’altro di vergognarsi si dovrebbe provare vergogna per se stessi. Qui non c’è spazio, in una vicenda così delicata, per ingiurie e invettive. Non mi vergogno, signor Ministro…
Non mi vergogno, colleghi. Anzi, affronto con entusiasmo e passione la discussione e la votazione di questo importante provvedimento, convinta che anche in queste ore, con il lavoro prezioso del Governo, del relatore e di tutti noi, possa ulteriormente essere migliorato. Perché credo al lavoro che possiamo fare ancora in queste ore mentre discutiamo. È stata un’importante esperienza quella svolta dalla Commissione, e mi dispiace che componenti della Commissione, che pure hanno lavorato e hanno dato il loro contributo, adesso diano della discussione e del lavoro svolto un’idea completamente artefatta, sbagliata e falsa. Francamente, le assurde e ingiuste polemiche di questi giorni stanno appannando e impoverendo un bel lavoro, iniziato il 3 aprile scorso, che ha visto coinvolte tutte le forze politiche, maggioranza e minoranza, e tutte le parti sociali. Abbiamo fatto ore e ore di ascolto e di audizioni. Ho avuto l’opportunità e la fortuna, come componente della Commissione finanze, di partecipare alla stesura e al lavoro sulla delega fiscale e, oggi, con lo stesso impegno, ho affrontato in Commissione lavoro la delega sul lavoro. Perché questa delega è altrettanto innovativa, altrettanto importante, forse persino più importante, ed ha un impianto profondamente riformatore. Ringrazio quindi il Presidente della Commissione, il Ministro, il sottosegretario Bellanova, che è stata con noi in tutte le riunioni, ascoltando e aiutando un processo di discussione. E ringrazio ancora la nostra Capogruppo, la senatrice Parente, che tanto si è dedicata a questo lavoro, e tutti i colleghi, anche quelli che oggi buttano tutto all’aria. Le aspettative sociali su questo nostro lavoro sono enormi. Siamo partiti da un decreto approvato dal Governo, già con importanti contenuti innovativi, e poi, con le audizioni, con gli emendamenti, con la discussione, con gli ordini del giorno lo abbiamo precisato e migliorato. Far apparire tutto questo impegno come una apocalittica riduzione di diritti, non solo è falso ma è anche politicamente sbagliato. E sono sicura che non porterà né successo, né consenso elettorale a chi lo sta facendo. In verità, la delega realizza una riforma di grande portata innovativa. Ma di questo non si parla, non si vuole parlare, non si entra nel merito. Si preferiscono le invettive, gli insulti, la vergogna. Si preferisce dividere chi sta qui dentro tra gente che sta tra la gente e non si sa cosa: noi siamo gente che sta tra la gente, e per questo facciamo la riforma. Se non fossimo gente che sta tra la gente, chiuderemmo un’altra volta gli occhi, le orecchie e il naso, come hanno fatto classi dirigenti del passato. È di questo che bisogna parlare: del merito e non delle assurde divisioni. Quali sono i veri ambiti in cui si muove la delega? Il primo è il riordino della disciplina degli ammortizzatori sociali. E la riforma la riordina egregiamente, come doveva essere riordinata da anni. In secondo luogo, si effettua una riforma reale dei servizi per il lavoro e le politiche attive. Certo che si deve fare l’Agenzia nazionale: vi sembra normale che con una crisi del lavoro, come quella che viviamo, e con un problema immenso, gigantesco, di incrocio tra domanda e offerta di lavoro abbiamo ancora una gestione condotta attraverso centri per l’impiego parcellizzati, senza una visione unitaria? Nel terzo ambito la riforma manda avanti e completa il processo di semplificazione degli adempimenti e delle procedure in materia di lavoro, anche utilizzando le nuove procedure informatiche e le nuove tecniche. Il quarto punto è il riordino delle forme contrattuali attualmente vigenti in materia di lavoro. Anche questo andava fatto prima. E se noi non abbiamo il coraggio di farlo neanche ora non siamo una classe dirigente degna di questo nome. Il quinto punto è il rafforzamento delle misure di sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Anche questo andava fatto prima. E io mi sento di dirlo perché io non sto in Parlamento da trentacinque anni, ma da poco più di un anno, e mi sento in dovere di mandare avanti questa riforma. Su questi obiettivi abbiamo fatto ulteriori precisazioni, con emendamenti e ordini del giorno, e anche dall’opposizione sono venuti suggerimenti e consigli utili. Per questo è inutile e deludente questo approccio minimalista, riduttivo della portata della delega. Come se dal 3 aprile ad oggi, si fosse lavorato a ridurre i diritti, invece di considerare la coraggiosa e importante manovra complessiva. Punte di ideologismo e faziosità insopportabili si alternano a preoccupanti sottovalutazioni del contesto sociale e delle profonde modificazioni che sono intervenute in questi anni. Nulla è come prima nel campo del lavoro. Il Partito Democratico non solo ha lavorato per mesi in Commissione lavoro, ma ha anche affrontato un confronto serrato nel suo gruppo dirigente, facendo chiarezza, anche con il voto della direzione nazionale, su quale deve essere la direzione di marcia. Il nostro obiettivo è quello di intervenire seriamente per cambiare il mercato del lavoro, che nel nostro Paese è inefficace e discriminatorio. Dobbiamo realizzare un mercato del lavoro capace di estendere diritti e tutele a quei lavoratori che oggi non le hanno. Non chiudiamo gli occhi; non guardiamo ai problemi del Paese con il torcicollo. Troppi sono abbandonati a se stessi: precari, disoccupati, sfiduciati, cassaintegrati. Ci sono lavoratori fortemente tutelati, ai limiti del corporativismo, e lavoratori senza alcuna tutela. Questo ci dovrebbe indignare! L’obiettivo quindi della delega lavoro è quello di dire al Governo le cose da fare e i tempi in cui farle attraverso i decreti attuativi, dentro uno schema di complessiva riforma del sistema. Vi sono alcuni obiettivi principali da raggiungere: estendere i diritti nei rapporti di lavoro a chi oggi non ne ha in modo adeguato e universalizzare le tutele nella disoccupazione; aumentare la produttività favorendo la mobilità dei lavoratori verso impieghi che rispondano al loro reddito e alle loro possibilità. È allora giusto e importante quello che è stato fatto. Abbiamo messo in campo strumenti nuovi e coerenti con questo obiettivo. Con la delega sta iniziando un percorso che deve rapidamente portare il Governo e il Parlamento ad atti fondamentali. Un obiettivo significativo è costruire una rete più estesa di ammortizzatori sociali con adeguate coperture, come ci si impegna con emendamenti presentati dal Partito Democratico, e realizzare ammortizzatori rivolti in particolare ai lavoratori precari, soprattutto giovani, con una garanzia del reddito per i disoccupati, proporzionale alla loro anzianità contributiva; a tal fine è ovvio che vanno individuate risorse aggiuntive nel 2015. Vi è poi la riduzione delle forme contrattuali – un passaggio fondamentale – a partire dall’unicum italiano dei co.co.pro. Dentro questo quadro si inserisce la previsione del nuovo contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti: tempo indeterminato e tutele crescenti al plurale. Questa è la verità: non una diminuzione di diritti, ma piuttosto un’innovazione che produrrà sicuramente effetti positivi. Nuovi contratti, tempo indeterminato, tutele al plurale e crescenti; altro che riduzione dei diritti. Pensate che un giovane preferisca un contratto così o un co.co.pro? Comportiamoci allora da gente che sta in mezzo alla gente e che sa bene che un giovane preferisce un contratto così ad un altro o a quelli a cui li abbiamo abituati. E poi nuovi servizi per l’impiego, con una dimensione nazionale attraverso l’istituzione dell’Agenzia specializzata in domanda e offerta di lavoro, che sappia agire integrando operatori pubblici, privati e terzo settore. Senza dimenticare, come abbiamo inserito nella delega, un riferimento agli attuali operatori dei centri per l’impiego che, per l’esperienza acquisita sul campo, vanno messi nelle condizioni, dentro la normativa vigente sui concorsi, di poter avere la possibilità di proseguire il loro lavoro all’interno della nuova Agenzia. E poi, ancora, una disciplina per i licenziamenti economici che sostituisca l’incertezza e la discrezionalità di un procedimento giudiziario con la chiarezza invece di un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità. Il reintegro va sempre mantenuto per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare. Su questo dobbiamo raggiungere un più adeguato equilibrio, ma è proprio su questo tema – e mi avvio a concludere – che si sono scatenati i peggiori ideologismi, le rivendicazioni apocalittiche, e persino – permettetemi – nel dibattito interno del PD, rancori e vendette della brutta politica. Troviamo ancora in queste ore il miglior equilibrio possibile; lavoriamo come abbiamo fatto in Commissione, senza schemi e senza ideologie. Evitiamo crociate esagerate, che sono incomprensibili soprattutto per la gente (qui incautamente citata) e per i giovani precari e disoccupati. La delega serve al Paese, serve a chi cerca lavoro, serve a chi lo perde e ha bisogno di ammortizzatori sociali che lo reinseriscano. La delega serve anche al presidente del Consiglio Matteo Renzi, che con il suo Governo ha messo la faccia su questa riforma e ha la necessità di portarla a casa per dialogare con forza in Europa. Queste non mi sembrano questioni di poco conto; ma questioni che una classe dirigente deve saper portare a termine.

SPILABOTTE . Signora Presidente, signor Ministro, signora Sottosegretario, onorevoli colleghi, ho votato convintamente a favore, in Commissione, di questo provvedimento giunto oggi all’esame dell’Aula e vorrei condividere con voi le ragioni che sono alla base del mio sostegno all’intero impianto della legge delega, che si propone di riformare il sistema lavoro nel nostro Paese.
In primo luogo, contrariamente a quanto detto dal senatore Barozzino, credo che questa delega contenga evidenti segnali di una riforma propria dei migliori riformismi e progressismi europei. Già i titoli della delega possono a ragione rappresentare i capisaldi delle politiche progressiste in materia di lavoro: ammortizzatori sociali, servizi per il lavoro e per le politiche attive, riordino dei rapporti di lavoro, sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Una riforma, quindi, dell’intero sistema lavoro che giunge anche dopo un intervento di carattere emergenziale, come il decreto-legge n. 34 che il Parlamento ha convertito in legge qualche mese fa e che testimonia come il tema del lavoro sia centrale nell’agenda di questo Governo. Ci dobbiamo porre delle domande, in un Paese in cui il tasso di disoccupazione è ormai al 13 per cento, in cui quella giovanile è oltre il 40, ed in alcune Regioni come la mia, o in alcune Regioni del Mezzogiorno, siamo ormai al 60 per cento. Con un tasso di occupazione storicamente tra i più bassi in Europa, abbiamo evidentemente diversi problemi legati al mondo del lavoro: l’accesso al lavoro, la sua stabilizzazione, ma anche certezza del diritto e semplificazione e soprattutto l’allargamento della base occupazionale. Ci sono due interessi in gioco, di cui la delega tiene conto e che tiene in perfetto equilibrio: nella delega, si incontrano le esigenze di chi il lavoro lo presta, ma anche quelle di chi lo crea. Siamo in una fase di superamento di un problema culturale e di una convinzione sbagliata secondo cui l’impresa è il luogo che sfrutta il lavoro. Piccole e medie imprese nel nostro Paese costituiscono la spina dorsale dell’economia e una fonte essenziale di competenze imprenditoriali, di innovazione, di coesione economica e sociale, nonché la fonte del mercato del lavoro. La caduta delle imprese e del potenziale imprenditoriale determina sicuramente la caduta dei posti di lavoro perché è da lì che vengono. Serve un altro clima, fatto di impegno, di condivisione e corresponsabilità tra tutti i portatori di interessi. L’impianto della delega prova a fare i conti con tali esigenze e tali questioni mettendo in campo elementi di semplificazione e certezza del diritto a sostegno dell’attività di investimento degli imprenditori che si assumono il rischio d’impresa (ma nell’incertezza e nel marasma dei cavilli certo non trovano conforto in questa azione di investimento), ma anche misure per il sostegno al reddito e la riforma degli ammortizzatori sociali puntando ad una universalizzazione dei diritti e alla costruzione di un sistema più giusto e più equo. Quindi, un impianto tutto nuovo di riforma del sistema del mercato del lavoro che se per i più scettici potrebbe non portare alla creazione di nuovi posti di lavoro, va sicuramente ad incidere sulla qualità di quel lavoro e a colmare i deficit di competenze e qualità investendo nel capitale umano. Stabilizzare il lavoro, estendere le tutele e sostenere il reddito non rappresentano solo strumenti di solidarietà ed equità, ma diventano parametri economici a tutti gli effetti capaci di far ripartire i consumi e la domanda. Superiamo quindi le contraddizioni del passato e costruiamo un mercato del lavoro che guardi alla sinergia tra datori di lavoro e lavoratori e non più alla loro contrapposizione. Questa purtroppo è stata una visione che in passato (ma anche oggi) ha portato a considerare la tutela del lavoro soprattutto come tutela del posto di lavoro e che conduce a trascurare un’altra cosa più importante e cioè che la tutela più sicura del lavoro avviene tramite l’efficienza del mercato del lavoro. In venti anni nel nostro Paese si sono succeduti quattro tentativi di riforma in cui non si è riusciti ad affrontare il tema nella sua complessità e a puntare all’efficientamento del sistema lavoro. Le contrapposizioni, le visioni conflittuali hanno sempre assunto un peso determinante e hanno fatto sì che l’attenzione si focalizzasse sul tema dei licenziamenti individuali e nella radicale difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, impedendo alle riforme tutte di volare alto e di assumere un carattere di più ampio respiro. Se pure questa volta qualcuno ha messo in atto il tentativo di ridurre la riforma ad una disputa ideologica e di trasformarla in un derby sull’articolo 18, questa volta ha sbagliato luogo, modi e tempi. In Aula da oggi e nei prossimi giorni mi auguro si discuterà del merito dei provvedimenti, attesi da decenni, per estendere le tutele a chi non le ha e delle misure utili a semplificare l’accesso al lavoro. Questo, senatore Barozzino, non è il luogo dello sfogo ma un luogo alto di discussione, che segue ad un altrettanto alto momento di discussione che ha avuto luogo in Commissione… Si parli di ammortizzatori sociali e della loro riforma, punto cruciale ed essenziale, perché estendere i sostegni economici a tutti i lavoratori che oggi non li hanno è la vera innovazione rispetto al sistema attuale. Estendere le tutele a tutti ha certo un costo: risorse che possono essere reperite tramite il riordino della CIG straordinaria e in deroga, che fino ad ora hanno rappresentato un vero e proprio buco nero nei bilanci dello Stato e che hanno assorbito innumerevoli risorse. Inoltre, l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’occupazione e l’allestimento dei servizi di formazione e ricollocazione su tutto il territorio faranno in modo che nessuno venga mai più lasciato solo di fronte al dramma della perdita del lavoro o alla ricerca di quel lavoro. Questa è la vera novità. Allo stesso modo, l’istituzione del contratto a tutele crescenti per i neoassunti è una buona notizia – direi un’ottima notizia – per i giovani di questo Paese, su cui grava uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile. Prevedere un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti significa anche intervenire sulle tutele di lavoratori a partire dall’articolo 18. Occorre però sottolineare che il reintegro in caso di licenziamento discriminatorio e disciplinare non è mai stato in discussione. Se non si agisce su quel contratto per farlo tornare appetibile, rischiamo di portarci dietro per i prossimi dieci anni ancora ingiustizia, inequità e sperequazione. Oggi, se guardiamo ai dati di stock, l’80 per cento dei rapporti di lavoro sono regolati tramite contratto a tempo indeterminato, ma se esaminiamo i flussi, i nuovi contratti negli ultimi anni sono solo il 15 per cento, mentre la fanno da padrone, per il 68-70 per cento, il tempo determinato, la partita IVA, le false partite IVA, i co.co.co. e i co.co.pro, che occupano milioni di lavoratori con pochi diritti e nessuna tutela, di cui fino ad oggi nessuno si è occupato e per i quali nessuno ha fatto sentire la propria voce. È una contraddizione che il disegno di legge delega tenta di risolvere e superare. Pertanto, mi auguro che questo provvedimento concluda il suo iter celermente, nella forma e nell’equilibrio che abbiamo trovato, perché io ho un’incrollabile fede nell’idea che questo Paese possa dare una prospettiva ai giovani soltanto con il contratto di lavoro a tempo indeterminato, che possa dare loro certezze e far crescere le nuove generazioni in un’idea di dignità ed autonomia. Noi, con questo provvedimento, siamo chiamati a dar loro gli strumenti necessari.

DI GIORGI. Signora Presidente, mi scuserà il signor Ministro se rispondo subito al senatore Bocchino, che è mio collega di Commissione: semplicemente, credo che questo Governo concordi (e sia il Governo più convinto) nell’investire in ricerca ed istruzione. Per quanto mi riguarda, quindi, accolgo volentieri l’invito rivolto dal senatore Bocchino come parte politica, ma siamo già in quest’ottica; poi, da dove debbano essere prese le risorse lo stabilirà il Governo, anche se sappiamo da dove verranno prese le risorse per l’istruzione. Il senatore Bocchino sa quanto teniamo al tema dell’istruzione, sul quale abbiamo lanciato anche politiche specifiche. Credo quindi che su questo abbiamo poco da imparare. Per entrare nel tema, onorevoli colleghi, signora Presidente, oggi ci troviamo di fronte ad un bivio. Troppo a lungo abbiamo creduto che la crisi che stiamo attraversando fosse una crisi ciclica, che con il trascorrere del tempo si sarebbe superata, come effettivamente accaduto in passato. Invece, è del tutto evidente che siamo di fronte ad una crisi sistemica, una crisi che richiede risposte strutturali e sono quelle che stiamo cercando di dare. Stiamo affrontando questo scenario con le misure messe in atto dal Governo, quindi intervenendo nei settori chiave, perché questa è una misura che si deve inquadrare nel contesto generale delle riforme che il Governo sta mettendo in campo, e che il Parlamento sta esaminando, in settori che vanno dalla pubblica amministrazione alle politiche fiscali, dalla giustizia alla scuola e alla ricerca pubblica, essenziali per il Governo e particolarmente per quelli di noi che se ne occupano direttamente, sui quali si interviene con la determinazione necessaria che va posta in essere nei momenti cruciali della storia delle Nazioni. Questo infatti è un momento cruciale, un momento drammatico che tutti noi viviamo con grande preoccupazione. È in questo contesto che si inquadra la proposta di legge delega sulla riforma del mercato del lavoro, che oggi siamo chiamati a discutere. Si tratta di una parte essenziale del percorso di riforme messo in campo dal Governo Renzi. Affrontare questa materia richiede, soprattutto, un approccio molto laico, un approccio che abbia chiaro l’obiettivo da raggiungere, ossia gli interessi dei lavoratori giovani e non solo giovani, che in questo momento hanno bisogno che si costruisca un assetto in grado di garantire opportunità di lavoro, ma anche di ristabilire o di dare per la prima volta quella protezione sociale che rende degna ogni democrazia in quanto garantisce gli stessi diritti a tutti. Se si perde questo, nel cuore della proposta che il Ministro ed il Governo stanno avanzando, credo si capisca ben poco dell’obiettivo profondo di questa riforma. Per fare ciò è necessario quindi avere fino in fondo la consapevolezza della gravità del momento che stiamo attraversando e un senso di responsabilità che deve superare particolarismi e irresponsabili corporativismi. Vorrei affrontare proprio questo aspetto. Già, questo termine, «corporativismo», che non a caso ritengo sia stato utilizzato dal Presidente della Repubblica (intervenuto in merito), poi, per oscure ragioni, se avete fatto caso, è sparito, come citazione, dalle dotte cronache di tanta nostra patria stampa, a favore di un termine, riportato invece da tutti e di ben inferiore impatto, che è quello di «conservatorismo», più tenue, se ci pensiamo, e anche con una certa aura di dignità. Un’osservazione, questa, che ho condiviso con il senatore Zavoli, che me l’ha fatta notare, e credo che le parole, soprattutto per persone come lui che hanno lavorato con le parole e che sono nostre maestre nel loro uso, abbiano un senso. Io parlerò invece esattamente di corporativismo e non di conservatorismo, che ha quest’aura di una certa dignità. Devo dire che si tratta proprio di attacchi corporativi, quelli che abbiamo notato, attacchi che non avrebbero motivo di essere se soltanto si avesse a cuore per un momento il futuro del nostro Paese e non gli interessi di parte, se si avesse come priorità l’idea di attivare meccanismi che ci possano consentire di uscire dalla situazione di immobilismo economico, di carenza di investimenti e di stallo complessivo del mondo imprenditoriale. Guardate che i dati li abbiamo molto chiari, li leggiamo bene ed è insopportabile continuare a sentire da più parti la solita storia del pressappochismo del Governo, del Presidente del Consiglio e dello scarso approfondimento dei Ministri rispetto alle proprie proposte. Avremo modo di sentire il ministro Poletti, avremo modo di sentire – non sono esagerata rispetto a questo e in Aula ormai mi conoscete – quanta profondità possa esservi in una proposta che diventa culturale, di nuovo indirizzo, una proposta di riforma seria, perché è questo che stiamo cercando di fare con la riforma del mercato del lavoro al nostro esame. Certo, so bene che non basta un allentamento della protezione di cui all’articolo 18 per risollevare l’economia, lo sappiamo bene (ma è un dato di fatto che la discussione purtroppo si sia incentrata solo su questo aspetto), ma se questo serve, se può servire anche in minima parte, ben venga, visto che i danni non sono quei danni orripilanti di cui si è sentito parlare ovunque e in tutte le sedi in questi giorni e in queste settimane. So perfettamente che i motivi per cui in Italia non si investe devono essere ricercati, oltre che in una certa rigidità del mercato del lavoro anche in quello che è il cuore del nostro dramma: la corruzione. Dobbiamo parlare di questo, della corruzione, della mafia, della camorra, del peso del fisco sulle imprese a causa della gravissima evasione fiscale. In merito, colleghi, voglio ricordare quanto è accaduto ieri in Consiglio dei ministri, in relazione a quanto è stato definito. Il ministro Padoan ha illustrato al Consiglio i contenuti del Rapporto sulla realizzazione delle strategie di contrasto all’evasione fiscale sui risultati conseguiti nel 2013 e nell’anno in corso. Questo rapporto, che deve essere presentato in quanto previsto dal decreto-legge n. 66 quello recante misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale, lo ricordate? Vedete come alla fine tutto si tiene), è importante perché noi lo esamineremo e in base ad esso forniremo al Governo gli indirizzi per il contrasto all’illegalità, alla corruzione, all’inefficiente uso delle risorse pubbliche, nonché all’evasione fiscale. Questi temi sono al centro dell’azione del Governo ed è evidente che su essi interverremo con forza e il Governo lo farà nonostante ciò che viene detto da molte parti. Quindi, è un Governo che affronta a tutto tondo le questioni. Sappiamo che non c’è solo l’articolo 18; il relatore Sacconi lo sa bene perché da tanto tempo si occupa di questi temi e lo sappiamo noi del PD che abbiamo lavorato con forza e grande partecipazione a questa riforma. Quindi, so bene che i miliardi perduti dell’evasione fiscale sono una causa importante del nostro disastro, ma so anche che tutte le azioni devono essere poste in essere in modo organico, tutte insieme. Colleghi, in questo Parlamento, in ciascuna Camera e in questo momento storico abbiamo il dovere di porre in essere una quantità notevole di riforme. Certo che è difficile, certo che è complicato, ma esiste una strategia che deve essere colta, e rispetto a ciò sono totalmente in disaccordo con quanti parlano di interventi spot – purtroppo anche alcuni del mio partito – che non hanno una loro coerenza. Forse, se si studiasse un po’, se anche qualcuno che crede di aver già compreso tutto, studiasse meglio, magari riuscirebbe persino a cogliere questa strategia. Pertanto, si tratta di misure che devono andare insieme, su più fronti e in modo organico. Questo significa governare. Governare è esattamente questo: mettere in campo una serie di opzioni, farle diventare realtà e naturalmente prendersi la responsabilità di quanto si fa. Questo lo sa ogni Ministro, sa di avere la responsabilità, insieme al Presidente del Consiglio, del proprio ambito di competenza. Quindi azioni da mettere in campo tutte insieme con grande fatica e con grande sforzo. Siamo qui, sediamo in questi banchi esattamente per fare questo. E ciò vale anche per la riforma del mercato del lavoro, riforma che mi convince – lo voglio ribadire – di cui emerge solo una parte, la conflittualità, l’articolo 18 – e non il cuore della riforma, un modo nuovo di considerare gli ammortizzatori sociali e il tentativo di intervenire in un mondo, quello del lavoro, caratterizzato da situazioni simili che vengono risolte per alcune con il massimo della protezione sociale e per altri con il nulla. Siamo in presenza del nulla rispetto alla protezione per certi settori, per certe persone e per certi ambiti. A questo dobbiamo mettere un termine? È il nulla, l’abbandono a se stessi o, per quanto riguarda i giovani, al grande cuore delle famiglie, quando queste ci sono, a rappresentare protezione sociale. Il Governo Renzi si sta muovendo in questa ottica e non è credibile che non si colga questo, il cuore della riforma: urla e voci concitate ancora una volta non mancano, non mancano mai, ma a quelle siamo abituati e ci dispiacerebbe se non succedesse; le voci di attacco alla democrazia, secondo le quali attacchiamo la democrazia. È una storia che si ripete e l’avete messa in scena non più di qualche settimana fa in occasione della riforma costituzionale, e con grande coerenza la rappresentate ogni volta che viene fatto il tentativo di muovere azioni di Governo nei settori cruciali, senza badare troppo a quei consolidati interessi di parte che puntualmente presentano il conto, cercando di rinchiudere nel recinto dell’attacco alla Repubblica democratica, ai diritti delle persone oltre che ai diritti di libertà chiunque, in questo caso il Governo, presenti un punto di vista libero e un’interpretazione diversa, magari molto più in linea dell’Europa. Ma chi si interessa dell’Europa: siamo in questo contesto ma possiamo farne a meno. Le riforme ci vengono chieste dall’Europa e stiamo cercando di metterle in campo. Voi cercate, senza successo ovviamente, di relegare questa riforma nel magma degli oscuri disegni destabilizzanti, come certa importante stampa ha cercato di fare, magari definendoci massonici e piduisti. Tanto che ci si perde a scrivere queste cose. Mi chiedo, signora Presidente, colleghi, se non sarebbe il momento di affrontare – ma il Senato lo sta facendo e l’ha fatto in Commissione con molta serietà – una discussione nel merito tentando di dare il giusto valore alle questioni, senza esasperarle e soprattutto attivando quello spirito costruttivo che in genere produce buoni risultati. La partita va giocata e cerchiamo di giocarla tutti insieme bene, in modo da avere il risultato che l’Italia sta aspettando da noi. È questo il senso e il valore del confronto tra noi. Certo, ho avuto anche qualche passaggio di dolore per la mia esperienza, poiché sono stata una storica iscritta della CGIL, sono stata anche responsabile territoriale di settore occupandomi di università e ricerca scientifica. Avrei voluto un’altra reazione, avrei voluto un po’ più di serenità, ma tant’è; ci sono interessi che si confrontano. Voglio usare il termine «confrontano» e non «scontrano», perché in questo momento l’Italia non ha bisogno di scontri ma di persone responsabili, come lo siamo noi, che si parlano per costruire.
Faccio una citazione sul dibattito avuto all’interno della direzione del nostro partito un paio di giorni fa: le posizioni devono essere confrontate e recepite alcune delle osservazioni. Lo stesso vale per gli altri partiti. È necessario il confronto perché lo scontro, le recenti e antiche contraddizioni e le vecchie rivendicazioni non servono a nessuno: dobbiamo agire nell’interesse dei giovani, del lavoro e dell’Italia. Secondo le previsioni OCSE il tasso di disoccupazione è cresciuto moltissimo. Tutti avete letto i dati dell’ISTAT diffusi ieri. C’è bisogno davvero di fare bene anche perché non penso che fare le riforme sia sempre utile: le riforme possono essere buone e cattive. E su questo sono d’accordo. Ci stiamo confrontando su una riforma buona, che possiamo sicuramente migliorare. E nel nostro dibattito questo sta succedendo. All’interno della Commissione si sta ancora lavorando, contribuendo con emendamenti accogliendo quelli giusti ed utili, cercando di essere seri, senza perdere il contesto in cui si inquadra questa riforma. Possiamo farlo con serietà, come siamo abituati a fare. Naturalmente il mio partito, il PD, su questo è in prima linea.

MIRABELLI. Signora Presidente, credo che stiamo facendo, in questi giorni e in queste settimane, una discussione importante su un tema decisivo per tante persone, per tanti cittadini italiani e per tanti giovani, ma penso che sia importante che questa discussione resti sul merito delle questioni e sul merito della proposta che la Commissione lavoro con la legge delega ha approvato.
Credo che questa discussione debba partire dalla realtà e non dalle ideologie, che debba diventare un confronto tra posizioni anche diverse, tutte legittime, ma chiarendo tra di noi che non c’è, come ho sentito in quest’Aula, chi difende il lavoro e chi non lo fa. Non c’è chi vuole togliere i diritti e chi invece li vuole difendere. Non c’è nessuna proposta di macelleria sociale in discussione. Stiamo discutendo di una proposta concreta, di cui eviterei caricature e partirei piuttosto dalle ragioni e dagli obiettivi. Una discussione su questo serve ed è servita, perché ha già prodotto in Commissione e nel dibattito successivo, anche interno al mio partito, dei miglioramenti. In questo Paese ci sono nove milioni di persone che lavorano con contratti precari. Vorrei che partissimo da qui perché nessuno lo ha detto. Si tratta di persone che non hanno certezze, non hanno tutele, vengono licenziate senza nessuna tutela dell’articolo 18. Solo il 16 per cento dei nuovi assunti ha un contratto a tempo indeterminato. In questo Paese c’è un’evidente ingiustizia. C’è una parte importante dei lavoratori che non ha tutele, che è precaria, che ha condizioni di tutela diverse dagli altri lavoratori. Penso che difendere l’attuale situazione sia ingiusto, sbagliato soprattutto nei confronti dei lavoratori precari.
Per noi la priorità è questa: non lasciare soli questi lavoratori, riformare il mercato del lavoro per non lasciare soli questi lavoratori, riformare il sistema degli ammortizzatori sociali e delle tutele per non lasciare soli questi lavoratori. Non so se questa riforma produrrà più posti di lavoro. Sicuramente serve altro; servono molte delle proposte di cui ha parlato il senatore Cioffi ed altre, ma il Governo le sta facendo e le farà. Sicuramente però questa riforma creerà più giustizia sociale. So che sarà così perché il tema – basta leggere la delega o ascoltare il Ministro – non è togliere le tutele ma estenderle, dare più certezza e più sicurezza ai lavoratori e alle imprese, sì, anche alle imprese, ai lavoratori e alle imprese insieme. Solo insieme con un patto tra produttori si può far ripartire l’economia e l’occupazione in questo Paese. L’idea di riprodurre un perenne conflitto tra capitale e lavoro è antistorica.
Dalle mie parti, al Nord, in Lombardia dove ci sono tante piccole e medie aziende l’interesse dei lavoratori e dei tanti imprenditori coincide; sono sulla stessa barca e così si sentono. Si tratta – e credo sia evidente che questo è uno degli obiettivi del disegno di legge delega – di riformare gli ammortizzatori sociali, di estendere le tutele a tutti i lavoratori, non solo a quella metà dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Senatore Bocchino, il Governo si propone di trovare le risorse per questo. Fare una caricatura spiegando che le risorse in più servono a concedere gli ammortizzatori sociali ai licenziati che produrrà questa legge vuol dire, come minimo (e mi stupisco perché lei ha partecipato alla discussione), non avere capito cosa c’è scritto. Stiamo discutendo della possibilità di estendere gli ammortizzatori sociali ai contratti precari e a quelli per i quali oggi quella tutela non è prevista e le risorse aggiuntive (che stiamo cercando) servono a questo – non banalizziamo i ragionamenti – consapevoli che estendere a tutti gli ammortizzatori sociali, non lasciare le persone che perdono il lavoro anche se hanno un contratto a termine o un contratto precario è un’innovazione di portata straordinaria. Si estende la possibilità di essere presi in carico dallo Stato in caso di perdita del lavoro. Non capisco come non si veda il valore di questo. Non capisco come non lo veda chi ci ha spiegato – anche di recente – che bisogna mettere in campo il salario di cittadinanza. Non capisco come non lo veda chi parla di democrazia e di giustizia sociale, ma tollera l’idea che milioni di persone e di giovani che lavorano oggi non abbiano tutele: quando finisce il contratto o si perde il lavoro, o si resta soli e abbandonati. La sinistra è quella che estende le tutele ed elimina le ingiustizie. Questo propone la delega: estendere tutele, altro che togliere! Basta leggere, basta intervenire sul merito. Questo dice la delega. Certo, servono risorse, risorse aggiuntive per finanziare i nuovi ammortizzatori sociali. Su questo è chiaro che il Governo si impegna con la legge delega.
Solo il 16 per cento dei nuovi assunti ha un contratto a tempo indeterminato. Oggi prevalgono i contratti precari. Non è questa delega che produce la precarietà. Partiamo da qui. Non raccontiamo che la legge delega produce precarietà: c’è già. Non raccontiamo che incentiva i contratti a termine: ci sono già, sono già incentivati e fin troppo. La proposta, al contrario, tende a ridurre i contratti a termine, i contratti precari, a ridurre la precarietà, ad impedire che i contratti a termine e i contratti precari – come succede oggi – siano più convenienti dal punto di vista economico per le imprese. Significa incentivare un nuovo contratto a tutele crescenti e a tempo indeterminato. Diventa, per il Governo e per lo Stato, prevalente il contratto a tempo indeterminato; un contratto che deve essere l’unico incentivato dallo Stato, conveniente per le imprese e conveniente deve diventare la stabilizzazione dei lavoratori, provare a favorire la stabilizzazione per dare più prospettive ai nuovi assunti rispetto a quelle che oggi garantiscono i contratti precari: mi spiace, ma non è di destra questa cosa, ma è di sinistra. Lo sa bene chi continua ad evocare una precarietà che – insisto – c’è già oggi. Non c’è bisogno della legge per aumentarla, ma per ridurla. Questo fa il disegno di legge di delega: in questo quadro, dunque, più tutele e meno precarietà. Un mercato del lavoro più giusto serve. Come si tutelano i lavoratori dai licenziamenti. Il punto è questo e non la difesa dell’articolo 18, che ormai è applicato per pochi e a nessuno dei contratti a tempo indeterminato nelle aziende sotto i 15 dipendenti, e che ha garantito negli ultimi anni poche centinaia di reintegri. Come tuteliamo i lavoratori dai licenziamenti che l’articolo 18, così come riformato, non ha impedito? Certo, deve restare il reintegro per i licenziamenti discriminatori e per i licenziamenti per ragioni disciplinari. Nel contratto a tutele crescenti si deve ragionare su indennizzi crescenti. Soprattutto, la riforma degli ammortizzatori sociali garantirà che chi è licenziato non resti solo come succede oggi. Partiamo dagli obiettivi, miglioriamo le norme e teniamo aperto il confronto oggi e dopo l’approvazione della legge delega. Non faremmo un buon servizio al Paese se trasformassimo questa discussione importante per tanti giovani, per tanti lavoratori e per tanti imprenditori in una disputa ideologica incomprensibile, che ragiona sul mercato del lavoro che non c’è più. Questa – sì – sarebbe incomprensibile per i cittadini e per i giovani per chi aspetta riforme che possano restituire futuro a loro e al Paese.

GATTI. Signora Presidente, penso che, per partecipare in modo consapevole a questa discussione sulle caratteristiche della delega per la riorganizzazione del sistema del lavoro in Italia, non si possa prescindere dalla condizione in cui versa il nostro Paese: una situazione di grande disastro, con dati molto gravi dal punto di vista occupazionale ed economico, che sembrano mantenere un andamento estremamente preoccupante. L’altro elemento da cui non si può prescindere è che siamo in una crisi così profonda ormai da più di sette anni e questo ha logorato e stremato il nostro Paese. Abbiamo un forte bisogno di rilanciare la crescita nel nostro Paese e dobbiamo essere consapevoli che nessuna nuova regola sul lavoro è capace di generare, da sola, un unico nuovo posto di lavoro. Abbiamo assolutamente bisogno di rilanciare la crescita, perché questo è l’unico modo di cui disponiamo per riattivare lo sviluppo del Paese e ridare lavoro agli italiani. In questo momento viviamo una situazione molto bizzarra, nella quale vi è una disoccupazione giovanile che ha raggiunto cifre assurde, mentre le donne sopportano una disoccupazione che ha tolto loro anche la speranza di poter concorrere alla vita dell’Italia. E se riflettiamo sulle sacche di povertà che si allargano e sulle disuguaglianze che si diffondono, scopriamo che le donne sole con figlioli sono le più povere. Cresce moltissimo la povertà infantile e giovanile, e questo non è separato dalla condizione di mancanza di lavoro delle donne. Vi è quindi la necessità di rilanciare la crescita e sicuramente lo si ha aumentando il livello dell’istruzione media di questo Paese. Sono assolutamente convinta che ci sia la necessità di rinforzare il sistema educativo, di stabilire un rapporto forte tra lavoro e formazione e di qualificare così tanto la formazione professionale da prevedere anche, nel suo utilizzo, di poter dare accesso all’università di questo Paese. Guardate che tipo di modifica del paradigma abbiamo di fronte. In questo momento la nostra formazione professionale ha – secondo me – una qualità molto bassa. Ci sono certo le eccezioni e un’alta formazione tecnica, ma l’idea stessa di pensare alla formazione professionale come canale di accesso all’università deve – a mio giudizio – diventare comune. Abbiamo molto discusso in questi giorni e molte volte abbiamo fatto riferimento a vari modelli, ma in Germania la formazione professionale ha queste caratteristiche e dà la possibilità, nell’evoluzione, di accesso all’università. Questo significa cambiare completamente il paradigma con cui affrontiamo il problema. Abbiamo bisogno di aumentare il livello culturale del nostro Paese; abbiamo bisogno di più laureati, e al riguardo ha tutta la responsabilità qualcuno che ha detto per un lungo periodo che una certa scuola non potevamo permettercela.
Da una parte c’è, quindi, l’intervento sulla formazione e sulla riqualificazione del Paese. Dall’altra, abbiamo bisogno di un’operazione di grande ammodernamento del Paese, che significa l’utilizzo di nuove tecnologie in tutti i settori, anche nella pubblica amministrazione. Per quel che riguarda più propriamente il sistema del lavoro, ritengo sia assolutamente necessario intervenire senza avere delle velleità o strani obiettivi non giustificati dagli studi economici, pensando che una modifica di una norma sul lavoro, l’inserimento di un’ulteriore tipologia contrattuale o la modifica di una norma di tutela possano di per sé generare un nuovo posto di lavoro. Questo non è vero, lo sappiamo e ce lo dicono tutti gli studi economici. La necessità, però c’è, tutta. Dobbiamo assolutamente ricostruire un sistema che – come dicevo prima – assieme all’aumento della formazione, all’ammodernamento del Paese e al rilancio della crescita, basata da una parte sull’individuazione esplicita di una nuova politica industriale, faccia capire quali sono i settori su cui investire e cosa selezionare. Abbiamo, inoltre, bisogno che il sistema articolato degli interventi sul lavoro cominci a funzionare. Dobbiamo rivedere la questione degli ammortizzatori sociali, prevedendo una loro estensione, con particolare riferimento alle figure meno tutelate in questa fase. Abbiamo bisogno di sviluppare e accrescere le politiche attive. In un simile contesto dobbiamo puntare molto su regole che favoriscano l’incontro tra domanda e offerta, ma soprattutto su una serie di semplificazioni che abbiano un focus particolare sui giovani e sulle donne. Abbiamo anche bisogno di cominciare a stabilire regole, norme e politiche specifiche contro il lavoro nero.In questa fase un aumento delle forme di lavoro nero sta caratterizzando il nostro sistema, con una serie di conseguenze deleterie e devastanti per tutta l’organizzazione. Ho apprezzato moltissimo l’emendamento del Partito Democratico sul testo, approvato in Commissione, che parla proprio di politiche specifiche contro il lavoro sommerso e per la legalità, facendo riferimento anche alle indicazioni europee. Se abbiamo bisogno di ammodernare il Paese, rilanciare la crescita e quant’altro, ciò significherà che dovremo chiedere all’Europa politiche diverse dal punto di vista economico e forme di flessibilità che ci permettano di uscire da questa situazione. Andiamo ora nello specifico. Ho precisato che c’è la necessità di intervenire sulle norme, sulle regole e sui vari settori che assieme concorrono alla costruzione di un sistema, relativamente al lavoro, che deve assolutamente riqualificarsi. Quanto agli ammortizzatori, tutto ciò cosa significa? Significa tentare di unificare le tutele. Significa capire cosa succede per gli ammortizzatori nella parte relativa alla tutela in costanza di rapporto di lavoro, oppure nella parte relativa alla fase di perdita. E io ho qui una preoccupazione. Noi dobbiamo gestire il transitorio e non dobbiamo mai dimenticare qual è la situazione in questa fase. Noi abbiamo compiuto delle scelte che, in questi sette anni, hanno gestito la situazione transitoria e soprattutto la fase di perdita. La fase di ristrutturazione degli ammortizzatori deve avere due corni: il primo è l’allargamento degli ammortizzatori ad una serie di figure meno tutelate. L’altro, però, deve contemplare una serie di norme che si basano sulla consapevolezza che, in questo momento, esiste uno stock di persone che stanno usufruendo degli ammortizzatori sociali, che non riescono a ritrovare lavoro e, ragionevolmente, non lo ritroveranno in tempi brevi. Queste persone non possono essere lasciate da sole ad affrontare i problemi esistenti, e l’esaurimento di una serie di forme genererà problemi. Al riguardo mi sembra interessante la norma contenuta nella prima parte della delega in materia di ammortizzatori sociali, che parla esplicitamente di come tutelare lavoratori che escono dall’ambito dei sussidi di disoccupazione senza aver ritrovato lavoro. A me sembra di capire che si parli di intervento di carattere assistenziale, di sussidio, e ciò significa che stiamo parlando di qualcosa di diverso dagli ammortizzatori sociali. Io non voglio dividere e frantumare, ma questi strumenti sono qualitativamente diversi. Noi stiamo dicendo che, quando ammortizzatori sociali classici (quelli relativi alla disoccupazione) finiscono e i lavoratori che hanno perso il lavoro non sono riusciti a ritrovarne un altro, essi entrano in concorrenza con tutti gli altri, con le persone che sono in una condizione vera di disagio sociale e con cui dovranno condividere strumenti ed interventi di assistenza, e non più gli ammortizzatori sociali. Questo punto è importante. Altro aspetto che ho apprezzato nella delega è la parte relativa alla riduzione di orario e ai contratti di solidarietà, in fase sia difensiva che propositiva. Io penso seriamente che le caratteristiche, anche demografiche, della nostra fase, e del nostro Paese in particolare, comportano la necessità di comprendere che ci sarà la necessità di dividere il lavoro che c’è. Allora, prevedere gli ammortizzatori sociali con i contratti di solidarietà da una parte, ma anche la fase attiva dei contratti di solidarietà per garantire l’ingresso di nuove figure, significa ridistribuire con la riduzione d’orario il lavoro che ci sarà (e che avrà bisogno di essere ridistribuito, perché sarà poco). Questo mi sembra un elemento importante. L’altro punto è quello relativo all’articolo 2, cioè alle politiche attive e alla riorganizzazione. Sono assolutamente convinta che dobbiamo smettere di pensare di importare modelli dei diversi Paesi, quando poi ne importiamo solo una parte rischiando di generare frantumazioni. Noi stiamo facendo una sequenza di riforme relativamente alle regole del sistema del lavoro che si sono susseguite negli ultimi anni nel nostro Paese e non sono state mai completamente portate in fondo, determinando una condizione tale per cui, in caso di delega, non sono mai stati emanati tutti i decreti e, in caso di decreti legislativi, i decreti attuativi. Questa volta, se cominciamo, dovremmo avere la capacità di arrivare in fondo. Per quel che riguarda le politiche del lavoro, sono convinta che un punto nazionale, che l’Agenzia possa avere tutta una serie di riflessi. Vi chiedo, però, semplicemente di riflettere su una questione. In questo momento, nel nostro sistema di politiche attive, sono impegnati circa 9.000 lavoratori, di cui 2.000 precari. Nel rinomato sistema tedesco, che è quello che viene sempre più citato, ci sono 90.000 addetti, di cui l’80 per cento in contatto con le persone che lavorano direttamente con chi cerca lavoro e il 10 per cento soltanto in ufficio per svolgere lavori amministrativi. Nel nostro sistema la metà degli addetti è negli uffici e fa amministrazione e soltanto poche migliaia di operatori sono impegnati. Questo è un punto fondamentale ed implica che le cose che definiamo ora, anche in relazione allo stato economico del nostro Paese, si realizzeranno man mano. C’è, quindi, bisogno di estrema cura. Da questo punto di vista, ricordo che sono firmataria anche di un emendamento in cui si chiede espressamente di non intervenire sulle norme relative all’articolo 4 e non siano fatti decreti legislativi relativi a tale articolo se non dopo l’emanazione dei decreti legislativi relativi all’articolo 1 e all’articolo 2. Ciò per un problema molto semplice: noi abbiamo bisogno di conoscere e sapere quali risorse ci sono per riuscire ad affrontare due punti fondamentali e molto delicati che pongono problemi di questo tipo. Voglio soffermarmi ora su un ultimo punto, per affrontare poi la questione dell’articolo 4, che è quella che ha avuto gli onori delle cronache perché sulla delega l’articolo 18 non viene nemmeno citato. Qualcuno, però, nell’interpretazione della delega ha tirato e, giocando su un’assoluta indeterminatezza, ha potuto farlo, tentando di rimettere in discussione le tutele previste dall’articolo 18. Vorrei dire due cose relativamente alla questione del lavoro femminile e alla condizione delle donne in questo Paese, un tema che mi sta a cuore. In questa delega è stato accolto in Commissione un emendamento, a mia prima firma, relativamente alle dimissioni in bianco. Le chiedo, Ministro, di predisporre una norma semplice e chiara che certifichi, però, la volontà del lavoratore. Siccome si fa riferimento al codice semplificato del lavoro, di cui ho letto una versione, non vorrei che la semplificazione fosse quella di chiedere alla lavoratrice, tre giorni dopo, la conferma delle dimissioni. Ministro, come si fa firmare un foglio, se ne possono far firmare due in bianco. Questo, quindi, non risolve e non semplifica assolutamente niente. Un altro punto, sempre relativo a questioni contenute nella delega, concerne la revisione delle questioni relative alla maternità, verificando – ad esempio – quali figure ne sono prive. Se vediamo i provvedimenti che sono stati assunti e verifichiamo i Governi che li hanno presi, notiamo che è nella tradizione dei Governi di centrosinistra l’intervento su queste materie. Siamo ora in una condizione in cui il diritto alla maternità, dal punto di vista formale, è universale. Ci sono però fondi non rifinanziati, leggi non rifinanziate e poche risorse a disposizione. La maternità non è però legata al lavoro: ci sono il lavoro privato, il lavoro autonomo e anche le regole di maternità per le donne non occupate. Bisogna, quindi, rivedere anche questo punto, considerando che il problema è la quantità di risorse che si possono prevedere.
L’ultima questione è relativa all’articolo 4, che ho visto nella versione dell’emendamento presentato dal Governo. So perfettamente della discussione che si è svolta in sede politica e mi aspetto che arrivi un nuovo emendamento. Io penso che, già dalla discussione, sono venuti degli avanzamenti che non vanno trascurati. Alcuni temi su cui anche io ho presentato emendamenti non sono trattati nel documento finale della discussione che c’è stata, ma ci sono dei punti e dei temi. Io aspetto di vedere i testi, perché su una serie di questioni il testo è fondamentale e bisognerà vederne le sfumature. Io, però, vorrei continuare ad insistere perché veramente non si facesse una guerra – questa sì – con caratteristiche molto ideologiche. Signor Ministro, l’articolo 18 è stato modificato due anni fa. Io ero alla Camera e ho partecipato a quella discussione. Concludo, signora Presidente, dicendo che bisogna evitare che il licenziamento senza giusta causa di carattere economico diventi il cavallo di Troia per far passare una serie di licenziamenti ingiusti.

FAVERO. Signora Presidente, colleghi senatori, l’obiettivo del disegno di legge oggi in discussione, come abbiamo sentito, è realizzare un’importante riforma del lavoro attraverso apposite deleghe al Governo in diversi campi del settore. È, però, riduttivo vedere questo provvedimento non all’interno di una programmazione mirata, voluta e portata avanti da un Governo responsabile. Bisogna, infatti, collegarla al tema della giustizia civile: quanti provvedimenti e procedimenti hanno delle lungaggini che ricadono sul lavoro? Noi sappiamo che in Italia i tempi della giustizia civile sono a volte dolorosi e molto lunghi: il doppio che in altre nazioni.
Tale riforma, inoltre, è legata al taglio dei costi della politica. Lo sappiamo noi che abbiamo proceduto sulla nostra pelle, in Senato, ad autoeliminarci. C’è voluto coraggio? Non lo so, ma lo abbiamo fatto e fa parte di un disegno. Abbiamo il doppio dei parlamentari degli Stati Uniti. Ricordiamocelo. Questo importante disegno di legge va poi collegato alla lotta alla corruzione, di cui parlerò dopo, e infine, non ultima, alla riforma delle pubbliche amministrazioni. Tuttavia, vorrei preliminarmente porre all’Assemblea una domanda che riguarda i giovani tanto evocati qui dentro: quei giovani che sono i nostri figli e posso dire i miei allievi, visto che sono una insegnante di scuola elementare arrivata al trentanovesimo anno di lavoro nella scuola, e ne ho visti tanti. Ecco: quei giovani mi guardano, mi chiedono e mi riferiscono. Mi domando se capiscono davvero di cosa stiamo parlando. Stanno seguendo il dibattito che si è aperto sul disegno di legge delega e, in particolare, su una parte che ne ha vanificato la forza? Non perché il nostro Ministro non abbia saputo riportarlo, ma forse perché è più comodo guardare il dito e lasciare che la luna dietro ci sia, tanto non la vedo. Nel pormi tale domanda non posso che partire da un dato, già riferito ma da ricordare: in Italia la disoccupazione giovanile ha raggiunto l’abisso del 43,3 per cento contro il 7,9 per cento registrato in Germania. Inoltre, l’85 per cento dei giovani che invece un lavoro ha trovato è privo non solo della protezione dell’articolo 18 dello Statuto del lavoratori, ma anche di qualsiasi altra tutela prevista da un contratto a tempo indeterminato. Di questo dobbiamo parlare e sono convinta che questo derby, che non è Juve-Torino o Milan-Inter o Roma-Lazio, è molto più importante. Questo derby sull’articolo 18 è lunare per me, lunare per i ragazzi della mia scuola, lunare per i nostri figli. Istituire un nuovo contratto, più conveniente per le aziende, meno oneroso fiscalmente, meno rigido, più semplice, dovrebbe essere un obbiettivo riconosciuto e condiviso da tutti e in modo particolare da chi guarda al presente e al futuro, ma non guarda al passato. Questa è un’azione di sinistra, di centro, di destra: è un’azione che vede il lavoro, vede il nostro futuro progredire. Su determinati argomenti non ci devono essere steccati, non ci devono essere ideologie, non ci devono essere dei totem. Nel Novecento il sistema imprenditoriale ha svolto un ruolo di compartecipazione, se non, in alcuni casi, di supplenza dello Stato, garantendo ammortizzatori sociali. Non mi limito a citare il caso eclatante di Olivetti. Arrivo da una terra di manifattura, Biella, e voglio citare qualcuno che non c’è più, per non fare torto a nessuno: i Rivetti avevano migliaia di lavoratori, tutelavano i lavoratori e i figli, c’erano gli asili e le scuole. Questo era il welfare aziendale, che assicurava di fatto, con lo stipendio, dalla culla alla tomba. In cambio lo Stato trasferiva alle imprese sussidi di varia natura e spesso un corridoio esclusivo nel settore di produzione. Ma quel mondo è irrimediabilmente finito, e non da oggi. Stefani Folli, su «Il Sole 24 Ore», ha ricordato come addirittura quarant’anni fa, in un’Italia inevitabilmente molto diversa da quella di oggi, fu proprio Ugo La Malfa a porre un problema che stava emergendo, ovvero quello della cittadella fortificata, in cui si erano rinchiusi i privilegiati, cioè coloro che avevano un lavoro, e dalla quale erano invece esclusi i disoccupati. Dopo la lucida analisi del leader repubblicano, la politica ha tentato altre volte, negli anni e nei decenni successivi di riformare il mercato del lavoro, come ha ricordato molto bene il relatore Sacconi in quest’Aula. Ci ha provato anche Massimo D’Alema, di cui si ricordano le parole pronunciate nel 1997, durante il congresso del PDS, che sono di incredibile attualità e che avrei voluto magari sentir pronunciare anche l’altro giorno in una nostra assemblea: «La mobilità, la flessibilità sono innanzitutto un dato della realtà» e questo «è il grande problema che si pone a noi di sinistra»; dobbiamo costruire «nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela», «se non ci mettiamo su questo terreno, rappresenteremo sempre di più soltanto un segmento del mondo del lavoro»; dobbiamo negoziare il salario e i diritti di chi sta nel lavoro nero e nel precariato, «anziché stare fuori dalle fabbriche con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro». Era il 1997 e si tratta, secondo me, di parole attualissime. I giovani privi di tutela, rispetto al 1997, sono davvero aumentati: i dati li abbiamo sentiti riportare e li leggiamo ogni giorno sul giornale, e sono loro, nel 2014, ad essere una massa. Un ipotetico nuovo Circo Massimo, oggi, sarebbe attraversato da quella richiesta urgente e non più da quelle evocate da Sergio Cofferati il 23 marzo del 2002. Sta tutto qui il nocciolo della legge delega che stiamo discutendo. Sono una massa i giovani non protetti, mentre il fortino dei garantiti si è ridotto, ogni giorno si riduce in modo progressivo e si è quasi dissolto. Per questo la riforma del lavoro parla al nostro presente, tentando di correggere i dati drammatici che riferivo prima, per estendere le tutele al numero maggiore possibile di lavoratori e incentivare le aziende ad assumere. Amo sempre ripetere un detto, secondo cui il meglio è nemico del bene. Allora cominciamo a porre rimedio a queste ingiustizie da tutti evocate, non possiamo aspettare sempre. Eppure in questa discussone sulla delega lavoro ci siamo trovati, come è stato riportato dal nostro relatore, in armonia soprattutto per quanto riguarda quattro articoli: il primo, il secondo, il terzo e il quinto. Sull’articolo 4 ci siamo fermati, abbiamo raccolto le varie posizioni, e non è vero che sono stati accolti pochi emendamenti della minoranza. Sono stati accolti, e anche in modo significativo, nel senso che è stato recepito il pensiero che vi era sotteso e hanno modificato comunque in meglio questo disegno di legge delega. Un terzo degli emendamenti presentati sono della minoranza e sono buoni emendamenti. È questo che abbiamo fatto e che dobbiamo continuare a fare. All’articolo 1 si prevede la riforma della disciplina degli ammortizzatori sociali e tra gli obiettivi da raggiungere vi sono l’integrazione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI) e della mini ASpI. L’articolo 2 prevede una delega al Governo in materia di servizi per il lavoro e politiche attive. È meglio infatti intercettare la disponibilità dei lavoratori a porsi anche in un’ottica di ricollocazione nel lavoro, perché il lavoro dà dignità, quindi occorre porsi nella prospettiva di prendere in cura il lavoratore nella sua carriera lavorativa e di accompagnarlo in un percorso che lo porterà poi a ricollocarsi, con una formazione mirata e con una serie di input che vengono dati e che sono previsti. Ogni cosa, però, a suo tempo. C’è un tempo per fare la legge, c’è un tempo, con i decreti delegati, per applicarla, c’è un tempo – vicinissimo – per trovare le risorse. Non si può fare tutto insieme. Il meglio, lo ripeto, è nemico del bene. In questo caso noi vogliamo il bene, il bene dell’Italia. L’articolo 3 prevede una delega al Governo in materia di semplificazione delle procedure e degli adempimenti. Dati IPSOS-CNA ci dicono che un artigiano, che crea e dà lavoro, trascorre quarantacinque giorni del suo tempo nell’espletazione di atti burocratici, che per il 62 per cento consistono nell’adempimento di norme per l’ambiente e la sicurezza e di norme per il lavoro. Il suo dipendente, che pure deve destreggiarsi nella burocrazia, ci passa ventotto giorni, che sottrae al lavoro stesso, alla produttività e magari anche al dedicarsi alla famiglia. A questo porta la semplificazione. L’articolo 4, su cui magari tornerò in seguito, reca la delega al Governo in materia di riordino delle forme contrattuali. Ritengo poi decisiva, come segretaria della Commissione lavoro e della Commissione infortuni sul lavoro, la norma introdotta dal Governo per rendere più efficiente l’attività ispettiva attraverso un’Agenzia unica per le ispezioni del lavoro, che in tema di salute e di sicurezza supererà le attuali criticità, integrando in una sola struttura le competenze ispettive del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’INPS e dell’INAIL, e che contempla forme di coordinamento con le ASL e le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Com’è noto, ogni Regione agisce un po’ per conto proprio, alcuni percorsi sono diversi e difformi, e questo crea delle criticità. Proprio in questi giorni assistiamo purtroppo ad un aumento delle morti sul lavoro, che complessivamente sono calate, è vero (del resto è calato anche il lavoro), ma non dobbiamo smettere di investire sulla sicurezza e sulla prevenzione, anche delle malattie professionali, perché garantire un ambiente di lavoro sano e sicuro è un obiettivo strategico anche della Commissione dell’Unione europea, che opera a tal fine in stretta collaborazione con gli Stati membri, le parti sociali, le altre istituzioni e gli altri organismi dell’Unione europea. Sono azioni importanti, con sfide davvero ambiziose che l’Italia deve impegnarsi ad affrontare fin da subito. Vorrei parlare anche delle tutele crescenti tanto evocate, dando un mio contributo, se possibile, ma mi limito introdurre la questione dell’articolo 18, sulla quale verte l’attuale dibattito, affrontata all’articolo 4, che non risolve i problemi dei nostri disoccupati, giovani e non. Come sappiamo, ci sono 3.000 casi l’anno di licenziamenti senza giusta causa che finiscono con il reintegro del lavoratore, mentre abbiamo 3.600.000 lavoratori che non solo non usufruiscono del diritto al reintegro ma sono sfavoriti in tutto. È il caso dei co.co.co e delle partite IVA. Per realizzare una efficace riforma del lavoro i numeri da tenere in considerazione sono altri. Se guardiamo alla popolazione con età compresa fra i 15 e i 64 anni a fine 2013 il tasso di disoccupazione italiana era fermo al 49,9 per cento, mentre quello tedesco al 72,3 per cento. È urgente discutere di tutti gli altri diritti che di fatto oggi vengono negati ai lavoratori: il diritto ad avere un lavoro dignitoso, a creare una famiglia, alla maternità, ad avere un salario equo. L’articolo 18 si applica oggi ad una minoranza rispetto ai 22,4 milioni di lavoratori italiani ufficiali, visto che i dipendenti a tempo pieno e parziale sopra la soglia dei 15 per azienda sono circa 9,4 milioni. Non c’è cosa più iniqua che dividere i cittadini fra quelli di serie A e quelli di serie B, ha detto il nostro Presidente del Consiglio, sottolineando come deve essere superato un mondo del lavoro basato sull’apartheid. È stato evocato il lavoro nero, è stato evocato questo e deve emergere. Ci sono due milioni di neet, di giovani che non studiano e non lavorano e non si sa bene cosa facciano e che o sono mantenuti grazie al welfare familiare oppure lavorano in nero, e noi sappiamo che l’emersione del lavoro nero è importante. Ecco perché è necessario sostenere questa delega, cui seguiranno i decreti delegati, come abbiamo detto. L’emergenza assoluta è l’esclusione di chi un lavoro rischia di non averlo mai. Di ciò deve discutere la buona politica e il sistema sindacale. Se si vuole riscrivere lo Statuto dei lavoratori bisogna avere in mente che i temi principali sono: giusto salario, maternità, ferie, malattie, protezione contro i licenziamenti discriminanti, politiche attive del lavoro. Come evidenziato giustamente dal nostro Presidente della Repubblica, l’Italia non può restare prigioniera dei corporativismi e dei conservatorismi. Con questo provvedimento possiamo e dobbiamo responsabilmente, perché siamo senatori, senatori della Repubblica italiana, superare i vecchi recinti ideologici, e metterci attorno ad un tavolo, tutti, per migliorare il presente e il futuro dei giovani e delle donne, di tutti coloro che sono esclusi dal mercato del lavoro in modo da offrire loro una nuova occasione, una nuova speranza. Viva l’Italia! L’Italia che produce, l’Italia del lavoro, l’Italia responsabile, l’Italia che cura e che accompagna, l’Italia che custodisce il lavoro, che lo sa aumentare e sa tutelare i lavoratori e gli imprenditori e sa coniugare questi aspetti che sono importantissimi.

PUPPATO. Signor Presidente, ministro Poletti, qui dentro ci sono anche – pochi, magari – piccoli imprenditori, come me, che quest’anno festeggio venticinque anni di attività. E pensare che ho accantonato sempre il TFR. Il problema è che stiamo ascoltando interventi che, in alcuni casi, non sono partigiani (la partigianeria non solo la conosco, ma la apprezzo), ma faziosi, sono atti di condanna preventiva e pregiudiziale. Tuttavia, proprio il fatto che si scateni un’opposizione così dura ad un atto come quello che stiamo cercando di mettere in campo (il cosiddetto jobs act), attraverso un dibattito che, al contrario, vuole portare miglioramenti alla delega del Governo, mi fa pensare che siamo sulla strada giusta. Racconto la mia breve storia, tanto siamo rimasti abbastanza in pochi in quest’Aula. Come dicevo poco fa, ho alle spalle piccola impresa per venticinque anni, accantonando sempre il TFR, ministro Poletti, senza mai vedere un dipendente sbattere la porta e uscire dalla mia piccola realtà, nonostante non trovasse applicazione l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tutti si sono sentiti assolutamente garantiti. Che cosa vuol dire questo? Di certo non vuol dire che tutti gli imprenditori sono uguali, ma non vuol dire neppure che tutti i dipendenti sono alla stessa stregua. Se infatti così non fosse, quando qualche anno fa ho pagato 36 mesi di contribuzione – pari allora a 48.000 euro – per una persona che ha lavorato con me un mese soltanto, se solo avessi pensato che tutti i dipendenti erano così, forse non avrei potuto mantenere in piedi la mia impresa. Tutto questo vuol dire che dobbiamo smetterla di pensare che gli steccati garantiscano qualcuno o qualcosa. Forse è vero che in questo momento siamo chiamati tutti, imprese, politici, amministratori locali, lavoratori dipendenti, ad una migliore e maggiore responsabilità. Chi afferma, vedendo una sola faccia del prisma, che la discussione accesa per questo jobs act è sterile, polemica (ho anche sentito parlare di sfascio), non ha colto che quello che stiamo incardinando ora, signor Ministro, è proprio una rivoluzione ed è proprio per questo che fa paura. Si pensi che poc’anzi abbiamo sentito fare gli elogi di De Benedetti e di Scalfari, gli stessi che qualche mese fa erano citati come le lobby pesanti dietro al Governo Renzi. Dunque, appena si muove qualcosa nell’ambito di ciò che è stato da sempre fisso e sedimentato, improvvisamente arrivano gli attacchi da ogni parte. Noi, invece, siamo convinti che quello che stiamo facendo è una cosa buona, profonda, dovuta e anche doverosa. Quanto a questo basta leggere la numerosità dei disegni di legge che la delega di fatto va ad assorbire o cancella, che dir si voglia, come si evince dalle prime pagine del disegno di legge in esame. Tali proposte sono sottoscritte praticamente da tutto l’arco parlamentare ed è sufficiente fare attenzione alla loro numerosità per capire il caos che viviamo nel mercato del lavoro e anche in parte nel welfare italiani, che ha progressivamente visto diminuire le proprie risorse. Come ogni grande sconvolgimento, forse anche solo rendere ordinato ciò che non lo è, rendere chiaro, trasparente ed efficiente ciò che non lo è, obiettivamente rappresenta un impegno gravoso ed è quello che vogliamo assumerci come attivi propulsori della migliore soluzione possibile. Noi vogliamo che il jobs act approvato da quest’Aula sia davvero il migliore possibile, a prescindere dalle barriere ideologiche. A mio avviso, il dibattito ha già prodotto una parte dei suoi effetti: la delega al Governo è più completa e puntuale, entra nel merito, suggerisce buone ragioni senza scendere a patti con l’una o con l’altra parte. Fuori abbiamo due Italie: la prima è quella fossilizzata, immobile, in cui si contrappongono imprese contro lavoratori e lavoratori contro imprese, come se fossimo ancora nell’Ottocento e non nel mondo evoluto; l’altra, invece, è costituita da un mondo che non ha alcuna certezza; che è fatto di precarietà e anche di soprusi quotidiani, che manca di dignità. Ebbene, nel silenzio di tutti – o di quasi tutti – questa realtà, queste due Italie hanno vissuto contemporaneamente sulla stessa faccia del nostro Paese: solo diritti o quasi da una parte e solo doveri o quasi dall’altra. Credo sia giunto il momento di dire basta. Un esempio per tutti lo troviamo nella numerosità delle tipologie contrattuali. Mi veniva da sorridere poc’anzi mentre leggevo l’articolo 4, lettera a), del disegno di legge in esame, in cui si stabilisce che il Governo dovrà individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti. Dentro di me mi sono chiesta quante fossero, visto che dobbiamo ancora individuarle e analizzarle; forse non sono neanche quelle 44 o 48 di cui si parla sui giornali oggi. Si tratta di una specie di torre di Babele del lavoro che produce il massimo della diseguaglianza sociale. Questa non è un’analisi fatta da me o dal Partito Democratico, ma dalla Commissione europea per il welfare, che ha fotografato come l’Italia sia il Paese in cui negli ultimi 10 anni, più che in tutto il resto dell’Europa (sto parlando dell’Europa a 44, non di quella a 28) è cresciuta la disuguaglianza. Siamo cioè il Paese che è riuscito più di tutti gli altri a creare diseguaglianza e profonda ingiustizia. Pensate che l’altro giorno leggevo che neanche nella malattia si è uguali in Italia: da un lato c’è chi ha la fortuna di lavorare nell’ambito della pubblica amministrazione ed ha diritto fino a 36 mesi per potersi curare adeguatamente se ha contratto purtroppo una grave malattia; dall’altra parte ci sono lavoratori che non hanno la stessa fortuna, che fanno parte dei parasubordinati (che è anche un brutto nome, perché sembrano una categoria indiana che non ha pieni diritti di cittadinanza), i quali hanno diritto solo a 20 giorni per le cure. Gli altri hanno sei mesi. Dunque si va da venti giorni a trentasei mesi, per i permessi per malattia in questo Paese? Forse a voi non è mai capitato, ma a me, come sindaco, è capitato spesso di ricevere familiari di ammalati che, dopo sei mesi, venivano a spiegarmi che i loro familiari non erano morti, ma che avevano ricevuto la lettera di licenziamento. Questo non lo auguro a nessuno, perché il peggior danno che si può ricevere, dopo 20 o 25 anni di lavoro in azienda è sapere che l’INPS non rimborsa più l’azienda e che quindi quest’ultima, semplicemente, cancella il numero. Anche questa è una questione che dobbiamo porci. Non possiamo pensare di essere il Paese dove accade tutto e il contrario di tutto e noi stiamo solo a difendere qualcosa che potrebbe accadere allo 0,01 per cento dei casi. Non mi interessa più quello 0,01 per cento, mi interessa l’altro 99,99 per cento, che in questo momento non considera più l’Italia un Paese in cui vivere, lavorare o fare impresa. Ecco perché, signor Ministro, ampliare, estendere e rendere universali le garanzie del welfare restituisce e deve restituire dignità e serenità a lavoratori e imprese. Occorre stabilire con certezza dove finisce l’azione del privato e dove continua l’azione del pubblico, far comprendere con chiarezza i rapporti, i limiti, i rischi e le esposizioni economiche per l’uno o l’altro: questo vuol dire, oggi, stendere un corretto contratto con gli italiani. Il tema del salario minimo è un’ altra sfida che mi piace particolarmente vedere inserita nella delega del Governo e che non è facile. Si entra con i piedi nel piatto, signor Ministro: è chiaro e non è un caso che in Germania la CDU e la SPD siano rimasti due mesi a discutere di questo, perché le implicazioni sono enormi. E noi non abbiamo neanche il loro mercato del lavoro, che era di piena occupazione. Noi abbiamo un mercato in cui c’è carenza di occupazione. Quindi, il rischio è maggiormente elevato, ma a noi piacciono le sfide e in questo momento le vogliamo cogliere tutte. C’è poi la delega al Governo, relativa alle politiche attive e ai servizi. Non so, presidente Calderoli, forse lei, che come me è appassionato di federalismo, si renderà conto che qui abbiamo messo… Signor Presidente, voglio evidenziare un punto, che non ha notato nessuno, perché magari nessuno se ne è accorto, contenuto nell’articolo 2 del jobs act, recante delega al Governo in materia di servizi per il lavoro e politiche attive. In tale articolo si dice che non solo si rafforza il monitoraggio delle politiche attive con il sostegno al reddito della persona, inoccupata o disoccupata, con misure volte al suo inserimento nel tessuto produttivo, ma alla lettera t) del comma 2 si attribuiscono al Ministero del lavoro e delle politiche sociali delle competenze in materia di verifica e controllo dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP). Abbiamo sempre conosciuto i livelli essenziali di assistenza (LEA) e i livelli essenziali di assistenza sociale (LIVEAS). Con questa norma abbiamo inserito anche i livelli essenziali di prestazione lavorativa. Ciò vuol dire che devono essere garantite su tutto il territorio nazionale – nessuna Regione esclusa: d’accordo? – le stesse medesime politiche attive per il lavoro. Cominciamo a parlare una lingua conosciuta nel Titolo V della Costituzione, recentemente modificato, in cui il Governo assume una delega in caso di carenza delle Regioni inadempienti. Inoltre a me piace pensare, così come hanno fatto le organizzazioni sindacali, che le aperture del Governo relativamente all’inserimento dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese, alla rappresentanza unica dei lavoratori, al reddito minimo orario dei lavoratori, siano garanzie più importanti di ogni altra tutela ad oggi presente nel mercato del lavoro. Sono dell’idea, ad esempio, che se riusciamo ad inserire in questo jobs act un contratto a tempo indeterminato più favorevole, ad esempio perché incentivato rispetto ad altri contratti, avremmo davvero contemperato le esigenze di tutti sono dell’avviso che, nel momento in cui avremo inserito i dipendenti nel consiglio d’amministrazione delle medie e grandi imprese, avremo dato la tutela più importante che si possa dare ad un lavoratore, ovvero quella di sapere quanto la sua impresa sta investendo su di lui e quanto crede nel territorio in cui si trova, potendo contribuire affinché l’impresa possa continuare a produrre in maniera positiva. E allora, signor Ministro, penso che quanto avvenuto nel corso del dibattito in Commissione, nella direzione del Partito Democratico e nel dibattito che stiamo svolgendo qui oggi, nella richiesta di ciascuno di noi che questa delega riesca ad attivare politiche per il lavoro per rendere questo Paese sempre più attrattivo non solo per le imprese straniere, ma anche per quelle italiane che hanno voglia di investire e di continuare a credere nel proprio Paese, sia esattamente quello che dovevamo fare e quello che stiamo facendo. E vi ringrazio di questo.

ROSSI . Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, per far ripartire l’economia del nostro Paese, ma anche quella europea, trainare la crescita e riprendere l’occupazione, è stato detto infinite volte come sia necessario il rilancio del sistema industriale. Per fare questo si deve intervenire sul sistema bancario e facilitare l’accesso al credito, soprattutto per le piccole e medie imprese, riformare e alleggerire il sistema fiscale, riformare la pubblica amministrazione e la giustizia civile e, appunto, adeguare le regole del mercato del lavoro al modello di crescita e sviluppo che si intende perseguire. La Germania, per fare un esempio, con cinque milioni di nuovi disoccupati tra il 2000 e 2003, frutto della riunificazione, decise di darsi un piano di rilancio adottando la cosiddetta Agenda 2010 con l’ambizione strategica di riconquistare il ruolo dileadership in Europa e nel mondo. La riforma del mercato del lavoro fu un tassello di quel piano, non l’unico, assieme al rilancio delle politiche industriali e alla riforma fiscale per rilanciare i consumi. Per questo dobbiamo, da un lato, far sì che nel nostro Paese si cerchi di spostare le risorse verso gli investimenti pubblici e privati, tesi a rafforzare il sistema delle imprese, la loro patrimonializzazione, la propensione a investire in ricerca e innovazione e la capacità a internazionalizzare; dall’altro, utilizzare ogni strumento disponibile per invertire la situazione recessiva e favorire nuova e buona occupazione. È così che torneremo anche ad essere un sistema competitivo in grado di attrarre investimenti esteri. La legge delega in discussione sarà un’occasione solo se sapremo inserirla all’interno di questo ragionamento. In questi venti anni abbiamo anche innovato profondamente il mercato del lavoro – certo, con alcune contraddizioni – ed introdotto forme di flessibilità che con il tempo si sono rivelate persino eccessive, generando precarietà diffusa. Questi interventi, infatti, da un lato, avrebbero dovuto essere affiancati da innovazioni profonde anche nel campo del welfare, della formazione permanente dei lavoratori e del percorso scuola-lavoro. Purtroppo, ciò è avvenuto solo in minima parte e ne hanno fatto le spese soprattutto i più giovani. Dall’altro lato, detti interventi avrebbero dovuto essere affiancati dalla capacità di ragionare su regole del mercato del lavoro coerenti con le caratteristiche del nostro sistema produttivo, fatto di grandi imprese manifatturiere spesso multinazionali, di troppe piccole e piccolissime imprese, poco patrimonializzate, scarsamente internazionalizzate e prive di possibilità, come ho detto, di investire in ricerca e innovazione, e di troppo poche medie imprese che, al contrario, sono quelle che meglio hanno resistito alla crisi, soprattutto per la loro capacità ad internazionalizzare e ad innovare. È proprio su questa stretta relazione che voglio sviluppare la mia riflessione sulle opportunità che la legge delega ci offre e ci dovrebbe offrire. Quale deve essere la logica di fondo da perseguire? Quella di aumentare, certo, il tasso di flessibilità, ma non genericamente, bensì inserendola in un quadro di maggiore elasticità complessiva del sistema. Per esempio, nel manifatturiero dovrebbe vigere sempre e solo il contratto a tempo indeterminato, perché è il settore che traina le esportazioni, l’innovazione, ma anche l’altissima affidabilità dei prodotti, per i quali servono professionalità e competenza elevatissime. In quei settori non si può inserire lavoro occasionale e lavoro precario. La forza lavoro deve essere curata e tutelata durante tutta la fase lavorativa attraverso un processo di formazione continua, curata e pagata dalle imprese come avviene in Germania, dove nelle fasi di crisi si riduce l’orario di lavoro ma difficilmente si licenzia. A ciò si possono aggiungere poi due altre forme di flessibilità, quella di comparto e quella settoriale, al fine di rilanciare segmenti produttivi strategici. Vede, signora Sottosegretario, io vengo dalla città di Terni, che so che lei conosce perché sta seguendo molto bene la questione dell’AST, dove proprio una multinazionale tedesca sta facendo esattamente il contrario di quello che le sto dicendo e noi non possiamo consentire i tagli a quel contratto integrativo, i tagli lineari del 10 per cento e la mobilità per molti lavoratori, tra l’altro annunciata oggi con una dichiarazione inaccettabile da quell’azienda. Noi dobbiamo saper fare il contrario. Il punto è come riuscire a guidare il passaggio strategico, proprio nel manifatturiero, da un lavoro a carattere fordista ad un lavoro a più alto contenuto di sapere e conoscenza sia nei processi, che nei prodotti. Tenere insieme materia e tecnologia, atomo e bit, rappresenta il terreno della sfida del lavoro a più alto valore aggiunto e quindi a più alta redditività. Il discorso è diverso, ovviamente, per quei settori come i servizi, quelli protetti, non esposti alla concorrenza internazionale, a bassa produttività di capitale, cioè ristorazione, settore delle pulizie, servizi alla persona, vendita al dettaglio e così via. In questo contesto la flessibilità è al contrario utile per realizzare un abbassamento complessivo dei costi e l’aumento conseguente della produttività media del sistema. È qui però che necessitano meccanismi di compensazione e protezione sociale chiari, in parte già indicati nella delega, finalizzati ad evitare che si determini uno scalino troppo grande rispetto ai primi. A ciò si aggiungono tre ultime questioni. La riforma degli ammortizzatori sociali, l’apprendistato e i servizi per l’impiego. La prima è adeguatamente contenuta nella delega. Restano tuttavia cruciali il tema delle risorse necessarie ad affrontare il precariato, quello della garanzia del reddito nelle fasi di disoccupazione e quello della contestualità con la semplificazione delle forme contrattuali e l’introduzione del regime a tutele crescenti. In merito all’apprendistato, l’incentivazione economica dello stage, prima, e la liberalizzazione del tempo determinato, poi, hanno ridimensionato l’apprendistato professionalizzante, già molto provato dalla crisi e unica forma diffusa nel nostro Paese; non è un vero apprendistato, come inteso in Europa, ma una forma d’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro incentivata fiscalmente, che per molte ragioni non ha dato gli effetti sperati. Se si continua così, tanto vale scommettere davvero, lasciando questa strada, sulle altre due forme di apprendistato, quella per i minorenni a scuola e quella per l’alta formazione e ricerca, che non sono (e non potranno essere) sostituibili da alcuna forma contrattuale tradizionale. È vero, infine, che i servizi per il lavoro hanno prodotto situazioni a macchia di leopardo. Ci sono esempi di buone pratiche – come nella mia Regione, l’Umbria – ed esperienze non certo positive, ma è innegabile che la presa in carico delle persone e la fidelizzazione delle imprese difficilmente possono essere fatte da un unico punto nazionale. Altra cosa è la messa in rete delle politiche attive del lavoro a carattere nazionale, ma le azioni di accompagnamento al lavoro presuppongono un servizio locale di area vasta vicino alle persone e alle imprese. Si faccia tesoro, appunto, delle buone pratiche che sono presenti nel nostro Paese e si corregga la rotta. Allo stesso tempo sarà anche fondamentale stimolare la creazione di un vero mercato del lavoro europeo, rimuovendo le barriere che ancora impediscono la fluidità della libera circolazione dei lavoratori, anche mediante nuove iniziative legislative da parte della Commissione europea; rafforzare il sistema EURES (european employment services) e migliorare il coordinamento tra i servizi pubblici per l’impiego nazionali e investire in uno statuto europeo dell’apprendistato, sulla base di un quadro comune di qualità. In conclusione, è giusta l’intenzione della delega, cioè sfoltire le forme contrattuali flessibili e ridurre il peso percentuale del contratto a tempo determinato scommettendo sul fatto che gli imprenditori non avranno remore ad attivare rapporti con il nuovo contratto a tempo indeterminato. Ma ciò sarà possibile solo se il costo di quest’ultimo sarà più conveniente, evitando così che la giusta semplificazione delle forme contrattuali possa andare incontro al rischio opposto di quello sperato. Per questo, se si procederà effettivamente dell’individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali, allora raggiungeremo gli obiettivi prefissi, invertiremo la tendenza negativa esistente, confermata anche dai dati odierni e di questi giorni e dalla correzione sul Documento di economia e finanza che il Governo ha inteso apportare, e ci lasceremo alle spalle inutili e sterili polemiche.

7 ottobre 2014

GUERRA. Signora Presidente, non nascondo anch’io l’imbarazzo di intervenire in una discussione generale quando il quadro delle decisioni del Governo è ancora non definito. Ciononostante, siccome si parla della possibilità che proposte vengano raccolte dal Governo anche qualora ponesse la fiducia e visto che sicuramente il percorso della delega è ancora lungo perché il provvedimento deve passare anche nell’altra Camera, non intendo rinunciare all’occasione data. Credo infatti sia importante sottolineare alcune questioni, nello spirito che ha caratterizzato l’impegno di molti senatori in tutta la fase di elaborazione, di dibattito e di confronto in Parlamento su questa delega, e pertanto non intendo rinunciare a fare alcune osservazioni e a dare alcuni suggerimenti su quella che a mio avviso rimane una delega molto importante. Il progetto che ci viene proposto è infatti ampio ed ambizioso. Il punto cruciale è sicuramente quello di arrivare a costruire una rete di sostegno per le persone che perdono il lavoro o che devono per la prima entrare nel mondo del lavoro: una rete che tenga conto sia di quelle che chiamiamo politiche attive, cioè centri dell’impiego, sia di quelle che chiamiamo politiche passive, cioè gli ammortizzatori sociali. A mio avviso, la costruzione di questa rete è così importante che penso sia rilevante per il Governo porre attenzione al fatto che essa va costruita prima, cioè deve essere definita una priorità nei vari campi in cui si articola l’intervento, in modo da poter arrivare ad agire sulla revisione dei contratti o su altri temi, quali la semplificazione, che sono pure previsti dalla delega, solo quando si è sicuri che tale rete abbia preso l’avvio. Ciò non significa solo – ed è importantissimo – che vengano individuate risorse (non da subito adeguate al 100 per cento, ma comunque significative) per la costruzione di questa rete, ma che proprio i decreti legislativi relativi agli articoli 1 e 2 siano emanati prima di quelli relativi in particolare all’articolo 4. La rete di supporto che viene illustrata, su cui si esercita la delega, è di tipo assicurativo. Dicevo che la rete di sostegno ipotizzata nella delega è di tipo assicurativo, cioè ampiamente sostenuta dai contributi versati da datori di lavoro e lavoratori. Ritengo molto importante un passaggio della delega in cui si fa riferimento anche a un ulteriore pilastro, cioè un intervento di tipo assistenziale, quando l’Assicurazione sociale per l’impiego (ASPI), o quello che sarà, termina, perché ovviamente ha una durata. Ritengo ci sia spazio per approfondire questo tema anche nell’ottica del rilancio delle politiche di contrasto alla povertà recentemente richiamate anche in un’apposita audizione dal ministro Poletti. Un altro aspetto sicuramente importante della delega riguarda gli interventi per l’occupazione femminile, relativamente alla conciliazione. Sappiamo infatti che il tema della conciliazione è cruciale, perché circa il 30 per cento delle donne madri con meno di 65 anni hanno dovuto interrompere il lavoro per motivi familiari: nella metà dei casi si è trattato della nascita dei figli. Pertanto, affrontare il tema della conciliazione, degli asili nido, della tutela della maternità, è sicuramente un punto importante che credo nell’iter della delega possa essere ulteriormente rafforzato. Mi trovo invece un po’ in difficoltà sui temi affrontati nell’articolo 4; in particolare, credo che la delega sia timida su alcuni aspetti cruciali che vanno decisamente rafforzati. Il primo riguarda la volontà di disporre il superamento di forme di lavoro che non trovano ragioni valide in motivi di organizzazione e relativi alla produttività. Nella formulazione attuale, su questo punto la delega è molto timida, perché parla di semplificazione, di eventuali interventi. Credo che invece il tema sia di assoluta importanza proprio perché abbiamo visto che queste forme di lavoro favoriscono non già la flessibilità, che pure è auspicabile, quanto la precarietà. Accolgo quindi con favore l’idea, che per ora è stata manifestata solo in dichiarazioni pubbliche e non si è tradotta in atti emendativi, del superamento di alcune di queste forme, e mi riferisco alle co.co.pro. Voglio anche sottolineare, proprio con riferimento alle collaborazioni a progetto, che si tratta di una forma che si è molto ridotta una volta adottate le misure di controllo e di limitazione, a seguito della legge Fornero. Quindi, anche il tema degli abusi è giustamente da tenere presente nel definire l’intervento su queste forme di lavoro non a pieno tempo. Per quanto questo tema sia richiamato, uno degli elementi che mi preoccupa è quello relativo ai voucher. Attualmente la delega prevede una possibilità di estensione, con poche limitazioni, dei voucher, che passa soprattutto attraverso l’elevazione dei tetti attualmente posti per quanto riguarda sia il lavoratore che i datori di lavoro. Penso che l’attuale tetto dei 5.000 euro, praticamente analogo a quello dei mini job tedeschi, non debba essere assolutamente abbandonato, se non vogliamo che questa forma di lavoro, che ha una sua logica nel lavoro occasionale, temporaneo, non arrivi invece a cannibalizzare forme di lavoro più strutturate come il part-time – quello vero – e il lavoro stagionale, che sono ben diverse in termini di tutele che garantiscono i lavoratori sia sotto il profilo previdenziale che proprio a fronte della perdita di lavoro. Non si può dire che questa limitazione crei ostacolo nel campo dei servizi alla persona – si sente parlare a volte delle badanti, delle colf, delle baby sitter – perché non esiste al momento attuale alcuna difficoltà per il datore di lavoro ad assumere a tempo determinato e indeterminato queste figure con un orario, che può essere anche di un’ora al mese o di due ore alla settimana, gestito in tutta flessibilità. Si tratta quindi di un tema, quello dei voucher, su cui richiamo fortemente l’attenzione e la sensibilità del Governo. Allo stesso modo e a questo collegato, sostengo che la delega è timida nel porre al centro della propria azione il lavoro a tempo indeterminato, quel lavoro che dà stabilità al rapporto di lavoro, che permette al datore di lavoro e al lavoratore di investire su una attività comune. Bisogna fare propria l’affermazione che il ministro Poletti ha fatto tante volte e che condivido: questo lavoro deve avere minori costi sia fiscali che contributivi e in termini di altri tipi di oneri rispetto agli altri. In effetti, vediamo un arresto nella possibilità di trasformare il lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato. Gli ultimi dati che ci vengono dal rapporto sul mercato del lavoro del CNEL ci confermano che il passaggio dalla forma a tempo determinato a quella a tempo indeterminato è molto ipotetico: sono quasi il 58 per cento coloro che restano in forme indeterminate una volta che queste sono finite; circa il 21 per cento sono quelli che escono da forme di lavoro a tempo determinato per poi non poter accedere a niente, ossia rimanere inattivi o disoccupati. Questo è un tema di una rilevanza fondamentale. Nel testo della delega si parla di un contratto a tutele crescenti. Non è però declinato in alcun modo che cosa effettivamente questo significhi e come questo contratto si ponga in relazione con gli altri contratti esistenti. Non nascondo perché so benissimo che il tema delle tutele crescenti si lega con un altro dibattito molto rilevante, svolto negli ultimi giorni, che riguarda il tema delle tutele rispetto ai licenziamenti. Reputo questo un tema delicato su cui bisogna fare assoluta chiarezza, perché i licenziamenti di cui si parla, e in particolare quelli tutelati dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, niente hanno a che vedere con la flessibilità in uscita del lavoro. Questa è una mistificazione, perché la tutela, e in particolare la tutela della reintegrazione, è riservata esclusivamente, a parte ovviamente i licenziamenti discriminatori di cui nessuno può parlare perché protetti dalla Costituzione, oltre che dalla disciplina internazionale, riguarda esclusivamente quelle situazioni in cui la motivazione risulta non giustificata né dal punto di vista economico che da quello disciplinare. È questo un principio che non può essere messo in discussione se non al prezzo di mettere la vita del lavoratore nella piena disponibilità delle scelte del datore di lavoro. I principi che ci vengono ricordati dalla Carta sono tre, e vorrei brevemente rammentarli. Innanzitutto deve essere garantito il diritto dei lavoratori a non essere licenziati senza un valido motivo. In secondo luogo, deve essere salvaguardato il diritto dei lavoratori licenziati senza valido motivo ad ottenere una riparazione, e – attenzione – deve trattarsi di una riparazione che agisca da deterrente nei confronti del licenziamento illegittimo. È sbagliato dire che l’articolo 18 copre poche migliaia di lavoratori perché sono poche migliaia quelli che ottengono la reintegrazione; il problema è che cosa succederebbe se non ci fosse l’articolo 18! I lavoratori tutelati dall’articolo 18 sono 7,5 milioni: è un discorso un po’ diverso. Il terzo elemento, secondo me cruciale, sancito nella Carta di Nizza, è il diritto dei lavoratori a poter contestare davanti ad un organo terzo (che può essere un giudice, ma non necessariamente) le ragioni con cui il datore di lavoro ha motivato il licenziamento, anche quelle di carattere economico. Tutti noi siamo sensibili alla necessità di dovere anche ridimensionare il numero dei lavoratori quando c’è un’esigenza economica, ma qui non si sta discutendo di questo, quanto del fatto che questa esigenza esista e sia motivata. Non può essere una decisione incontestabile del datore di lavoro perché altrimenti sarebbe troppo banale che qualsiasi tipo di licenziamento senza giusta causa e senza giusto motivo finisca per essere giustificato con ragioni di tipo economico. Ora, è proprio per la necessità di dare voce sul posto di lavoro anche ai lavoratori, e non solo ai datori di lavoro, senza per questo richiamare conflitti, ma anzi auspicando rapporti di ottimizzazione comune, che io guardo con grande perplessità ad alcuni aspetti ipotizzati in questo disegno di legge di deleghe al Governo che interviene sullo Statuto dei lavoratori. In particolare, non ho niente contro la possibilità che si rivedano le mansioni in una situazione di crisi e di difficoltà aziendale: quello che mi preoccupa molto è che, diversamente da quanto già prevede lo Statuto dei lavoratori, la delega non si preoccupi di precisare che il tutto debba avvenire con attenzione al livello salariale garantito al dipendente e attraverso l’interlocuzione con i sindacati, ovviamente quelli più rappresentativi al livello nazionale, in una contrattazione con tutti i sindacati che possa riguardare la singola azienda e la situazione specifica. Non possiamo affidare scelte così delicate a decisioni unilaterali, altrimenti andiamo indietro davvero di qualche secolo nella storia calpestando qualche diritto che ci sta a cuore, che è stato conquistato per sempre; così come teniamo ai diritti fondamentali dell’uomo e alla Costituzione, che contiene valori che non sono di ieri e che valgono per sempre.

RICCHIUTI. Signora Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, oggi affrontiamo un tornante decisivo della legislatura, un tratto di attività che segna il modo e la profondità di senso con cui questa compagine parlamentare sa parlare alle italiane e agli italiani. Tra questi, Laura: 32 anni, laurea magistrale, esperienza decennale, single. Laura lavora per sette euro l’ora per una cooperativa presso alcuni Comuni. Fa un lavoro delicatissimo; lavora da settembre a giugno, luglio ed agosto senza paga, niente TFR, niente malattia, niente ferie. Per sopravvivere deve integrare la miserabile paga facendo altri lavoretti, compreso il passare la notte in una comunità una volta la settimana. La sua situazione è la normalità per chi lavora per le cooperative. Poi c’è Federico: 24 anni, un diploma e molti altri corsi di specializzazione. Per cercare un lavoro qualsiasi accetta la posizione di apprendista e lavora undici ore al giorno, ma viene pagato per otto. Di fatto, la formazione non la fa; è autonomo sul lavoro, ma piuttosto che stare a casa si adatterebbe a fare qualunque cosa e poi, se reclamasse i suoi diritti, il giorno dopo sarebbe senza lavoro. La sua situazione è la normalità. Linda, Marco e Luisa lavorano come commessi nei negozi dei centri commerciali. Tutti e tre sono laureati, ma non lo hanno dichiarato nei curricula, perché altrimenti non li avrebbero assunti. Lavorano su due turni, sette giorni su sette. Non possono fare ferie, altrimenti a casa. L’edilizia oggi è in crisi e sono riapparsi i caporali che raccolgono non gli extracomunitari, ma i muratori disoccupati italiani. Tutti in nero: basta fare dei controlli nei cantieri. Giovanni, con altri, lavora in un supermercato dove lavorano 50 ore la settimana, ma sono pagati per 40. Giovanni ha chiesto il pagamento degli straordinari; il giorno dopo era a casa. Esistono le cooperative di lavoro gestite dalla ‘ndrangheta, che trattano i lavoratori come schiavi. Esistono gli schiavi in agricoltura, sia nel mantovano, nell’agro pontino, nel tavoliere e in Calabria. Per non parlare dei giovani che lavorano praticamente gratis. Ecco, a tutti questi lavoratori, giovani e meno giovani, noi rischiamo di togliere non solo sacrosanti diritti, ma anche dignità: loro saranno i futuri poveri, tanti con il master in tasca. Mio padre era un operaio dell’Alfa Romeo e ha fatto centinaia di ore di sciopero negli anni Sessanta per rivendicare i diritti dei lavoratori e per costruire una società più giusta, per quelli come lui e per le future generazioni. Mi ricordo perfettamente quei tempi: i soldi che mancavano nella sua busta paga non ci permettevano di tirare la fine del mese e questo non lo potrò mai dimenticare. Le sue lotte e quelle di migliaia di lavoratori come lui si concretizzarono con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori. Non contribuirò a distruggere quello che è costato loro sacrifici, lacrime e sangue. Non è ideologia né nostalgia: è la carne delle persone. Oggi la riforma del lavoro dovrebbe servire per eliminare il precariato e per estendere i diritti a tutti; quindi è indispensabile eliminare la maggior parte di questi contratti «vergogna», le false partire IVA, compreso il contratto a temine del decreto Poletti. Uno dei nostri emendamenti va in questa direzione. Vogliamo estendere la cassa integrazione ordinaria e straordinaria a tutti i lavoratori? Bene, il costo è zero per lo Stato, perché il contributo per la cassa integrazione è a carico del datore di lavoro e dei lavoratori. Basta farlo pagare a tutti e abbiamo risolto il problema. Prevedetelo nella delega! Quanto alle mansioni, è un principio di civiltà del lavoro che il prestatore di lavoro progredisca gradualmente, in termini di responsabilità, mansioni e stipendio. Un lavoratore che sapesse che dovrà fare lo stesso identico lavoro per tutta la vita senza mai avanzare nel contesto organizzativo dell’impresa sarebbe una persona le cui aspettative legittime sono conculcate e per il quale il cosiddetto ascensore sociale è fermo. Per questo, lo Statuto dei lavoratori ha modificato il codice civile (articolo 2103) e ha vietato il cosiddetto demansionamento, che consiste nel dedicare il prestatore a mansioni inferiori a quelle pattuite o a quelle superiori cui successivamente egli si sia dedicato, svilendone la professionalità. Nessuno nega che vi possano essere momenti di particolare tensione produttiva ed organizzativa che impongono maggiore flessibilità, né che i processi di lavoro spesso oggi possano contemplare uno spettro di mansioni che spazi da operazioni meramente manuali a lavori di maggior contenuto concettuale e che questo spettro possa essere ricompreso tutto in una mansione. Tuttavia, la materia del contenuto della prestazione di lavoro è oggetto della contrattazione e in quella sede in Italia si sono raggiunti già livelli di flessibilità molto significativi. Quindi, se si deve intervenire per legge sulla materia, occorre ancorare la possibilità del cambio di mansioni in peggio solo a processi di riorganizzazione e ristrutturazione dovuti a comprovate difficoltà economiche dell’impresa. E veniamo all’articolo 18. E qui mi rivolgo al collega Sacconi, che sta in Parlamento dal 1979 e che ci fa la predica della modernità e del rinnovamento ma dice le stesse cose di destra da 35 anni: bisogna stabilire la verità. La reintegra è un rimedio per un fatto illecito. Prevede una sanzione se i contenuti della regolazione del lavoro sono violati. È inutile stabilire delle regole se poi la garanzia ultima dovesse sparire. Il datore di lavoro avrebbe sempre l’arma del licenziamento, anche illegittimo, per mettere a tacere qualunque lavoratore dovesse far valere il proprio diritto. Ripeto: l’articolo 18 è un rimedio per la violazione di regole, quali che esse siano. La sua abolizione non ha senso logico né giuridico. Abolire l’articolo 18 equivale a legalizzare il reato di furto o di rapina: è del tutto inutile regolare la proprietà o il possesso dei beni se poi chi commette un furto la fa franca per legge. Per restare nella metafora del furto: il ladro che, per legge, deve restituire la refurtiva, non se la può cavare con un risarcimento e se la tiene. Se viene costruito un manufatto in area archeologica o sismica, l’abuso edilizio deve essere abbattuto. Quindi la cosiddetta restitutio in integrum è la forma normale di riparazione di un fatto illecito. Ci sono poi quattro argomenti insopportabili. Il primo è quello per cui c’è disparità tra coloro che sono garantiti perché si applica loro l’articolo 18 e quelli che – in stragrande maggioranza – quella garanzia non l’hanno. La soluzione evidentemente è estendere le tutele a chi non le ha, non toglierle a che li ha. Il secondo è che per i fatti illeciti è sufficiente la tutela risarcitoria. Non è così: la reintegra sul posto di lavoro è la più efficace ed è la più coerente con l’articolo 1 della Costituzione. La monetizzazione può essere scelta dal lavoratore, ma non può essere imposta, anche perché l’esecuzione sui beni dell’impresa può rivelarsi infruttuosa se questa ha capitali all’estero, come spesso accade. Il terzo argomento è che con la tutela universale per la disoccupazione involontaria, una sorta di indennizzo per la perdita del lavoro per tutti, il problema della reintegra sarebbe superato. Non è vero per niente: una cosa sono i cicli economici che portano alla crisi aziendale e alla disoccupazione involontaria; ben altra il licenziamento illegittimo. Il quarto argomento è che l’articolo 18 riguarderebbe solo lo 0,001 per cento dei lavoratori. Ma, se così fosse, perché è cruciale abolirlo? Come fa una norma che riguarda così poche persone a essere un freno agli investimenti? Tralascio poi che la riduzione delle garanzie finora non ha portato alcun aumento nell’occupazione e che la gran parte degli imprenditori – tra cui, ad esempio, Prada e General Electric – non dice che l’articolo 18 è il loro principale problema. Come è falso affermare che gli investimenti esteri non arrivano perché esiste l’articolo 18. Basta leggere le dichiarazioni dell’amministratore delegato proprio della General Electric, De Poli, che in Italia fa 11.000 dipendenti e che ha comprato l’Avio. Quello io lo chiamo un investimento. Gli investimenti esteri non arrivano perché la corruzione in Italia ha inquinato l’economia sana a favore di quella criminale in termini insopportabili e la libera concorrenza è alterata. Gli investimenti non arrivano perché il processo civile ha tempi assurdi. Non si investe in Italia o, meglio, in alcune zone dell’Italia, perché le mafie hanno sostituito lo Stato. Gli investimenti non arrivano perché in Italia chi falsifica i bilanci non è punito, ma premiato e, quindi, non c’è la libera concorrenza. E allora forse è il caso di approvare in fretta il reato di falso in bilancio, quello vero, non quello inserito nel disegno di legge di Orlando; approvare il reato di autoriciclaggio e approvare l’interruzione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Un imprenditore ha bisogno di certezza del diritto, qualcosa di sconosciuto in Italia. L’articolo 18 è solo un falso problema. Serve a mascherare la nostra incapacità di prendere le decisioni vere, quelle che il convitato di pietra, Silvio Berlusconi, non ci permetterà mai di prendere. Il lavoro non è una merce di scambio qualsiasi. Stiamo parlando di persone che hanno disperati bisogni: soprattutto quello di potersi costruire un futuro e di affrancarsi da paghe da fame, quando ce l’hanno. Non ci si faccia condizionare dalla destra, che ha fatto la crisi di questi anni, tramutando il fondamento del nostro Paese dal lavoro alla precarietà. A destra bisogna guardare per salutarla, dirle addio e starle lontani, non per abbracciarla. Combattiamo i vincoli imposti dalle consorterie forti e non smantelliamo le tutele per i deboli. Si abbia il coraggio della realtà, delle storie vere, degli occhi dei nostri giovani, di chi si sente sempre più fuori e che vi è tenuto da chi è sempre più dentro. Oggi Matteo Renzi ha ribadito che il dissenso può portare nel partito a un voto, ma non può essere un veto. Il mio dissenso però è vero e la discussione non può essere priva di contenuti, vuota, deve esserci vita e per coglierne i termini non deve occorrere un vate. Questa riforma deve dare lavoro ai disoccupati, non solo valori alle multinazionali. Sollecito quindi tutti i miei colleghi a votare con coerenza e non per cieca credenza. Contesto la decisione di porre la questione di fiducia su un emendamento del Governo. Taluni dicono che si tratta di un segno di debolezza. Personalmente non so dire; ma avverto la mancanza di una discussione sui contenuti, sulle esperienze e sulle persone. Il voto di fiducia sposta l’oggetto della votazione, non solo in senso tecnico-procedurale, ma in questo caso, come raramente in altri, lo sposta in chiave politica e devia l’attenzione dal merito dei problemi, riduce al silenzio i dissensi di questi giorni. Aspetterò di vedere il testo su cui la fiducia verrà posta e mi auguro di poter constatare che si sono fatti dei passi avanti in modo che io possa rinnovare la fiducia al Governo che sostengo. Dico però sin d’ora che la mia opposizione alle norme sbagliate del jobs act non è a termine, cari colleghi; il mio dissenso non dura 24 ore e poi scade per svanire in un malinteso senso di responsabilità. Io devo responsabilità e credibilità ai precari, ai disoccupati, agli esodati, ai lavoratori discriminati e alle donne licenziate in gravidanza. Staremo a vedere.

IDEM. Signora Presidente, prendo la parola per introdurre il tema del lavoro sportivo. In merito ho presentato due emendamenti che purtroppo sono stati dichiarati inammissibili. Voglio comunque parlare di questo tema perché penso che se ne sappia troppo poco. Uno di questi emendamenti avrebbe consentito di portare il tetto massimo per la deducibilità fiscale per le aziende delle sponsorizzazioni sportive da 250.000 a 300.000 euro, abrogando la norma che consentiva comunque alle associazioni dilettantistiche sportive, che operano secondo il regime della legge n. 398 del 1991, di defiscalizzare importi per oltre 50.000 euro. Pertanto, l’obiettivo, senza alcun costo per le casse dell’erario, sarebbe stato quello di razionalizzare e semplificare il sistema della disciplina fiscale delle associazioni sportive semplificando notevolmente gli adempimenti. Si pensi a cosa può voler dire in tema di lavoro sportivo intervenire in merito alle disposizioni fiscali per le associazioni sportive. L’altro emendamento che avevo presentato si proponeva di innalzare il tetto dei compensi esentasse annui per le prestazioni sportive da 7.500 euro a 8.200 euro, equiparandoli pertanto ai redditi di lavoro dipendente esenti fino a tali importi in virtù della detrazione esistente. Sopra questa soglia, ritenuto che sopra detti importi non si possa parlare correttamente più di volontariato, la disciplina si suddivide tra chi ha già un’attività lavorativa principale, con conseguente copertura previdenziale e assicurativa, per cui i compensi restano inquadrati come lavoro occasionale e soggetti al regolare regime fiscale previsto per tale attività, e chi non ha altra occupazione e per cui l’attività dello sport è diventata quella principale e viene equiparata alle vecchie collaborazioni coordinate e continuative, con conseguente applicazione del relativo regime fiscale, assicurativo e previdenziale. Vengono poi semplificati gli adempimenti legati al rapporto sportivo. A questo punto penso che sia opportuno illustrare come attualmente si configura il lavoro nello sport o, meglio, come non si configura, diventando vero e proprio arbitrio. L’articolo 1 della legge n. 91 del 1981 divide lo sport italiano in due grandi categorie: quello professionistico e quello dilettantistico. Si diventa sportivi professionisti se la federazione di appartenenza lo delibera. Ad oggi solo cinque federazioni sportive (calcio, pallacanestro, ciclismo, pugilato e golf) hanno un settore professionistico. Questo significa che solo il 10 per cento dello sport (cinque federazioni su 45) ha ritenuto soddisfacente la risposta che questa legge del 1981 dava. Ne consegue che nel dilettantismo sportivo troviamo messe insieme e disciplinate dalle stesse regole realtà socioeconomiche molto diverse: la tennista che vince il Roland Garros in Francia, il grande sciatore e i tennisti e sciatori del dopolavoro, la squadra di pallavolo di serie A e quella della parrocchia. Sì, è proprio così. Per fare dei nomi, i proventi di atlete come Federica Pellegrini e Flavia Pennetta, che non hanno bisogno di presentazione e che fanno attività sportiva a tempo pieno, sono disciplinati dalle stesse regole di chi gareggia e percepisce compensi in categorie molto inferiori e che, comunque, fa attività sportiva solo al termine del proprio lavoro principale, che già gli offre (o gli dovrebbe offrire) le garanzie che la Costituzione italiana prevede in capo a tutti i lavoratori. Infatti, non ci si è resi conto che nel mondo dello sport dilettantistico ora ci sono migliaia di persone che non svolgono più tale attività per diletto ma come loro specifica scelta professionale di vita. Migliaia di studenti ogni anno escono dai corsi di laurea in scienze motorie (e ricordo che questo percorso è stato trasformato in laurea a tutti gli effetti soltanto alcuni anni fa), però la realtà sta tanti passi indietro rispetto a questo quadro professionale e questi studenti si preparano ad entrare da laureati in un mondo di dilettanti: basti pensare a tutto il mondo delle palestre di fitness e wellness. Queste persone (ci riferiamo, oltre che agli atleti, ai tecnici, agli istruttori, agli addetti agli impianti sportivi, eccetera) si trovano ad operare oggi senza nessuna copertura. Non esiste tutela per la maternità. Nelle cosiddette scritture private tra atleti ed associazioni sportive si trovano le cosiddette clausole antimaternità. Voglio citare il caso di Adriana Pinto, che è stata una cestista, punta di diamante di una società faentina nonché beniamina della società locale. Quando è rimasta incinta, è stata additata come traditrice della città e della squadra, perché «quella volta lì» ha deciso di non abortire. E voglio precisare che quello di Adriana Pinto non è un caso isolato. Non esiste copertura previdenziale, con la prospettiva che i giovani lavoratori nel mondo dello sport di oggi, un domani si troveranno senza alcun tipo di copertura pensionistica. Voglio a questo punto citare un’altra anomalia. Purtroppo c’è un altro caso da citare: quello della ciclista professionista a tutti gli effetti, ma dilettante per la legge, Marina Romoli. Nel 2010 ha subito un incidente stradale in allenamento ed è rimasta paralizzata. Per fortuna non ha avuto colpa per l’incidente, così avrà almeno la pensione per aver subito questo incidente. Per quanto riguarda la previdenza infortunistica, però, non ha nessuna copertura perché per la legge è una dilettante. Invece, stava svolgendo il suo lavoro di allenamento. Apro poi il tema della tutela della sicurezza sul posto di lavoro. Siamo oggi in grado di garantire per gli atleti sportivi la sicurezza sui posti di lavoro? Bisogna cominciare a parlare di questi temi. Gli emendamenti che ho presentato cercano di dare una risposta e una tutela a questi bisogni, affinché lo sport possa costituire una effettiva possibilità di lavoro e non solo di precariato privo di tutele per i nostri giovani, tenendo presente la specificità dello sport e il difficile momento economico che sta attraversando. A partire da queste proposte emendative (che vorrei fosse possibile trasformare in ordini del giorno) è ad ogni modo necessario avviare in sede parlamentare un percorso di studio e di condivisione con il mondo dello sport, i suoi operatori, formatori e praticanti in merito al tema lavoro sportivo, al fine di tracciare linee nette di divisione tra i vari operatori nello sport, il professionismo, il dilettantismo e il volontariato. A tutt’oggi, tutto è nello stesso contenitore. Colgo a questo punto anche l’occasione per entrare nel merito di ciò che io chiamo il Far West dei requisiti che danno titolo a operare nei vari settori dello sport. A titolo esemplificativo, basti ricordare il caso dei cosiddetti “corsi di abilitazione” che in pochi mesi e spesso dietro pagamento di cifre molto alte danno la possibilità di accedere alla professione sportiva con gli stessi titoli di chi ha invece duramente conseguito una laurea quinquennale in scienze motorie. Come possiamo tutelare la sicurezza e la formazione delle nostre ragazze, ad esempio iscritte ad una scuola di danza, quando è possibile che vi accedano insegnanti improvvisati, a tutti gli effetti, senza alcun titolo riconosciuto e grazie a un semplice corso diabilitazione di pochi mesi? L’analogia tra chi consegue una laurea in scienze motorie e chi frequenta un semplice corso libero di abilitazionerischia di provocare ulteriori storture nell’ordinamento sportivo e gravi danni per gli addetti. L’esigenza dunque di un’attenzione specifica verso il tema del diritto sportivo e una riforma dell’ordinamento appare oggi non più rinviabile. Ringrazio per l’attenzione.

TOCCI. Signora Presidente, la richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è, a mio avviso, un segno di debolezza. Il Governo chiede al Parlamento una delega a legiferare, mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo in questo modo si impadronisce del potere legislativo, per disporne a suo piacimento senza alcun contrappeso istituzionale: il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, ma senza quei principi e criteri direttivi prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto. Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito. In questo modo, la legge delega finirà per essere priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell’articolo 18. Se ne parla sui media ma non risulta nei testi. D’altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento: sarà poi il Governo, tra qualche mese, a scrivere i veri decreti. L’importante è ora creare l’apparenza di una grande riforma. L’argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Diciamo la verità: ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro! Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno ad un chiaro progetto di cambiamento, ma soprattutto perché non vi è alcun motivo pratico per ingaggiare l’ennesimo duello giuslavorista. Il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi, solo qualche mese fa pronto a dire che ridiscutere dell’articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione; altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l’opinione pubblica, per coprire evidenti difficoltà dell’azione del Governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea. Temo che si vada consolidando un metodo di governo basato sulla continua ricerca di un nemico; ciò può servire a creare un consenso effimero, ma non aiuta il Paese a trovare una rotta, asseconda il rancore sociale, ma non coagula le passioni civili per il cambiamento. La furia distruttiva stavolta è indirizzata verso un bersaglio inesistente; un altro ceffone alle mosche. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non esiste più nella legislazione italiana perché è stato cancellato da Monti due anni fa. Si racconta ancora la bufala secondo la quale nell’Italia di oggi un’impresa non può licenziare per motivi economici e disciplinari. Lo scorso anno ci sono stati circa 800.000 licenziamenti individuali; solo il 10 per cento portati in tribunale; solo lo 0,3 per cento annullati. Infatti, il Governo tecnico ha eliminato tutti i vincoli degli anni Settanta. È rimasto il reintegro solo nel caso più estremo, quando cioè il magistrato constata la falsità della giusta causa. Se ora si cancella quest’ultima garanzia, un lavoratore potrà essere licenziato con l’accusa di aver rubato, oppure con la giustificazione di una crisi aziendale, perfino se un processo dimostrasse che si tratta di falsità. In altre parole, per licenziare una persona diventa legittimo dichiarare il falso in tribunale: non è flessibilità economica, ma barbarie giuridica, che nega un principio generale del diritto: quod nullum est, nullum effectum producit. Una soglia mai varcata dal ministro Fornero o, forse, dovrei dire dalla compagna Fornero, riconoscendo amaramente che il Governo tecnico ha certo sbagliato sugli esodati, ma ha difeso i diritti dei lavoratori meglio del Governo a guida PD. In seguito alle nostre critiche, è stato riproposto il reintegro nel caso dei disciplinari fasulli, ma non per le false cause economiche. Questo canale diventerà privilegiato per ottenere licenziamenti ingiustificati. D’altronde, per svuotare un secchio d’acqua basta un solo buco, non ne servono due. In apparenza, quindi, Renzi attacca la Camusso, ma nella realtà contesta la Fornero. È curioso che l’ex Presidente del Consiglio, Mario Monti, presente in quest’Aula come senatore a vita, non senta il bisogno di difendere la sua legge, che pure presentò in tutti i consessi internazionali come strumento per la crescita del PIL. Solo in Italia può accadere che dopo due anni si scriva un’altra legge sul lavoro, senza neppure analizzare gli effetti della precedente. Da venti anni la legislazione è in continua mutazione, senza risolvere alcun problema, aumentando solo la burocrazia. Si attacca la magistratura per la varietà dei giudizi, a volte davvero troppo ampia, dimenticando che proprio l’eccesso di legislazione ha impedito il consolidarsi della giurisdizione sui casi esemplari. Ciò che allontana davvero gli investitori stranieri è proprio il susseguirsi frenetico di nuove regole. Se si riflette onestamente su questa anomalia italiana, appare ridicola la retorica dei conservatori che hanno bloccato le riforme degli innovatori. È vero esattamente il contrario: sono state approvate troppe riforme, tutte, purtroppo, sbagliate, e questa proposta di legge persevera negli errori del passato. Si continua a far credere che abbassando l’asticella dei diritti, riprenda la crescita; l’esperienza dovrebbe averci convinto che la svalutazione del lavoro ha contribuito pesantemente alla crisi di produttività perché ha ridotto la capacità d’innovazione. Si continua a contrapporre garantiti e non garantiti, mentre è evidente che entrambi hanno perso diritti nel ventennio, come certifica ormai anche l’OCSE. La contrapposizione poi è ancora più falsa in questo disegno di legge poiché mantiene il reintegro per i lavoratori occupati e lo toglie ai giovani neoassunti. Si continua con la politica dei due tempi: “ora aumentiamo la precarizzazione, poi verranno gli ammortizzatori sociali”. Fin dalle leggi Treu la promessa non è mai stata mantenuta e anche questa volta il passo indietro nei diritti è certo e immediato, mentre il sussidio di disoccupazione è incerto e insufficiente. Si continua a denunciare il freno del sindacato quando è evidente a tutti che non ha mai contato così poco nelle fabbriche. I politici, anche della vecchia guardia, hanno sempre polemizzato con i leader sindacali, ma hanno sempre impedito l’approvazione di una legge di rappresentanza che desse voce ai lavoratori. Si continua nell’illusione che basta incentivare il tessuto produttivo attuale per creare lavoro, ma la ripresa non avverrà facendo le stesse cose di prima. Non suscita nessuna riflessione il fallimento dei bonus fiscali per l’assunzione, della garanzia giovani, né la scarsa risposta alle offerte dei prestiti della BCE. Che altro deve succedere per capire che ormai le norme e gli incentivi sono strumenti inutili se non si innova la struttura produttiva del Paese? Nel primo annuncio del jobs act, subito dopo le primarie, tutte queste leggende sembravano abbandonate, ma ora sono tornate in auge; la forza del passato ha preso il sopravvento, riducendo l’entusiasmo della novità ad una stanca retorica. Il grande rottamatore porta a compimento i programmi dei rottamati di destra e di sinistra. Ben due generazioni hanno creduto agli annunci di una flessibilità coniugata ai diritti e sono rimaste ferite. La promessa di uscire dal buco nero della precarietà è troppo seria per essere delusa; stavolta alle parole devono seguire i fatti. Solo da questa preoccupazione muove la mia critica. Sento dire che il contratto a tutele crescenti dovrebbe eliminare la sacca di precarietà: qualcuno mi sa indicare il comma che assicura questo risultato? Purtroppo non esiste poiché il nuovo contratto si aggiunge ai precedenti e le imprese non ricorrono al tempo indeterminato se possono continuare a gestire rapporti di lavoro meno costosi e senza futuro; anzi, questi sono stati ulteriormente incentivati con il decreto Poletti di luglio, che ha abbassato le garanzie dei contratti a tempo determinato e dell’apprendistato; inoltre nel presente disegno di legge delega si amplia perfino l’uso del voucher. Si è annunciata l’eliminazione del co.co.pro, ma è molto difficile che da questa figura parasubordinata si approdi a un vero contratto di lavoro; è più facile invece che si regredisca nel sommerso delle partite IVA. D’altro canto anche i critici di sinistra – bisogna riconoscerlo – peccano di normativismo, illudendosi che basta togliere questa o quella figura contrattuale per migliorare la qualità del lavoro. C’è un lavoro autonomo di seconda generazione legato alla trasformazione tecnologica del nostro tempo; è una figura anfibia che non si può ingabbiare negli schemi tradizionali dell’impresa e del lavoratore, ma va riconosciuta nella sua peculiarità e sostenuta con strumenti non convenzionali. L’armatura giuslavoristica di questa legge delega non riesce a contenere il fenomeno e anzi rischia di soffocarlo. Questo carattere anfibio del lavoro terziario richiederebbe l’attivazione di tutele di tipo universalistico – pensionistiche, formative, di welfare territoriale – a prescindere dalle forme contrattuali. Perfino il sostegno al reddito deve essere legato allo status di cittadinanza e non può essere limitato solo al passaggio da un’occupazione all’altra, come invece è necessario e assolutamente prioritario per il lavoro dipendente. La vera flessibilità è quella del lavoro autonomo; per quello subordinato sarebbe molto più semplice ricondurre l’ordinamento a poche e chiare figure contrattuali che prevedano un periodo di prova e di formazione prima dell’assunzione definitiva e forme di impiego temporaneo più costoso e legato a reali esigenze produttive. Questa semplificazione è credibile solo se si attua la riforma più difficile in Italia, cioè l’obbligo di rispettare la legge. La gran parte della precarietà nel lavoro subordinato si regge infatti su una pratica d’illegalità e di elusione. In questa proposta si delega il Governo a fare tutto tranne che a organizzare un efficiente sistema di controlli sulle condizioni di lavoro; basterebbe rafforzare il corpo degli ispettori del lavoro e incrociare le banche dati con la lotta all’evasione fiscale e previdenziale, con l’obiettivo di sopprimere il lavoro nero e aumentare la vigilanza sulla sicurezza. Tuttavia, a dare il buon esempio darebbe essere prima di tutto lo Stato. Nella stragrande maggioranza i contratti precari della pubblica amministrazione sono illegali, perché utilizzano rapporti temporanei per funzioni continuative e in alcuni casi di delicato interesse pubblico. La recente promessa di assumere 150.000 insegnanti che attualmente hanno cattedre annuali va nella giusta direzione e dovrebbe riguardare anche le tante figure che si trovano in condizioni simili (ricercatori, archeologi, ingegneri, architetti, informatici e operatori sociali), non solo per rispettare la dignità di quei lavoratori, ma anche perché la valorizzazione delle loro competenze aumenterebbe la qualità delle politiche pubbliche. Anche le gare d’appalto a massimo ribasso oggi contribuiscono a diffondere l’illegalità e il precariato selvaggio, mentre la committenza pubblica dovrebbe prendersi cura del rispetto dei diritti del lavoro. È curioso che questa proposta di legge si occupi del mercato privato e ignori completamente le responsabilità dello Stato come datore di lavoro diretto e indiretto. Tra le righe di questo provvedimento si legge una sfiducia nel futuro del Paese. Si ritiene che l’Italia non possa essere diversa da come è oggi: non sia in grado, cioè, di modificare la sua struttura economica tradizionale ormai messa fuori gioco dalla competizione internazionale. Si pretende di risolvere il problema eliminando i diritti e riducendo i salari, già oggi i più bassi in Europa, magari utilizzando gli 80 euro e il TFR per pareggiare il conto. Sembra una scelta di buon senso, ma è una via senza uscita. I Paesi emergenti saranno sempre nelle condizioni migliori di costo per vincere la concorrenza. L’unico modo per mantenere il rango di grande Paese consiste, invece, nel migliorare il livello tecnologico, la specializzazione del tessuto produttivo, l’accesso nell’economia della conoscenza. Ma ci vorrebbe un’agenda di Governo tutta diversa. Bisognerebbe puntare sulla formazione permanente per migliorare le competenze, mentre qui si promuove per legge il demansionamento dei lavoratori. Si dovrebbe puntare sulle politiche industriali della green economy, mentre il decreto “sblocca-Italia” rilancia la rendita immobiliare. Si dovrebbe puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, che invece subirà altri tagli con la legge di stabilità. Si dovrebbe puntare sull’economia digitale non a parole ma con azioni concrete che ancora non si vedono. Non si è mai cominciato a cambiare verso, purtroppo. Finora si sono visti solo passi indietro. Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il jobs act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del PD. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti.

VERDUCCI. Signor Presidente, senatori, rappresentanti del Governo, l’urgenza che sentiamo è quella di un Paese che non può più aspettare, stremato da troppi anni di crisi, da insopportabili divari tra chi, la stragrande maggioranza della nostra società, ha perso terreno, benessere, possibilità di riuscita e i pochi che hanno potuto avanzare al riparo di rendite, di posizione e di speculazione. Ci sono diseguaglianze enormi – lo sappiamo – di reddito, ma anche di protezioni sociali e di opportunità. Io non ho dubbi su quale debba essere la nostra parte, il nostro punto di vista. Deve essere innanzitutto quello degli esclusi, di chi non è messo nelle condizioni di far valere il proprio talento per sé e gli altri. C’era stato spiegato che avremmo vissuto una modernità liquida e invece questo è il tempo dei ghetti, dei muri invalicabili che impediscono di essere protagonista e di farsi valere a chi non ha dalla sua buona sorte, buona nascita e buona famiglia. Nel nostro Paese, quello che è per antonomasia la terra della creatività, se hai una buona idea o un buon progetto ma non un capitale o un patrimonio non trovi quasi nessuno disposto a finanziartelo. Il nostro è il Paese in cui le imprese, soprattutto quelle piccole artigiane, legate alle comunità territoriali, sono tra le più tassate in Europa, mentre le tasse sulle rendite finanziarie sono tra le più basse. Bene ha fatto il Governo, con il decreto IRPEF dello scorso anno, a ridurre l’IRAP, un’imposta che colpisce soprattutto le imprese che vogliono crescere, e a farlo trovando copertura dal prelievo sulle transizioni finanziarie. Il nodo è qui: scegliere con chi stare; porre con forza al centro dell’agenda politica la questione della nuova emarginazione e, dunque, il tema dell’inclusione per chi non ha un lavoro o lo ha in nero oppure è precario. Ci sono lavoratori che non vengono mai menzionati, come chi ha le partite IVA, che nascondono un lavoro subordinato senza alcuna tutela, come i docenti a contratto delle università, gli sfruttati dell’economia o dell’economia cognitiva. C’è un costo insopportabile per la nostra democrazia che toglie credibilità alla politica e alle istituzioni. È la mole di energia vitali che sono sprecate, inutilizzate e impossibilitate ad esprimere le proprie potenzialità sul terreno costitutivo della cittadinanza, sul terreno del lavoro. Oggi, nel nostro Paese e nella nostra Europa, in milioni vivono questa condizione, che è drammatica, di minorità e subalternità e che è anche una condizione di fallimento esistenziale, perché è intollerabile per chi è costretto chiudere un’azienda cui ha dedicato tutti gli anni della propria vita, così come è insostenibile perdere l’occupazione per chi ha cinquant’anni e non ha gli strumenti per ricominciare e rimettersi in gioco. È mortificante avere venticinque o trent’anni e vivere a intermittenza con contratti di collaborazione di pochi mesi in un circuito vizioso di precarietà e disoccupazione, che si alimentano a vicenda, senza voce, senza diritti, senza tutele e senza possibilità di maturare pensione. Ecco perché è venuta l’ora di cambiare. È ora che la politica stia da questa parte, dalla parte di chi il lavoro non ce l’ha o di chi ha un’occupazione precaria. È ora di ricostruire intorno a loro un sistema di welfare che sia universale, capace di innovazione e inclusione sociale, l’una e l’altra insieme, perché l’innovazione senza l’inclusione non va da nessuna parte e rischia di aggravare la crisi. Abbiamo, del resto, ancora addosso il lascito di questi vent’anni di cosiddetta seconda Repubblica che sono stati fallimentari e che hanno bruciato enormi aspettative. L’imprinting decisivo fu quando venne adottata una legislazione sui contratti che introdusse tantissimi lavori atipici. Intorno a quei lavori non mettemmo un nuovo sistema di tutele universali, costringendo tantissimi lavoratori al rango di lavoratori poveri, senza rappresentanza sindacale né politica. Il peso della crisi in questi anni è stato scaraventato per intero sui lavoratori. Ricordo bene il 2008 quando il Governo della destra, appena reinsediato, cancellò, con un colpo di spugna, gli strumenti contro le dimissioni in bianco, lasciando una marea di lavoratori e, soprattutto, di lavoratrici alla mercé di una pratica vergognosa di stampo feudale. Qui sta l’urgenza di intervenire, di chiudere un ciclo e di mettere le basi per ripartire. E tra gli indirizzi di questa legge delega, grazie soprattutto al lavoro del Gruppo del Partito Democratico, c’è una norma che impedisce le dimissioni in bianco. È una riconquista su cui ricostruire anche un patto per il lavoro e per la sua civiltà.
Questa è la discontinuità che il Governo Renzi deve poter dare ai tantissimi che il 25 maggio hanno chiesto cambiamento. C’era in quel voto una richiesta di protagonismo, di emancipazione, ma anche di protezione e di tutela. C’è stato un tempo in cui si trovava un lavoro e lo si portava dietro per tutta la vita. Poi è arrivata la grande trasformazione della globalizzazione, della rivoluzione digitale, della divisione internazionale del mercato del lavoro. Quel modello è finito e ne è arrivato un altro: asimmetrico, segmentato e, soprattutto, contrassegnato da una precarietà strutturale. Discontinuità è smettere di far finta che questo non sia avvenuto, e fare i conti con il fatto che questo nuovo modello ha provocato perdita di valore sociale del lavoro, di ruolo dei lavoratori e risentimento diffuso verso la politica. Discontinuità è bonificare, mettere in sicurezza, riscrivere questo modello, estendendo tutele e diritti, senza toglierne a chi non ne ha, arrivando a regime a una indennità universale per il reinserimento lavorativo ed educativo, che riformi nel loro complesso gli ammortizzatori sociali. Estendere la maternità, il diritto ai contributi figurativi, avere in Italia servizi per l’impiego specializzati. Insomma, un sistema del lavoro funzionante, basato su qualità e merito. Questo indirizzo sta tra le tracce della delega. Adesso a noi e al Governo compete che questo emerga e diventi scossa che rimette in moto un meccanismo di equità e di competitività. Qui, signor Ministro, c’è il tratto costituente di un Governo che su questo terreno, prima ancora che su quello delle riforme costituzionali, può riscrivere un patto repubblicano e di cittadinanza, dando basi solide e retroterra sociale alla terza Repubblica che vogliamo costruire. Qui sta l’occasione della delega, che è una grande opportunità per rafforzare e rinsaldare la fiducia di tanti, che è indispensabile per ripartire e per concretizzare la speranza. Per questo voglio dire: guai a sbagliare! Guai a commettere passi falsi che potrebbero rendere il provvedimento inutile o anche dannoso. Per questo è importante ascoltare, innanzitutto le parti sociali. Per questo è stato importante questa mattina l’incontro. Perché noi dobbiamo rinnovare e rifondare la rappresentanza, non demolirla. Per questo alcuni contenuti vanno rafforzati e specificati. Qui sta il significato di tre emendamenti che ho presentato insieme a tanti colleghi, che insistono su tre punti cardine di questa nostra riforma. Il primo è quello della semplificazione dei contratti, del disboscamento dei troppi contratti atipici; e, in base a questo, dare al contratto a tempo indeterminato la prevalenza che merita, facendone il perno del nuovo sistema, in modo che sia vantaggioso, economicamente e fiscalmente, per i lavoratori e per gli imprenditori. Inoltre, fare in modo che il demansionamento non vada a penalizzare i lavoratori, ma sia frutto di accordi nelle aziende. Così pure un’attenzione importantissima va data al tema specifico di come ripensare le tutele nel quadro del nuovo contratto di inserimento, rafforzando la possibilità di reintegro in caso di licenziamento discriminatorio o disciplinare. Qui c’è un punto fondamentale, innanzitutto, rendendo esigibile un diritto che oggi, molto spesso, esiste solo sulla carta. Bisogna riscrivere regole equilibrate, certe, semplici, che aiutino le imprese (che oggi molto spesso sono costrette a rimanere piccole) a crescere in innovazione e in qualità. Questa è una battaglia decisiva, per creare occupazione e per il lavoro, per la tenuta del Paese e per la credibilità del Governo. Ma torneremo a crescere solamente creando occupazione, creando le condizioni di un sistema che attragga investimenti. Per questo delega lavoro e legge di stabilità (quella legge nella quale decideremo dove prendere i soldi e a chi destinarli) stanno insieme, indissolubilmente: perché serviranno coperture per il nuovo welfare inclusivo, così come da impegni che sono stati presi; perché servirà il sostegno pubblico per investimenti che creino lavoro; perché serviranno politiche industriali mirate e selettive. E poi perché servirà vincere in Europa la battaglia contro l’austerità e la battaglia per mettere da parte il fiscal compact; per concretizzare quei 300 miliardi di investimenti che il presidente Juncker ha promesso sulla base della nostra sollecitazione; per non far fallire la seconda asta della BCE, in modo che non vada a ingrandire i portafogli dei titoli di Stato, ma soddisfi le esigenze del lavoro e dia ossigeno alle imprese. Tutto questo significa rimettere al centro il lavoro e ha un grande significato per la politica, per la sua autonomia, per la sinistra e per il suo radicamento. Questa è la sfida: quel che conta è che alla fine del percorso, nella scrittura dell’ultimo dei decreti delegati, potremo dire di avere esteso diritti e tutele a più lavoratori rispetto a oggi, possibilità di una buona occupazione a più persone rispetto a oggi, senza guerre tra poveri, stando dalla parte dei padri e dei figli, di chi lavora senza orari, senza coperture in caso di malattia, senza ferie retribuite; dalla parte degli operai della grande azienda multinazionale licenziati ingiustamente per motivi disciplinari, dalla parte dell’impresa che investe in qualità e servizi e dalla parte chi vuole un lavoro degno delle sue aspettative. È una sfida difficile, certo, ma vincerla è il nostro compito e sono convinto che ci riusciremo.

8 ottobre 2014

LEPRI. Signor Presidente, signori colleghi, non è un’esagerazione: oggi ci accingiamo a votare una riforma che non esito a definire storica. Non è propaganda, è la verità. Ci saranno voluti – tra qualche anno, quando saranno stati finalmente implementati ed attuati i decreti – quasi cinquant’anni per veder evolvere davvero una concezione dei rapporti tra capitale e lavoro e una concezione della vita lavorativa ormai indiscutibilmente ancorata al passato. Negli anni ’70 quelle riforme furono necessarie contro la rappresaglia antisindacale e un’organizzazione fordista a forte rischio di soprusi. Ma quell’estensione dell’articolo 18 anche ai licenziamenti economici e la radicalizzazione di alcuni tratti antagonistici tra capitale e lavoro (mai risolti) hanno contribuito, insieme a tanti altri fattori, al lento declino dell’economia italiana. A questo disegno hanno contribuito certamente una politica debole o addirittura succube, una classe imprenditoriale, almeno per quanto riguarda la rappresentanza degli imprenditori, poco aperta ad una visione comunitaria e partecipativa e i sindacati, dove è prevalsa una visione contrattualistica, se non conflittuale, e poco aperta a tutelare un orizzonte di lungo periodo per i lavoratori. È prevalsa, insomma, quell’idea dell’inamovibilità del posto dove si è scambiata bassa produttività, bassa partecipazione e bassi salari. Non esito a definire questo un patto scellerato, che, sommato agli altri spread competitivi, ha progressivamente ritirato la fiducia degli investitori. Così questa idea di un lavoro di proprietà si è affermata al punto che, anche di fronte a crisi aziendali indiscutibilmente irrisolvibili e senza sbocco, si è sovente insistito con ammortizzatori assurdi, se non utili per tutelare un reddito che non c’era, oppure si è insistito con una mobilità lunga, lunghissima, che ha anticipato una pensione che era ancora troppo lontana; e si è evitato in ogni modo di utilizzare queste persone, che avevano pur sempre un beneficio pubblico, in attività di pubblica utilità, perché queste avrebbero in qualche modo prefigurato la perdita del lavoro. Ora si cambia l’idea della tutela. Non vengono meno le tutele: questo è importante ricordarlo a chi fa troppa propaganda in questi giorni. Cambia il modo in cui la tutela si assicura, anche per i lavoratori a tempo indeterminato. Il lavoratore a tempo indeterminato continua – ed è sacrosanto – ad essere tutelato verso il licenziamento discriminatorio o per cause disciplinari palesemente insussistenti. Ma, per le cause economiche, sarà previsto un significativo indennizzo: un assegno di disoccupazione, l’ASPI, che viene esteso a tutti e, soprattutto, dei servizi importanti, forti ed efficaci di formazione e di ricollocazione. L’idea insomma è molto semplice: decida l’imprenditore quando ci sono ragioni economiche e decida meno il giudice, si ridia certezza dei costi di separazione e tempi certi alla giustizia. Basti pensare che oggi in Italia abbiamo cause di lavoro che durano mediamente due anni, quando in Germania durano quattro mesi. In Italia abbiamo il 60 per cento di ricorso in appello, quando in Germania è il 5 per cento. Ma c’è molto altro. Si è parlato quasi solo in questi giorni, purtroppo ingiustamente, delle riforme relative all’articolo 18. C’è molto, molto altro, di cui quest’Aula ha parlato molto poco e che fa finta di non considerare: ad esempio il codice semplificato, che sarà una grandissima rivoluzione. Non so – mi riferisco soprattutto a chi ha così duramente ed anche un po’ ignobilmente polemizzato in queste ore – se qualcuno fra voi – molti colleghi l’avranno fatto sicuramente – ha letto la riforma Fornero, in modo particolare gli articoli relativi al licenziamento. È un esercizio davvero di alta scuola; chi tra noi è arrivato alla fine ha dovuto fare qualche riassunto, e forse non ci ha capito. Ma, se non ci capiamo neanche noi, possono capirci gli imprenditori stranieri che non conoscono l’italiano? È evidente che dobbiamo semplificare la disciplina del lavoro che negli ultimi venti, trenta o quarant’anni si è stratificata. Queste procedure relative alla legislazione così stratificata sono troppo bizantine; hanno fatto la fortuna di avvocati, consulenti, burocrati dello Stato, ispettori, ma hanno frenato la libera iniziativa e insabbiato gli ingranaggi del mercato del lavoro.
Insieme alla semplificazione del linguaggio e delle procedure, vi saranno semplificazioni anche nelle forme contrattuali; saranno superati i contratti di collaborazione falsi; avremo certamente la necessità di ridurre le forme precarie di lavoro atipico (penso a stage e a tirocini), che oggi sono troppo inopportunamente utilizzati sfruttando i nostri giovani. Se il lavoro a tempo indeterminato costerà meno (come sarà contenuto nell’emendamento e poi sarà precisato in modo indiscutibile nella legge di stabilità), è verosimile pensare davvero che quelle forme atipiche subiranno un drastico ridimensionamento e che con questa formula il lavoro a tempo indeterminato diventerà progressivamente, come tutti ci auguriamo, il modo tradizionale e preferenziale con cui si assumeranno i lavoratori, giovani e meno giovani. Vi è poi l’unificazione dell’ASPI per tutti; vi è la rivoluzione delle politiche attive del lavoro, finalmente con un’unica agenzia nazionale che non mortifica la programmazione regionale, ma consentirà davvero una progettualità che oggi è mancata, con un sistema di accreditamento che sarà misurato a risultati e permetterà alla pubblica amministrazione di esercitare un ruolo di governo più che di gestione. Vi sono nuove risorse per i contratti di solidarietà; vi è il fascicolo elettronico che consentirà in tutta Italia di conoscere l’offerta dei lavoratori; vi è l’interoperabilità e lo scambio di informazione; vi è l’attività ispettiva semplificata, e potrei continuare. Sorge d’obbligo la domanda: perché queste riforme non sono state fatte prima? Io rispondo che vi è stata una somma di inerzia collusiva o conflittuale, che sono due facce dell’identica medaglia svalutata. In conclusione, dunque, con la delega la sfida è per tutti: è per la politica, come ho già evidenziato, ma è anche per gli imprenditori che avranno molti meno alibi; è per i sindacati, che restano un baluardo insostituibile contro i soprusi e a difesa della tutela del lavoro e della sua dignità, ma che ora devono accettare nuove sfide a cominciare da una nuova logica di conciliazione tra le parti, la sfida della partecipazione della democrazia economica e quella di organizzare i servizi per l’impiego. In altre nazioni i sindacati e le organizzazioni non profit sono molto attive in questa attività, che loro possono opportunamente svolgere. La sfida è anche per la pubblica amministrazione, che deve rimettersi in gioco, deve diventare facilitatore, garante dell’accesso, accreditatore più che gestore diretto dei servizi per l’impiego e, più in generale, dei servizi pubblici. La sfida è per i lavoratori, che devono accettare questa logica dell’empowerment, della capacità e della volontà di crescere, di progredire, di formarsi e di riqualificarsi.
Dunque, sono previste più formazione, più promozione, ma anche più tutele – come ho già sottolineato – per chi oggi ne ha troppo poche. Se verrà approvata, questa delega non sarà in bianco; il Parlamento e il nostro partito in particolare contribuiranno ancora, e molto, alla stesura e al vaglio dei testi dei decreti e soprattutto alla loro implementazione. Per oggi, per ora, ci basta la sfida di una riforma storica con l’approvazione di linee guida che cambieranno dunque non solo il mercato del lavoro, ma anche la stessa concezione del lavoro: meno conflittuale, più cooperativa; meno orientata ai diritti pretesi, più orientata a garanzie come opportunità. Insomma, è una visione meno difensiva del lavoro e più aperta alle sfide nuove.

FABBRI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ci apprestiamo ad approvare la legge delega sulla riforma del mercato del lavoro in una versione che, come dichiarato, terrà conto dell’ ampio dibattito sviluppatosi in questi mesi. Una riforma che, come le altre, il Paese ed i lavoratori si aspettano da questo Governo e da questo Parlamento. Un argomento che ha sempre legittimamente diviso le forze politiche e gli schieramenti ma che noi, dopo anni di crisi, con la responsabilità che portiamo e sentiamo nei confronti di chi ha diritto al lavoro, vogliamo affrontare con la tensione di chi non si limita a rivendicare, senatore Tosato, ma ha il coraggio e la determinazione per cambiare. Sono convinta, infatti, che alla fine riusciremo a trovare la giusta dimensione per una riforma che servirà da stimolo anche a far ripartire l’occupazione. Si tratta di un dibattito affrontato al di là degli steccati ideologici, con l’obiettivo comune di aprire e rendere accessibile il mercato del lavoro a chi oggi non ha occupazione e a chi oggi non ha nessun tipo di garanzie: penso ai giovani disoccupati, al popolo delle partite IVA, ma anche a chi un posto di lavoro lo ha perduto in questi anni. Inoltre, la norma dovrà essere da stimolo ai tanti imprenditori che non si sono arresi alla crisi e continuano ad investire nel capitale umano; un provvedimento rivolto alle aziende straniere perché possano decidere di impegnare risorse nel nostro territorio; un provvedimento che renda i lavoratori uguali nelle tutele e nelle difese. Questa determinazione è anche un modo per restituire credibilità alla classe dirigente di questo Paese. Questo significa sedere in Parlamento, consapevoli del proprio ruolo, per ridare dignità a tanti lavoratori e lavoratrici che nel corso di questi anni, complice la situazione economica, da precari, hanno perso la speranza verso il futuro. Sono di ieri i dati del rapporto della fondazione Migrantes: rispetto agli stessi mesi del 2012, il numero delle partenze dall’Italia, cioè di quanti decidono di andare all’estero, ha superato del 16,1 per cento il numero di chi guarda ormai all’Italia come un luogo dove provare a creare occupazione, una vita, un futuro. Complici di ciò sono la recessione economica e la disoccupazione. A questa premessa aggiungo la riflessione su un tema che ritengo imprescindibile e legato alla riforma del mercato del lavoro: la sicurezza sui luoghi di lavoro. Colleghi, come sapete, da poco si è insediata la Commissione d’inchiesta sulle cosiddette morti bianche, gli infortuni e le malattie professionali che mi onoro di presiedere. È un onore sì, ma anche una grande responsabilità. Provengo dal mondo delle piccole e medie imprese e so molto bene come, purtroppo, il tema della sicurezza tocchi non solo tutte le Regioni in Italia, ma trasversalmente quasi tutti i settori economici e produttivi, e come, soprattutto in questo momento, sia forte il rischio che gli infortuni e le morti sul luogo di lavoro aumentino. I dati del 2013 parlano di un lieve calo. Non so se anche nel 2014 si confermerà il trend discendente di questi anni, è un auspicio. Certo è che da quando presiedo la Commissione, cioè dal 7 luglio scorso, ho rilevato quasi 100 casi di morti sul lavoro, senza contare gli infortuni e purtroppo i casi di incidenti in itinere. Parliamo di quasi cento 100 vittime in tre mesi di lavoro, senza contare che nel mese di agosto molte imprese e molti lavoratori si sono fermati per la pausa estiva: una media drammatica e non accettabile per un Paese civile, una vera e propria piaga per la nazione. È un’emergenza che toglie dignità al lavoro e al lavoratore; un’emergenza nazionale che la politica non può ignorare limitandosi a commentare le statistiche. Per questo credo sia necessario provare a riflettere e sia doveroso affrontare il tema nel suo complesso, unitamente alla riforma del mercato del lavoro. La questione che riguarda in particolare il nostro Paese è l’educazione e la cultura alla prevenzione sui posti di lavoro. Sono stata recentemente ad Adria, vicino Rovigo, dove qualche settimana fa ci sono stati i funerali delle 4 vittime morte in uno stabilimento in quel Comune e, al di là del dolore delle famiglie delle quattro vittime, una delle cose che più mi ha colpito è stato l’imbarazzo e lo stupore di un maresciallo dei carabinieri, che mi raccontava come in uno stabilimento di una multinazionale americana poco distante dal luogo dell’incidente nemmeno alle forze di polizia fosse possibile entrare se non fossero rispettate tutte le norme di sicurezza. Credo sia un esempio di come nel nostro Paese a mancare siano proprio la cultura e l’educazione al rispetto delle regole per la sicurezza sui luoghi di lavoro. Tale passaggio impone alle istituzioni tutte una priorità: la salute e la sicurezza sono il valore aggiunto del nostro sistema economico. Per questo, colleghi, credo sia fondamentale che la sicurezza sui luoghi di lavoro non possa e non debba diventare terreno di scontro politico. Tale tema non può essere oggetto di strumentalizzazione all’interno del dibattito politico sulla riforma del mercato del lavoro e mi riferisco ad alcuni interventi che ho ascoltato in questa Aula la scorsa settimana. Non possiamo permettere che alcuno schieramento speculi sulla dignità e sulla salute dei lavoratori. I dati allarmanti che ci arrivano, in particolare quelli relativi allo scorso mese di settembre con il perdurare della crisi, devono imporre alle istituzioni e alle forze politiche di interrogarsi e trovare insieme una soluzione.
Abbiamo visto che le regole e le sanzioni non bastano: servono obiettivi da raggiungere anche attraverso la formazione e l’informazione. Molto fanno gli istituti preposti, un lavoro fondamentale sempre in sinergia con le istituzioni. Molto c’è ancora da fare: c’è il nodo controlli. Ed è dall’INAIL, un ente che ha in sé molte potenzialità, infatti, che arriva il monito di migliorare il coordinamento di controlli e riorganizzazione, sul riordino e sul coordinamento delle competenze, confermando la valenza strategica della tematica inerente la razionalizzazione dei controlli pubblici. Chiedo dunque il contributo di tutti, Presidente. L’articolo 1 della nostra Costituzione sancisce il diritto al lavoro, che non può prescindere dal diritto alla salute e all’incolumità del lavoratore e delle lavoratrici. Il fenomeno degli infortuni sul lavoro conserva in Italia dimensioni inaccettabili. In un Paese civile, non possiamo abbassare i livelli di sicurezza in un’ottica di risparmio e chiediamo in tal senso il contributo di tutti. Il lavoro della Commissione d’inchiesta sarà, da questo punto di vista, serrato. Diverse sono le informative che abbiamo chiesto alle prefetture competenti nei luoghi in cui sono accaduti gli incidenti e sono già calendarizzate le audizioni sia con il Ministro del lavoro e che con i rappresentanti dell’INAIL nazionale. Un altro tema su cui provare a modificare l’approccio di chi, come noi, deve interessarsene, è la questione dei grandi appalti. Se è vero che investire è la parola chiave per rilanciare il nostro Paese e renderlo competitivo a livello globale, aggiungo che è fondamentale investire con attenzione al tema della sicurezza, punto qualificante per chi vuole giocare un ruolo da protagonista, ragione per cui ci recheremo anche nei cantieri di Expo 2015. Come pure provare a dare il nostro contributo in siti come Taranto, non solo sul piano morale o investigativo, ma come pungolo perché il tema della sicurezza sia o diventi, per quel complesso industriale, una performance qualificante alla stregua della qualità produttiva. Non possiamo permettere che nei momenti di difficoltà il sistema imprenditoriale, per mantenersi competitivo, tagli i costi sulla sicurezza ritenuti a torto differibili e, a volte, eccessivi. Ragionare di riforma del mercato del lavoro significa ragionare anche di un nuovo modello di sviluppo. Ragionare di semplificazione del quadro normativo, di razionalizzazione dei soggetti deputati al controllo, di provvedimenti capaci di sostenere la ripresa economica, significa ragionare di futuro. Da qui dobbiamo partire per restituire dignità al lavoro e per chi non ha alcun tipo di tutela e garanzia. Per queste ragioni, lancio un appello in questa Aula: non strumentalizziamo il futuro e la speranza dei lavoratori e delle lavoratrici di questo Paese; non lasciamoli soli nella loro insicurezza; iniziamo restituendo loro fiducia e dignità; ragioniamo di come invertire le politiche anticicliche di questi anni restituendo garanzie a chi oggi non le ha. Da qui si riparte con l’educazione al lavoro e alla cultura della sicurezza, perché, permettetemi di dire, casi come quelli di Adria, di Ravenna e di tante altre parti del nostro Paese non debbano più succedere.

PARENTE. Signora Presidente, siamo arrivati al momento finale del percorso del disegno di legge delega, avviato in Commissione lavoro nel mese di aprile. Vorrei richiamare la vostra attenzione sul valore delle riforme e quindi sulla necessità delle riforme per l’Europa, non solo perché il momento è difficilissimo economicamente, ma anche per il valore delle riforme in sé. Riformare un sistema presuppone orecchie e occhi attenti alla realtà, per capirla, intercettarla e farla propria, avvicinandosi ad essa senza categorie preconcette o ideologismi. Nello stesso tempo, è necessario partire dalla realtà per disegnare nuovi modelli, nuove politiche e nuove visioni: riformare significa accogliere i cambiamenti e costruire soluzioni per il presente ed il futuro sulla base di bisogni ed esigenze veri delle persone e della società. È il nostro compito in quest’Aula, signora Presidente, nell’approvare il disegno di legge di delega sul lavoro. Quando ci avviciniamo alla realtà del lavoro, ci rendiamo conto che è composta da tre momenti, quello che succede per l’inserimento nel mondo del lavoro, durante l’attività lavorativa e quando si perde il lavoro. Ora, questi tre momenti sono cambiati strutturalmente, perché è cambiato il sistema economico, sociale e politico di riferimento: il primo elemento fondamentale è che si entra nel mondo del lavoro tardi, con modalità discontinue, e si vive più a lungo; il secondo è che non vi è un mestiere, ma un universo di lavori; il terzo è che nessuna impresa, negli ultimi trent’anni, è rimasta uguale a se stessa, dal punto di vista organizzativo, competitivo e di business. Di fronte a tali mutamenti, non possiamo più ragionare di processi statici del lavoro: è una sfida per noi, per il sindacato e per l’organizzazione delle imprese. Il modo migliore di proteggere il lavoro e di mantenere l’occupazione è costruire strumenti che vadano incontro ad esigenze diverse: questa è la delega, con l’allargamento degli ammortizzatori sociali, con l’istituzione dell’Agenzia per l’impiego, con politiche attive per il lavoro e con il sostegno alla maternità ed alla conciliazione tra lavoro e famiglia. In questi giorni si è parlato tanto di diritti, ma io penso – e lo dico anche alla mia parte politica – che sia arrivato il momento di costruire una nuova stagione di diritti, correlata ad una nuova stagione di doveri e ad una comune etica del lavoro tra imprese, lavoratori e lavoratrici. Mi riferisco al diritto al sostegno al reddito, per i periodi di non lavoro, correlato però al dovere del lavoratore e delle lavoratrici di rendersi disponibili ad una nuova offerta di occupazione e formazione. Mi riferisco anche al diritto all’orientamento ed alla formazione continua, ma anche a quello di avere la stessa qualità di servizi al lavoro in tutto il territorio nazionale. Mi riferisco poi al diritto alla riqualificazione professionale, perché molte innovazioni attraversano il lavoro, a partire dalla digitalizzazione. Altro che lavori di serie A e B. Questa è la nuova impalcatura dei diritti che dobbiamo costruire. D’altra parte, è dovere delle aziende riprendere una responsabilità sociale di impresa ed è per questo che lo Statuto dei lavoratori va adeguato alle nuove esigenze organizzative e tecnologiche. Nella delega c’è. Questo va rafforzato con riferimento alla contrattazione nazionale di secondo livello, perché è lì che le parti discutono di innovazione e cambiamenti. Con questa delega mai più una ragazza e un ragazzo devono sentirsi soli nella ricerca di lavoro. Una società libera ed aperta deve garantire pari opportunità di accesso al lavoro e – voglio dirlo a parte dell’opposizione – non solo per chi ha reti familiari e amicali. È questa costruzione giustizia? È questa riduzione dei diritti? Su questo va costruito il merito. Mai più, con questa delega, chi perde lavoro a cinquanta anni non ha possibilità di essere inserito e ricollocato al lavoro e magari non ha il sostegno al reddito perché ha partita IVA. Signor Ministro, la delega va all’allargamento degli ammortizzatori sociali, ma noi dobbiamo andare verso l’universalizzazione dei diritti e anche l’allocazione delle risorse deve sostenere questa politica. Mai più non prendersi cura delle disoccupate e dei disoccupati. Scriveva Ezio Tarantelli un articolo, nel 1985, «Disoccupati per l’eternità?», declinando le sue proposte, pagando con la vita il coraggio delle sue idee. Il percorso che abbiamo compiuto in questi mesi in Commissione lavoro, onorevoli senatori, è stato positivo. Lo hanno ricordato molti dei miei colleghi e il relatore stesso, con la collaborazione costruttiva anche delle opposizioni, soprattutto in tema di politiche attive del lavoro. Ma per me c’è di più. Ci sono delle questioni che vanno affrontate per risolvere problemi di debolezza strutturale italiana che non hanno colore politico, come il tema delle semplificazioni (articolo 3 della delega). La semplificazione non rientra in un programma di parte. Esercita un richiamo ampio, soprattutto in periodi di difficoltà economiche, in cui la riduzione delle complessità dei lacci burocratici è importante per le aziende in generale, per quelle piccole in particolare e per molti di noi nella vita quotidiana. Con una disoccupazione del 12,3 per cento, giovanile al 44,2, con le crisi aziendali sempre più frequenti, con l’espulsione di ultra cinquantenni, il lavoro in Italia non può essere argomento ancora così divisivo e intriso di ideologia. Troppa è l’attenzione – a mio parere – e forse eccessiva in queste ultime settimane, dell’opinione pubblica sull’articolo 18. La delega è molto altro. Certo, introducendo un contratto a tutele crescenti significa intervenire sulla normativa dell’articolo 18. Ma lo spirito della delega è stato sempre quello di rendere il contratto a tempo indeterminato come la forma comune di contratto di lavoro, disboscando anche tutte quelle tipologie diverse che producono precarietà. In questo il testo uscito dalla Commissione va rafforzato. Concordo con chi l’ha detto in quest’Aula. Per agevolare l’occupazione e il contratto a tempo indeterminato, occorrono incentivi contributivi e fiscali, riordinando e razionalizzando quelli esistenti, come previsto dalla delega. Serve certezza e stabilità delle regole sui licenziamenti per gli imprenditori. Se la legge n. 92 ha prodotto troppo contenzioso, questo va rivisto. Di questo parliamo. La delega non è un provvedimento concluso. Ci saranno i decreti attuativi. Tante questioni saranno lì risolte. Certo, da sola la delega non può rilanciare il lavoro in Italia. Occorre un pacchetto di riforme come quelle già messe in campo dal Governo Renzi, dalla pubblica amministrazione alla giustizia, ad una attenzione alle risorse europee, alla promozione del made in Italy, ad azioni per incentivare investimenti. C’è poi da affrontare in maniera seria il tema della scarsa produttività nel Paese, sicuramente insieme ai sindacati, dando spazio alla contrattazione decentrata. Concludo, signor Ministro. Noi parlamentari stiamo delegando la funzione legislativa al Governo. Il Parlamento avrà la possibilità di dare un parere sui decreti delegati. La storia legislativa italiana è piena di deleghe non attuate e di riforme mancate. Questa è la volta buona. Noi confidiamo che questa sia la volta buona per attuare una riforma strutturale e di sistema. Abbiamo fiducia in lei e nel suo Governo come i cittadini e le cittadine dovranno avere fiducia nel Parlamento, in quello che stiamo approvando oggi, perché le condizioni reali del lavoro le abbiamo in casa. Sono quelle delle nostre e dei nostri figli. A loro una politica che costruisce il futuro deve guardare.

SACCONI, relatore. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, care colleghe e cari colleghi, credo possa ritenersi che la discussione sia stata davvero ampia, anche se caratterizzata da molti pregiudizi, alcuni dei quali tesi a sopravvalutare le potenzialità negative delle disposizioni che saranno precisate con i decreti delegati in relazione ai diritti e alle tutele nel lavoro, altri, invece, rivolti alla sottovalutazione delle potenzialità positive che questa riforma potrà generare. Non posso non rilevare la significativa assenza nel dibattito di un partito importante, Forza Italia, nel quale non ha preso la parola nessun esponente. Mi auguro che questo silenzio voglia preludere ad un atteggiamento costruttivo e non ad una distratta considerazione di quanto stiamo facendo.
Voglio anche sottolineare le molte, orgogliose rivendicazioni del metodo e dei contenuti propri della tradizione riformista da parte di molte senatrici e molti senatori, in modo particolare di quelle senatrici e di quei senatori che appartengono alla Commissione lavoro. Cito per tutte e per tutti la senatrice Parente, intervenuta poco fa. I riformismi, quello della senatrice Parente e del senatore Pagano, ma, come ho detto, anche quello di molti altri, si sono incontrati emblematicamente in questo provvedimento, che ci auguriamo possa determinare più lavoro e migliore lavoro in un contesto di crescita della nostra economia reale. Farò pochissime osservazioni, che rimetto in modo particolare al Governo, tutte tese a rafforzare quella coniugazione di flessibilità e sicurezza che è sempre stata l’ambizione delle riforme di questi anni, anche di Governi sostenuti da maggioranze di segno diverso. In questo ambito colloco l’auspicio che ogni economia rinvenibile nell’ambito dell’esercizio delle deleghe sia destinata a rafforzare gli ammortizzatori sociali, auspicando peraltro che la legge di stabilità, come più volte osservato, possa destinare risorse aggiuntive dedicate in modo particolare all’universalizzazione dei sussidi, ancorché su base assicurativa. Inoltre, colloco l’auspicio che si possa produrre una robusta convergenza delle politiche attive delle Regioni, che oggi sono invece caratterizzate da fortissima dispersione e incongruenza degli interventi. Auspico però che la riforma costituzionale, ora all’esame della Camera, possa disegnare un federalismo a geometria variabile, fatto di Regioni o Province autonome, come quella meritevole di Bolzano, capace di confermare e consolidare poteri, anche con riferimento alle politiche attive del lavoro, mentre auspico che la competenza primaria in materia di lavoro e formazione possa ritornare allo Stato, dopo le disastrose esperienze della maggior parte del territorio nazionale. Ancora, credo sia doveroso raccogliere l’invito, venuto da molti interventi, a che si promuova il contratto a tempo indeterminato tanto con abbattimento di oneri diretti e indiretti sul lavoro quanto con regole semplici e certe, riferite soprattutto alla materia dei licenziamenti, in modo che non vi sia, ancora una volta, consegna di potere discrezionale al giudice, con l’effetto di ridurre la propensione ad assumere che noi invece vogliamo incoraggiare, soprattutto quando si rivolge al contratto a tempo indeterminato.
La revisione delle tipologie contrattuali, doverosa – e io stesso nella relazione ho auspicato il superamento della strana esperienza delle collaborazioni coordinate e continuative – si deve anche coniugare con la possibilità di modificare la regolazione di quelle che sopravvivranno in modo che risulti più semplice e più certa. Il mercato beve, utilizza, ciò che appunto si caratterizza per regolazione semplice, certa e certamente applicata dagli interpreti, dalle funzioni ispettive come da quella giurisprudenziale. Le esigenze delle imprese devono coniugarsi con quelle del lavoratore in termini di tutela della dignità e della professionalità. Questo vale in particolare per gli articoli 4 e 13 dello Statuto dei lavoratori (dell’articolo 18 abbiamo già detto poco fa). Per quanto riguarda in modo particolare le mansioni, è bene che, accanto a regole certe sul modo di adeguare le mansioni alle riorganizzazioni produttive, vi sia un riconoscimento della capacità della contrattazione aziendale di effettuare ulteriori modi con cui il datore di lavoro e il lavoratore si adattano reciprocamente in relazione a obiettivi comuni. Il senatore Berger e poco fa anche la senatrice Parente e molti altri hanno indicato le potenzialità della contrattazione di prossimità, che in altra sede e con altri strumenti avremo il dovere di promuovere, quanto più riportando anche a incentivazione adeguata quel salario che viene deciso nell’ambito di una contrattazione che potremmo definire di per sé virtuosa, perché consente di collegare il reddito alla maggiore produttività e così permette di far crescere il reddito dove le condizioni d’impresa lo consentono, evitando quell’appiattimento che ha spesso mortificato i redditi sulla base di una invasiva contrattazione centralizzata. Infine (perché no?) una sottolineatura circa una maggiore diffusione dei voucher. Dicevo nella relazione che ci dobbiamo preoccupare delle aree del Paese e dei settori nei quali i voucher non vengono utilizzati, più che dei luoghi in cui vengono utilizzati, perché pochi sono ancora i luoghi di utilizzo, molto complicate le modalità ed è bene che la maggiore diffusione si coniughi con una maggiore tracciabilità, in modo da monitorare l’evolversi di quei rapporti di lavoro, di quelle prestazioni così semplicemente definite. Mi sia consentito un ringraziamento specifico alla collega Spilabotte, la vice presidente della Commissione che ha seguito con continuità quanto me tutto il dibattito. Ho apprezzato il suo intervento. Ora, il nostro compito è di fare presto e bene; presto perché, nella misura in cui siamo convinti della necessità di queste norme, dobbiamo fare presto nell’approvare la delega e fare prestissimo nel consentire al Parlamento di esaminare quei decreti delegati nei quali certamente si potranno nascondere – come sempre nei dettagli – angeli e demoni. Confido però che saranno presenti gli angeli del rinnovamento di una legislazione del lavoro che vogliamo corrispondente agli straordinari cambiamenti che stiamo vivendo in funzione, come dicevo, di more and better job, come dicono in Europa: di più lavoro e di migliore lavoro per tutti.

POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signor Presidente, onorevoli senatori, voglio esprimere in primo luogo un ringraziamento a tutti voi per il lavoro che avete fatto e per la discussione. Io ho ascoltato molti dei vostri interventi e ne ho trovato suggerimenti, suggestioni e critiche, alcune giuste e altre che assolutamente non mi sento di condividere. Ho trovato molta parte del sentimento del nostro Paese e ho trovato atteggiamenti lontani dalla sostanza della delega. Ho sentito critiche legittime, ma che non parlavano e non parlano della delega che stiamo discutendo. Cercherò quindi di riflettere con voi e di rappresentare in sintesi qual è il senso profondo di quello che vogliamo fare. D’altra parte, questa discussione si è sviluppata sul testo licenziato dalla Commissione lavoro del Senato, che voglio ringraziare particolarmente perché i lavori della Commissione hanno migliorato il testo che era stato presentato. Ci sono elementi importanti, basterebbe riflettere sul tema della solidarietà espansiva, cioè la possibilità di distribuire il lavoro tra più lavoratori, o pensare al tema, che è stato introdotto, di utilizzare al meglio le innovazioni tecnologiche e la possibilità di usare i sistemi informatici per avere le informazioni necessarie a gestire i processi, oppure alla possibilità di scambiarsi o di assegnare le ferie non godute ad un collega: atti di solidarietà e di attenzione che vanno colti ed apprezzati. Voglio riconoscere questo lavoro e ringraziarvi per quello che avete fatto. Gli obiettivi fondamentali che il Governo si pone con questa delega sono essenzialmente i seguenti. Il primo, fondamentale, obiettivo è semplificare e rendere certe le norme, le procedure e i contratti, semplificare i controlli. Credo che siamo tutti coscienti di un fatto: l’incertezza è il veleno che uccide gli investimenti. Questo è quindi il primo punto su cui dobbiamo lavorare. C’è poi un secondo punto: estendere i diritti nel rapporto di lavoro attraverso l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e abolendo e riformando i contratti che precarizzano. Estendere gli ammortizzatori riformandoli e universalizzare le tutele nella disoccupazione. Promuovere le politiche attive e costruire un’adeguata strumentazione. Rendere attiva e condizionata l’utilizzazione di tutti i sussidi. Sostenere la genitorialità e tutelare la maternità. In sostanza: vogliamo riprogettare le infrastrutture normative e gli strumenti operativi per fare in modo che la priorità del lavoro diventi davvero concretamente realizzabile. Per il Governo italiano è assolutamente centrale e prioritaria la delega lavoro in tutta la sua portata, non solo l’articolo 18, che ne rappresenta certo una parte significativa ma che nelle nostre aspettative non è, come invece potrebbe apparire dalla discussione di queste settimane, una sorta di alfa-omega della nostra riflessione. Rispetto pienamente tutte le considerazioni svolte su questo argomento. Considero forse eccessive le aspettative, in senso sia positivo che negativo, che vengono caricate su questo argomento, che è sicuramente rilevante ma meno decisivo di quanto si possa ritenere. Purtroppo, la concentrazione della discussione su questo punto ha limitato l’analisi e la valutazione di un testo che a mio avviso presenta contenuti assai rilevanti e in grado, se pienamente realizzati, di modificare radicalmente il mercato del lavoro nel nostro Paese. Per capire pienamente il segno e il senso di questo provvedimento non è sufficiente avere presenti ed elencare puntualmente i dati pesantissimi, drammatici dello stato dell’occupazione e della disoccupazione del nostro Paese, che conosciamo molto bene. Non basta scorrere le classifiche europee e confermarci nella considerazione che stiamo sistematicamente in posizioni negative. Non è urlando forte i numeri della crisi che i problemi trovano soluzioni. Piuttosto dovremmo porci, come Paese, questa domanda: come abbiamo fatto a finire in questa situazione? Com’è potuto accadere? Com’è potuto accadere che un Paese che ha grandi potenziali che tutti riconoscono viva una crisi così lunga e acuta? Come spesso accade, non c’è una risposta semplice e univoca a questa domanda, ma uno sforzo per individuare le cause va sicuramente compiuto. Noi abbiamo perso lavoro perché abbiamo perso imprese. Abbiamo perso imprese perché abbiamo perso produttività e capacità competitiva. Abbiamo perso capacità competitiva perché non abbiamo investito sulle leve fondamentali: la scuola e la conoscenza, la ricerca e l’innovazione. Abbiamo favorito e tollerato le rendite grandi e piccole; non abbiamo premiato il merito. Abbiamo prodotto uno sviluppo abnorme della presenza dello Stato e delle istituzioni, anziché promuovere e premiare l’impegno e la responsabilità dei cittadini. Abbiamo lasciato deperire il sistema della giustizia del nostro Paese. Ad un certo punto, anche sotto la spinta della paura indotta dai grandi cambiamenti epocali che hanno investito il nostro Paese, abbiamo scelto di difenderci. La difesa, quando va bene, lascia le cose come sono e stare fermi, in un mondo che corre, non può che produrre esiti disastrosi. Per questo è indispensabile un cambiamento radicale che investa tutti i campi del nostro agire. Chi critica le scelte del Governo non coglie la drammatica gravità e l’urgenza di agire per cambiare questo stato di cose, insieme e velocemente. Un cambiamento così radicale non si potrà realizzare se non affronteremo insieme anche i nodi culturali che questo Paese si porta dietro da sempre. Nel nostro caso, parlando di lavoro ed impresa, il nodo irrisolto è ancora connesso ad un’idea dell’impresa come – essenzialmente – il luogo dello sfruttamento del lavoro e, conseguentemente, un’accezione negativa che pensa che questo sia sostanzialmente un male necessario, che va con grande cura monitorato, controllato e circondato da fili spinati normativi. Noi dobbiamo cambiare radicalmente ottica: l’impresa è un’infrastruttura sociale in cui le diverse componenti del sapere, del lavoro e del capitale coagiscono al fine di produrre nuovo valore. Conseguentemente, la relazione tra lavoro e impresa non può più essere interpretata solo dal binomio novecentesco conflitto e contratto. Oggi il lavoro è qualcosa di significativamente diverso: è intelligenza, è conoscenza, è responsabilità, è apporto creativo. Per questo abbiamo bisogno di nuovi contratti e di collaborazione; abbiamo bisogno di cooperazione e corresponsabilità. Qualcuno mi accusa di avere un’idea romantica e tutta buonista dell’impresa e mi accusa di voler abolire i contratti, che sono lo strumento che ha storicamente consentito… Come dicevo, ha storicamente consentito di esercitare un peso e conquistarsi decenti condizioni di vita. Non ho mai sostenuto e non sostengo il superamento dei… C’è una sfida per il lavoro e c’è una sfida per l’impresa. Vogliamo continuare a difendere quello che c’è… La logica di pensiero che guida la delega è semplificare e rendere certo e prevedibile il percorso lavorativo e la relazione tra impresa e lavoro. Tutti riteniamo che il lavoro non si costruisca con i decreti e le leggi ma con la crescita. Ma la crescita si fa con le aziende, se le aziende investono, e per farlo hanno bisogno di un contesto definito. Se vogliamo che l’Italia torni ad essere un Paese amico delle imprese, capace di stimolare gli investimenti interni… Per gli investitori, l’imprenditore ha come funzione essenziale prevedere, valutare e agire tenendo conto di ciò che è… All’imprenditore aggiungiamo all’incertezza tipica della propria funzione molte altre incertezze che alla fine scoraggiano l’investimento e distruggono l’opportunità di lavoro. Quindi vogliamo con la delega semplicità e certezza.

Integrazione all’intervento del ministro Poletti in sede di replica

Controllate, prendete in mano una qualsiasi disposizione e vi renderete conto che è costellata di limiti, divieti, obblighi, controlli, permessi e autorizzazioni. Dobbiamo cambiare radicalmente ottica: l’impresa è una infrastruttura sociale, nella quale le diverse componenti del sapere, del lavoro, del capitale coagiscono al fine di produrre nuovo valore! Conseguentemente la relazione tra lavoro e impresa non sono più interpretabili dal binomio novecentesco conflitto-contratto. Oggi il lavoro è sempre di più intelligenza, conoscenza, responsabilità, apporto creativo; per questo abbiamo bisogno di nuovi concetti: collaborazione, cooperazione, corresponsabilità, coimprenditorialità. Quando dico queste cose qualcuno mi accusa di avere una idea “romantica” tutta “buonista” dell’impresa e mi accusa di voler abolire i “contratti” che sono lo strumento che ha storicamente consentito ai lavoratori di esercitare un peso e conquistarsi decenti condizioni di vita. Non vengo da Marte, vengo da più vicino, vengo da Imola, non ho mai sostenuto e non sostengo il superamento dei contratti, ma di un loro radicale cambiamento di logica sì. C’è una sfida per il lavoro e c’è una sfida per l’impresa e l’imprenditore! Vogliono continuare a difendere ciò che c’è? Perderemo impresa e lavoro. La delega parte anche da qui e cerca di farlo in modo organico e coerente. Non ho intenzione di illustrare la delega, la conoscete certamente molto bene. Ma ne ripercorrerò alcuni tratti essenziali che ne segnalano la logica ed il valore e ne sottolineano i tratti di innovazione e collegamento tra le parti. Lungo tutto il testo una logica di pensiero. Semplificare e rendere certo e prevedibile il percorso lavorativo e la relazione tra impresa e lavoro. Tutti ripetiamo che il lavoro non si fa con i decreti o le leggi ma con la crescita! D’accordo, ma la crescita si fa se le aziende investono e per farlo hanno bisogno di un contesto “definito”.
Se vogliamo che l’Italia torni ad essere un Paese amico delle imprese, capace di stimolare gli investimenti interni ed attrarre quelli internazionali dobbiamo produrre una situazione che limiti il quadro delle incertezze e del rischio per gli investitori a quelli fisiologici. L’imprenditore ha come funzione essenziale prevedere, valutare e agire tenendo conto di ciò che è e ciò che sarà. In Italia all’imprenditore aggiungiamo all’incertezza tipica della propria funzione molte altre incertezze che alla fine scoraggiano l’investimento e distruggono opportunità di lavoro. Quindi semplicità e certezza per l’impresa, ma anche per il lavoro. È al tema della semplicità e certezza che si connette il tema della reintegrazione prevista dall’articolo 18 su cui tornerò più avanti. Guardiamo al mercato del lavoro italiano. Se su 100 lavoratori occupati in Italia più dell’80 per cento hanno un contratto a tempo indeterminato, verrebbe da dire “beh dov’è tutta questa precarietà”? Ma se guardiamo, al Flusso cioè ai contratti stipulati negli ultimi anni scopriamo che i numeri si invertono, i contratti a tempo indeterminato sono meno del 20 per cento mentre gli altri sono più dell’80 per cento. E questi non sono dati degli ultimi mesi, ma degli ultimi anni. E questo è accaduto mentre tutti insieme si recitava la filastrocca del contratto a tempo indeterminato come il più desiderabile, quello che andava sviluppato, quello con le migliori tutele! Quindi? Il tema che si propone in questo momento è di un drastico cambio di direzione, attraverso l’attivazione di un contratto a tempo indeterminato che abbia le caratteristiche di attrattività normativa ed economica in grado di invertire la tendenza in atto, facendo sì che il rapporto tra contratto a tempo indeterminato e altri contratti cominci a riequilibrarsi. Per questa ragione nella delega si propone l’attivazione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, si dichiara esplicitamente l’intenzione di renderlo più conveniente in termini di oneri diretti ed indiretti. La nostra scelta fondamentale per ridurre la precarietà per i lavoratori e dare certezza alle imprese è un drastico riordino delle tipologie contrattuali con l’abolizione delle forme più permeabili agli abusi e più precarizzanti, come i contratti di collaborazione a progetto. Contemporaneamente vogliamo attivare il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che avrà caratteristiche di attrattività normativa ed economica in grado di invertire la tendenza in atto in questi anni e che ha visto aumentare i contratti precari e ridursi a meno del 20 per cento i contratti a tempo indeterminato. In questo contesto per semplificare, superare elementi di incertezza e discrezionalità, per ridurre il ricorso ai procedimenti giudiziari, nella predisposizione del decreto delegato relativo a questo contratto a tutele crescenti e quindi per le nuove assunzioni, il Governo intende modificare il regime del reintegro così come previsto dall’articolo 18 modificato dalla legge 92/2012 eliminandolo per i licenziamenti economici e sostituendolo con un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità. Contestualmente sarà prevista la possibilità del reintegro per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare particolarmente gravi, previa qualificazione specifica della fattispecie. Per le situazioni diverse sarà previsto un indennizzo economico definito e certo. Il nostro obiettivo è avere un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che costi meno, e che sia più attrattivo e contenga meno incertezze e quindi, incentivi d’imprenditore a investire di più, o assumere di più e non utilizzare altre tipologie contrattuali meno tutelanti. Se c’è una discussione sulla modifica dell’articolo 18 e sul reintegro che è del tutto non ideologica è questa Noi non ci limitiamo a lamentarci del fatto che ci sono pochi contratti a tempo indeterminato e troppi precari; noi agiamo per modificare questa situazione! Semplificazione delle procedure. Definizione di un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro. Quando parliamo di burocrazia spesso parliamo di norme complesse, farraginose, contorte e l’Italia moderna ha bisogno di questo lavoro. Con la stessa finalità la delega prevede una azione di analisi e valutazione delle forme contrattuali esistenti con lo scopo di semplificarle, modificarle o superarle. Per questa via, è nostro obiettivo semplificare e ridurre le tipologie contrattuali, a partire dalle forme meno utili e più precarizzanti quali il contratto di collaborazione a progetto. Naturalmente questa azione che va estesa a tutte le forme contrattuali dovrà tenere conto delle diverse finalità di ogni forma contrattuale anche in relazione alle effettive opzioni alternative che la nuova disciplina renderà disponibili. A valle delle nuove forme contrattuali, in coerenza con le stesse la delega propone una significativa riforma degli ammortizzatori sociali e in combinazione con gli stessi di una radicale ridefinizione degli strumenti per le politiche attive per il lavoro anche attraverso la costituzione dell’Agenzia nazionale per l’occupazione. Questo passaggio è assolutamente essenziale per la piena realizzazione del disegno previsto dalla delega. Storicamente il nostro Paese ha agito a fronte delle crisi e dei problemi occupazionali attraverso strumenti di sostegno al reddito, passivi e senza condizionalità. Noi vogliamo ribaltare questa situazione. Vogliamo estendere le tutele a quei lavoratori subordinati e parasubordinati che attualmente non ne usufruiscono o lo fanno in misura sostanzialmente insignificante. Vogliamo produrre una logica di condizionalità per cui chi ha diritto ad un sussidio sia contemporaneamente vincolato ad obblighi e condizioni e vogliamo fare in modo che i servizi per l’impiego pubblici, privati o del privato sociale prendano in carico questi soggetti e li accompagnino con progetti individualizzati in un percorso teso a superare lo stato di problematicità in cui si trovino e possano partecipare ad attività utili alla collettività. Apparirà banale, ma noi pensiamo che nessuno debba restare a casa ad aspettare, noi vorremmo che ogni cittadino italiano ogni mattina abbia una buona ragione per uscire di casa. Naturalmente buone politiche per il lavoro e buoni servizi sono indispensabili anche per l’inserimento lavorativo dei nostri giovani che sono la prima preoccupazione e il primo obiettivo per il nostro Governo. È necessario costruire l’opportunità di una reale alternanza squadra-lavoro e rendere più efficiente ed efficace il sistema della formazione affrontando il tema della sua governance della definizione delle competenze attribuite allo Stato e alle Regioni per una unificazione delle politiche ed una leale collaborazione per definire standard qualitativi omogenei su tutto il territorio nazionale. L’osservazione che viene fatta a questo impianto è che servono molte risorse e molto tempo. Banalmente mi verrebbe da dire che per chi vuole cambiare il giorno è sempre quello giusto. Se non si parte è certo che non si arriva. Per le risorse, è vero, ne servirebbero di più. Intanto il Governo assume l’impegno a finanziare per 1,5 miliardi i nuovi ammortizzatori; insieme a questo dovranno essere meglio utilizzate le risorse attualmente disponibili e si dovranno verificare le dinamiche innescate dalla legge n. 92 (cosiddetta Fornero). Inoltre le risorse risparmiate nella riorganizzazione saranno mantenute per le finalità della riforma. Il testo della delega si conclude con una importante scelta a favore della genitorialità. E con una precisa descrizione di principi e criteri volti a superare uno dei gap storici dell’occupazione del nostro Paese che vede un tasso di attività tra le donne particolarmente basso ed una rilevantissima casistica di abbandono del lavoro a seguito della maternità. Questa situazione va superata e la delega pone le basi per farlo. Il Governo italiano assegna all’approvazione della legge delega in materia di lavoro una importanza essenziale. Siamo convinti e consapevoli che su questo terreno si misura la effettiva possibilità di questo Governo e di questa maggioranza di produrre quel cambiamento che i cittadini italiani si aspettano. È un passaggio difficile, ma sappiamo che sulla quasi totalità dei contenuti di questa legge c’è pieno consenso e condivisione.
• Estensione degli ammortizzatori sociali e loro riforme;
• Politiche attive per il lavoro e l’occupabilità;
• Revisione e semplificazione delle norme;
• Revisione delle tipologie contrattuali;
• Contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti;
• Tutela della genitorialità e politiche per l’occupazione femminile;
• Coordinamento delle attività ispettive o agenzia unica.
Certo c’è un punto su cui non c’è piena condivisione tra tutti, anche nella maggioranza, nel Partito Democratico: il tema del reintegro, l’articolo 18. Non credo che queste diversità, apertamente affermate e discusse possano portare a mettere in discussione un passaggio così importante ed essenziale. Il Governo nella stesura dei decreti saprà tenere nella giusta considerazione il lavoro fatto e le posizione espresse. Ieri il Presidente del Consiglio insieme ad una parte del Governo ha incontrato i sindacati dei lavoratori e successivamente le rappresentanze imprenditoriali. Credo di poter affermare che si è trattato di un confronto utile, che non ha modificato ovviamente le rispettive posizioni, ma che ha consentito un confronto chiaro ed ha messo le basi per una riflessione ulteriore intorno ad alcuni elementi che non sono presenti tra le materie ricomprese nella delega, come la rappresentanza e le sue regole nonché il tema della contrattazione aziendale o di secondo livello, citato dal senatore Berger anche con riferimento alle caratteristiche locali peculiari. Così come con le associazioni imprenditoriali si sono affrontate le tematiche legate alla crescita e delle azioni utili ad un rilancio della stessa. C’è bisogno di un grande ripensamento: vale per la politica, vale per il Governo, vale anche per imprenditori e sindacati. Nel lavoro gigantesco di cambiamento del nostro Paese c’è lavoro per tutti! Ognuno per la parte propria, ma non c’è nessuno che possa, onestamente, sostenere di essere a posto, di avere già dato! Ho aperto il mio intervento a partire dalla drammatica consapevolezza della gravità e centralità del lavoro per il nostro Paese, per i nostri giovani, per noi tutti ed in primo luogo per il Governo. Cambiare questa situazione è il nostro obiettivo. La piena realizzazione della legge delega è uno degli strumenti fondamentali per raggiungerlo! L’Italia ci chiede il coraggio di cambiare.

DISCUSSIONE QUESTIONE DI FIDUCIA

FORNARO. Signor Presidente, molti di noi voteranno la fiducia pur rimanendo critici sul metodo, scelto dal Governo, dello strumento della fiducia sulla legge delega e sulla scelta di questi tempi. Rimarremo critici anche nel merito. Il maxiemendamento, come dirò dopo, accoglie alcune nostre proposte emendative ma presenta ancora limiti ed eccessivi spazi di genericità. Come sempre è capitato ai riformisti di sinistra, saremo attaccati e criticati sia dalla nostra sinistra che dalla nostra destra. Le accuse ci sono note: arrendevoli e compromissori per i primi; conservatori e veteronostalgici per i secondai. Noi, però, non siamo né arrendevoli né conservatori. Noi vogliamo, al contrario, portare il nostro contributo all’impresa ciclopica di portare il nostro Paese fuori da questa crisi epocale. Vorremmo farlo senza, però, tradire i valori fondanti del nostro agire politico, innovando per competere in un mondo globale, senza far pagare solo ai più deboli gli effetti dei cambiamenti nei fattori di competitività internazionale. Per noi la dignità del lavoro non è un simbolo del passato, una bandiera lacera, ma il fondamento di una moderna società. Guardare al futuro con coraggio e speranza non è per noi incompatibile con l’essere consapevoli da dove veniamo e chi rappresentiamo. Il lavoro è nel DNA della sinistra italiana. È stata ed è la ragione d’essere dell’idea stessa di progresso e di libertà civile. A chi oggi guarda la difesa dei diritti dei lavoratori come un ferro vecchio della vecchia politica vorrei ricordare che noi non dimentichiamo da dove veniamo e soprattutto sappiamo dove vogliamo andare. Non fu un caso, infatti, che il progenitore di tutti i partiti della sinistra, quello che fu fondato a Genova nell’ormai lontano 1892, si chiamasse Partito socialista dei lavoratori italiani. Così come non fu un caso che il punto più alto della stagione riformatrice del centrosinistra sia stato, nel 1970, lo Statuto dei lavoratori. Ecco perché abbiamo trovato vecchio – questo sì – rivolto al passato e non al futuro, l’uso ideologico e propagandistico dell’articolo 18, della sua presunta abolizione; un articolo 18 divenuto spartiacque tra bene e male, tra passato e modernità: niente di più falso. «Oggi si fa un gran dire del fatto che l’organizzazione delle imprese – è una citazione – ha bisogno di massicce dosi di flessibilità, e questo è sicuramente vero. Ma troppo spesso si pone l’accento sulla flessibilità del rapporto di lavoro e magari si arriva diritti alla richiesta di una maggiore libertà di licenziamento. In realtà, la flessibilità produttiva che oggi è imposta dalla tipologia dei mercati riguarda in primis l’organizzazione dell’impresa. Altro che articolo 18 dello Statuto dei lavoratori! La verità è che, come spesso accade, qui da noi ci si attardi in battaglie di retroguardia e che magari la colpa dell’inefficienza alla fine ricade su chi colpa non ha. Non serve, e sarebbe bene che se ne prendesse coscienza una volta per tutte, eliminare l’articolo 18 se poi le nostre aziende continuano ad essere organizzate ed amministrate come nel secolo scorso». A scrivere queste belle parole, nel 2002, non è stato un pericoloso sindacalista rivoluzionario. Si tratta di Giuliano Amato. Il Paese esce dalla crisi con più coesione sociale, con più innovazione, più ricerca, e non con meno diritti. L’Italia esce dalla crisi ricucendo le lacerazioni nel tessuto sociale prodotte dalla recessione, e non allargandone le maglie, amplificando le distanze. Non si esce da questa crisi umiliando i corpi intermedi, umiliando le rappresentanze dei lavoratori. Al contrario, abbiamo bisogno di una grande alleanza del lavoro: imprese e lavoratori insieme allo Stato. Altro che sterili conservatrici battaglie per la distruzione dell’articolo 18 come una sorta di panacea di tutti i mali! Riconosciamo al Governo e al ministro Poletti di aver compiuto alcuni passi in avanti. In particolare, nel maxiemendamento è stata esplicitata la volontà di superare le forme di assunzioni precarie. È stata manifestata la volontà di dare centralità al lavoro a tempo indeterminato, rendendolo più conveniente rispetto alle altre tipologie contrattuali. È stato definito che, a fronte dei processi di ristrutturazione, l’eventuale cambiamento delle mansioni debba tutelare anche la condizione economica dei lavoratori. È stata infine circoscritta l’estensione dell’uso dei voucher, al fine di evitare l’aumento esponenziale di nuovo lavoro precario. Sono passi in avanti che consideriamo significativi, seppure non totalmente sufficienti. Siamo certi che alla Camera si potranno fare ulteriori progressi nella direzione che noi riteniamo giusta: quella di una maggiore tutela di tutti i lavoratori, vecchi e nuovi. In particolare, manca e continua a mancare una definizione più precisa di cosa si intenda per contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. I nuovi assunti a tempo indeterminato vedranno, quindi, ridotte – e questo è il rischio che segnaliamo – le proprie tutele rispetto ai vecchi assunti, in una misura e per un tempo non definiti. È un doppio binario che noi non riteniamo né moderno né funzionale allo sviluppo del Paese. I lavoratori sono una risorsa per l’impresa, non sono un intralcio, come è parso leggere in queste settimane. Questa affermazione era vera nella società fordista, ma lo è ancor di più, se possibile, nella società della conoscenza in cui viviamo. La lotta alle precarizzazione della vita, la difesa del diritto di un’intera generazione a poter progettare il proprio futuro: questo è il terreno vero di una battaglia riformista, non certo quello della libertà di licenziamento, nella fallace idea che il mercato sia capace di allocare correttamente le risorse umane. A questa battaglia vogliamo dare e daremo il nostro contributo in Parlamento e nel nostro partito. Concludo il mio intervento con la citazione di un altro riformista, di uno dei padri dello Statuto dei lavoratori. Una riflessione che sembra scritta oggi. Sono parole di Gino Giugni, scritte nel 2007, che credo oggi siano più che mai attuali: «Al di là della retorica e dell’ideologia dei facili slogan, la flessibilità deve servire per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro, ma deve avere dei limiti chiari, deve essere connessa con un sistema di controlli e contrappesi, non può essere evocata come fosse una parola magica che risolve tutti i problemi. Per esempio, l’aumento del periodo di prova non può condurre a una situazione in cui mai sia conveniente fare assunzione a tempo indeterminato, altrimenti, si ha solo sfruttamento. Se si moltiplicano le tipologie contrattuali a dismisura, se si continua a parcellizzare la produzione attraverso la proliferazione dei lavori in appalto, avremo ben presto un sistema interamente basato sulla precarietà e un tipo di modernità di cui nessuno ha bisogno». Gino Giugni, 2007. Chiudo perché ritengo che con queste motivazioni molti di noi voteranno dunque la fiducia. La voteranno – lo dico con grande forza – a schiena diritta. Voteranno la fiducia come atto di responsabilità verso il Paese, che non ha bisogno di una crisi di Governo. Votiamo come atto di responsabilità, con l’impegno, che ribadiamo anche oggi, di continuare a lavorare per uscire da questa crisi, per difendere la dignità del lavoro e per estendere i diritti dei lavoratori, vecchi e nuovi, in una prospettiva di crescita e di maggiore eguaglianza sociale.

SANTINI. Signora Presidente, onorevoli colleghi, contrariamente a molti interventi che abbiamo ascoltato, ritengo che questa sia una delega – e quindi anche un voto di fiducia – che debba essere votata per motivazioni di cui portiamo una forte convinzione, che cercherò brevemente di illustrare. Innanzitutto, credo che a questa delega non debbano essere chieste cose che questa delega non può fare. In molte argomentazioni abbiamo rilevato che c’è quasi il gusto di mettere in relazione la gravità della situazione occupazionale con il fatto che una legge sul lavoro dovrebbe, per suo automatismo, risolvere questo problema. Lo sappiamo bene, anche se ce ne dimentichiamo, che i problemi del lavoro e dell’occupazione si risolveranno con una nuova politica economica che sappia affrontare, nelle difficoltà e nei vincoli che abbiamo, il tema della crescita e del rilancio delle politiche manifatturiere, il tema dei costi infrastrutturali dell’energia e il tema delle condizioni per attrarre nuovi investimenti. Questo non è un mondo separato, è un mondo che, attraverso provvedimenti governativi già attuati negli scorsi mesi ed in corso di attuazione, nonché con la imminente legge di stabilità troverà una definizione precisa. Penso al rilancio della domanda interna rendendo strutturali gli 80 euro, penso al rilancio degli investimenti detassando ulteriormente gli stessi per le imprese piccole e grandi, penso agli interventi per dare nuovo impulso all’economia che verranno realizzati con gli ecoincentivi, con il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione e con tutte le altre misure di rilancio, come la garanzia sugli investimenti. A questa delega quindi non si può chiedere quello che si farà con altri interventi. Il motivo per cui invece sostengo il voto favorevole alla delega è che semplicemente leggendola, colleghi, non si può non convenire sul fatto che questa sia una delega che parla in modo dettagliato di misure che dovranno servire a facilitare, ad aiutare, a promuovere il lavoro. Invito i colleghi a leggerla bene: si tratta di una delega che apertamente e dichiaratamente affronta le principali criticità del nostro mercato del lavoro e che cerca di delineare strade che possano fornire risposte. Porterò solo alcuni esempi (invitando tutti all’ascolto), sui quali credo sia giusto che il Parlamento si impegni, ritenendo che ci sia la capacità di realizzare gli obiettivi che la delega definisce. In questa delega – contrariamente alla vulgata che ne viene fatta da chi la vuol criticare, in modo assolutamente legittimo – si parla esplicitamente di rendere più forti le tutele per le situazioni di difficoltà del mercato del lavoro. Ci sono i primi commi, nei quali in modo dettagliato – si arriva varie volte alla lettera «h» dell’alfabeto per ogni singolo punto: più dettagliato di così credo sia difficile – si delineano i principi fondamentali di quali saranno gli interventi per razionalizzare la cassa integrazione, per estenderla, in costanza di rapporto di lavoro, a chi oggi non ce l’ha. Vogliamo fare un numero? Oggi, su 14 milioni di lavoratori attivi e dipendenti, godono della cassa integrazione in via ordinaria solo 5 milioni di lavoratori. Ce ne sono almeno altri 9 milioni per i quali non c’è questo strumento, tant’è che abbiamo dovuto inventare in piena emergenza la cassa integrazione in deroga, come tutti sappiamo. Nel disegno di legge in esame si dice nero su bianco che i fondi di solidarietà, previsti peraltro in modo un po’ velleitario dalla Fornero, debbono essere attivati. Questo è obiettivo specifico di questa delega e su questo verranno impegnate risorse. Vogliamo fare un altro esempio? L’indennità di disoccupazione, come sappiamo, oggi non coinvolge oltre un milione di persone: i lavoratori parasubordinati, i giovani che non hanno due anni di anzianità di servizio e svariate altre categorie. Nel provvedimento in esame si dice esplicitamente che tale indennità deve essere estesa nei confronti di tutte queste categorie, quindi mi pare sia un obiettivo esplicito. E siccome giustamente il dibattito della Commissione ha posto il problema che tutto ciò costa e che occorre aggiungere le risorse necessarie, alla fine della delega c’è un riferimento preciso al fatto che, contrariamente all’inizio della discussione, tale estensione dovrà avvenire eventualmente stanziando nuove risorse da coprire con adeguati strumenti legislativi. Mi pare tutto molto chiaro e preciso. E continuo rivolgendomi a chi ha ironizzato sulla maternità. Mi pare sia scritto in modo chiaro – e non occorre essere tecnici per capirlo – che la maternità con questa legge delega dovrà essere estesa a tutte le donne che lavorano, anche nel caso malaugurato, che purtroppo si verifica, in cui il datore di lavoro o il contratto di lavoro abbiano previsto che non vengano versati i contributi. Sta scritto in modo dettagliato e chiaro. Siamo sempre nell’ordine di decine, di centinaia, di migliaia, di milioni di persone che vengono interessate. Allora, quando si parla di orientamento di una delega, quando si parla di un intervento che è contro il lavoro e la dignità, credo di poter dire invece in maniera molto netta che questo è, al contrario, un percorso che valorizza la dignità del lavoro e dà le risposte che oggi purtroppo, per mille motivi, non siamo ancora riusciti a dare in questo Paese. Questo diventa allora, al tempo stesso, un modo per dire che questa è la direzione giusta, ma anche per impegnarci a realizzarla. Infine, nessuno ha parlato di un altro aspetto. Si disprezza tanto tutta la parte procedurale della delega, che è anch’essa molto dettagliata (Agenzia nazionale, semplificazioni, agenzie di ricollocazione), ignorando che il problema principale che abbiamo in questo momento, al di là delle migliaia di giovani che non trovano il lavoro, sono le 500.000 persone che hanno perso il lavoro e che devono rientrare. In questa delega si dice allora con chiarezza, mutuando anche alcuni modelli europei che funzionano, che queste agenzie del lavoro debbono ricollocare le persone con forme di incentivazione responsabile e misurabile, ed a questo servono gli ammortizzatori. Credo che sotto molti profili sia necessario impegnare il Governo a realizzare in maniera seria questa delega, che va nella direzione di avere un mercato del lavoro che sia più inclusivo e maggiormente dalla parte della promozione del lavoro. L’ultimo punto sul quale voglio soffermarmi riguarda il tema dei rapporti di lavoro. Anche da questo punto di vista vorrei invitare davvero tutti a leggere la delega per capirne la vera ratio. Si parla esplicitamente di semplificazione, di codice semplificato; si dice che c’è una gerarchia nei rapporti di lavoro; c’è un capitolo, che è stato giustamente inserito anche nel maxiemendamento del Governo, nel quale si dice che va promosso come contratto prevalente il contratto a tempo indeterminato. Questa non può essere solo un’aspirazione, perché oggi purtroppo il problema esiste. Vedete, a chi parlava di libertà di licenziare, possiamo dire che purtroppo oggi c’è la libertà di licenziare, incorporata già nell’80 per cento dei nuovi contratti di assunzione che vengono stipulati, perché sono tutti contratti temporanei, tutti contratti che prevedono già la totale libertà di licenziare. Il problema non è quello di affermare dei principi astratti secondo i quali c’è un contratto, ma quello di capire come si può realizzare seriamente in questo contesto un nuovo tipo di contratto a tempo indeterminato che, modulando in modo crescente le tutele, possa essere attrattivo per le imprese ed andare a sostituire quelle forme contrattuali che oggi sono tanto temporanee e tanto poco retribuite e contribuite, così da fare in modo di avere una risposta. Su questo, leggendo il testo che il ministro Poletti poi ha consegnato, mi pare che ci siano oggi anche delle precise disposizioni e dei precisi impegni – chiamateli come volete – in cui si dice che il tema dell’articolo 18 – che è diventato ormai l’unico tema – troverà non una cancellazione, ma una rimodulazione, che sostanzialmente va nella direzione di una maggiore chiarezza per le imprese e di una maggiore certezza e tutela delle persone e credo che questo sia un obiettivo importante. Allora, concludendo, la delega a nostro avviso va approvata e ben esercitata. Proprio in questi giorni abbiamo l’esempio della delega fiscale, che viene esercitata in maniera molto seria, in rapporto con le Commissioni parlamentari.

DICHIARAZIONE DI VOTO

ZANDA. Signor Presidente, esiste in Parlamento una maggioranza molto larga, che concorda sulla necessità di riformare la legislazione del lavoro e nessuno tra di noi credo sostenga che tutto va bene così e che deve restare come sta. Ciononostante, la nuova disciplina e in special modo le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori hanno suscitato un ampio e aspro dibattito nel Paese. Ma credo che non possa essere considerato dibattito politico il lancio di volumi della Costituzione verso il banco del Presidente del Senato. Oggi lo abbiamo visto qui in Aula. Mi chiedo come sia possibile che dei parlamentari possano pensare che una gazzarra in Aula aiuti il mondo del lavoro, aiuti i disoccupati a trovare occupazione e possa trasformare la crisi in crescita e sviluppo. La violenza in un’Aula parlamentare, signor Presidente, è una brutta cosa. Fa molto male a chi la pratica e fa male al Parlamento. La violenza in Aula è violenza nei confronti della democrazia. Debbo ringraziare lei, Presidente Grasso, per la pazienza con la quale ha condotto oggi la seduta del Senato. Signor Presidente, se vogliamo lo sviluppo dobbiamo insistere con il processo di riforme e metterne in campo un ventaglio molto ampio e molto profondo. Tra le riforme, la delega sul lavoro, che tra breve avrà la fiducia dei senatori del Partito Democratico, è un atto molto importante. Sul voto di fiducia ho sentito molte osservazioni e inviterei tutti noi a ricordare le decine e decine di volte nelle quali, negli ultimi dieci anni, Governi di vario colore, da Berlusconi a Prodi, da Monti a Letta, hanno ritenuto o sono stati costretti a far ricorso alla fiducia. Dobbiamo prendere atto che siamo davanti a uno degli effetti gravi della debolezza del nostro sistema politico e del bicameralismo perfetto e tocchiamo con mano la necessità della riforma costituzionale ora all’esame della Camera. C’è poi un altro punto da evidenziare su questo provvedimento: è stato detto da molti in quest’Aula che la fiducia non si mette mai sulla delega, signor Presidente. Le cose non stanno così: una ricerca sommaria ci dice che dal 1988 ad oggi le questioni di fiducia poste su leggi delega sono state almeno 23 e io lo ricordo solo per amore della verità. Sapevamo da tempo che questo autunno saremmo stati chiamati a scelte difficili e politicamente molto divisive. Sappiamo anche oggi che la crisi ci mette fretta e non lascia né al Parlamento né al Governo molto tempo per approvare riforme sempre più necessarie e urgenti. Il tempo, di cui in passato abbiamo abusato, oggi non è più una variabile indipendente dall’azione del Parlamento. Anzi, è un vincolo almeno altrettanto stringente del contenuto dei provvedimenti. Il presidente Renzi sottolinea spesso che per farci ascoltare in Europa dobbiamo dimostrare di aver fatto tutto il possibile per sanare i nostri punti deboli, per rimediare ai ritardi, per svecchiare lo Stato. Non si tratta di compiti a casa, formula molto dispregiativa, ma di chiudere la stagione del rinvio e del dibattito infinito che da troppe legislature impedisce ogni cambiamento. Fateci caso. Tutte le riforme che stiamo esaminando in questa fase difficile, scuola, giustizia, anticorruzione, pubblica amministrazione, fisco, diritti civili, ordinamento costituzionale, legge elettorale, e anche lavoro, sono materie che da decenni vanno e vengono nel dibattito parlamentare, sempre bloccate da veti politici più che dalla dialettica delle idee. Negli anni, questa impotenza parlamentare e il conseguente blocco delle decisioni hanno alimentato la sfiducia dei cittadini nella politica e nelle istituzioni. Le democrazie sono in crisi, in sofferenza di fronte alla globalizzazione senza regole, alle tecnologie in continua evoluzione. E nel passaggio verso un futuro totalmente nuovo emergono con evidenza le difficoltà delle democrazie parlamentari ad affrontare la concorrenza del capitalismo autoritario e dei regimi illiberali. Per inviare le truppe russe in Crimea – lo dico davanti al Ministro della difesa – e nell’Ucraina dell’Est è bastato un ordine secco di Putin. Per decidere sugli aiuti umanitari all’Ucraina e su un blando boicottaggio, i 28 Paesi dell’Unione europea hanno dovuto prima mettersi d’accordo sul giorno in cui i loro Ministri si sarebbero incontrati e poi aprire un dibattito tra i più favorevoli e i più tiepidi alle sanzioni. Dobbiamo riflettere su questo, anche pensando al futuro del nostro Paese e dell’Europa. Per tutelare la forza della democrazia dobbiamo restituirle la capacità di decidere, sapendo che il pluralismo non è uno strumento di interdizione, ma è il metodo che, dopo libere elezioni, attribuisce alla maggioranza il potere di governare. Sino agli anni ’70 e anche negli anni ’80, il sistema industriale italiano attraeva importanti investimenti, ma da vent’anni la situazione si è capovolta. La globalizzazione fa sì che i capitali vadano dove più conviene, dove c’è più sicurezza per egli investimenti e dove è più facile creare valore. I Paesi più attraenti sono quelli dove c’è una giustizia civile e penale più rapida ed efficiente, dove c’è meno corruzione, dove le tasse sono più leggere, dove la pubblica amministrazione è più collaborativa, dove il credito è più raggiungibile ed anche dove il lavoro è regolato da una legislazione più flessibile. Queste condizioni non sono facoltative. L’economia globale non lascia margini di scelta: i Paesi che non sono capaci di attrarre gli investimenti perdono ricchezza. E senza capitali e senza investimenti adeguati nessun Paese è in grado di sviluppare la propria economia e senza sviluppo vince la disoccupazione. Questa, oggi, è la situazione in cui si trova l’Italia. E se vogliamo sviluppo e lavoro dobbiamo darci un obiettivo prioritario: creare le condizioni più favorevoli possibili per chi vuole investire, per chi vuole fare impresa, per chi vuole creare posti di lavoro. Il provvedimento che stiamo per votare è molto ambizioso ed è diretto ad aiutare in primo luogo chi il lavoro non ce l’ha. A questo obiettivo serve il riordino degli ammortizzatori. Vuole assicurare tutele sociali uniformi per tutti, aumentandone l’inclusività, l’accesso e la durata; il rafforzamento delle politiche di impiego, con la creazione di un’Agenzia nazionale all’altezza dell’esperienza di gran parte dei Paesi europei; le misure a favore dell’occupazione femminile, di tutela della maternità e della conciliazione vita-lavoro; la semplificazione di numerosi adempimenti amministrativi anche per facilitare gli investimenti esteri; l’introduzione del contratto a tutele crescenti, anche questo che superi l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, salvaguardando il reintegro nei casi di licenziamento discriminatorio o ingiustificato di natura disciplinare. C’è una considerazione di fondo che Governo, Parlamento, forze politiche e forze sociali devono tener presente nell’affrontare seriamente il tema dell’articolo 18: il 45 per cento dei nostri giovani non ha lavoro e il 70 per cento dei nuovi contratti viene assunto in una forma precaria, che non prevede l’articolo 18. Pochissime imprese ormai sono disposte ad assumere a tempo indeterminato giovani al primo impiego. A questo gigantesco numero di giovani che non godono dell’articolo 18 dobbiamo aggiungere i quasi 4 milioni alle dipendenze di imprese con meno di 15 dipendenti. Sono dati impressionanti, davanti ai quali non possiamo restare inerti. L’intervento sull’articolo 18, assieme all’ampliamento degli ammortizzatori sociali, non ha solo l’obiettivo di restituire sicurezza alle imprese: prima ancora è una straordinaria misura di equità sociale e di allargamento delle tutele ai non tutelati, che oggi, come ci dicono i numeri, sono diventati la massa dei lavoratori. Il contratto a tempo indeterminato è talmente rigido che le aziende italiane non si avventurano più ad usarlo. Pensare ad un contratto meno oneroso fiscalmente, meno rigido è nell’interesse generale, soprattutto a tutela dei lavoratori più giovani, perché solo investendo sulla minore rigidità del contratto a tempo indeterminato e ampliando gli ammortizzatori si potranno anche limitare a poche, pochissime, le numerosissime tipologie contrattuali esistenti, prive di adeguate reti di sicurezza. Sono oltre un milione i dipendenti che non possono godere di indennità di disoccupazione. Ne sono privi tutti i co.co.pro, le partite IVA, che inoltre hanno quasi nessuna tutela propria dei lavoratori dipendenti. Anche la cassa integrazione lascia fuori oltre 5 milioni di lavoratori. Sono queste le vere ingiustizie che la delega vuole correggere. Termino con una considerazione di carattere internazionale, signor Presidente, perché nei giorni passati abbiamo appreso che negli Stati Uniti la disoccupazione è scesa al 5,9 per cento. Sono livelli fisiologici, vicinissimi al pieno impiego. Il nostro primo obiettivo, tutto quello che facciamo, deve essere indirizzato a questa priorità: la piena occupazione. Il 5,9 per cento americano è meno della metà della disoccupazione media europea, è sei volte meno della disoccupazione giovanile in Italia, è quasi dieci volte meno della disoccupazione giovanile nel nostro Mezzogiorno. Guardiamoci in faccia e chiediamoci perché gli Stati Uniti stanno superando brillantemente la crisi mentre l’Europa c’è dentro sino al collo e non possiamo immaginare né come, né quando ne uscirà. Otto anni fa la crisi ha avuto inizio negli Stati Uniti, ma l’inevitabile contagio tra economie tra loro interdipendenti ha rapidamente esteso la malattia nel resto del mondo. Ci sono ragioni di politica economica e di assetto istituzionale che spiegano questo vistoso squilibrio. La scelta di politica economica dell’Europa è stata l’austerità, come sappiamo. Gli Stati Uniti hanno voluto una politica fiscale espansiva e una politica monetaria aggressiva. Hanno promosso interventi forti della loro Banca centrale e hanno usato massicciamente la spesa pubblica. Così, a fine 2013, a sei anni dall’inizio della crisi, l’economia americana è ripartita con vigore; quella Europea è tuttora in piena stagnazione. Il PIL americano è oggi di sei punti più elevato di quello pre-crisi, la disoccupazione si è ridotta vistosamente e, come abbiamo visto, oggi è al 5,9 per cento. In Europa le cose stanno in modo ben diverso. Il PIL è addirittura inferiore a quello pre-crisi e la disoccupazione è prossima al 12 per cento, le banche non sono ancora risanate e la ripresa è lenta ed incerta persino nella forte e ricca Germania. C’è anche una ragione storica, che riguarda il diverso assetto istituzionale americano, che può spiegare il vistoso differenziale con l’Europa. Gli Stati Uniti sono una grande Confederazione, sono una sola Nazione e hanno un solo Presidente. L’Europa sono 28 Stati indipendenti, senza unità politica, senza una comune vera politica estera, militare, fiscale, di giustizia, senza una Banca centrale di ultima istanza. Ed è proprio questa assenza di unità ad impedirci di uscire dalla crisi secondo le potenzialità del nostro continente ed è la disunione a collocarci ai margini del grande gioco della politica e dell’economia mondiali. Pensando al futuro dell’Europa ci sono due punti di cui tener conto: l’Europa unita non si farà mai se gli Stati membri non avranno i bilanci in ordine. Ma non si farà nemmeno a rimorchio di una miope politica neobismarckiana.

Risultato della votazione sul maxiemendamento

Senatori presenti 279
Senatori votanti 278
Maggioranza 140
Favorevoli 165
Contrari 111
Astenuti 2

GLI INTERVENTI IN AULA DEL PD, DEL GOVERNO E DEL RELATORE
ALLA CAMERA IN SECONDA LETTURA

21 novembre 2014

QUESTIONI PREGIUDIZIALI

DELL’ARINGA. Signora Presidente, signor Ministro, le questioni pregiudiziali di costituzionalità che invitano la Camera a deliberare di non procedere all’esame del disegno di legge in discussione non hanno fondamento e vanno rigettate, proprio alla luce delle norme costituzionali e della giurisprudenza della Corte costituzionale, che vengono richiamate a fondamento delle stesse pregiudiziali. Il riferimento principale, come è stato detto, è l’articolo 76 della Costituzione che recita: «L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi, soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti». Gli argomenti sviluppati nelle diverse questioni pregiudiziali conducono ad una conclusione comune, quella di considerare la legge delega una elencazione di principi e criteri talmente generici ed imprecisi da prefigurare una sorta di delega in bianco, in palese violazione con il predetto articolo della Costituzione. Vengono invocate a supporto di questa conclusione alcune sentenze dell’Alta Corte, che vengono piegate, senza successo peraltro, a favore delle tesi sostenute, senza peraltro ricordare l’estrema prudenza con cui la Corte è intervenuta per stigmatizzare i comportamenti del legislatore delegato. È il fatto rilevato anche dal Servizio studi della Camera, che sino ad oggi sembrano registrarsi casi del tutto eccezionali di accertamento di incostituzionalità, uno dei quali, forse il più importante, risale al 2004. Certo, ciò non esime evidentemente dall’obbligo di esaminare con attenzione ed accortezza la giurisprudenza della Corte e a questo proposito vorrei ricordare solo alcuni passi di una delle più recenti sentenze, la n. 230 del 2010, che mi sembra riassumere bene i principi ispiratori del percorso che la Corte ha effettuato su questa delicata materia. La Corte dice: «La delega legislativa non esclude ogni discrezionalità del legislatore delegato, che può essere più o meno ampia in relazione al grado di specificità dei criteri fissati nella legge delega». E più avanti: «l’articolo 76 della Costituzione non osta, infatti, all’emanazione di norme che rappresentino un ordinario sviluppo e se del caso un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante». E ancora più avanti, la Corte accenna ad una «fisiologica attività di riempimento che lega i due livelli normativi». Impossibilitato ad entrare, per mancanza di tempo, in tutti i punti specifici sollevati dalle pregiudiziali, riassumo in forma sintetica il giudizio di rispetto della Costituzione e di conformità alla giurisprudenza della Corte, della presente delega, che è del tutto in linea con quanto disposto dalla Corte a proposito di una fisiologica attività di riempimento affidata al legislatore delegato. A questo risultato hanno certamente contribuito in prima battuta i cambiamenti significativi operati dal Senato, sia in Commissione che in Aula, nonché le precisazioni contenute nei maxiemendamenti presentati dal Governo ed accolti dal Senato, al punto tale che la I Commissione della Camera, alla fine dell’esame del testo uscito dal Senato, ha formulato un parere favorevole, corredato di poche osservazioni che riguardano alcune lettere del comma 7, alcune lettere del comma 9, e del comma 4 dell’articolo 1, quest’ultimo riferito alla costituenda Agenzia nazionale per l’occupazione, dove si invitava la Commissione di merito a specificare meglio in che cosa si concretizzasse la partecipazione dello Stato e delle regioni all’Agenzia nazionale per l’occupazione. Più di 30 emendamenti, alcuni proposti anche dai partiti di opposizione, che hanno purtroppo abbandonato i lavori della Commissione, hanno specificato ulteriormente i criteri direttivi. Finisco, signor Presidente, dicendo che si è provveduto soprattutto a riparare ad una mancanza che poteva risultare pericolosa, quella di non avere precisato, nel testo uscito dal Senato, alla lettera c) del comma 7, che il diritto del lavoratore al reintegro nel posto di lavoro rimane per i licenziamenti di natura discriminatoria e per almeno alcune tipologie di licenziamenti disciplinari. Questo chiarimento è stato un contributo chiave, in particolare a come gli interventi di semplificazione, di modifica e di superamento delle varie tipologie contrattuali si ispirino all’obiettivo di espandere le assunzioni a tempo indeterminato e diversi emendamenti accolti in Commissione precisano ulteriormente questo principio direttivo. Signora Presidente, questi sono i motivi per cui il partito che rappresento rifiuta ed è contrario alle pregiudiziali, in modo da procedere speditamente alle fasi ulteriori per l’approvazione di un provvedimento importante, che darà la possibilità, nel prossimo anno, a molti giovani, di accedere al contratto permanente ed ai lavoratori che perderanno il posto di avere un adeguato sostegno del reddito.

DISCUSSIONE GENERALE

BOCCUZZI. Signora Presidente, onorevoli colleghi, Ministro Poletti, sottosegretario Bellanova, viviamo oggi la crisi più dura della storia recente e la più alta percentuale di disoccupazione dal 1977. Non un anno a caso, ma il 1977: l’anno degli insulti a Lama, dell’attentato a Montanelli, dell’omicidio di Casalegno, eventi che non possono essere slegati da quella situazione di particolare disoccupazione. Oggi ci sono 3 milioni di disoccupati, 3 milioni e 300 mila sono coloro che hanno un lavoro precario. Il reddito di questi ultimi è di circa 845 euro lordi. Il 45 per cento di loro sono diplomati, il 15 per cento ha una laurea. Non parliamo solo di giovani, ma di madri, di padri, trentenni, quarantenni, cinquantenni che spesso, troppo spesso, perdono ogni speranza. Oltre un milione di persone sono in cassa integrazione. In tutto 7 milioni di persone che non hanno un reddito fisso o ne hanno uno insufficiente o precario. A queste si devono aggiungere 8 milioni e mezzo di persone che, secondo l’ISTAT, nell’ultimo anno hanno fatto fatica a fare una di queste tre cose: pagare le bollette, riscaldare la casa e, infine, come ha detto brutalmente lo stesso ISTAT, assumere un numero di proteine adeguato, in sostanza mangiare la carne due volte la settimana. La precarietà è diventata una trappola per milioni di persone, non più soltanto i giovani. Sono esplose le disuguaglianze e si sono disposte lungo nuovi confini, che vanno dal reddito alle protezioni sociali. Generazioni di trentenni e quarantenni, giovani tra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano, non possono più aspettare. Il Jobs Act può e deve essere un passaggio cruciale. Prevede un ampio ripensamento degli ammortizzatori sociali, amplia la tutela della maternità, che deve riguardare le lavoratrici dipendenti, parasubordinate e autonome, investe in maniera costruttiva su nuovi strumenti, i sistemi per la gestione della formazione continua dei lavoratori. Sono entrati nella discussione alla Camera, già bloccati al Senato, alcuni importanti elementi, a partire da una prima forma di universalizzazione degli ammortizzatori sociali, occasione già persa nella precedente legislatura con il provvedimento proposto dall’ex Ministro Fornero, la prevalenza del contratto a tempo indeterminato e la drastica riduzione delle tipologie contrattuali precarie. Il prossimo passaggio sarà davvero semplificare il sistema normativo, innovato nel testo della delega, introducendo la stessa nei decreti attuativi. Il Jobs Act può sconfiggere la precarietà, ma non creare occupazione, per lo meno non può crearla in maniera diretta. La tesi che per creare lavoro sia sufficiente una riforma del mercato del lavoro è stata ripetutamente smentita dalla storia. È necessario unire – e la legge di stabilità sarà un’occasione fondamentale per farlo – il nuovo quadro del mercato del lavoro a politiche reali per il lavoro. È indispensabile armonizzare i tre provvedimenti collegati tra loro: il decreto Poletti, la legge delega e la legge di stabilità. Avremmo dovuto farlo probabilmente considerando tempistiche diverse, più appropriate, per dare omogeneità. È innegabile che oggi si generino alcune contraddizioni. Porto due esempi: come si concilia la possibilità di fare contratti a termine acausali e con molteplici rinnovi con il contratto a tempo indeterminato ? Allo stesso tempo, nella legge delega si insiste e si incentiva la contrattazione di secondo livello, mentre nella legge di stabilità si stabilisce un taglio importante al fondo per la contrattazione di secondo livello. Perdonerete, se vi è, come minimo, un conseguente disorientamento. È un passaggio fondamentale, nell’attuale panorama contrattuale, definito giustamente una giungla, intervenire su tutte quelle forme di flessibilità in entrata, che, giuste e opportune in linea teorica, vedono oggi un abuso nell’utilizzo soprattutto da parte di quelle tantissime aziende – purtroppo la maggioranza – che non rientrano nel campo di applicazione della legge n. 300 del 1970 e di cui i lavoratori non hanno alcuna forza contrattuale o tutela sindacale, se non a posteriori, con effetti negativi sia sul mercato del lavoro che nel tessuto economico. Aziende che occupano solo ed esclusivamente intermittenti, lavoratori occasionali, associati, tirocinanti, collaboratori e che non hanno una struttura definita sono aziende che, pur sopravvivendo nell’immediato, non hanno un futuro imprenditoriale; sono aziende nate sapendo già di dover chiudere. È vero che il nodo centrale, visto che la finalità della legge proposta è il rilancio dell’occupazione, è e rimane il costo del lavoro e l’incentivo alle aziende ad assumere. Ma è anche vero che l’assenza totale di una seria lotta all’evasione fiscale e contributiva e l’incentivo ad abusare delle forme di flessibilità non risolvono il problema, anzi lo aggravano. Nel 2013 sono stati assunti poco più di 100 mila lavoratori a tempo indeterminato, 120 mila apprendisti, circa 237 mila lavoratori con contratto a tempo determinato. Nel 2013 sono stati venduti 36 milioni di voucher per lavoratori occasionali od accessori, con una media di utilizzo di 10 voucher per ogni lavoratore. La previsione per il 2014 è di 41 milioni di voucher venduti. Stiamo parlando di oltre 4 milioni di lavoratori che non solo non hanno l’articolo 18, ma che non hanno neanche la maternità, le ferie, la malattia, il TFR, i limiti all’orario di lavoro, la tredicesima e, secondo alcune interpretazioni, possono anche essere controllati a distanza. I voucher acquistati telematicamente all’INPS necessitano solo di una comunicazione su un futuro possibile utilizzo nell’anno solare. Se poi il lavoratore fosse occupato tutti i giorni basterebbe, in caso di controllo, dichiarare quella giornata a posteriori e tutto diventa regolare, poiché i voucher riscossi entro l’importo limite legale non costituiscono reddito e possono essere utilizzati anche a favore di lavoratori in CIG o in disoccupazione, la cosiddetta Aspi, senza che questi perdano il diritto a percepirli o che perdano eventuali contributi ed estensioni agli enti locali. Si crea una complicità di fatto tra l’azienda, che paga ed occupa di fatto in nero, ed il lavoratore, che riceve retribuzioni esentasse. Nell’esperienza pratica, a parte sporadici casi, questi lavoratori sono occupati normalmente negli alberghi, nei ristoranti, negli esercizi commerciali. Supponendo che questi 4 milioni di lavoratori, anziché 10 ore l’anno, ne lavorino 500, equivalente a 62 giornate a tempo pieno, poco più di un giorno a settimana, e che abbiano una retribuzione contrattuale lorda di 10 euro, arriviamo ad un’evasione fiscale e contributiva su un imponibile di 20 miliardi di euro l’anno. Nei decreti attuativi sarebbe utile che si fissassero, anziché porre limiti teorici, come ha fatto la legge Fornero, limiti effettivi all’utilizzo dei voucher e si predisponessero sistemi di comunicazione preventiva, che porterebbero all’emersione di qualche milione di lavoratori, che oggi sfuggono completamente dalle statistiche sull’occupazione. La nuova chiave di lettura dei contratti a termine non permette più alibi alle finta partite IVA. È necessario stabilire quando una partita IVA merita di essere utilizzata, con quali costi e quando il suo utilizzo non è opportuno. Il primo spartiacque potrebbe apparire quasi banale: se una persona si autoorganizza tempi e modalità del suo lavoro è una vera partita IVA; se si tratta di un contratto a tempo, magari biennale o triennale e se il lavoratore è sottoposto a turni ed orari, questa non può essere una partita IVA. È necessario trovare il giusto equilibrio fra costi, richieste e tutele. Se i costi sono troppo bassi, c’è chi ne approfitta, se sono troppo alti, c’è un disincentivo all’utilizzo. Siamo immersi in grandi, enormi cambiamenti, a cui dobbiamo rispondere con i valori di sempre, ma con scelte coraggiose e determinate, con culture politiche non ideologiche e non astratte, collegate con la realtà e gli interessi di base reale, che partono dai fabbisogni quotidiani di chi il lavoro ce l’ha e di chi non ce l’ha. In un momento come quello che stiamo affrontando, la partecipazione che passa necessariamente dal confronto è l’ingrediente indispensabile, se si vuole pensare di uscire dalla crisi più forti e non lacerati. Non ci sono più eroi, non ci sono più capri espiatori, c’è una situazione di disagio che chiama ognuno di noi nelle rispettive responsabilità e ruoli, banalmente, a fare la propria parte: amministratori, politici, associazioni ed organizzazioni sindacali, ognuno nel proprio ruolo, come dicevo, deve sentirsi chiamato ad essere protagonista in sfide nuove. Abbiamo fatto una battaglia di merito, che ci ha permesso di migliorare sotto diversi aspetti il testo licenziato dal Senato. Purtroppo, gran parte del dibattito mediatico, ma non solo, si è disgregato ed ha interessato il tema dei licenziamenti e dell’articolo 18 in particolare. Chiunque ha sentito il diritto di intervenire, da chi ne aveva e poteva averne titolo fino ad apprendisti stregoni, che hanno basato più i loro interventi sul sentito dire, sull’improvvisazione. Proviamo brevemente a fare chiarezza, tenendo conto delle norme che oggi esistono. È una sciocchezza, tutto sommato, affermare che nessuno vuole toccare l’articolo 18 per i licenziamenti discriminatori, anzi, bisogna estenderne la tutela a tutti. Essi infatti, da sempre, sono licenziamenti affetti da nullità sulla base di altre norme dell’ordinamento. Il divieto di discriminazione e l’obbligo di parità di trattamento sono posti in generale dalla Costituzione e dal codice civile e quindi in particolare da leggi ordinarie. L’articolo 18 non è nemmeno richiamato nelle normative antidiscriminatorie, non ce n’è giuridicamente alcun bisogno. Il licenziamento deve essere motivato, come stabilisce l’articolo 30 della Carta dei diritti europei. Una volta tanto, potremmo usare a proposito lo slogan: «ce lo chiede l’Europa». È vero peraltro che la Corte Costituzionale ha detto che la reintegrazione non è l’unica forma possibile di sanzione per un licenziamento illegittimo e che spetta al legislatore determinare la sanzione appropriata, ma ha anche chiaramente detto che a chiunque deve essere riconosciuto il diritto di ricorrere al giudice. Il recupero della reintegra per licenziamento per motivi disciplinari ripristina questo diritto, che l’indirizzo possibile dei decreti attuativi avrebbe cancellato. Un elemento reale, a cui si è giunti recependo le proteste di chi ha voluto entrare nel merito del Jobs Act, lasciando ad altri la sterile polemica che ha contribuito unicamente ad esacerbare gli animi. Non restringiamo il campo ad una visione limitata, che circoscrive e riduce il provvedimento ad una frapposizione padre-figli; personalmente sono più per il modello Enea-Anchise, per rispetto generazionale e perché oggi è purtroppo sempre più vero il contrario: si supera costantemente il limite labile che passa dal welfare dei diritti ad un welfare caritatevole, confondendo la questione del diritto fondamentale con una imbarazzante, spesso mortificante, forma di elemosina. I problemi giovanili sono, per ovvia ragione, accentuati dalla riforma delle pensioni: in un contesto di profonda crisi, come quello attuale, è impensabile coniugare occupazione di anziani e giovani, tenendo forzatamente al lavoro i primi, più costosi e spesso meno produttivi. Quando ci sarà disponibilità a discutere del merito, noi siamo sempre pronti e disponibili. Concludo riconoscendo al Premier un nuovo coraggio, un nuovo approccio, che si incammina su una nuova strada in Europa; un nuovo protagonismo, che supera il rapporto epistolare europeo di berlusconiana memoria e quello rigido e rigoroso del professor Monti; un rapporto più coraggioso e propositivo, meno centro-teutonico: due ingredienti fondamentali per la ricetta di una nuova partecipazione al Vecchio Continente

DAMIANO, Relatore per la maggioranza. Grazie, Presidente. Pensavo che l’avvio di questa discussione fosse di interesse generale, ma vedo che il deflusso mi smentisce. Vuol dire che discuteremo in pochi. Si avvia l’esame del disegno di legge delega in materia di lavoro. In premessa vorrei dire questo: io sono molto soddisfatto del lavoro che si è svolto in Commissione. Avevamo dei tempi brevi e non abbiamo avuto modo di tenere il provvedimento cinque mesi, come è stato fatto al Senato, ma, nonostante i tempi brevi, non abbiamo sacrificato il dibattito. Lo dico con forza e convinzione, perché abbiamo esaminato emendamento per emendamento, non abbiamo contingentato i tempi, abbiamo lasciato un’ampia espressione di pareri e politica. Ho già espresso in Commissione il mio rammarico per la decisione dei gruppi di opposizione di abbandonare l’Aula dopo il voto sull’articolo 18, però voglio ringraziare tutti: il Governo e i gruppi di maggioranza e di opposizione, perché il dibattito, anche se è stato aspro, come doveva essere, sui contenuti, è stato un dibattito rispettoso. Io credo che in questo binomio «asprezza del dibattito-rispetto degli interlocutori» stia il sale della buona politica, che troppo spesso abbiamo dimenticato, e io di questo sono molto contento.   Abbiamo approvato 37 emendamenti. Qualcuno dirà: avete cambiato le virgole. Non è così. Alcuni sono formali, altri sono sostanziali. È anche questo motivo – io credo – di orgoglio, perché questo risultato non era scontato. Io sono sempre abituato a partire dalla situazione concreta per valutare i risultati e noi abbiamo evitato quello che si sentiva dire anche da parte del Governo: la fiducia sul testo uscito dal Senato. Lo voglio dire, Presidente: il fatto di aver cambiato con 37 emendamenti la delega del Senato vuol dire che abbiamo combattuto perché non siamo dei bollinatori e non siamo dei passacarte di decisioni prese in altre sedi, per quanto importanti ! E vogliamo che questo, ovviamente, valga per tutti i rami del Parlamento. Per quanto riguarda i contenuti, la battaglia si è già svolta al Senato, oltre che alla Camera. Noi votiamo tutta una delega, non soltanto gli ultimi cambiamenti, e purtroppo in politica abbiamo molte volte la memoria corta. Al Senato, i nostri colleghi hanno già conquistato, ad esempio, che il compenso orario minimo di fatto sia riferibile esclusivamente ai lavoratori che non hanno un contratto di lavoro. Sembrerà poco, ma per me è molto, per chi come me si è sempre battuto per difendere i contratti nazionali di categoria, che rimangono intangibili con questa formula, che estende l’idea della dignità della retribuzione a chi, purtroppo, non ha la possibilità di avere dei contratti di lavoro. Così come sulle mansioni: si è parlato molto del cambio di mansioni di fronte ad una crisi aziendale. C’è già una disciplina su questa materia. Per evitare il licenziamento di un lavoratore, possiamo anche pensare che cambi mansione, ma giustamente al Senato si è aggiunta una parola importante, ossia che la tutela sarà anche di carattere economico e noi vedremo nei decreti attuativi che questa tutela di carattere economico si traduca nel mantenimento del salario del lavoratore. Mi pare che non sia una cosa di poco conto. Così come, sempre al Senato, si è già conquistato un punto al quale noi tenevamo: il superamento delle forme di lavoro più precario, il disboscamento di quell’insieme, di quella pletora abbondante ed eccessiva di forme di lavoro precarizzante, che stanno inchiodando un’intera generazione al lavoro precario e al lavoro saltuario. Abbiamo affermato, sempre nella delega che ci è arrivata, la centralità del lavoro a tempo indeterminato. Abbiamo riconfermato il fatto che il plafond per i voucher sia di 5 mila euro annuali, consegnando questa tipologia di lavoro alla saltuarietà, all’occasionalità che deve avere. Si è acquisita già nel Senato una battaglia fatta dalle parlamentari di tutti i gruppi qui alla Camera: il tema delle dimissioni in bianco. Anche questo lo abbiamo già dimenticato: al Senato si era arenato, adesso c’è nella delega ed è grazie alla battaglia delle parlamentari che noi avremo nei decreti attuativi anche una certificazione della firma autentica della lavoratrice per combattere la barbarie delle dimissioni in bianco. Queste cose ci sono, bisogna ricordarle, non bisogna avere la memoria corta per apprezzare i passi avanti che si compiono. Per quanto riguarda la Camera, chiaramente non parlerò di 37 emendamenti, ma sceglierò le cose fondamentali. Partirei dall’articolo 18: si è discusso tanto, forse troppo, di questo articolo 18. La nuova formula riguarda i lavoratori nuovi assunti: i lavoratori, i 6 milioni di lavoratori a tempo indeterminato attualmente occupati nei luoghi di lavoro non avranno un cambiamento di tutela rispetto all’esistente. Questo può essere un problema, una contraddizione: noi avremmo voluto un’altra formula. Lo dico: io ho sostenuto l’idea di un periodo di prova lungo, anche di tre anni, terminato il quale tutti avessero le stesse attuali tutele, ma il Governo non ha accettato. Abbiamo lavorato per un compromesso. Siamo partiti con una tutela soltanto per i licenziamenti discriminatori: adesso, la formula parla di licenziamenti discriminatori nulli e per i licenziamenti disciplinari di una loro tipizzazione. Ne approfitto, perché qui c’è il Ministro Poletti, che ringrazio per il lavoro che ha svolto insieme al sottosegretario Bellanova: stiamo parlando di licenziamento individuale, non stiamo parlando di licenziamenti collettivi, Ministro. Licenziamento individuale: questa è la fattispecie di cui stiamo parlando. E poiché ci saranno i decreti attuativi, lo dico e lo chiedo al Governo: il Governo ha già confutato la tesi di alcuni esponenti del Nuovo Centrodestra, secondo la quale i decreti attuativi sarebbero già stati scritti sull’articolo 18 e che sarebbero a conoscenza di alcuni che avrebbero persino contribuito alla loro scrittura. Questa tesi il Governo l’ha confutata e sono sicuro che la confermerà, perché noi vogliamo combattere ad armi pari e ribadiamo che neanche in questa occasione, quella dei decreti attuativi, saremo dei semplici passacarte. Questa è una rivendicazione molto precisa che noi vogliamo avanzare. Altri punti importanti. Sul controllo a distanza: abbiamo precisato in questa delega che noi abbiamo un controllo a distanza non sulle persone, non sulla mansione, non sulla prestazione individuale, ma tenendo conto dell’evoluzione tecnologica, delle nuove strumentazioni, della nuova configurazione delle fabbriche, della nuova dimensione della sicurezza degli impianti. Noi abbiamo un controllo a distanza – lo abbiamo aggiunto, l’abbiamo scritto, l’abbiamo votato, l’abbiamo convalidato – sugli impianti e sugli strumenti di lavoro, fugando la paura, il dubbio, l’angoscia di avere un «grande fratello» che controlla il singolo lavoratore; tesi che noi non avremmo mai accettato e che il Governo non aveva, io credo, neanche in mente. Così come sulla cassa integrazione: perché dimenticare la battaglia che abbiamo fatto, che non era scontata, che ha trovato una resistenza sul tema dell’utilizzo della cassa integrazione di fronte alle aziende che cessano la loro attività ? Sì, abbiamo aggiunto un’espressione, ma un’espressione importante, «cessazione definitiva», perché, Ministro, noi abbiamo oggi centinaia di situazioni, migliaia di situazioni, nelle quali, a fronte di una cessazione può esserci una ripresa di attività, perché subentra un nuovo lavoratore, perché un’azienda è sequestrata alla mafia, perché quei lavoratori si organizzano in cooperativa, perché decidono di proseguire l’attività, perché c’è un nuovo compratore. Allora, in quei casi, nei decreti deve essere scritto che la cassa integrazione deve fungere da ponte per mantenere l’occupazione di quelle persone verso la nuova attività. Altrimenti, correremmo il rischio di creare istantaneamente nuovi disoccupati, e non credo che il Governo abbia voglia o piacere di aggiungere alle statistiche nuovi disoccupati rispetto alla situazione drammatica esistente. Questa è stata una grande conquista nella delega. Per quanto riguarda – e concludo – questioni che hanno interessato soprattutto l’attività delle nostre parlamentari, penso che sia stato importante cambiare una formula che c’era nella delega, quella del sostegno alla genitorialità. Abbiamo ritenuto questa formula insufficiente e l’abbiamo sostituita con la formula «sostegno alle cure parentali»; una formula più larga, più innovativa, che guarda avanti, che non si ferma ad un concetto chiuso di genitorialità, che allarga la potenzialità della difesa delle persone più deboli, perché – lo dico rivolgendomi alla Presidente Boldrini – credo che l’aver inserito in questa delega, per nostra iniziativa, per iniziativa delle parlamentari, la possibilità di congedo per le donne inserite nei percorsi di protezione relativi a violenza di genere faccia onore al Parlamento, e di questo noi dobbiamo andare fieri, perché è un punto di civiltà di fronte all’orribile statistica del femminicidio che riguarda questo Paese. Infine, voglio dire che altri emendamenti sono stati presentati, per quanto riguarda altri gruppi: anche questi li abbiamo acquisiti; e ringrazio gli altri gruppi, come si dice, per il contributo che è stato dato alla definizione di questa delega. Un’ultima annotazione, e anche qui approfitto della presenza del Ministro Poletti: noi attribuiamo grande importanza, ovviamente, alla definizione della delega e ci adopereremo perché vada in porto, a conclusione, nei tempi previsti; siamo ovviamente interessati alle misure del Governo per quanto riguarda l’alleggerimento del costo del lavoro. Credo che siano misure giuste, sagge; diminuire l’IRAP per i sei milioni di lavoratori dipendenti attualmente al lavoro e diminuire il gap di competitività che abbiamo con Paesi come la Germania è un fatto molto positivo. Incentivare le nuove assunzioni con degli sgravi fiscali interessanti, anche se solo per il 2015, anche questo, è un punto molto importante, che vuole affermare la centralità del lavoro a tempo indeterminato. Però, c’è un punto, Ministro, che non fa parte strettamente di questa delega, ma che riguarda la legge di stabilità: è il punto degli ammortizzatori sociali. Il Governo ha detto «noi vogliamo che le risorse siano aggiuntive», allora lo siano davvero. Faccio dei conti, come mia abitudine, e vorrei essere o confermato o smentito – abbiamo l’autorevole presenza di Giuliano Poletti –: 1 miliardo 600 milioni di euro, per essere aggiuntivo, significa che, rispetto al miliardo 720 milioni di euro spesi quest’anno per la cassa integrazione in deroga, dobbiamo arrivare, nel complesso, a 3 miliardi o a 3 miliardi 300 milioni di euro, che ancora non ci sono; un miliardo 600 milioni già ci sono, altri 400 milioni ci sono perché sono la cassa in deroga e, se non sbaglio, ci sono altri 700 milioni di euro della vecchia legge Fornero, che saranno utilizzati per la cassa integrazione in deroga, e andiamo a 2 miliardi 700 milioni: mancano all’appello 500 o 600 milioni di euro. Il Governo faccia uno sforzo, ci faccia sapere che si va in questa direzione, perché se si vuole tener fede all’idea dell’universalizzazione delle tutele a vantaggio anche degli ultimi, dei deboli, dei lavoratori più precari, questo passo va assolutamente compiuto. Ho concluso e dico ancora una volta che il mio parere, il nostro parere positivo non è fondato su una posizione astratta, ideologica, è fondato sulla convinzione di aver fatto il nostro lavoro, il nostro mestiere, il nostro dovere di avere insistito e vinto una battaglia, quella del rispetto del Parlamento, delle sue prerogative, del lavoro dei parlamentari, della fiducia nel nostro lavoro, perché noi siamo persone competenti. Siamo nati nel mondo del lavoro, siamo orgogliosi di arrivare da quel mondo, e vogliamo dare un risultato di miglioramento, facendo il nostro mestiere e rispettando le parti sociali, i sindacati, la Confindustria, che assumono le loro autonome iniziative. Perché il nostro compito è fare le leggi, e facendo leggi vogliamo, laddove possibile, migliorare la condizione delle persone vere, concrete, degli uomini e delle donne che stanno soffrendo una crisi, una mancanza di futuro, una preoccupazione per loro, per le loro famiglie, per i loro figli. Facciamo il nostro mestiere, e il Paese ci sarà riconoscente, e la distanza fra noi e il Paese reale potrà finalmente accorciarsi.

BARUFFI. Grazie Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, onorevole sottosegretario, la legge delega all’esame dell’Aula è piuttosto ampia ed ambiziosa negli obiettivi dichiarati del Governo: rafforzare i diritti nel lavoro, distinguere le tutele per chi perde il lavoro e sostenerlo nella ricerca di una nuova occupazione, rendere più efficiente il mercato del lavoro. Per realizzare questi obiettivi il Governo ha individuato alcuni assi principali di intervento pienamente condivisibili: l’estensione degli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro o in caso di disoccupazione; il potenziamento delle politiche attive del lavoro, uno dei punti di maggiore debolezza del nostro sistema; l’integrazione di questo con le politiche passive che richiamavo; la revisione e la semplificazione normativa per tutto ciò che attiene alla costruzione e alla gestione dei rapporti di lavoro, superando la stratificazione normativa e burocratica che caratterizza questo settore; la lotta alla precarietà attraverso il disboscamento delle tipologie contrattuali e il superamento in particolare di quelle più precarizzanti; la riaffermazione importante della centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato, che si vuole più vantaggioso, e la costruzione di un canale di accesso, in particolare per i nuovi assunti, con un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Sono obiettivi questi pienamente condivisibili e coerentemente sostenuti dalle iniziative che il Governo sta portando avanti con il disegno di legge di stabilità – anche in questo momento vi sta lavorando la Commissione bilancio – per sostenere le idee che noi andiamo affermando da tempo, a partire dal fatto che un’ora di lavoro a tempo indeterminato debba costare di meno di un’ora di lavoro a tempo determinato. Io segnalo anche al collega Tripiedi: ci sono scelte che vanno esattamente in questa direzione. Perché l’IRAP sul lavoro viene completamente azzerata – la componente lavoro – e c’è una decontribuzione importante per i nuovi assunti nel 2015 che continuerà per tre anni. Il progetto del Governo è sostanzialmente quello di combattere la precarietà, decomponendo un mercato del lavoro troppo frammentato e promuovendo la stabilità fin dall’inizio attraverso una forma contrattuale più qualificata, il contratto a tutele crescenti che favorisca il reciproco e crescente affidamento tra impresa e lavoratore. Questa è la filosofia innovativa contenuta nella delega. Sono obiettivi che erano contenuti fin dall’inizio, ma il lavoro parlamentare, prima al Senato e ora alla Camera, li ha certamente migliorati e irrobustiti. Il dibattito di questi giorni su quanto sia davvero cambiata la delega ormai è diventato anche un po’ stucchevole. Io vorrei ragionare, invece, di come è cambiata la delega, di qual è il segno politico che il cambiamento ha impresso nel provvedimento. Noi abbiamo senz’altro qualificato i punti di forza del provvedimento laddove si sostanziano i diritti dentro e fuori il rapporto di lavoro e laddove si combatte la precarietà. Li ricordavo: ammortizzatori sociali, integrazione tra politiche attive e passive, disboscamento delle tipologie, centralità del contratto a tempo indeterminato, conciliazione e potrei continuare. Sono tutti provvedimenti che hanno il segno del riformismo e hanno il segno del Partito Democratico. Noi su questi abbiamo confermato e rafforzato. Abbiamo viceversa inteso correggere i rischi di cedimento e le possibili contraddizioni che alcuni dispositivi pure contenevano: demansionamento, controlli a distanza, voucher, l’idea di andare ad abolire l’articolo 18. Su questi punti si vedeva di più la mano del centrodestra e noi abbiamo corretto. Un punto di vista diverso, quello del centrodestra, che io rispetto, anche quando, come qui, assume i toni e anche il lessico del craxismo anticomunista e anti CGIL che ha usato il collega Pizzolante che adesso non c’è. È un punto che rispetto, ma che contrasto, non solo perché sono un uomo di sinistra, a differenza dell’onorevole Pizzolante, ma perché credo che quell’impianto ideologico ha fallito alla prova dei fatti. Pensare di accrescere la competitività delle imprese svalutando i diritti dei lavoratori è non solo di destra, ma sbagliato, perché è per quella via che abbiamo perso competitività e produttività in questo Paese negli ultimi anni. Pensare di poter demansionare unilateralmente, senza vincoli, un lavoratore o di controllarlo con telecamere significa avere in testa un’idea di produttività che ricorda il Charlie Chaplin dei «Tempi moderni». È un’idea vecchia, non solo odiosa, ma fallimentare. Noi crediamo all’opposto nell’autonomia, nella professionalità che nasce nella formazione, nella responsabilità che nasce nella partecipazione e nella stabilità. Per questa ragione abbiamo corretto la delega qui e al Senato su questi punti. Voglio chiudere con due considerazioni. Non ho parlato di articolo 18 che in questo impianto ha peraltro uno spazio marginale. Ritengo sia stato un errore mettere al centro questa discussione che ha occultato il resto di quanto di buono – e c’è di buono – è presente in questa delega e non se ne sentiva davvero alcun bisogno. La seconda considerazione: c’è un dibattito ideologico sbagliato che allontana dai fatti e dai testi. Questo scontro – è davvero l’ultima cosa che voglio dire – non nasce però solo dall’articolo 18; c’è la condizione materiale di milioni di persone che è progressivamente peggiorata in questi sei anni di crisi durissima. Strati crescenti della popolazione che guardano con angoscia e sfiducia al futuro. Non vedere questo, anzitutto questo nelle piazze, negli scioperi, nella protesta sarebbe grave e pericoloso perché dopo la pur difficile rappresentanza collettiva del disagio viene la rabbia e la ricerca di soluzioni individuali. E per queste ragioni non coltivare il dialogo sociale sarebbe un errore, è un errore esiziale. Quando c’è accordo sul merito è importante discutere; quando non c’è accordo, diventa determinante. Dialogo e rispetto sono tanto più necessari quanto più la distanza tra le posizioni cresce. E il compito di chi governa, sempre, ma soprattutto nella tempesta, è unire. E se c’è un incendio, io credo che sia quello di tirare una secchiata d’acqua perché a tirare una secchiata di benzina un irresponsabile lo si trova sempre. La rappresentanza, tutta la rappresentanza, quella politica e quella sociale, è sicuramente in crisi nel nostro Paese e non solo. È un problema in più per noi, per quest’Aula del Parlamento, soprattutto per chi governa, non un problema in meno. C’è una periferia sociale crescente e ho detto quale può essere lo sbocco. Giocare alla reciproca delegittimazione tra le parti è il peggiore errore che le rappresentanze possano compiere nella difficoltà. Questo è il tempo in cui bisogna ricomporre, tendere una mano, riaprire spazi di confronto, non piantare bandierine. Abbiamo lavorato in Commissione lavoro soprattutto per questo, per riaprire uno spazio di dialogo su un terreno più avanzato, nel rispetto di tutti, ma consapevoli che spetta sempre alla politica compiere il primo passo. Per quanto di nostra competenza, noi qui lo abbiamo fatto e io credo che il Governo debba considerare questo punto avanzato e positivo, che è stato raggiunto attraverso il dibattito parlamentare, davvero un punto di partenza. C’è una ripartenza necessaria anche nella scrittura dei decreti delegati, ci sono risposte importanti da dare all’interno della legge di stabilità. Ho detto delle cose positive, pienamente condivisibili, che sono contenute nel disegno di legge per il prossimo anno; ci sono delle conferme che attendono una parola chiara da parte del Governo, a partire dal tema degli ammortizzatori sociali: è la parte più nostra, la parte più innovativa. Abbiamo lanciato un messaggio di speranza al Paese, anche a chi la speranza l’ha perduta: credo che i nostri atti debbano essere conseguenti.

DI SALVO. A posto, grazie, Presidente. Ascoltando alcuni degli interventi questa mattina e questo pomeriggio di commento alla legge delega di cui stiamo parlando, ho fatto fatica a rintracciare non solo il senso delle legittime opinioni differenti dalla mia rispetto a quella legge, ma l’impressione molto marcata di un giudizio su un provvedimento che, per scelta, ignora completamente il contesto nel quale il provvedimento viene preso, le sue finalità e non si capisce il metro di misura con il quale quel giudizio viene dato. Ora, naturalmente questa considerazione è d’obbligo, non tanto perché non sia comprensibile che esista un’opposizione e persone che hanno valutazioni diverse, ma è d’obbligo perché il Parlamento è chiamato non solo e non tanto a commentare la realtà del Paese, ma è chiamato ad agire per cambiare quella realtà in un senso positivo, modificando una realtà che è oggettivamente – quella economica, quella delle persone, della condizione marginale delle persone – fra le più dure degli ultimi anni. Ora quindi, io ripropongo per me e sicuramente per i colleghi che mi stanno ascoltando questo: la necessità di stabilire un metro di misura con il quale valutare la legge delega di cui stiamo parlando e il contesto nel quale quella legge delega è collocata, perché altrimenti non veniamo fuori da affermazioni tanto apodittiche, quanto fuori da qualunque contesto, cioè alcuni interventi potrebbero essere collocati in qualsiasi tempo, perché non si coglie il legame – almeno questa è la mia opinione – con la realtà di oggi. Allora, un metro di misura e un contesto: è un contesto sicuramente economico di grandissima fragilità, ma è un contesto politico che non può essere dimenticato. La legge delega nasce da un Governo, sostenuto da una maggioranza, che ha al suo interno opinioni differenti. Non lo dico semplicemente come dato di commento, ma lo dico perché qui questa mattina abbiamo sentito le parole dell’onorevole Pizzolante e le parole del relatore del provvedimento ed evidentemente la legge delega nasce da un punto di vista concorde, di compromesso che si è trovato rispetto ad opinioni differenti. Ma chi ignora questo punto deve dire se lo ignora e se lo ritiene irrilevante, qual è, allora, un’altra maggioranza possibile oppure se l’Italia deve andare al voto, perché sennò le cose non si tengono, non hanno un senso. Ma è un contesto anche economico, dicevo, di grande fragilità, e penso che il metro di misura per valutare questo provvedimento vada, come dire, enunciato, vada proposto. Cioè, io penso che noi dovremmo capire se la proposta che viene avanzata dal Governo risolva i problemi che il mercato del lavoro ha, non perché cambiando le regole del mercato del lavoro si crea occupazione, perché io sono convinta che non siano le regole a creare il mercato del lavoro e non sia il Ministro del lavoro e delle politiche sociali a creare occupazione, ma gli investimenti. Ma questa considerazione, ovviamente, non può fare ignorare che esistono, qui e ora nel mercato del lavoro, elementi di straordinaria difficoltà che determinano per le persone una vita precaria, essendo che la precarietà è stato l’esito scelto di politiche del lavoro che in questi venti anni sono state fatte e che la precarietà è stato l’unico elemento di competizione che è stato messo a disposizione delle imprese in questi venti anni, attraverso le leggi. Se noi consideriamo, se noi condividiamo che questo è vero e che, quindi, la precarietà è l’elemento su cui agire per cambiare il senso di questa scelta di politica economica e di cultura politica e di visione, cioè che la precarietà non è né un destino né una condanna, che non serve al sistema, che, come dice l’OCSE, peggiora la produttività, che non serve alle persone, allora io credo che il metro di misura sia valutare se e come la precarietà viene intaccata dal disegno di legge delega che noi oggi discutiamo. Ma anche questo è un concetto molto vago – la precarietà –, molto generico. Allora, che cosa vuol dire ? Nell’ingresso al lavoro, nell’esercizio della prestazione di lavoro, nell’uscita dal lavoro, sapendo che, quando dicevo prima, quando prima parlavo dell’uso della precarietà come strumento di competizione, parlavo di una scelta di politica che ha accompagnato la frammentazione dei processi produttivi, legati alla globalizzazione, esito della globalizzazione, che li ha accompagnati. Questi venti anni hanno accompagnato la frammentazione dei processi produttivi, frammentando i contratti, fino a individualizzare i contratti, a renderli individuali, e aggirando, per questa via, lo Statuto dei lavoratori, aggirandolo per questa via, senza toccarlo, ma facendolo concretamente. Le dimissioni in bianco sono questo: l’aggiramento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Quante delle 46 tipologie contrattuali di accesso al lavoro sono questo ? Sono esattamente questo. Allora, precarietà nell’accesso al lavoro è il primo dei tre elementi che io penso vadano visti da vicino per capire se con la delega facciamo un passo in avanti o no rispetto a questo. Io penso di sì. Nell’accesso al lavoro il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti è un passo in avanti in questa direzione. È sostenuto da un incentivo forte ed è aiutato da quella scelta, che la Commissione lavoro della Camera ha reso più esplicita, di superamento delle tipologie peggiori e di quelle più frequenti. La prestazione di lavoro, dicevo, è il secondo argomento. Ci sono lavori che vengono fatti, come sanno i colleghi e le colleghe qui presenti, con tipologie di contratto differenti e per queste ragioni, a quelle stesse persone, che fanno quello stesso lavoro, viene riconosciuto un salario differente e condizioni e diritti diversi. Allora, estendere in senso universale i diritti alle persone rende l’uso di quelle tipologie meno conveniente e fa compiere un passo in avanti. Non nomino gli argomenti – li hanno nominati altri colleghi – di traduzione di questa estensione in senso universale, che rende meno conveniente l’uscita dal lavoro: a seconda delle tipologie contrattuali, le persone non hanno la stessa rete di protezione sociale. L’estensione in senso universale degli ammortizzatori sociali è un passo in questa direzione. Poi, certo, sia nelle cose che ho detto prima che in queste ultime sono decisivi non soltanto i decreti attuativi, i loro contenuti e l’impegno che il Governo ha assunto con la Commissione lavoro della Camera, di parlarci, di poterne parlare, ma sugli ammortizzatori, per rendere credibile questa scelta, è decisiva la quantità di risorse che verranno messe nella legge di stabilità. Infine, due ultimi punti. L’hanno ricordato molte colleghe e molti colleghi e lo ha ricordato prima di tutti il presidente della Commissione lavoro della Camera: la Commissione lavoro della Camera non ha rinunciato a svolgere il ruolo che i cittadini italiani assegnano al Parlamento. Mi avvio alla conclusione. Noi non abbiamo rinunciato – testardamente vorrei dire – a ragionare su ogni emendamento, su ogni virgola e su ogni parola per rendere, ciò che secondo le nostre opinioni era necessario, il testo migliore rispetto a quello che noi pensavamo fosse giusto fare. Non abbiamo rinunciato, e abbiamo svolto un ruolo molto importante, che vede questo testo, secondo noi, migliorato rispetto alla legge delega, ma vi è un’ultima considerazione e vado velocissimamente alla conclusione, Presidente. Io penso che questo sia il senso della politica, ho molta considerazione, stima e rispetto non solo per la mia vita precedente, ma per quello che penso della democrazia e della funzione del sindacato. Penso che sia legittimo scioperare per farsi ascoltare e dire le proprie opinioni, penso che la piattaforma del sindacato vada ascoltata; penso che la funzione della politica sia un’altra, sia quella di provare a spostare la realtà e a cambiarla, offrendo quindi anche al soggetto sindacale e al sindacato una più avanzata possibilità. Questo è quello che abbiamo fatto anche sulle dimissioni in bianco. Si trattava di sbloccare una situazione, con la legge delega si è sbloccata e ci sarà un decreto attuativo che finalmente ci ridarà una normativa efficace contro le dimissioni in bianco.

FONTANA. Presidente, colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo, non c’è dubbio che siamo nel cuore di una discussione, quella sul lavoro, che tocca nel profondo le idee, i valori, le visioni del mondo, le nostre esperienze, i nostri riferimenti culturali. È per questo che la materia è così complicata e complessa, a tratti lacerante. Non tanto per l’affastellarsi di norme, che nel corso degli anni ne hanno regolato e ne regolano i diversi aspetti, quanto soprattutto perché coinvolge più dimensioni, da quella umana a quella economica, da quella sociale a quella etica, a quella relazionale. È perciò necessario accostarsi a questo tema con tutta la delicatezza, la sensibilità e la consapevolezza di chi sa che queste materie toccano la carne viva della persona, la sua dignità, il suo posto nella società, ma anche accostarvisi con la chiarezza in ordine alla direzione e alla finalità che si intende conseguire. La finalità è negli obiettivi definiti dalla legge delega: rafforzare l’opportunità d’ingresso nel mondo del lavoro; assicurare tutele uniformi in tema di ammortizzatori sociali; garantire un reale legame tra politiche attive e politiche passive; superare le forme più precarie di assunzione; favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Si tratta di finalità che ci parlano di un’idea inclusiva ed estensiva, di un’idea che aggiunge, anziché togliere, di un’idea che si prende cura di azioni positive, nel tentativo di riscrivere il vocabolario del lavoro, per creare opportunità effettive vere, in un contesto oggi così fortemente provato. Perché è nel contesto dell’oggi che dobbiamo trovare risposte alla domanda su come garantire il primo vero diritto di cittadinanza, che è il lavoro, su come attivare misure di protezione che mettano un argine ai processi di esclusione in atto; su come procedere nella direzione dell’ampliamento dei diritti reali, non di quelli scritti sulla carta e, nei fatti, non esigibili. Ma proprio perché a quelle finalità il gruppo Partito Democratico vuole dare seguito e concreta attuazione, è sulla declinazione dei punti della delega che come Commissione lavoro abbiamo lavorato. Il presidente Damiano ha già egregiamente dato conto del passaggio compiuto e non mi soffermo su tutti gli aspetti. Voglio però sottolineare che dal testo originario, quello oggi in Aula, sono significativi gli avanzamenti raggiunti. In quel testo non c’era la tutela economica in caso di cambiamento di mansioni, ora c’è. In quel testo non era esplicitamente affermata la scelta di rendere centrale il contratto di lavoro a tempo indeterminato, rendendolo più conveniente rispetto ad altri tipi di contratto, ora c’è e c’è a tal punto che nella legge di stabilità le risorse sono proprio destinate ad incentivare il lavoro stabile. Così scompare il costo del lavoro riferito ai soli lavoratori a tempo indeterminato dalla base imponibile IRAP; così per gli assunti a tempo indeterminato i contribuiti previdenziali vengono azzerati per tre anni. Ci siamo un po’ disabituati ad entrare nel merito delle cose, ma sono o no soluzioni che, come partito che ha le radici nel lavoro, abbiamo da tempo rivendicato ? Nel testo originario della delega non era così chiaramente definito il superamento delle numerose forme di assunzione precarie, che stanno così ampiamente segnando il mondo del lavoro non più solo dei giovanissimi, ora c’è. Così come ora nel testo è chiarito che la disciplina dei controlli a distanza riguarda gli impianti e gli strumenti di lavoro, con la garanzia che la dignità e la riservatezza del lavoro siano tutelate. In quel testo non c’era la garanzia del reintegro in caso di licenziamenti discriminatori, nulli e disciplinari per i nuovi assunti, ora c’è. Ed è stato poi previsto il monitoraggio, sono previsti congedi dedicati alle donne nei percorsi di protezione relativi alla violenza. Rivendico, quindi, con orgoglio il lavoro del gruppo Partito Democratico della Commissione. Altro che sinonimi e virgole ! Nessun imbarazzo, quindi: un lavoro fatto con serietà, con rigore, con la necessaria ricerca di una sintesi, lontano e fuori dalle banali rappresentazioni che di noi, componenti della Commissione lavoro, sono state fatte, ma soprattutto lontano e fuori dal banalissimo quanto meschino tentativo di screditarci, collegando il nostro voto all’attaccamento alla poltrona. Rivendico il rispetto per il nostro ruolo, per il ruolo del Parlamento tutto, un ruolo che è stato prezioso, attento in questo passaggio, un ruolo – lo dico con forza al Governo – che reclamiamo anche da qui in poi, nella fase di scrittura dei decreti delegati. Nessuno vuole illudere – né ne ha mai avuto la pretesa – che questo provvedimento assicuri maggiore occupazione, anche se del resto una buona occupazione sarebbe già un importante risultato. Ma sappiamo che i posti di lavoro li crea la forza della ripresa, li creano gli investimenti. È il complesso delle riforme che può fare la differenza. Ma sinceramente, dopo gli anni del Governo Berlusconi, stona – e molto – sentire i consigli dell’onorevole Calabria di Forza Italia, che ci spiega che alla delega lavoro bisognava attaccare la riforma fiscale, quella della giustizia e tante altre. La stiamo facendo, onorevole Calabria. Stiamo mettendo in campo proprio tutte quelle cose di cui per venti anni vi siete dimenticati. Ce la faremo ? Ma soprattutto, ce la farà il Paese ? Il PD si prende la responsabilità di provare a stare in questo percorso, sapendo che proprio sulla questione del lavoro la sinistra è stata segnata nel corso della storia da lunghe e laceranti divisioni tra diverse strategie, tra diversi tentativi, a volte riusciti, ma a volte falliti, tra diverse ricerche. Ma la sinistra è nata sulle trasformazioni sociali, ce lo ha insegnato Berlinguer, onorevole Chimienti non lo citi a sproposito. E oggi noi dobbiamo fare i conti con fragilità nuove del lavoro, nel lavoro, fuori dal lavoro, con discriminazioni diverse, a volte più subdole, con disuguaglianze crescenti. Ne hanno parlato bene i miei colleghi che sono intervenuti precedentemente. E dobbiamo essere in grado di adeguare gli strumenti a tutto questo con risorse purtroppo ancora maledettamente scarse per il Paese. Nel clima di forte disagio sociale e di tensioni che sta attraversando il Paese, alla politica, ai partiti, a noi vengono addebitate responsabilità enormi. Per questo serve prima di tutto un grande rigore morale e civico. Serve coltivare sapientemente il rispetto e il riconoscimento reciproco. Serve un vero dialogo sociale che riconosca fino in fondo la funzione collettiva del lavoro. Serve – lo dico a noi, ma anche al Governo – la mitezza delle parole e del linguaggio, forse «la più impolitica delle virtù», scriveva Bobbio, sulla mitezza, ma anche l’antidoto alle degenerazioni della politica. Concludo, ringraziando veramente di cuore il presidente Damiano, la nostra capogruppo e tutti i componenti della Commissione lavoro. Ringrazio il Ministro Poletti e ringrazio, in particolare, il sottosegretario Bellanova, perché non è vero quello che ha detto l’onorevole Cominardi: il sottosegretario è stato parte attiva e positiva nei lavori della Commissione e ha sempre risposto nel merito alle questioni poste, dando un contributo importante. Per questo i ringraziamenti non sono formali e proprio perché questo modo di lavorare è stato così prezioso tra di noi e proficuo, questo modo dovrà caratterizzare e segnare il percorso dei decreti nelle prossime settimane.

GRIBAUDO. Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, oggi interveniamo in quella che è la discussione forse più importante e realmente di fondo per una Repubblica fondata sul lavoro. Desidero partire da qui e raccogliere apertamente le parole del presidente nazionale dell’ANPI, che alcuni giorni fa spronava a chiedersi se l’articolo 1 della Costituzione sia ancora pienamente un valore. La risposta che deve giungere da quest’Aula, da ciascuno di noi, in un momento di così grande e profonda crisi economica, che in qualche modo anche il collega del MoVimento 5 Stelle ci ricordava poco fa, è che sì, è importante, e il sì va rinnovato, deve essere forte e convinto. Si è discusso molto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, una discussione delicata e importante, che, potendo scegliere, mi permetto di dire, non avrei aperto nel modo in cui si è fatto. Io parto però dall’articolo 1 della Costituzione, per dire ancor più chiaramente che siamo di fronte ad un rischio, quello di pensare che i principi e i diritti siano conclusi, che siano acquisiti una volta per tutte e per tutti, che siano sufficienti a se stessi. I principi e i diritti sono tali, invece, se vivono nella loro contemporaneità, se continuamente si rinnovano in una società che cambia. Diversamente, non sono più una condizione di eguaglianza, e non sono più patrimonio di tutti, ma un pretesto di esclusione e rivendicazione solo per qualcuno.   La sintesi che è stata operata dalla nostra Commissione, la Commissione lavoro, nasce allora in due luoghi. Il primo è la realtà del lavoro e della vita delle persone, così come sono oggi, tra vecchie disuguaglianze e nuove ingiustizie, una realtà che non è uniforme né in un senso né in un altro, ma è popolata di molte voci, quelle voci che in Commissione abbiamo ascoltato. Il secondo luogo è il confronto con il Governo e con la prima versione della riforma, quella che è stata modificata già al Senato. Partendo da queste basi, si è svolto un lavoro difficile, sia nel metodo che nella sostanza. Quanto al metodo, in Commissione lavoro abbiamo creduto al dialogo e al confronto, anche aspro, come ci ricordava oggi il relatore e presidente Damiano, ma che è sempre stato concreto. La maggiore responsabilità a cui siamo chiamati come parlamentari, io credo, è, in fondo, proprio questa: coniugare l’esigenza di decidere presto con quella però di decidere bene. Quanto al merito, i contenuti della delega sono molti e molto ampi. Alcuni sono già stati citati, altri ancora verranno ricordati e richiamati dai colleghi. Mi concentro, quindi, su alcuni di quelli che non sono ancora stati toccati e che, soprattutto, sono stati meno al centro delle agenzie o dei giornali. Già nel «decreto Poletti» avevamo ottenuto che gli interventi per il nuovo tempo determinato fossero un ponte verso le tutele crescenti. Questo contratto nuovo doveva tradursi, però, in una cosa e una cosa sola: il taglio netto con la maggior parte delle forme di lavoro atipiche e non tutelate. Oggi si scrive a chiare lettere che l’obiettivo è il radicale disboscamento dei contratti. I Cococo, per esempio, andranno ad esaurimento e la forma privilegiata per assumere diventa il tempo indeterminato: esattamente l’opposto di quanto successo negli anni della precarietà. Le parole sono importanti, si diceva in un film, quando poi sono scritte nelle leggi – anche se nel tempo ci siamo disabituati a questo – lo sono ancora di più. Tornare a puntare su dei progetti di vita e lavoro di lungo termine affiancati ad una robusta tutela pubblica nel momento in cui il lavoro viene a mancare o deve cambiare: credo sia questa la risposta che dobbiamo a quelle generazioni – tra cui anche la mia – per cui l’incertezza sul presente e sul futuro è stata l’unica, spesso drammatica, condizione di esistenza. Una prima risposta che è comunque un lato della soluzione, proprio perché, se si vuole partire non dalle rappresentazioni ma dalla realtà, oggi dobbiamo dire che molti giovani e molte nuove professioni non sono né possono essere inquadrati nella subordinazione. Una larga parte, di cui dobbiamo occuparci, è il lavoro autonomo. Dobbiamo occuparcene perché queste ragazze e questi ragazzi sommano alle difficoltà comuni ai coetanei subordinati l’assenza di tutele e salari spesso ancora più bassi e, anche qui, quell’articolo 1 della Costituzione è un po’ più fragile. È anche sulla loro pelle che si allarga l’ingiustizia paradossale incarnata da chi, pur lavorando, è povero. Un’ingiustizia che ci ha spinto, sin dall’inizio della legislatura, a dire che tra i nostri punti cardinali ci deve essere quello di rendere giusti e più equi i compensi tra lavoratori subordinati ed atipici. Una direzione che anche nei decreti attuativi è bene sia mantenuta e su cui, Ministro, abbiamo tutta l’intenzione di vigilare. Se il Jobs Act guarda in parte a questi mondi – ad esempio, estendendo tutele anche ai parasubordinati – ancora di più deve fare la legge di stabilità. In materia di lavoro autonomo, come in tema di politiche attive e di ammortizzatori sociali, possiamo trasformare la coincidenza di queste due leggi nel nostro calendario, in una opportunità per rafforzare gli interventi su entrambi i fronti, unendo nuovi istituti alle risorse necessarie. Vanno trovate più risorse sugli ammortizzatori sociali, ne avremo bisogno a maggior ragione nei prossimi mesi nel momento cioè nel quale queste riforme – in particolare quella dei contratti – saranno in via di implementazione, per accompagnare il processo e assorbirne le eventuali criticità. Per quanto riguarda il lavoro autonomo, nella legge di stabilità c’è una base importante da cui partire, un segno di attenzione sicuramente nuovo e importante, con una netta inversione di tendenza rispetto ai Governi precedenti. Tuttavia, però, serve fare non so se di più ma certamente fare attenzione e fare meglio per non cadere in alcuni errori. Alcuni li abbiamo già segnalati. L’obiettivo principale è sostenere chi è più debole, favorire chi ha età e redditi più bassi, e combattere le false partite IVA. Oggi si può essere però deboli in molti altri modi: di fronte ad un committente unico per cui si svolge di fatto un lavoro dipendente, mascherato da una finta autonomia o, come accade soprattutto a molte donne, soprattutto a molte giovani donne, che insieme al contratto molto spesso devono firmare un foglio in bianco, che sarà tirato fuori di fronte alla loro prima difficoltà, ma soprattutto di fronte alla loro prima gravidanza, giocando così sulla fragilità. Ecco, noi questo non lo possiamo permettere. Non più. Sono passati mesi ormai, molti mesi, da quando in questa Aula presi la parola e intervenni in occasione del voto contro le dimissioni in bianco. Una legge che è stata votata da noi a larghissima maggioranza, e, devo dirlo per una volta con grande dispiacere, con l’astensione dei colleghi del MoVimento 5 Stelle, che poi oggi però, attraverso il collega Cominardi, ci parla di «mobbing legalizzato». Una legge che, dopo quel giorno, però al Senato si è arenata in maniera estremamente colpevole dal nostro punto di vista. E allora oggi, grazie alla nostra azione parlamentare, grazie al lavoro delle tante colleghe, siamo riusciti a far rientrare all’interno della legge delega questa norma di civiltà. Perché ogni tutela sia effettiva – insieme alla battaglia culturale – un ruolo centrale è sempre rappresentato dai controlli. Anche su questo vorrei soffermarmi un attimo. Questo io credo sia un punto che è stato meno affrontato e raccontato dai media. I controlli oggi nel nostro Paese non funzionano tanto bene, anzi funzionano poco sia perché non vi sono molte risorse sia perché vengono indirizzate in maniera non sempre efficiente. L’Agenzia ispettiva può essere lo strumento con cui rendere migliore innanzitutto la certezza del diritto, unificando le indagini che oggi sono svolte da enti diversi, e mettendo così le basi per una maggiore copertura del territorio, una razionalizzazione dei costi per lo Stato e una maggiore trasparenza anche per le imprese. Efficienza e capillarità sono, infine, ciò che deve determinare un vero e proprio cambio di paradigma nel funzionamento del servizio pubblico per l’impiego. Un cambio possibile con l’Agenzia unica per il lavoro. Oggi la frammentazione, l’assenza di una regia nazionale che metta a sistema i servizi pubblici con quelli privati, sono un costo sia dal punto di vista sociale per i lavoratori, sia dal punto di vista economico per le aziende. Dobbiamo ricucire quei pezzi di Paese che – sia nella geografia, che nella società – si stanno sempre più allontanando.
Mi avvio rapidamente a concludere, Presidente, e tralascio, per ragioni di tempo, molti altri aspetti importanti su cui abbiamo lavorato in Commissione e che mi stanno molto a cuore, penso per esempio all’integrazione dei servizi per le cure parentali, l’introduzione di congedi per le donne sotto protezione per violenza di genere, il mantenimento del livello di salario se, per salvare il posto di lavoro, cambiano le mansioni, il chiarimento che i controlli a distanza non possono essere sui lavoratori ma solo sugli impianti o il monitoraggio, che dovrà verificare gli effetti reali della delega sull’occupazione. Concludo ringraziando intanto per il lavoro che abbiamo fatto ed è grazie alla trattativa con il Governo e con la segreteria del Partito Democratico, a partire dalla direzione del PD su questo tema, che il testo oggi è indubbiamente migliorato rispetto a quello uscito dal Senato. Ora la partita si sposta naturalmente nei decreti delegati, per cui chiediamo al Governo appunto da subito una forte trasparenza e condivisione. Abbiamo dimostrato però che si può migliorare la qualità delle leggi nel merito, facendo ognuno la sua parte, nella normale dialettica parlamentare democratica. Tutto questo con l’obiettivo vero di provare a migliorare la vita e il lavoro delle persone. Un risultato che non è figlio di maggioranze o minoranze, ma che è figlio di un lavoro congiunto di tutto il Partito Democratico e che dovrà rivendicare con forza il Partito Democratico.

DAMIANO, Relatore per la maggioranza. Grazie, signora Presidente, potrei anche risparmiarmi una replica perché le mie colleghe e i miei colleghi hanno già detto tutto quello che c’era da dire, l’hanno detto con competenza, con pacatezza, con argomenti e hanno dato la dimostrazione di quanto siamo stati uniti nel condurre questa battaglia. Tuttavia, in questa fiera delle citazioni che mi ha incuriosito, qualche intervento ha scomodato i padri dello Statuto dei lavoratori: Brodolini, Donat-Cattin, Gino Giugni. Vede, Presidente, anche per motivi anagrafici alcuni di questi li ho conosciuti. Ho conosciuto Gino Giugni e lo considero mio maestro. Ho imparato molto da lui. È stato, come sappiamo, uno dei padri dello Statuto e quand’ero giovane delegato della FIOM nel 1970, grazie al suo Statuto, ho avuto delle protezioni da delegato sindacale. Ho conosciuto anche Donat-Cattin che, come tutti sanno, era un sindacalista della CISL. Questa anomalia dei sindacalisti che diventano Ministri o diventano onorevoli che ha fatto tanto scalpore. Sa, signora Presidente, si sono occupate pagine e pagine di giornali per rispondere a questo interrogativo: come mai nella Commissione lavoro ci sono i sindacalisti. Secondo lei, dove dovrebbe andare una persona che ha passato magari trent’anni della sua vita nel sindacato ? Come mai, mi domando, alla Commissione giustizia ci sono gli avvocati e perché non ci si occupa degli avvocati e ci si occupa dei sindacalisti ? Donat-Cattin era un sindacalista. Io l’ho visto all’opera per il rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici e l’ho conosciuto, come ho ricordato. E quando sono diventato Ministro una delle mozioni era di fare quello che aveva fatto Donat-Cattin. Io che arrivavo dal Partito Comunista e lui dalla Democrazia Cristiana. Eppure se dovessi dire qual è un mio Ministro di riferimento tra i padri fondatori io penso a Carlo Donat-Cattin. Lui è stato il Ministro che si definiva dei lavoratori. Chi l’ha citato forse dovrebbe ricordare che altri Ministri dopo Donat-Cattin sono stati forse più Ministri degli imprenditori. Lui è stato un Ministro che da sindacalista è stato fautore dell’unità e quand’era Ministro ha tenuto insieme il sindacato. Altri Ministri dopo di lui hanno cercato nella divisione del sindacato la traccia del successo di un Governo. Su questo invito tutti a riflettere e ad abbandonare le polemiche astiose: ho vinto, non ho vinto. Ha vinto il Parlamento, ha vinto la dialettica, ha vinto il buonsenso, hanno vinto i contenuti. Non abbiamo cancellato lo Statuto dei lavoratori né per le mansioni né per il controllo a distanza né per l’articolo 18. Concludo dicendo questo ancora volta: ci aspettiamo risposte sugli ammortizzatori sociali. Sui decreti dico questo al Ministro Poletti: si gioca il nostro futuro anche sugli articoli: «il», «lo», «la». «Le tipizzazioni» non «la tipizzazione»; «le fattispecie» non «la fattispecie»: è plurale; «il licenziamento individuale» non sono «i licenziamenti». Su queste distinzioni bisogna tracciare un confine. Concludo dicendo: nessun imbarazzo, anzi, come ha ricordato Cinzia Maria Fontana, un grande orgoglio per aver fatto tutti insieme il nostro dovere.

POLETTI, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signora Presidente, onorevoli, grazie a voi tutti per la discussione che c’è stata, per il confronto, per gli argomenti che avete portato in questa discussione, anche se, naturalmente, le mie valutazioni sono molto diverse rispetto a ciò che è stato qui proposto perché in alcune occasioni e in alcune affermazioni veramente ho trovato una grande distanza con ciò che sta scritto nella delega, con ciò che è nelle intenzioni del Governo. Quindi, è del tutto legittimo avanzare delle osservazioni e delle critiche, ma io mi aspetto che facciano riferimento sostanziale a ciò di cui stiamo discutendo.   Ma detto questo, non voglio attardarmi in nessuna polemica di questo tipo. Io voglio ringraziare davvero per il lavoro che è stato fatto nelle Commissioni perché il Parlamento ha fatto la sua parte in maniera importante. Questa delega uscirà, alla fine di questo percorso parlamentare, significativamente diversa da come ci è entrata e la mia valutazione è che ne uscirà meglio, migliorata. L’ha migliorata il Senato con il lavoro che ha fatto; l’ha migliorata la Camera con il lavoro che ha fatto. Io credo che non sia veramente un buon metodo quello di smontare e non dare valore a ciò che si fa. E io credo che questo valore vada riconosciuto e io da Ministro lo riconosco e ringrazio, quindi, il presidente della Commissione Damiano, ringrazio il sottosegretario Bellanova e tutti i componenti della Commissione per il lavoro che hanno fatto. E, poi, è vero, ci sono emendamenti che hanno una carica, un significato, un peso, un valore diverso, ma io credo che ogni volta che il Parlamento interviene, anche perché reputa che ci sia bisogno di una correzione relativamente decisiva, faccia bene il suo lavoro. Infatti, sappiamo, come citava da ultimo il presidente Damiano, che in queste vicende contano anche gli articoli, le virgole, contano davvero quali sono i significati che vogliamo dare alle parole che mettiamo dentro questi documenti. Allora, da questo punto di vista io mi sento di rassicurare, a fronte della giusta e legittima richiesta di una coerenza tra i decreti e i contenuti della delega, che l’intenzione del Governo è di agire in maniera rigorosamente coerente ai contenuti che nella delega sono definiti. Quindi, da questo punto di vista il nostro impegno ci sarà, ma ci sarà esattamente in questo senso. Detto questo, io credo che noi dobbiamo partire da un dato: è del tutto evidente che il nostro Paese è in una situazione di grande difficoltà dal punto di vista del lavoro, dell’occupazione e dell’economia. Certo, dobbiamo sottolineare tutti i dati che ci aiutano a definire e a comprendere questa situazione, ma, poi, quando abbiamo messo in fila giustamente tutti questi eventi di analisi, dovremo farci una domanda e chiederci come e perché si è realizzata questa condizione. Infatti, non è un caso se questa è la situazione del nostro Paese, se un Paese come l’Italia, che è un Paese pieno di potenziali, che ha un territorio, un ambiente, una potenzialità turistica, culturale, imprenditoriale, artigiana, di capacità di esportazione, nell’agroalimentare, guardato nel mondo come un modello di vita auspicabile, si trova in questo contesto, in questa situazione. Io credo che dobbiamo dirci che lungo il percorso che è stato fatto, questo Paese evidentemente qualche errore l’ha commesso. E io credo che da questo punto di vista ci siano passaggi che vanno affrontati in maniera assolutamente esplicita. Un primo dato: questo Paese, lungo la sua strada, ad un certo punto, ha smesso di crescere. E non è successo ieri: è successo vent’anni fa, perché negli ultimi vent’anni, se andiamo a guardare i numeri, i numeri ci dicono che, pian piano, questo Paese si è sostanzialmente fermato. Allora, dovremmo chiederci quali erano le ragioni e le cause che hanno prodotto questa situazione. Le cause stanno probabilmente non in un unico elemento, ma in più di una condizione. Quando oggi diciamo che bisogna cambiare, e cambiare radicalmente, e che per cambiare radicalmente bisogna riformare una serie essenziale delle condizioni di funzionamento, di vita del nostro Paese, a partire dalle istituzioni fino ad arrivare al lavoro, vuol dire che, lungo il tempo, questi elementi si sono bloccati o hanno rappresentato un elemento di blocco. Quindi, oggi noi abbiamo bisogno di produrre questo cambiamento radicale tutto insieme: è veramente una scommessa fortissima, ma è quella che abbiamo davanti. Ma voi lo sapete, siete in questo Parlamento, sapete che stiamo discutendo contemporaneamente il tema del lavoro, ma che abbiamo all’orizzonte il tema delle riforme costituzionali, abbiamo il tema della giustizia, abbiamo il tema della pubblica amministrazione. Stiamo affrontando queste questioni, questo è l’architrave, il punto che regge questo insieme. E insieme a questo c’è il passaggio europeo: oggi, l’Italia è il Paese che, in maniera più forte, ha messo in discussione il modo di procedere delle politiche economiche a livello europeo. Poi sarà una bella battaglia, poi sarà complicato riuscire a portare a casa tutti i risultati che ci proponiamo, ma oggi l’Italia questa scelta l’ha fatta e l’ha fatta in maniera piuttosto radicale, prendendosi anche qualche rischio. La discussione che stiamo facendo in questi giorni intorno al tema della valutazione europea del disegno di legge di stabilità del nostro Paese, se non fosse stata fatta in questo modo non sarebbe all’ordine del giorno, ma la discussione c’è perché quella scelta l’abbiamo fatta e la stiamo portando avanti nella maniera giusta, cercando di ottenere per il nostro Paese tutti i risultati che possono essere portati a casa. Quindi, noi, oggi, abbiamo bisogno di produrre alcuni passaggi, il primo dei quali è sicuramente quello di riattivare una dinamica dell’economia e della società nel nostro Paese, produrre un contesto. Da questo punto di vista, è del tutto evidente che il nesso impresa-lavoro va riconsiderato profondamente, perché io credo che non ci possa essere chi sta per le imprese e chi sta per il lavoro. Certo, ci sono gli imprenditori, ci sono i lavoratori, ci sono degli interessi in conflitto, figuriamoci, è un dato più che evidente; ma se facciamo un bilancio, anche di questa crisi, dobbiamo sapere che abbiamo perso una quantità rilevante di imprese, abbiamo una difficoltà sul versante imprenditoriale. Ma se abbiamo una difficoltà sul versante imprenditoriale, dobbiamo chiederci se il contesto generale di questo Paese è un contesto giusto, perché i cittadini e gli imprenditori decidano di investire. Se non ci facciamo questa domanda, noi possiamo dire, fotografare la crisi del lavoro, ma la crisi del lavoro è, insieme, la crisi dell’impresa. Noi abbiamo bisogno di ricostruire un punto di equilibrio diverso, una connessione diversa, un nesso diverso tra il lavoro e l’impresa; il che non vuol dire che tutti gli imprenditori sono diventati improvvisamente Babbo Natale, non credo che nessuno di noi abbia fantasie di questo tipo. Io credo che, però, noi dobbiamo provare a scommettere sul fatto che gli imprenditori e i lavoratori, l’impresa e il lavoro, possano trovare delle dinamiche nuove nella situazione in cui si sta realizzando questa fase dell’economia e dello sviluppo di questo Paese.  Quindi, per fare questa operazione dobbiamo fare una cosa: abbiamo bisogno di una profonda e radicale semplificazione, che consenta all’impresa di avere sulle spalle solo la quota di incertezza fisiologica per un imprenditore. Un imprenditore è una persona che assume un rischio, ed è giusto che sia così, è il suo compito, ma deve assumere il rischio che gli compete facendo l’imprenditore: deve prendersi il rischio di capire cosa succede nel mercato, cosa succeda fra i suoi competitori, cosa succede sulle materie prime, cosa succede sui consumatori, cosa succeda sul prodotto, ma quello che non possiamo mettere sulle spalle di un imprenditore è l’incertezza, come: se uno non ti paga, cosa succede ? Se non c’è una giustizia che funziona, quello non è un rischio che deve prendersi l’imprenditore, è il sistema che lo deve garantire. Ci sono altri problemi, come quello della burocrazia, e noi abbiamo tutta questa complessa, intricata, complicata realtà che rende difficile la scelta dell’investimento imprenditoriale in questo Paese. Ma se non avremo una scelta di investimento imprenditoriale in questo Paese non avremo più opportunità di lavoro. Quindi, abbiamo un primo obiettivo che è su questo versante. Il secondo versante è quello del lavoro. Su questo permettetemi un’osservazione piuttosto secca: c’è un dato di fatto, su cento avviamenti al lavoro, 15 sono a tempo indeterminato e 85 tutto il resto. Noi ci siamo detti sistematicamente che l’obiettivo è il lavoro a tempo indeterminato, perché è quello che ha il massimo di tutele, di garanzie e di prospettive. Dovremmo chiederci se questo dato – 15 contro 85 – c’entra qualcosa sul come sono fatte le tipologie contrattuali nel nostro Paese. Io penso che c’entri qualcosa e che abbiamo usato un po’ una doppia morale, da una parte abbiamo detto che vogliamo il contratto a tempo indeterminato, e, di fronte alla difficoltà di ripensarlo, di fatto, tutto intorno, è stato costruito un grande orto di tipologie diverse, tipologie molto più precarizzanti, molto meno definite, molto più pericolose. Allora, bisogna scegliere, e noi una scelta l’abbiamo fatta: nella delega l’elemento essenziale è l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che è il tentativo, la volontà, la chiara intenzione di ridurre gli elementi di precarietà e di affermare una tipologia contrattuale moderna. Lo conferma, in maniera assolutamente chiara, il fatto che a questa tipologia contrattuale dedichiamo quasi due miliardi di euro per la decontribuzione e abbiamo fatto anche un’altra scelta. In questo Paese abbiamo una leggerezza di pensiero persino eccessiva, ma, per quanto riguarda l’IRAP, abbiamo deciso di ridurre, anzi, di togliere dalla base imponibile dell’IRAP il costo del lavoro dei contratti a tempo indeterminato, non del lavoro, punto, ma del lavoro a tempo indeterminato. C’è bisogno ancora di qualcosa per spiegare che noi vogliamo affermare il contratto a tempo indeterminato ? A me pare di no. Nella storia di questo Paese queste cose non si sono mai fatte e neanche dette. Allora se c’è un passaggio di questo genere, è un passaggio che va sottolineato, in questo senso, perché questo passaggio è fondamentale nel motivare il nostro comportamento e le nostre scelte. È chiaro che in connessione a questo c’è la riduzione dei contratti precari, c’è la semplificazione delle tipologie contrattuali, c’è tutto quello che sta lì intorno, ma questo è il senso della scelta che abbiamo fatto.   Analogamente, dall’altro lato c’è il tema degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive. Abbiamo bisogno di modificare quella situazione, perché non possiamo pensare che la situazione si risolva da sola. In qualche modo c’è l’idea che un ammortizzatore sia uno strumento che aiuti per un periodo determinato di crisi, ma che poi, siccome l’economia riparte e torna dove stava prima, sia sufficiente passare quel periodo per poter tornare dove si era, ma i fatti ci dicono che non è così. Quindi, la tutela più importante diventa l’accompagnamento. È importante che fuori dalla porta ci siano delle strumentazioni capaci di consentire questa transizione. Questo è l’elemento essenziale. Giustamente qualcuno dice che ci vuole del tempo e ci vogliono dei soldi. Ma, per quanto riguarda il tempo, se non cominciamo mai, non arriviamo mai, perché tutte le volte che facciamo questa discussione il primo tema è: ci vuole del tempo. Ho imparato che se ci vuole del tempo è meglio partire subito e, quindi, bisogna che proviamo a farlo rapidamente, come scelta. Dentro questo c’è un tema di dimensione economica; da questo punto di vista ho registrato la sottolineatura del tema: le risorse che sono necessarie. Quindi, credo che da questo punto di vista il Governo nella legge di stabilità uno sforzo in questa direzione lo debba fare. Poi, oggi la discussione è aperta, il tema delle risorse è sempre delicatissimo. Troveremo – credo – la possibilità di dare un segno in questa direzione avendo chiara la volontà di avviare una trasformazione, garantire le risorse necessarie, proporre l’infrastruttura. Quando noi parliamo dell’Agenzia nazionale per il lavoro stiamo parlando di questo, perché uno dei grandi problemi è che noi facciamo una giusta descrizione di ciò che vorremmo ma poi non abbiamo la strumentazione che lo fa. Nella storia di questo Paese, i servizi per l’impiego, 25 anni fa, avevano, più o meno, due volte e mezzo i dipendenti di quelli che ci sono ora. Immaginare che questo non significhi nulla non va bene, ma dire che bisogna farlo non vuol dire fare un carrozzone, vuol dire aprire una riflessione che ci consenta di dire che cosa fa il pubblico, come lo fa, con quali strumenti e quali relazioni si attivano con tutto l’insieme degli strumenti del privato – il privato sociale – che possa produrre l’accompagnamento in questa direzione. Quindi, credo che questi temi siano tutti temi che possono essere affrontati in termini assolutamente positivi e di grande utilità. Non voglio eludere il tema dell’articolo 18, ma su questo, a dir la verità, la discussione è stata larghissimamente presente. Lo riprendo solo perché è stata fatta un’osservazione che io credo non sia giusta e quindi è giusto replicare. In sostanza, si dice che, fino a questa discussione, questo tema non c’era e quindi furbescamente non si diceva quello che si voleva fare. Io ho in mano il testo dell’intervento che ho letto al Senato, che ho depositato al Senato, che recitava: «In questo contesto, per semplificare, superare elementi di incertezza e di discrezionalità, per ridurre i ricorsi, i procedimenti giudiziari, nella predisposizione del decreto delegato relativo al contratto a tutele crescenti e quindi per le nuove assunzioni il Governo intende modificare il regime del reintegro così come previsto dall’articolo 18, eliminandolo per i licenziamenti economici sostituendolo con indennizzo economico certo e crescente, e contestualmente sarà prevista la possibilità del reintegro per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare particolarmente gravi, previa qualificazione specifica della fattispecie». Questo è il testo dell’intervento del Ministro al Senato alla conclusione della discussione in quella sede. Quindi, sostenere che non si conosceva ciò che era intenzione del Governo, quanto meno, è, credo, abbastanza chiaramente risolto dalla lettura di questo testo. Mi avvio rapidamente a concludere il mio intervento. Io credo che questa riforma, questa legge delega e i decreti delegati ci portino veramente nella direzione di una possibilità di avere una condizione del lavoro più chiara, più definita, più certa, nell’interesse dei lavoratori e delle imprese, perché credo che questi due interessi li dobbiamo tenere sempre assolutamente presenti, e dobbiamo essere capaci di svilupparli in tutto il loro potenziale, tornando a lavorare su molti altri versanti che solo parzialmente sono presenti all’interno della delega. Riprendo il tema della formazione, dell’alternanza scuola-lavoro, di tutte quelle strumentazioni ulteriori che ci debbono aiutare a reinvestire sulla conoscenza, a reinvestire sull’innovazione, a reinvestire sulla capacità di fare, a reinvestire sulla capacità di autopromuovere impresa da parte dei cittadini nel nostro Paese. Quindi, noi abbiamo bisogno di produrre un grande sforzo in questa direzione. Se c’è qualcuno che pensa che la nostra idea sia quella di far ripartire l’Italia massacrando il salario dei lavoratori, si sbaglia alla grande. Noi abbiamo un’idea esattamente opposta: noi pensiamo che ci sia bisogno di ricostruire una fase della crescita che ha una nuova qualità interna, che si misura con le problematiche dell’ambiente, che si misura con le problematiche dell’innovazione, che è capace di mettere in valore tutto ciò che sta nell’impresa e tutto ciò che sta nel lavoro. C’è bisogno di questo grande sforzo e io sono convinto che con l’approvazione di questa legge delega, e la produzione dei relativi decreti delegati, sicuramente un grande passo in avanti il nostro Paese lo farà. Grazie per la vostra attenzione.

25 novembre 2014

DICHIARAZIONI DI VOTO FINALE

CIVATI. Presidente, solo pochi secondi per affermare il mio profondo dissenso rispetto a questo provvedimento e al voto del gruppo di cui faccio parte, soprattutto nei confronti di una campagna politica e culturale di cui non ho condiviso i toni, le parole e gli obiettivi, e in riferimento, se posso, al programma elettorale, al mandato che abbiamo ricevuto dagli elettori. Quindi, non mi assocerò al voto del gruppo.

FASSINA. Grazie Presidente, vorrei innanzitutto ringraziare, senza alcuna formalità, il presidente Speranza, il presidente Damiano e tutti i componenti della Commissione lavoro, per l’impegno a dare protagonismo alla Camera dei deputati sul disegno di legge delega sul lavoro. Non era scontato e non è stato facile. Il testo arrivato dal Senato è stato migliorato, tuttavia rimangono valutazioni negative su punti decisivi. Si continuano, anche nel nostro dibattito, adesso, a celebrare interventi di allargamento delle tutele a chi non ne ha, ma il propagandato contratto unico non c’è e non c’è neanche il disboscamento della giungla dei contratti precari. Le risorse per le politiche attive e passive per il lavoro, gli ammortizzatori sociali, un punto qualificante del provvedimento, non ci sono. Con un emendamento al disegno di legge di stabilità, il Governo ha individuato 200 milioni di euro invece che il miliardo e mezzo prospettato. Sommati alle risorse già stanziate per il 2015 vi sono meno risorse che per la Cassa in deroga nel 2014. Invece, viene cancellata la possibilità di reintegro per chi viene licenziato senza giustificato motivo economico e viene prospettata la possibilità di reintegro in caso di fattispecie di licenziamento disciplinare, ma è un canale puramente virtuale, perché, come è stato ricordato, le imprese non utilizzeranno questo canale. Il demansionamento e i controlli a distanza continuano a escludere chi rappresenta il lavoro e il campo di applicazione dei voucher rimane pericolosamente ambiguo. Inoltre, vi sono le parole del Presidente del Consiglio, che in queste settimane hanno accompagnato questo provvedimento, che certamente non aiutano a una valutazione migliorativa. Per le ragioni suddette, di merito e politiche, insieme ad una trentina di altri colleghi, non possiamo dare il nostro consenso al disegno di legge delega.

MARTELLA. Presidente, colleghi deputati, la strada più facile da seguire per alcuni continua ad essere quella lastricata di parole al vento, di continua delegittimazione dell’avversario .di attacchi a chi la pensa in modo diverso dal proprio. C’è questo, purtroppo, dietro l’ennesimo spot mediatico a cui abbiamo assistito in quest’Aula; e dico «purtroppo», perché dietro non c’è nient’altro: c’è solo una clamorosa assenza di visione e un vuoto assoluto di proposte Mi dispiace, ma è un lusso che proprio non ci possiamo permettere. Se prevalesse un atteggiamento così irresponsabile, il Paese precipiterebbe e a pagarne le conseguenze sarebbero milioni di italiani, milioni di lavoratori che, in questi anni, hanno fatto grandi sacrifici per consentirci di risalire la china e che oggi, finalmente, possono iniziare a vedere un ritorno per questo loro sforzo. Lo dico non in tono roboante, ma lo dico con serena fermezza: noi non consentiremo a nessuno di riportarci indietro, noi continueremo con il nostro impegno per cambiare l’Italia. È un cambiamento che passa anche da qui: da un disegno di legge che è stato presentato dal Governo, dal Ministro Poletti, e che, a conferma del ruolo centrale del Parlamento, è stato modificato e migliorato in molte sue parti grazie al lavoro del Partito Democratico, grazie al lavoro – e desidero ringraziarli tutti quanti – delle deputate e dei deputati del Partito Democratico della Commissione lavoro. Un testo che oggi verrà approvato senza essere passati per il voto di fiducia, un disegno di legge che rappresenta una svolta culturale, oltre che politica, sul tema cruciale della regolazione del mercato e dei rapporti di lavoro. Ma voglio entrare subito in medias res, come si dice. Si è discusso molto dell’articolo 18, della sua abolizione, secondo alcuni, della sua modifica, del suo aggiornamento, per come la vedo io. Ma comunque la si pensi – vorrei dirlo all’onorevole Airaudo –, non è possibile fare mistificazioni. Per onestà intellettuale, andrebbe riconosciuto da tutti, che quella del Jobs Act è una pagina nuova che va letta per intero: non si può prenderne solo un pezzo a proprio piacimento. Cambiano le regole sui licenziamenti, certi, cambiano per i nuovi assunti, ma anche si dà vita ad una nuova generazione di diritti e di strumenti di tutele. Riformare i contratti e gli ammortizzatori sociali significa occuparsi finalmente dei giovani precari e superare la distinzione insopportabile tra garantiti e non garantiti; significa tutelare più che i posti, cosa ormai impossibile, i lavoratori, cosa doverosa; significa proporre al Paese un nuovo patto per il lavoro, un nuovo compromesso fra flessibilità e sicurezza, fra impresa e lavoratori, che potrà non piacere, ma è del tutto evidente che, ormai, impresa e lavoratori sono sempre più uniti in una comunità di destino. E mi dispiace che, da questo punto di vista, senza mai aver visto fare nulla dalla Lega e da Forza Italia nel passato, sia arrivato un attacco come questo a chi sta tentando di fare dei passi in avanti sulla riforma del lavoro. Non è semplice, lo sappiamo, e non tutto avverrà dall’oggi al domani. Sarà sempre più facile dire per qualcuno che ci voleva ben altro, che bisognava fare di più, ma io voglio ricordare le parole di un giornalista, che di lavoro ha scritto molto prima di essere barbaramente ucciso un giorno di maggio di ventiquattro anni fa, che disse: «Il gradualismo, il riformismo, l’umile passo dopo passo sono l’unica strada percorribile per chi vuole elevare davvero la condizione dei lavoratori». Così scriveva Walter Tobagi e così dobbiamo fare oggi con il coraggio, la legalità e, al tempo stesso, la concretezza che solo il riformismo può avere. Quel riformismo che può cambiare le sorti di un Paese e, a volte, il corso della storia, quello che dà fiducia e speranza ad un popolo intero. Penso al riformismo di Roosevelt e del suo New Deal, che seppe superare la crisi terribile del ’29; penso al riformismo di Willy Brandt e di Olof Palme che, mentre si adoperavano per l’Ostpolitik e il disarmo nucleare, facevano progredire il welfare e le garanzie per i loro concittadini. Penso al riformismo che, negli anni Novanta, negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, è riuscito a coniugare e a tenere insieme crescita e giustizia. Sono questi gli esempi a cui dobbiamo guardare; è questa la capacità di visione che dobbiamo avere se vogliamo che al passo che si compie oggi se ne possano compiere degli altri; se vogliamo essere davvero credibili; se vogliamo davvero aprire, finalmente, quel ciclo riformista che l’Italia non ha mai conosciuto. Altro che thatcherismo, il riformismo, la sinistra è coraggio, è innovazione, è radicalità, è realistica possibilità, è cultura di Governo, è pragmatismo, è riconoscimento dei meriti insieme al rifiuto dell’ingiustizia. Questo è quello che noi pensiamo quando parliamo di sinistra. Certo, oggi c’è un elemento in più, questo elemento in più che dobbiamo tenere in considerazione è la velocità. Questo non significa torsione della democrazia, come qualcuno ha detto, questo significa che è la nostra società, che sono le nostre società che subiscono torsioni continue, che sono più aperte e più dinamiche che mai. Allora, può sembrare un paradosso, ma proprio per la complessità dell’epoca in cui viviamo è necessario che il fattore tempo assuma una rilevanza molto più grande rispetto a prima. È vero, quindi, che, sulle questioni economiche e su quelle del lavoro, non è più tempo di trattative infinite, che non portano da nessuna parte; la concertazione, così come l’abbiamo conosciuta a partire dal 1993, ha permesso di raggiungere obiettivi fondamentali; oggi, però, abbiamo bisogno di una democrazia che sappia decidere di più e più rapidamente. Il punto è questo, sapendo, però, che, se da una parte non si può concertare senza decidere, non si possono neanche prendere le decisioni migliori e più efficaci senza un confronto con la società, senza un confronto con i corpi intermedi della società, anche senza un confronto con le inquietudini, le tensioni che si muovono nelle piazze. Tuttavia, deve essere chiaro: il vero confronto è quello che non prevede chiusure e atteggiamenti ideologici, è quello in cui nessun interlocutore può arrogarsi un potere di veto. Io penso che questo sia tanto più necessario in una situazione di crisi come questa che stiamo vivendo; ci vuole coraggio e responsabilità. Anche il sindacato, voglio dirlo, quando ha saputo fare così, quando ha avuto coraggio, ha scritto le pagine migliori della storia sua e di questo Paese. La mia storia mi permette di non avere dubbi sulla legittimità di una scelta come quella dello sciopero generale, ma mi fa anche dire che le scelte più coraggiose per la vita del Paese in un passato sono state altre: penso a Bruno Trentin che, per salvare l’Italia dalla bancarotta, nel luglio del 1992 firmò l’accordo che implicava la fine della scala mobile e poi si dimise, pensando di essere andato oltre al suo mandato; penso a Luciano Lama che, nel 1978, promosse la svolta dell’Eur, dicendo, chiaro e tondo, che il salario non poteva più essere una variabile indipendente e che, per aggredire il dramma della disoccupazione, le altre rivendicazioni, comprese quelle salariali, dovevano aspettare. È di questo che c’è bisogno, di responsabilità e di coraggio; del coraggio di cambiare e di innovare, sfidando consuetudini e conservatorismo. Noi democratici crediamo nelle riforme e ci battiamo per questo. La partita è aperta, di questa partita il Jobs Act è una parte; ci sarà poi la legge di stabilità che sarà il prossimo importante passaggio, una manovra a espansione qualificata, come l’ha definita il Ministro Padoan, perché prevede, tra le altre cose, importanti risorse proprio per riformare il sistema degli ammortizzatori sociali, perché è figlia della consapevolezza che creeremo davvero occupazione solo attraverso il sostegno alla crescita e la diminuzione della pressione fiscale per le imprese e perché, soprattutto, questa legge di stabilità ha l’ambizione di rimettere nel circuito la fiducia; fiducia che deve essere davvero il segno più importante quando noi guardiamo al PIL. Ecco, è un cambiamento di rotta complessivo che riguarda anche l’Europa, un’Europa che noi vogliamo abbia sempre più un’identità politica e sociale diversa da quella dell’attualità e della rigidità dei conti. Ed è per questo, Presidente, che noi continueremo a lavorare per chi lavora, per chi fatica ogni giorno, per chi il lavoro non ce l’ha e per chi sogna di poter costruire una vita migliore per sé e per i propri figli. Continueremo a lavorare sempre per il bene e per il futuro del nostro Paese e di tutti i cittadini italiani ed è per questo che voteremo convintamente a favore di questo provvedimento.

Risultato della votazione sull’A.C. 2660-A

Deputati presenti 327
Deputati votanti 322
Maggioranza 162
Hanno votato sì 316
Hanno votato no 6
Astenuti 5

GLI INTERVENTI IN AULA DEL PD, DEL GOVERNO E DEL RELATORE
AL SENATO IN TERZA LETTURA

2 dicembre 2014

ICHINO, relatore. Signor Presidente, esigenze evidenti di economia dei nostri lavori mi inducono ad omettere una nuova presentazione integrale del disegno di legge che torna dalla Camera dei deputati al Senato. Rinvio in proposito, per brevità, oltre che ai nostri lavori in occasione della prima lettura, alla relazione che ho svolto in sede di terza lettura in Commissione lavoro, dove ho dato conto analiticamente delle modifiche apportate al disegno di legge dall’altro ramo del Parlamento. In questa sede mi limito ad alcune notazioni generali e ad alcune precisazioni sugli emendamenti di maggior rilievo approvati dalla Camera. Gli emendamenti hanno sostanzialmente confermato, anzitutto, il primo intendimento fondamentale che muove l’intero disegno di legge, nel senso del passaggio da un ordinamento del lavoro caratterizzato da profonde disparità di protezione, generatore di quel dualismo delle tutele che negli ultimi anni c’è stato ripetutamente rimproverato dall’Unione europea, ad un nuovo ordinamento tendente invece all’universalità di applicazione delle misure necessarie per correggere le distorsioni del mercato del lavoro; un mercato tuttora caratterizzato, in ampie sue zone, da asimmetrie e squilibri di potere contrattuale tra le parti. Dai lavori dell’altro ramo del Parlamento esce confermato anche l’altro intendimento fondamentale di questo provvedimento, nel senso del passaggio dal vecchio sistema, tendente a difendere la persona che lavora dal mercato del lavoro, evitandole il più possibile di dovervi transitare, ad un sistema di protezione tendente invece a difenderla nel mercato, in particolare nel passaggio dalla vecchia occupazione ad una nuova. La transizione dal paradigma della job property a quello della flexicurity, avviato con la riforma del 2012, viene dunque ora portata a compimento con un nuovo assetto del sistema protettivo che mira essenzialmente a coniugare la massima possibile flessibilità delle strutture produttive, indispensabile per la competitività delle nostre imprese nell’economia globalizzata, con la massima possibile sicurezza economica e professionale delle persone che in esse lavorano. Sicurezza che deve essere data essenzialmente dalla libertà effettiva di movimento nel mercato, garantita a tutti da un’assicurazione contro la disoccupazione di impianto moderno e di livello europeo, strettamente collegata con servizi efficaci di assistenza nella ricerca della nuova occupazione. A questi obiettivi tendono i tre pilastri della riforma, costituiti rispettivamente dalle nuove norme in materia di ammortizzatori sociali, di servizi nel mercato e di disciplina dei contratti di lavoro, in particolare del loro scioglimento. In tema di ammortizzatori sociali, la modifica di maggior rilievo consiste nell’aggiunta, al comma 2, lettera a), n. 1, dell’aggettivo «definitiva» all’espressione «cessazione di attività aziendale». Si conferma, dunque, la limitazione dell’intervento della Cassa integrazione guadagni ai soli casi di cessazione temporanea, ovvero di sospensione dell’attività aziendale con ragionevole prospettiva di ripresa dell’attività stessa, quindi del lavoro dei dipendenti, entro il termine di durata dell’intervento. Si conferma, per converso, la necessità che in tutti gli altri casi lo stato di effettiva disoccupazione dei lavoratori non venga nascosto attraverso la sospensione fittizia dei rapporti di lavoro, come si è diffusamente fatto negli ultimi decenni, ma si proceda immediatamente all’attivazione delle misure tendenti al più rapido possibile reinserimento dei lavoratori interessati nel tessuto produttivo. In tema di servizi per l’impiego, l’emendamento alla lettera n) del comma 4 aggiunge alla finalità della valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati quella della valorizzazione delle sinergie con «operatori del terzo settore, dell’istruzione secondaria, professionale e universitaria». È un’aggiunta certamente apprezzabile, purché sia chiaro il ruolo specifico che la riforma intende attribuire, nel nuovo sistema dei servizi per l’impiego, alle imprese specializzate nella mediazione tra domanda e offerta di lavoro accreditate presso le Regioni. La funzione pubblica del collocamento ben può e deve valorizzare anche queste imprese. Questo è l’obiettivo al quale tende lo schema di un nuovo istituto, quello del contratto di ricollocazione – di cui allo stesso comma 4, lettera p), che prevede la libera scelta dell’agenzia specializzate accreditata presso la Regione da parte delle persone interessate e la retribuzione del servizio a mezzo di voucher regionale pagabile, per la maggior parte, a risultato positivo ottenuto. A questo schema la legge delega affida il compito di assicurare ai disoccupati un servizio assai più efficace di quello di cui oggi essi godono; restituire ai centri per l’impiego centralità nel sistema, affidando loro un ruolo insostituibile di cerniera tra utenti e fornitori dei servizi di assistenza, siano essi gestiti da soggetti pubblici o da soggetti privati; consentire l’attivazione effettiva della condizionalità del sostegno del reddito, già prevista dalla legge vigente, ma oggi pressoché inesistente nei fatti; realizzare una riqualificazione della spesa pubblica in questo settore poiché l’operatore inefficiente finirà, per effetto del pagamento a risultato, con l’essere automaticamente emarginato dal sistema. In tema di disciplina dei contratti di lavoro non ha subito alcuna modifica la parte iniziale del comma 7, nella quale si prevede l’emanazione di un Testo unico semplificato delle norme legislative di fonte nazionale relative ai diversi tipi di contratto di lavoro e allo svolgimento dei relativi rapporti, quello che nel dibattito è comunemente indicato come il «Codice semplificato del lavoro». Mi limito in questa sede a sottolineare l’importanza delle scelta di rendere i nostri testi legislativi – in particolare quelli che disciplinano rapporti giuridici riguardanti decine di milioni di persone – conformi alle linee guida emanate dall’Unione europea nel Decalogue for Smart Regulation del 2009 e quindi – ed invito anche i colleghi distratti a fare attenzione, perché la cosa non riguarda solo la materia del lavoro – molto più facilmente leggibili da tutti gli interessati rispetto a quanto non sia oggi la nostra legislazione in materia di lavoro, talvolta incomprensibile anche per gli esperti; strutturati in modo da rendere le singole norme molto più facilmente reperibili di quanto non lo siano oggi nella congerie ipertrofica e informe di una legislazione del lavoro stratificatasi nell’arco di quasi mezzo secolo e troppo sovente dettata per la soluzione di singoli casi, in una rincorsa affannosa delle emergenze; scritti in modo da essere facilmente traducibili almeno nell’esperanto del mondo degli scambi internazionali, ovvero in inglese. Quasi mezzo secolo fa fu possibile compiere un’opera di questo genere. Lo Statuto dei diritti dei lavoratori del 1970, composto di 41 articoli scritti in modo estremamente semplice e comprensibile da chiunque, appena emanato fu distribuito dalle associazioni sindacali e imprenditoriali in milioni di copie in ogni angolo del Paese e, nel giro di qualche mese, tutti gli interessati furono in grado di prendere conoscenza diretta dei suoi contenuti essenziali. Oggi, il nuovo codice semplificato del lavoro dovrà rendere possibile una operazione analoga, essendo caratterizzato dalla stessa concisione, nitidezza di struttura, facilità di lettura e universalità dei contenuti. Anche per togliere di dosso al nostro ordinamento del lavoro quell’aspetto bizantino, opaco, impenetrabile che costituisce uno degli ostacoli di maggior rilievo – insieme alla pressione fiscale ed alle inefficienze delle amministrazioni – all’attrattività dell’Italia per gli imprenditori stranieri portatori di investimenti e di piani industriali d’avanguardia.
L’emendamento di maggior rilievo al comma 7 è quello in virtù del quale il contratto a tempo indeterminato deve essere promosso come forma «comune» (espressione che sostituisce la precedente: «privilegiata») di contratto di lavoro. Questo emendamento offre l’occasione, oltre che il fondamento positivo, per un chiarimento necessario in risposta a interrogativi che si sono posti insistentemente nel dibattito delle ultime settimane. Il «contratto a tutele crescenti» non costituisce un tipo contrattuale diverso rispetto al contratto di lavoro subordinato ordinario a tempo indeterminato, un tipo contrattuale nuovo la cui istituzione si porrebbe in contraddizione con l’intendimento della semplificazione sotteso all’intero provvedimento. Esso costituisce bensì soltanto l’espressione con cui si indica sinteticamente l’insieme della nuova disciplina dei rapporti a tempo indeterminato destinati a costituirsi dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo attuativo di questa parte della delega. La parziale diversità di disciplina di questi nuovi rapporti rispetto ai vecchi si concreta essenzialmente nella diversa tecnica di protezione della sicurezza economica e professionale del soggetto che trae dal rapporto, continuativamente, la maggior parte del proprio reddito, trovandosi così in posizione di sostanziale dipendenza dal creditore della prestazione. Questa diversità di trattamento si giustifica sul piano costituzionale non per la diversità del tipo contrattuale – che, come si è detto, non sussiste – ma essenzialmente per la necessità evidente e ragionevolissima di compiere il passaggio dalla vecchia alla nuova tecnica di protezione, garantendo a tutti coloro che ne saranno interessati i nuovi servizi nel mercato del lavoro. L’attuazione del nuovo sistema, deputato ad assicurare l’assistenza intensiva cui chi perderà il posto d’ora in poi avrà diritto, non potrà non avere una certa gradualità, che si concilia perfettamente con la gradualità dell’ampliamento della platea dei suoi beneficiari. Tutti sanno, del resto, che la giurisprudenza costituzionale, e non solo quella italiana, ha sempre legittimato il criterio della successione temporale come criterio ammissibile di differenziazione della diversità di trattamento tra fattispecie per il resto tra loro uguali, in funzione di un processo di riforma incisiva della materia.
Arriviamo così all’emendamento di gran lunga più rilevante, tra quelli apportati al disegno di legge dalla Camera in seconda lettura: quello che precisa il contenuto del nuovo «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti», chiarendo che il legislatore delegato dovrà regolarlo «escludendo per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato». Questo emendamento conferma e precisa in modo inequivocabile l’intendimento del legislatore di superare la peculiarità del nostro ordinamento nel panorama dell’intero Occidente industrializzato, peculiarità di fatto mantenutasi anche dopo la riforma parziale della materia del 2012, consistente in una amplissima applicazione in questa materia della sanzione della reintegrazione. Questa sanzione dovrà ora essere esclusa per tutti i licenziamenti non sorretti da contestazione disciplinare (individuali per motivo economico-organizzativo o per scarso rendimento oggettivo, collettivi, temporaneamente inefficaci per mancato superamento del periodo di comporto di malattia) e per la generalità dei licenziamenti disciplinari. L’area in cui essa dovrà applicarsi è soltanto quella dei casi di nullità del licenziamento specificamente previsti dalla legge – matrimonio, maternità e discriminazione o rappresaglia – e in casi particolari di licenziamento disciplinare ingiustificato equiparabili per gravità al licenziamento discriminatorio, pur trattandosi ovviamente di una fattispecie diversa. La legge delega affida al Governo di stabilire l’entità delle conseguenze economiche del licenziamento in relazione e corrispondenza con l’anzianità di servizio della persona interessata, con l’intendimento di perseguire un’armonizzazione dell’apparato sanzionatorio rispetto agli altri ordinamenti europei maggiori, che consiste in sintesi – per dirla con il linguaggio della teoria generale del diritto – nel passaggio da una property rule a una liability rule. Ma al tempo stesso la legge-delega si fa carico – anche qui in armonia con le linee guida emanate dall’Unione europea – di creare le condizioni affinché il pregiudizio derivante sul piano economico e professionale alla persona che perde un lavoro sia ridotto al minimo, se non azzerato, dal sostegno del reddito e dall’assistenza offerta nella ricerca della nuova occupazione. L’emendamento alla lettera f) del comma 7 si riferisce invece alla nuova disciplina degli strumenti di controllo a distanza – attualmente oggetto dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori – precisando che deve trattarsi di controlli aventi per oggetto gli impianti e gli strumenti di lavoro, non le persone. Si conferma qui l’intendimento del legislatore delegante nel senso di adattare la disciplina vigente – dettata nel 1970, cioè in un’epoca in cui non esistevano ancora né i personal computer, né Internet, né le reti informatiche aziendali, né i telefoni cellulari, né tantomeno i sistemi di localizzazione e controllo satellitare – a tutti questi sviluppi tecnologici che fanno sì che il collegamento a distanza sia diventato una funzione intrinsecamente propria di tutte le nuove strumentazioni informatiche e telematiche, normalmente utilizzate dalle imprese: funzione certo non suscettibile di essere assoggettata a una regola generale di necessaria contrattazione preventiva in sede sindacale. Per altro verso, le stesse nuove tecnologie aprono nuovi fronti di possibile lesione del diritto delle persone alla riservatezza, che richiedono una nuova regolazione adeguata. Un poco più complesso è il discorso che riguarda l’emendamento alla lettera g) del comma 7 che, in riferimento all’ampliamento dell’area di applicazione dell’assicurazione contro la disoccupazione a chi sia stato titolare di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, dispone l’aggiunta delle parole «fino al suo superamento». Questo emendamento non allude evidentemente a un divieto attuale o futuro dei contratti di lavoro autonomo aventi per oggetto un’attività continuativa nel tempo (quali per esempio il contratto che lega ai rispettivi committenti un agente di commercio, un amministratore di condominio, un amministratore di società, e gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito): un divieto siffatto, che travolgesse tutte le collaborazioni autonome continuative, dovrebbe considerarsi incostituzionale per manifesta irragionevolezza; e infatti non è previsto, né per l’immediato né per il futuro, in alcuna parte del disegno di legge. L’aggiunta delle parole «fino al suo superamento» deve invece intendersi come richiamo al riordino e semplificazione della disciplina dei contratti e rapporti di lavoro, da compiersi nel nuovo testo unico della materia: in questa sede, nel quadro di una generale ridefinizione dei confini dell’area del lavoro dipendente, potrà essere disposto il «superamento», appunto, del tipo contrattuale particolare della collaborazione coordinata e continuativa costituito dal contratto di lavoro a progetto e l’attrazione di tutti i casi di collaborazione continuativa caratterizzati dai tratti essenziali della dipendenza economica dal creditore in un’area dove alcune norme di diritto del lavoro trovino applicazione selettiva. La stessa tecnica di tutela, rispettosa della peculiarità causale di ciascuna figura contrattuale, potrà essere adottata anche in riferimento ad altri tipi di contratto nel quale venga dedotta la prestazione di lavoro personale. Per concludere, mi limito a citare un rapporto di poche settimane or sono sui progressi dell’Italia nella correzione degli squilibri macroeconomici, nel quale la Commissione europea individua, tra le principali riforme in grado di affrontare le debolezze del sistema economico italiano, proprio questa che è oggi al nostro esame. E rileva come questa riforma, muovendosi in linea con la riforma del 2012, miri a ridurre la segmentazione del mercato del lavoro, ad accrescere la flessibilità in uscita e a realizzare una rete integrata di ammortizzatori sociali. La stessa Commissione sottolinea, però, che l’efficacia della riforma dipenderà essenzialmente dal contenuto e dall’implementazione dei decreti attuativi, che non dovrà tradire l’incisività del disegno iniziale. Questo, dunque, dal giorno dopo l’entrata in vigore della legge-delega, dovrà essere l’impegno prioritario del Governo. A noi, ora, il compito di approvare in via definitiva questo testo il più rapidamente possibile, per consentire che i primi decreti delegati vedano la luce in sincronia con la legge di stabilità, cui questo disegno di legge è collegato.

QUESTIONI PREGIUDIZIALI

TONINI. Signor Presidente, signor Ministro, colleghi senatori, com’è ovvio è naturalmente del tutto legittimo dissentire nel merito di questo provvedimento; ho trovato invece piuttosto deboli e fragili le argomentazioni che puntano a considerarlo incostituzionale. Sarebbe bene che ci fosse un uso più sobrio della pregiudiziale di costituzionalità, se non vogliamo – inflazionandola – finire per svuotarla. Se le argomentazioni esposte dai senatori presentatori delle questioni pregiudiziali appaiono prive di fondamento è proprio perché, alla luce delle disposizioni costituzionali e giurisprudenziali richiamate, quelle stesse pregiudiziali appaiono del tutto infondate. Vediamo analiticamente le tre questioni che sono state sollevate. La prima ha avuto come riferimento principale l’articolo 76 della Carta fondamentale e gli argomenti sviluppati nelle questioni pregiudiziali conducono tutti ad una conclusione comune, quella cioè di considerare la legge delega al nostro esame una elencazione di principi e criteri talmente generici ed imprecisi da prefigurare una sorta di delega in bianco in palese violazione con il predetto articolo della Costituzione. Vengono così invocate, a supporto di questa conclusione, alcune sentenze del Giudice delle leggi, pronunce in verità piegate a favore delle tesi sostenute senza ricordare l’estrema prudenza con cui la Corte è intervenuta per stigmatizzare i comportamenti del legislatore delegato, che determina il contenuto specifico di quella stessa giurisprudenza costituzionale. La Corte ha infatti chiarito che la legge delega può assumere diverse forme più o meno ampie, che esiste una fenomenologia di deleghe diverse e che è perfettamente legittimo che la delega finisca per descrivere in maniera ovviamente compiuta ma non dettagliata le finalità principali che il Governo deve perseguire attraverso la legislazione delegata. Ora, se ciò non esime, evidentemente, dall’obbligo di esaminare con attenzione ed accortezza la giurisprudenza della Corte rispetto al disegno di legge delega oggi al nostro esame, vorrei ricordare solo alcuni passi di una delle più recenti sentenze del Giudice delle leggi, la n. 230 del 2010, che mi sembra riassumere in maniera chiara i principi ispiratori del percorso giurisprudenziale che la Corte ha effettuato su questa delicata materia. In quella sede si conferma l’orientamento del Giudice delle leggi secondo il quale «la delega legislativa non esclude ogni discrezionalità del legislatore delegato, che può essere più o meno ampia in relazione al grado di specificità dei criteri fissati nella legge delega». In particolare, la Corte osserva che «l’articolo 76 della Costituzione non osta, infatti, all’emanazione di norme che rappresentino un ordinario sviluppo e, se del caso, un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante, poiché deve escludersi che la funzione del legislatore delegato sia limitata ad una mera scansione linguistica delle previsioni stabilite dal primo. Dunque, nell’attuazione della delega è possibile valutare le situazioni giuridiche da regolamentare ed effettuare le conseguenti scelte nella fisiologica attività di riempimento che lega i due livelli normativi». A ciò si aggiunga la considerazione per cui, già a partire dalla fine degli anni Ottanta, con la delega sulla riforma del codice di procedura penale, da parte parlamentare vi è stata una crescente attenzione per le procedure, sviluppando meccanismi che rafforzano i pareri parlamentari a fronte di principi e criteri lasciati più generici. Si pensa cioè che sia più efficace vincolare il Governo a pareri parlamentari sui concreti schemi di decreto che predeterminare rigidamente gli esiti di contenuto, ed il meccanismo più usato è quello del doppio parere. Passando al secondo punto, totalmente infondate appaiono le considerazioni sulla supposta violazione dell’articolo 3 della Costituzione alla luce delle disposizioni in materia del cosiddetto contratto a tutele crescenti. È evidente infatti che, richiamando un linguaggio in uso trattando questioni di genere, l’articolo 3 tutela situazioni uguali nella loro diversità. Come la giurisprudenza della Corte costituzionale ha costantemente ritenuto sin dalla sentenza n. 81 del 1969, l’articolo 3 non corrisponde ad un criterio di mera uguaglianza formale e formalistica e perciò non esclude che il legislatore possa adottare norme diverse per regolare situazioni che esso ritenga diverse, adeguando così la disciplina giuridica agli svariati aspetti della vita sociale entro un margine di discrezionalità che giustifichi sostanzialmente il criterio di differenziazione adottato. Ecco allora che non si ha violazione del dettato costituzionale, laddove il disegno di legge delega al nostro esame introduce regole che prevedono tutele crescenti proprio perché guarda a situazioni diverse l’una dall’altra, che maturano nel tempo, e tiene conto delle differenze e delle esigenze diverse che hanno le imprese ed i lavoratori nei diversi momenti del rispettivo percorso lavorativo e professionale. Infine, infondate appaiono le denunciate violazioni dell’articolo 117 della Costituzione, con riferimento al riparto di competenze fra Stato e Regioni nella disciplina dell’Agenzia nazionale per l’occupazione, basate su una posizione pregiudiziale, ma non in senso costituzionale. Come chiarito sempre dal giudice delle leggi, con la sentenza n. 50 del 2005, a prescindere da quale che sia il completo contenuto che debba riconoscersi alla materia tutela e sicurezza del lavoro, non si dubita che in essa rientri la disciplina dei servizi per l’impiego ed in particolare quella del collocamento. Occorre però aggiungere che, essendo i servizi per l’impiego predisposti alla soddisfazione del diritto sociale al lavoro, possono verificarsi i presupposti per l’esercizio della potestà statale di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni dei diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, cioè una prerogativa tipicamente statale, come pure che la disciplina dei soggetti comunque abilitati a svolgere opera di intermediazione può esigere interventi normativi rientranti nei poteri dello Stato per la tutela della concorrenza come previsto dall’articolo 117, secondo comma, lettera e) della Costituzione. Ecco allora che queste due citate contestazioni, così come altre tra quelle avanzate, appaiono definitivamente superate a fronte del contributo normativo offerto in prima battuta con i cambiamenti significativi operati qui al Senato alcune settimane fa, ma anche più recentemente presso l’XI Commissione e l’Aula della Camera dei deputati. In conclusione, colleghi dividiamoci, discutiamo anche animatamente e appassionatamente sui contenuti e sul merito di questa legge delega, ma lasciamo da parte la Costituzione, perché non c’è nessuna incostituzionalità in questa delega, che anzi si propone di attuare il principio fondamentale della nostra Costituzione, cioè quello di rendere sostanziale l’uguaglianza prevista dall’articolo 3.

DISCUSSIONE GENERALE

ASTORRE. Signora Presidente, non penso di dire niente di nuovo, ma non posso fare a meno di ribadire come il jobs act segni un passaggio cruciale in materia di lavoro e lo segna ancora di più perché il nostro Paese è, senza tema di smentita, in una situazione molto difficile dal punto di vista del lavoro, dell’occupazione e più in generale dell’economia. Nel primo semestre del 2014, in Italia 8000 imprese hanno portato i libri in tribunale. Esattamente 730 casi in più rispetto al giugno 2013. Rispetto a giugno 2009, la percentuale dei fallimenti è aumentata del 79 per cento. Un dato che sottolinea le difficoltà economiche delle nostre imprese. Lo scorso anno su tutto il territorio nazionale si sono registrati oltre 14.000 fallimenti: il 54 per cento in più rispetto al 2009, l’anno in cui la crisi stava iniziando a far sentire i suoi pesanti effetti sulla nostra economia. Dal 2009 a oggi si contano circa 67.000 imprese che hanno portato i libri in tribunale, in un trend di costante aumento nel corso delle azioni trimestrali. Questa è la preoccupante fotografia dell’analisi dei fallimenti in itala. In parallelo a questa drammatica situazione delle imprese abbiamo quella del mondo del lavoro. Il mercato del lavoro, infatti, ha perso un milione di posti dal 2008 al primo semestre di quest’anno. Perché ho voluto dare questi dati, che sicuramente i più già conoscono? Perché credo che non si possa capire l’anima di questa legge se non la si cala nel contesto in cui nasce. Un contesto caratterizzato da una grandissima fragilità, da una situazione di precarietà ormai cristallizzata, determinata da 20 anni di scelte politiche discutibili, dalla progressiva perdita di posti di lavoro, dalla paura delle imprese di investire perché paralizzate da un sistema troppo ingessato, da una burocrazia asfissiante, da una serie di norme e regole che impediscono qualsiasi tipo di scommessa sul futuro. In questo contesto, il Governo e la maggioranza sono intervenuti con un unico obiettivo: far rinascere la fiducia in questo Paese. Due sono i fari di questo provvedimento: le imprese e i lavoratori. E la relazione tra i due fattori è il cardine di questo jobs act. Io credo che sia possibile, ed è l’obiettivo di questa legge, creare dinamiche positive tra imprenditori e lavoratori, tali da rilanciare il sistema occupazionale di questo nostro Paese. Mi è capitato pochi giorni fa di incontrare, in un seminario cui ha partecipato anche il signor Ministro, alcune imprese di altissimo livello, operanti in Italia, e mi sono reso conto di come aspettino con interesse e con un pizzico di speranza l’approvazione di questo provvedimento. Perché poi, in fondo, quando si parla di lavoro, bisogna pensare anche a chi questo lavoro lo crea. Molte, troppe sono le imprese che, per colpa di questa crisi hanno chiuso. Lo abbiamo visto dai dati che ho citato all’inizio. E altrettante sono quelle che ora hanno paura a investire, perché l’incertezza è troppa e perché alcune rigidità normative e burocratiche non permettono di scommettere, di assumere su di sé quel rischio di impresa che certamente è proprio di chi ha un’azienda ma che non deve rappresentare per queste un ostacolo insormontabile. Questo provvedimento prova a riaccendere la speranza, mette in atto una profonda e radicale semplificazione, eliminando una serie di rigidità che spaventano gli imprenditori, consentendo così di far ripartire gli investimenti. Punta a dare maggiori certezze alle imprese sui costi che dovranno sopportare. Insomma, mette gli imprenditori nelle condizioni di fare impresa e, dunque, di creare posti di lavoro. Con ciò, non voglio dire che ci saranno minori tutele per i lavoratori, che sono il secondo faro di questo provvedimento. Anzi, a ben vedere sono molte le garanzie date a chi non ne aveva. Penso alle mamme con un contratto precario: le dimissioni in bianco possono e devono essere solo orrore del passato. Penso a tutti quei giovani e meno giovani che si sono imbattuti, in questi anni, nel labirinto dei co.co.pro, co.co.co e simili, che hanno ridotto un’intera generazione alla precarietà e all’incertezza. Tutto questo da adesso può essere fortissimamente ridotto. Penso all’estensione degli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro o in caso di disoccupazione. Penso (e questo è molto importante) alla centralità che viene data al lavoro a tempo indeterminato, introdotto con il contratto a tutele crescenti, chiaro e semplice tentativo questo di ridurre gli elementi di precarietà. Il jobs act, nella sua complessità, mira a stabilizzare i posti di lavoro. Ha detto bene Filippo Taddei in una recente intervista a «Il Sole 24 ORE»: «solo con contratti più stabili si accresce il capitale umano. Con gli impieghi stabili si ha il 40 per cento in più di probabilità di ottenere offerta formativa e di riqualificazione personale nel corso della carriera lavorativa. I lavori che durano sono quelli che creano più produttività. Allora le aziende devono tornare a investire anche in capitale umano, per sanare quel deficit di investimenti al quale abbiamo progressivamente assistito negli anni. Dunque – e mi avvio a concludere – non posso fare a meno di ribadire, con convinzione, che nel fare questa legge si è guardato al mondo reale, a quelle tante donne e uomini che stanno soffrendo la crisi e, con questa, la mancanza di prospettive e di futuro. Perché poi questo, in fondo, è il compito a cui siamo chiamati noi che sediamo in quest’Aula: dare una prospettiva ai nostri concittadini; dare loro non solo la speranza ma anche la certezza di un futuro. Questo provvedimento va nella direzione di avere una condizione del lavoro più definita e più chiara, nell’interesse dei lavoratori e delle imprese: i due fari che citavo all’inizio del mio intervento, che dobbiamo continuare a tenere ben presenti e che dobbiamo, nel tempo, valorizzare e sviluppare in tutta la loro potenzialità. Sono certo che, proseguendo su questa strada, ce la possiamo fare.

D’ADDA. Signora Presidente, colleghi, con il voto su questo disegno di legge delega si potrebbe chiudere il primo atto di un intervento sulla normativa del lavoro che avrà attuazione piena nei decreti. Quei decreti che, per rispetto del Governo e a dispetto di chi ideologizza un tema così importante nella drammatica fase economica attuale, vogliamo considerare un successivo momento fondamentale di confronto e di superamento degli aspetti ancora controversi. Già ora, con la legge di stabilità, ci sono punti dolenti per quanto riguarda le coperture degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive. La fiducia che alcuni di noi hanno votato nel passaggio al Senato era pervasa da un forte senso di sofferenza politica, perché non poche erano le criticità e queste, con quel metodo di chiusura del dialogo, non poterono essere sciolte nel dibattito in Aula. Eppure l’abbiamo votata, mossi da un senso di responsabilità politica verso un Paese affamato di lavoro e di affidabilità nelle istituzioni, consapevoli che la tensione sociale va compresa e va anche guidata verso uno sbocco costruttivo. Tale atteggiamento è stato però poco condiviso dal Governo. È innegabile infatti che un risultato diverso l’abbia raggiunto: l’attacco al sindacato ha ottenuto la sindacalizzazione di buona parte del Paese e, secondo me, non dialogare in qualunque forma ed irridere al confronto con i sindacati o con qualunque altro corpo intermedio della società è quasi sempre segno di debolezza di sé e delle proprie argomentazioni. Questa nostra responsabilità è dettata da una storia, quella della sinistra, che non ci condiziona, perché non ci sta staticamente davanti o alle spalle, ma ci costituisce e ci sostanzia nello sguardo aperto verso una sfida epocale che la globalizzazione e la crisi hanno posto a tutti i Paesi e che noi guardiamo da un riformismo socialista che – come ben lo ha definito Macaluso in una recente ed interessante intervista – ha contribuito a fare di questo Paese straordinario e complesso un protagonista nello spazio europeo e internazionale. Una sinistra che ha saputo lottare per ottenere quello Statuto dei lavoratori che porta, come parte di sottotitolo, «norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori». Uno Statuto dei lavoratori che voglio vedere chi avrà il coraggio di dire che viene superato o sarà superato. Dovrà vedersela, ovviamente, con un’opposizione non di poco conto, di cui io certamente farò parte, anche perché di simboli magari si muore, ma i simboli sono sempre dei significanti e il significato, in questo caso, sta nella dignità delle persone che lavorano e che sono la parte più debole tra i contraenti. Certamente si può modificare ciò che oggi non è attuale, guardando al complesso dei problemi nuovi. Però farlo attaccando solo la parte più debole è un riflesso pavloviano dei secoli passati. Da parte nostra, se si tratta di mettere mano all’ormai insostenibile livello di precarietà che il lavoro giovanile soprattutto, ma non sempre solo quello, ha ormai raggiunto, l’obiettivo non può che vederci in prima fila, per ottenere un cambiamento adeguato alle necessità di una realtà socio economica in continua evoluzione. Così come l’estensione delle tutele a chi oggi non le ha è uno scopo fondamentale, perché dignità e giustizia della persona siano nuovamente protagoniste nelle politiche economiche, tutto ciò per cui abbiamo lottato nelle diverse condizioni storiche e per cui riteniamo valga la pena di batterci anche oggi, per cambiare quella linea di neoliberismo che sta in qualche modo erodendo e non risolvendo i problemi della crisi economica. Certo, senza un serio programma di politica industriale rischiamo di vanificare qualsiasi sforzo. Invece, quando si parla di riforme strutturali, si pensa sempre alla deregolamentazione del mercato del lavoro e alla sua svalutazione, ma nulla di tutto questo ha a che fare con una politica vera e mirata alla crescita. Tornando alla delega, così com’è arrivata dalla Camera, è innegabile che il lavoro al Senato prima e quello alla Camera poi abbiano prodotto alcune modifiche, tra formali e sostanziali, che possiamo definire positive. Non possiamo, però, non notare come si sia volutamente e ostinatamente perseguita l’impostazione del «doppio binario» nel mondo del lavoro, ripristinando quell’apartheid, quel dualismo che è stato la bestia nera del Governo nel sostenere la delega, ma poi riproposta e mantenuta nel contenuto della stessa: da una parte, i lavoratori già assunti, per i quali rimangono le tutele dell’articolo 18; dall’altra, i nuovi assunti (giovani e non più giovani), i quali avranno il nuovo contratto a tutele indefinite, più che crescenti, o sarebbe meglio dire il «nuovo contratto con tutele ridotte», in particolare per quanto riguarda i licenziamenti per motivazioni economiche. Su questo aspetto, il famigerato articolo 18, resta un dissenso netto e profondo e non per ragioni ideologiche astratte, ma per la convinzione che l’aumento strutturale delle diseguaglianze tra i lavoratori a tempo indeterminato non aiuti la ripresa, ma anzi la amplifichi e amplifichi gli strappi prodotti dalla crisi nel tessuto e nella coesione sociale. A parità di lavoro e reddito, disparità di regole normative, credendo di favorire quelle imprese che oggi si afferrano ad un dibattito sterile – quello sì ideologico – quando il loro problema è trovare commesse di lavoro, e non nuove leggi e decreti. Al di là degli aspetti legislativi che il Governo vorrà dare al contratto a tutele crescenti, occorre ricordare che la nuova normativa, per essere efficace, dovrà risultare coerente con i provvedimenti già in vigore. Il Governo, a maggio, ha liberalizzato i contratti a tempo determinato, rendendoli una specie di periodo di prova di tre anni. Si consentono, infatti, fino a cinque rinnovi nell’arco di tre anni, senza che le imprese debbano specificare le cause di tali proroghe in un contratto che continua ad essere a tempo determinato. Qualora il contratto a tutele crescenti diventasse legge, sarà perciò necessario rimettere mano a questo primo provvedimento, rendendo meno flessibile l’utilizzo, protratto nel corso del tempo, dei contratti a tempo determinato. Non possiamo immaginare un giovane che viene prima assunto per un totale di tre anni a termine con cinque contratti che durano sei mesi ciascuno e poi debba iniziare un nuovo rapporto di lavoro con il contratto a tutele crescenti. Un mercato del lavoro di questo tipo sarebbe davvero di serie B. Inoltre, avremmo preferito che la giusta riforma delle politiche attive del lavoro e degli ammortizzatori sociali, al fine di costruire un nuovo e più moderno modello integrato, fosse stato ritenuto prioritario (con conseguenti stanziamenti di risorse adeguate) e avesse dovuto, quindi, giustamente e coerentemente, precedere la modifica delle regole contrattuali. Spesso le citazioni soccorrono e chiariscono il discorso. Non ne ho trovata, tra quelle dotte che ho sentito in quest’Aula, una migliore di quella ascoltata nelle decine di incontri avuti sul territorio in queste settimane, che è la seguente: «Ragazzi, quando ho iniziato a lavorare verso la fine degli anni 60 ero uno sbarbatello, con l’avviamento come scuola. Al primo lavoro, mi sono impegnato subito in alcune rivendicazioni nella fabbrica dov’ero impiegato, più per gli operai che per me stesso. Mi dettero il «foglio di via» senza neanche «buongiorno o buonasera». C’era lavoro, sono entrato in un’altra azienda, stavolta con l’amara consapevolezza che non potevo permettermi, con mamma e sorelle sulle spalle, di pensare alla giustizia e al mio desiderio giovanile di darmi da fare. Poi è arrivato lo statuto dei lavoratori e la tutela dell’articolo 18. Se non ci fosse stato, la mia vita e il mio approccio alla realtà, il mio impegno sarebbero stati diversi. L’articolo 18 mi ha consentito di fare le scelte che ho fatto in seguito e mi ha reso fiero di quello che sono. A voi non sarà concesso». Non c’è molto da aggiungere. Non c’è ideologia. Non c’è incomprensione del mondo che cambia. Non c’è distanza con i ragazzi che non trovano lavoro. Oggi noi saremo attaccati da chi ha giuste paure sulla tenuta della dignità del lavoro. Saremo attaccati da chi spera, disperato, che la svalutazione del lavoro serva alla ripresa. Esistono ancora, però, donne e uomini verticali. Al Governo dico tenga la barra dritta: non remi come una barca sospinta nel passato. Sta remando controcorrente, lo sappia. E il pericolo di una nuova divisione, il pericolo che veramente sta nel significato di quel significante che si crede sia soltanto un simbolo, è la dignità delle persone, di quelle persone che dal basso costruiscono la nostra società civile e hanno necessità che il legislatore stia dalla loro parte. Noi stiamo dalla loro parte. Aspetto e aspettiamo tutti quanti che il Governo dia qualche risposta sostanziale in merito anche adesso.

CANTINI. Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, chiudiamo in quest’Aula l’iter di questo provvedimento, fondamentale per il lavoro; un provvedimento, che ha avuto il merito, permettetemi di dirlo, di portare al centro dell’attenzione di un dibattito, ingessato e spesso sterile, la precarietà attuale del mondo del lavoro, cercando, dopo le analisi e le tristi constatazioni sullo stato dell’arte, di provare a passare dalle parole ai fatti. Onorevoli colleghi, in questi anni, mentre il mondo del lavoro veniva stravolto progressivamente da contratti di lavoro sempre più precari e si sviluppavano forme di lavoro sottopagato o non pagato affatto, come ci ricorda Beppe Severgnini dicendo «L’Italia è una Repubblica fondata sullo stage», la politica si è ritratta permettendo che i nostri figli conoscessero solo precarietà e insicurezza, con contratti e contrattini che si ripetono, quando sono fortunati, per anni, senza una contribuzione adeguata né in termini di stipendio, né in termini previdenziali. Questa situazione è passata per troppo tempo sotto silenzio e anche quando si è evidenziato il problema non è mai stato nelle priorità. La politica era impegnata in altro, in discorsi retorici e roboanti, mentre il mondo del lavoro, come lo conoscevamo, con diritti che davamo per acquisiti, è divenuto sempre più fragile; si è spezzato, frantumato, polverizzato in contratti a progetto, contratti di collaborazione coordinata e continuativa, contratti occasionali, in contratti a chiamata. Oggi abbiamo oltre quaranta forme contrattuali. Chi vuole lavorare deve muoversi in uno scenario in cui la rappresentanza, quella dei sindacati e quella della politica, è largamente insoddisfacente, limitata e spesso disinteressata, di fatto, ai destini reali delle persone che, nonostante tutto, nonostante queste condizioni, lavorano. Persino il diritto alla maternità è stato messo in forse: in questi anni di crisi, difatti, il lavoro delle donne ha tenuto solo per merito delle over cinquanta (a causa dell’aumento dell’età pensionabile), mentre il tasso di occupazione delle donne tra i quindici e i quarantanove anni, come ricorda il rapporto annuale ISTAT 2014, è sceso, lasciando così il nostro Paese inchiodato al 46,5 per cento (nel caso delle madri, ne lavora una su due nel Centro Nord, una su tre al Sud), contro il 66 per cento di Gran Bretagna e e il 60 per cento della Francia (che vantano rispettivamente un tasso di natalità di 1,9 e oltre due figli, mentre l’Italia è ferma ancora al suo triste 1,4). Scrivono Chiara Saraceno e Manuela Naldini in una documentata ricerca che «Chi svolge un lavoro a tempo determinato ha meno probabilità di avere figli nel futuro, mentre tra chi ha figli, tra chi ha un’occupazione a termine aumentano le tensioni in famiglia». E questo si rispecchia perfettamente nel dato che, più di altri, ci deve far riflettere: l’aumento delle donne che non lavorano a due anni dal parto, cresciuto dal 18,4 per cento del 2005 al 22,3 per cento del 2013 (siamo andati indietro): il che significa che, oggi più di ieri, e quasi sempre a causa di contratti a termine e di lavoro precario, molte donne restano senza lavoro dopo la gravidanza. Però di questo non si parla, non se ne parla abbastanza, il dibattito è troppo spesso concentrato sullo scontro ideologico e aprioristico e si tralascia invece la realtà, le urgenze vere. La realtà, feroce nella sua evidenza, ci dice che una, anzi oramai diverse generazioni, quelle dei nostri figli, ma possiamo dire per alcuni di noi anche dei nipoti, non solo non hanno gli stessi diritti dei propri padri, ma spesso non hanno tutela alcuna. Questo disegno di legge delega ha il pregio di provare a mettere rimedio a tali ingiustizie, anche perché il nostro Paese ha bisogno, per ripartire e tornate a crescere, delle sue energie migliori. Al comma 7, lettera g), si parla di compensi orari minimi, stabilendo che sia introdotto un compenso orario minimo, applicabile ai rapporti di lavoro subordinato, nei settori non regolati dai contratti collettivi, previa consultazione delle parti sociali. Già con questo aspetto ci si rivolge a moltissime persone fino ad oggi invisibili e dimenticate da tutti. Troppe persone lavorano oggi senza possibilità di agganciarsi ai contratti collettivi e vengono pagate in base a delle contrattazioni private: possiamo immaginare quanto libere. Con le nuove norme queste persone avranno un minimo stabilito per legge, nel rispetto del dettato costituzionale di cui all’articolo 36, per cui il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La riduzione delle forme contrattuali fa il pari con un’altra indicazione molto chiara, contenuta nell’articolo 1 comma 7 lettera b) in cui si enuncia la volontà di promuovere il contratto a tempo indeterminato come forma comune di contratto di lavoro, rendendolo più conveniente – non negando o vietando – rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri. Molto semplicemente: alle imprese deve costare meno il lavoro stabile rispetto a quello precario. Sono delle indicazioni precise di attenzione verso una generazione che non riesce a mantenersi nonostante il lavoro, che lavora sotto mansionata o che non lavora affatto e che solo con grande sacrificio e coraggio, nonostante il lavoro, decide di costruirsi una vita da adulto. Una generazione a cui dobbiamo finalmente delle risposte concrete.
Allo stesso modo va evidenziata la volontà di rivedere le forme degli ammortizzatori sociali, le nuove forme di tutela per coloro che il lavoro lo perdono si basano sulla necessità di garantire tutele reddituali con una rimodulazione dell’ASPI (Assicurazione sociale dell’impiego) con un’omogeneizzazione della disciplina rapportando la durata dei trattamenti alla pregressa storia contributiva del lavoratore. Ma anche non lasciando solo il lavoratore nella ricerca del lavoro, tramite strumenti di sostegno e formazione e aiuto continuo, coinvolgendo anche attori diversi come scuole, operatori del terzo settore e privati in questo iter. Inoltre, sempre in questa delega, si parla di semplificazione delle procedure per le assunzioni, che oggi sono oscuri bizantinismi, e della creazione di procedure standardizzate per la concessione di cassa integrazione salariale. Certo, tutti sappiamo che le leggi da sole non creano lavoro. Siamo in un periodo di crisi economica che non sembra aver fine e che si ripercuote sull’occupazione, ma la decontribuzione per le nuove assunzioni, con una riduzione del costo del lavoro del 24 per cento del monte salario per le nuove assunzioni fatte con il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti dalla legge di stabilità, è un primo necessario e imprescindibile passo. Senza contare che questa misura si assomma alla riduzione dell’IRAP per le nuove assunzioni. Un passo che qualcuno, dopo tante parole e troppo pochi fatti, ha il coraggio di compiere e che noi sosterremo con piena convinzione oggi e in tutte le fasi attuative che faranno seguito a questa legge delega.

RICCHIUTI. Signora Presidente e onorevoli colleghi, Valentina – il nome è di fantasia, perché non vorrei precluderle financo la minima possibilità di trovare un altro lavoro, seppur precario – mi ha scritto che ha lavorato per cinque anni presso un call center. Il suo ultimo contratto a progetto è scaduto e adesso cerca un altro lavoro, anche il più umile, perché deve mantenere sé stessa e una figlia di quattro anni. Ha risposto a un annunzio di un’impresa di telecomunicazioni. Il primo giorno ha aspettato per cinque ore nell’anticamera senza che nessuno le rivolgesse parola. Il secondo giorno è tornata ed è stata affidata ad un tutor, che però aveva molta meno esperienza di lei nel settore delle comunicazioni e con cui ha fatto su e giù per la città, cercando di collocare abbonamenti telefonici. Il terzo giorno il tutor è cambiato e la lista dei negozi e degli uffici da contattare le è stata lasciata, perché si arrangiasse da sola. Tutto questo senza un colloquio iniziale di lavoro, senza un contratto scritto, senza un ordine, senza conoscere il datore di lavoro, senza che le fosse spiegato chiaramente che cosa doveva fare, come se Valentina fosse un oggetto qualsiasi, non una persona in carne ed ossa: Valentina come un oggetto. Il quarto giorno la sede era chiusa. Potevo, del resto, evitare di raccontare questa storia vera. Bastava citare un film francese che è nelle sale in questi giorni, che tutte le sintetizza, le descrive e le raccoglie. È «Due giorni, una notte», di Jean-Pierre e Luc Dardenne, che racconta di una riorganizzazione aziendale – proprio così – in esito alla quale una donna in malattia perde il lavoro. La sua paga viene redistribuita tra gli altri operai e il caporeparto, quando lei torna dalla malattia e chiede che le sia ridato il posto, organizza un referendum tra gli altri per sapere se la rivogliono come collega. Ovviamente finisce che gli altri preferiscono tenersi i soldi e lasciare lei alla fame. Dire che il jobs act apre le porte a queste storie sarebbe troppo: queste storie ci sono già. Il jobs act le generalizza e non le combatte. Mi si dice, da parte di alcuni colleghi, che la Camera ha migliorato il testo. Penso che chi lo afferma non abbia mai lavorato in azienda; io sì, e so di che parlo. Mi si dice che ci sarà il disboscamento delle forme contrattuali atipiche. Ma che cosa me ne faccio di un contratto a tempo indeterminato svuotato di tutte le garanzie, dal divieto dei controlli a distanza al divieto di demansionamento e al licenziamento libero? Voi pensate veramente che l’istituto del procedimento disciplinare esisterà ancora nella pratica? Se come datore di lavoro rischio che il licenziamento disciplinare possa essere giudicato grave e illegittimo, con annessa reintegra, farò l’economico, e tanti saluti. Un altro punto che mi preme sottolineare è che la legge di stabilità taglia risorse per l’assunzione di ispettori del lavoro; sicché, come dovremmo leggere la parte della delega che parla di semplificazione delle ispezioni sul lavoro? Temo che invece di semplificazione dovremmo parlare di smantellamento, con annessa mortificazione degli ispettori civili e del NIL dei Carabinieri, la cui vasta esperienza rischia di essere buttata alle ortiche. Questa legge contrasta con lo spirito dell’articolo 1 della Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro. Speravo che questa fosse quindi una delega per il lavoro, non una legge deroga contro il lavoro. A Marchionne e al ministro Guidi voglio dire che è meglio una vera politica industriale e investimenti per rimettere gli operai italiani a fabbricare marmitte e ammortizzatori che mettere quattro spiccioli nella legge di stabilità per gli ammortizzatori sociali. Ci voleva una legge che ridesse fiducia agli italiani che cercano lavoro, e non una fiducia su un provvedimento che li precarizza ulteriormente.
No, mi dispiace, signora Presidente e membri del Governo, questa fiducia non l’ho votata a ottobre e non posso votarla a dicembre.

GATTI. Signora Presidente, vorrei cominciare questo intervento tentando di chiarire un punto che è ancora in sospeso: il rapporto di lavoro non è un rapporto commerciale nel nostro Paese e il diritto del lavoro nel nostro Paese è costituzionalizzato, pertanto modifiche, anche importanti, che sono state realizzate all’interno del provvedimento di cui stiamo discutendo non cambiano questo segno. Vorrei, da una parte, affermare appunto che nessuno mette niente in soffitta dopo quarantacinque anni, come è stato detto in questa sede parlando dello Statuto dei lavoratori; dall’altra, che ci sono alcuni punti del provvedimento in discussione che io avrei proprio evitato di adottare. Ma su questo punto, relativo all’articolo 18, parlerò dopo. Io sono interessata in questo momento a due questioni fondamentali. La prima è che noi abbiamo veramente bisogno di interventi precisi nei rapporti di lavoro, soprattutto in relazione a due punti: la gestione degli ammortizzatori sociali e la loro universalizzazione in questa fase della crisi (non sono così convinta che la crisi passerà così in fretta e che l’ASPI, entrata in vigore nel 2013 e che sta andando a regime, sia l’unico strumento in grado di gestire anche una situazione così complicata) e la valutazione delle risorse che sono state appostate in questo momento nella legge di stabilità per gli ammortizzatori sociali, in particolare della loro capacità di garantire una copertura decente per le persone che in questo momento sono ancora in cassa integrazione in deroga, alla fine della mobilità eccetera. L’esperienza mi dice, però, che queste risorse vengono poi appostate anche durante il periodo, valutando la situazione che si sviluppa. Noi siamo però in un periodo strano: siamo nella fase della crisi veramente più aspra, e il veleno è nella coda (speriamo che questa sia la coda di questa crisi, io ho difficoltà a pensarlo). La seconda questione è quella relativa alle politiche sul lavoro. In questo caso, signor Ministro, il problema è appostare una serie di risorse che siano in grado di garantire la riorganizzazione di un sistema pubblico per l’incontro tra domanda e offerta, e io ho qualche difficoltà a pensarlo. In merito mi preme sottolineare che non mi piace per niente la pubblicità che in questo momento si vede in televisione su come funzionano bene le agenzie private. Penso che in questo Paese abbiamo bisogno di una direzione pubblica in grado di mettersi in rapporto con le agenzie private, ma evitando che queste assumano il controllo e la programmazione degli interventi. È per questo che avevamo presentato un emendamento secondo il quale questi interventi e i decreti attuativi relativi ad ammortizzatori e all’organizzazione dei centri per l’impiego dovessero precedere quelli della riorganizzazione del mercato del lavoro. Signor Ministro, la parte relativa al comma 7 e tutta la parte di riorganizzazione contrattualistica è veramente troppo generica e con pochi criteri direttivi. Al riguardo bisognerà intervenire con molta attenzione e spero che le Commissioni parlamentari siano sufficientemente coinvolte nella prossima fase. C’è un altro punto su cui vorrei intervenire, perché non l’ho fatto l’ultima volta, ed è quello relativo ai voucher. Se si dice di voler cancellare le tipologie di lavoro più precarie, bisogna stare molto attenti. Qui, se mi permette, signor Ministro, ho un’interlocutrice particolare, il sottosegretario Bellanova, che conosce perfettamente la situazione dell’agricoltura. Pensare di allargare i voucher all’agricoltura significa precarizzare definitivamente quel mercato del lavoro. Abbiamo già fatto questa esperienza, che poi è stata poi modificata dall’intervento del ministro Fornero, ed abbiamo avuto una prova lampante che, con l’introduzione dei voucher nei posti dove c’è stagionalità, scompare – ed è il dato più preciso – una grande quantità di disoccupazione a requisiti ridotti. Questo significa, signor Ministro, che non è che si fa emergere il lavoro nero; semplicemente il lavoro stagionale si fa soltanto con i voucher. Questo non possiamo permettercelo, perché intere economie sono organizzate anche su un elemento, ossia che il lavoro agricolo punta, per i periodi di non lavoro nella stagionalità, alla disoccupazione a requisiti ridotti. Bisogna stare attenti a queste cose, soprattutto evitando, dato il modo in cui è venuto fuori quel comma, di ritrovarsi nella stagionalità estiva con i lavoratori con i voucher nelle catene di montaggio dei motorini. Vengo dalla Toscana e nella Provincia di Pisa queste cose non vorrei rischiare di vederle. Fermo questo punto sui voucher – e qui chiedo veramente l’attenzione e un impegno da parte sua, se riterrà di intervenire – arrivo al punto cruciale, ossia l’articolo 18. Io non sarei intervenuta al riguardo, signor Ministro, ma mi è sembrato veramente una sorta di cedimento a un Governo di coalizione con una serie di spinte diverse. Se uno assume che esiste una forma di contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti, bisognerebbe riuscire ad arrivare a un punto in cui queste tutele diventino piene e crescenti; si arriva a un certo punto e c’è un tetto. Invece queste tutele sono diventate ridotte, e questo non va bene. Io insisto nel dire che, per come è stato strutturato l’articolo 18, si rischia la possibilità che a licenziamenti ingiustificati, ingiusti, cioè senza giusta causa e giustificato motivo, venga data riparazione semplicemente con un’indennità monetaria, o con qualcosa di questo tipo. Signor Ministro, in questo modo può passare di tutto; glielo ho detto anche in occasione della precedente lettura: questa norma diventerà il cavallo di Troia attraverso cui far passare molti tipi di licenziamento, anche di ordine diverso. Signor Ministro, ho una difficoltà e una preoccupazione molto grandi: penso infatti che il nostro apparato produttivo sia molto debole. Poggio questa considerazione anche sulla qualità di questo apparato produttivo, che ha individuato nella concorrenza basata sulla riduzione del costo del lavoro la soluzione a tutti i problemi. Signor Ministro, questa strada l’abbiamo già percorsa e ci ha portato alle condizioni attuali: dunque dovremmo evitare di ripercorrerla. Questo punto del provvedimento, in particolare, mi sembra proprio indirizzato in tale direzione. Spero che le quantità messe in campo – perché l’apparato produttivo è debole anche dal punto di vista economico – riescano in qualche modo a riparare al danno fatto. Un ultimo punto, signor Ministro: abbiamo bisogno che il Paese riparta e sappiamo perfettamente che nessuna regola può genere di per sé un briciolo di lavoro in più. Sono preoccupata perché i 21 miliardi di euro di Juncker, che dovrebbero stimolare la crescita, mi sembrano una cifra troppo esigua e davvero poco adeguata a determinare il rilancio di cui abbiamo bisogno. Per quanto riguarda le altre questioni, signor Ministro, abbiamo un problema relativo alla legge di stabilità, che riguarda i ragazzi giovani e le persone meno giovani, che hanno un rapporto di lavoro a partita IVA. Signor Ministro, a questi ragazzi e a queste ragazze, nelle attuali condizioni, non possiamo aumentare i contributi fino al 33 per cento. Dobbiamo pensare ad un intervento, anche per un anno soltanto: dobbiamo pensare a bloccare l’aumento dei contributi per queste persone, perché altrimenti si determinerà un abbandono delle partite IVA e un florilegio di nuovo lavoro nero. Questo è l’altro punto che voglio evidenziare, signor Ministro: in questo momento c’è un aumento del lavoro nero, che constatiamo tutti i giorni.

3 dicembre 2014

ANGIONI. Signora Presidente, signori del Governo, colleghi senatori, dall’inizio della discussione del provvedimento ho sentito diverse affermazioni sia a sostegno che critiche più rivolte, a mio parere, a ridefinire i ruoli delle forze che incidono sul mondo del lavoro che non a misurarsi effettivamente su strumenti che comportino un’inversione di tendenza del numero di occupati del nostro Paese e sul miglioramento delle condizioni di chi un lavoro ce l’ha, lo sta per perdere o l’ha già perso. Occorre, quindi, innanzitutto riprendere il merito del confronto e, allora, diciamo subito che una legge non ha in sé la capacità di creare nuovo lavoro. Neppure questo provvedimento da solo avrà la possibilità taumaturgica di farlo. Un nuovo provvedimento legislativo può però intercettare la disponibilità ad assumere quando un imprenditore si sente sufficientemente sicuro di fronte alle nuove condizioni di mercato. Certamente però è l’andamento del mercato a fare la differenza, come sempre, ed è certo che il principale problema che ha ridotto in questi anni l’occupazione è lo stato della nostra economia, la recessione degli ultimi anni, ma soprattutto una crescita che non riparte da circa 15. Senza una forte ripresa non ci può essere nessun nuovo entusiasmo da parte delle imprese per fare nuovi investimenti e, quindi, per nuove assunzioni. Anche i più recenti dati dell’ISTAT ci dicono che nel 2014 perderemo mezzo punto di PIL e che gli investimenti sono diminuiti di un punto in percentuale già oggi. Accennavo prima alla qualità del lavoro in alcuni settori produttivi con le attuali norme sul lavoro. Devo dire di non essere affatto convinto, come ho sentito in questi mesi dire a qualcuno, di un diffuso rapporto idilliaco del nostro mondo delle imprese, di un rapporto di collaborazione tra le parti e, anzi, mi sembra che negli ultimi due decenni siano riemerse forme di sfruttamento e, direi, di spadroneggiamento tra le parti. Mi riferisco a quei contratti che oggi con le attuali norme lasciano al lavoratore poche probabilità di affermare i propri diritti. Stiamo parlando di diritti elementari, dalla malattia alle ferie, alla maternità per le donne. Ormai due generazioni di lavoratori per buona parte svolgono la loro attività con contratti di questo genere, quelli che fino a poco tempo fa abbiamo chiamato atipici e che sono invece diventati i tipici contratti di due generazioni di lavoratori. In larga parte dell’attuale sistema non c’è tutela del lavoratore come persona; non c’è agevolazione di un percorso di vita individuale e familiare. La riforma da questo punto di vista dà centralità al contratto a tempo indeterminato definendolo come forma comune di contratto di lavoro. Questo mi sembra fondamentale per rinnovare il valore del lavoro. Si riprende a pensare al lavoratore come persona e come responsabile del proprio progetto di vita. Allo stesso modo, mi sembra fondamentale affermare nella riforma il valore della maternità per tutte le lavoratrici. Ancora mi sembra un dato di enorme rilevanza il riconoscimento del diritto universale degli ammortizzatori sociali con lo Stato che si fa carico di non lasciare soli tutti i cittadini che perdono il lavoro. Devo anche dire che io non credo che la modifica dell’articolo 18 in questo provvedimento fosse avvertita come questione decisiva o importante, neanche dal mondo dell’impresa. L’emendamento del Governo passato alla Camera, che reintroduce la possibilità del reintegro anche per i licenziamenti disciplinari (ancorché su alcuni specifici casi, che il decreto del Governo dovrà stabilire), mi sembra già sia un passo in avanti rispetto al testo già licenziato dal Senato. E anche su questo punto io vorrei dire che nel nostro ordinamento restano in vigore la nostra Costituzione, le leggi fondamentali del nostro ordinamento e una magistratura in grado di applicare quei principi e quelle norme. Io non penso che ci sia un magistrato che non consentirà il reintegro nel posto di lavoro quando il licenziamento sia fintamente per motivi economici, ma nasconda qualcosa d’altro. Sulle questioni delle politiche attive del lavoro mi rifaccio a quanto ho sentito dire già da diversi colleghi, come anche sulle questioni che si pongono sulle risorse da destinare. Bisogna tornare al merito del provvedimento, sia per quanto riguarda la legge delega che i decreti delegati, riprendendo un rapporto leale e costruttivo con tutti i soggetti interessati dalla riforma, sindacato compreso. Nella storia della Repubblica il sindacato è stato, non soltanto uno strumento di affermazione dei diritti dei lavoratori, ma anche uno degli attori più impegnati nella costruzione dei valori morali della nostra democrazia. È un fatto questo che nessuno può ignorare. È vero, certamente, che neppure il sindacato può chiamarsi fuori dalla responsabilità di non avere compreso fino in fondo i processi che negli ultimi decenni si affermavano nella nostra società con la nascita di nuovi disagi e bisogni sociali e con la richiesta, spesso drammaticamente inascoltata, di rappresentanza di quei disagi, di quei bisogna che hanno investito almeno due generazioni di lavoratori. Eppure, allo stesso tempo io credo che il nostro Paese dovrebbe essere grato al sindacato per come è riuscito a svolgere un ruolo di equilibrio e responsabilità nelle fasi più acute della crisi, non cedendo alla tentazione di strumentalizzare l’esasperazione delle centinaia di migliaia di persone più pesantemente colpite dalla crisi stessa. Mi chiedo quali tensioni attraverserebbero probabilmente oggi il nostro Paese, dopo oltre sei anni di crisi, senza quell’equilibrio e quella responsabilità. Sono convinto che anche oggi vada riconosciuto il ruolo determinante del sindacato nell’evitare degenerazioni incontenibili della protesta sociale, anche da un punto di vista della tutela dell’ordine pubblico. Questo riconoscimento non è superfluo attribuirlo, nel momento in cui si mette mano ancora una volta, in pochi anni, alla realtà del mercato del lavoro. I decreti delegati saranno determinanti per comprendere realmente se questa riforma sarà una buona riforma, come io credo, per superare le numerose perplessità che sul provvedimento si continuano a esprimere; per aumentare davvero la possibilità di creare nuovi posti di lavoro, ma anche per aumentare diritti e non per toglierli.
Per questo, è necessario che il Governo, e il Ministro in particolare, nella predisposizione dei decreti si confrontino in maniera fattiva con il Parlamento e con le parti sociali, senza rinunciare al proprio ruolo, alla propria autonomia e al proprio dovere, ma anche sapendo che il confronto darà maggiore forza ed efficacia a questo provvedimento. E molti di noi vogliono che questo provvedimento sia forte ed efficace per il bene del nostro Paese.

FORNARO. Signor Ministro, colleghi, a leggere in questi giorni alcune dichiarazioni mi sono venuti in mente quei giochi di immagini ambivalenti che si usano nei corsi di formazione. Nella prima di queste immagini – l’immagine più nota, inventata nel 1930 – sono rappresentate e possono essere viste sia una vecchia signora, sia una giovane donna con veletta. Detto in altri termini, a seconda della percezione di ognuno di noi, la stessa immagine può avere una lettura anche doppia. Perché mi è venuta in mente questa immagine? Leggiamo alcune dichiarazioni in sequenza. Il 29 novembre il ministro Alfano ha detto: «Se noi possiamo dire che abbiamo realizzato il programma di centrodestra è anche per il jobs act, per l’articolo 18 e per la riforma del mercato del lavoro». Ma il premier Renzi, il segretario del mio partito, nel suo intervento in direzione il 1° dicembre ha detto che il jobs act è la riforma più a sinistra che sia stata fatta nel mondo del mercato del lavoro. È evidente che entrambi vedono nello stesso testo due cose completamente diverse, signor Ministro. Noi crediamo che entrambi le vedano – lo dico pesando le parole – attraverso il filtro dell’ideologia: essi vedono quello che vogliono vedere. Noi – invece – abbiamo cercato e ci siamo sforzati, in queste settimane, sia nel primo passaggio al Senato, sia alla Camera, di rimanere nel merito, ostinatamente nel merito, fedeli – noi sì e lo rivendico – ad un approccio riformista e non astrattamente ideologico. Come ho già avuto modo di sottolineare la volta scorsa, sono stati altri a brandire l’articolo 18 come una sorta di randello contro i sindacati e, quindi, contro i lavoratori. Nel merito, riconosciamo miglioramenti che sono stati compiuti, prima, in Commissione al Senato, e successivamente in Commissione alla Camera. Li riteniamo miglioramenti importanti e passi in avanti. Da ultimi: una miglior definizione dei controlli a distanza sugli impianti e non sui lavoratori; il diritto al reintegro del lavoratore licenziato non solo per motivi discriminatori, ma anche per ingiustificato motivo disciplinare, seppur solo in fattispecie che andranno opportunamente specificate. Ma è proprio rimanendo nel merito che non possiamo non osservare che esistono ancora elementi di criticità assai significativi per i quali ci aspettiamo, sia dalla replica del Ministro, sia nei decreti attuativi, delle risposte non ambigue, ovvero che non possano essere lette come il testo, come ricordavo all’inizio. C’è un tema che abbiamo posto, che ribadiamo e che non troviamo nel testo che è stato approvato dalla Camera: mi riferisco al fatto che tutta la parte relativa alla riforma degli ammortizzatori sociali e delle nuove politiche attive del lavoro debbano, a nostro giudizio, precedere la riforma dei contratti e non, ancora una volta, nella migliore delle ipotesi, seguire questa riforma dei contratti, se non essere accantonata in un cassetto, come è già avvenuto per altre riforme del lavoro. C’è una questione di risorse, signor Ministro, e su questo chiediamo chiarezza nella replica. C’è un balletto di cifre che francamente ci lascia perplessi. È evidente che la realizzazione dell’impianto fondamentale del jobs act, che non è la modifica dell’articolo 18, ma proprio un’idea avanzata di moderno mercato del lavoro, ha bisogno di risorse aggiuntive e significative rispetto ai precedenti stanziamenti che riguardavano i vecchi ammortizzatori sociali. C’è un’altra questione, che è quella dei licenziamenti per motivazioni economiche. Questo è un punto su cui il Governo ha tenuto duro, che ha consentito quindi di dire che non c’era più l’articolo 18 per i nuovi assunti. Ebbene, su questo auspichiamo che nei decreti attuativi sia fatta chiarezza e ci sia la possibilità di intervenire in caso di abusi, da parte dell’imprenditore, di questa motivazione. Altrimenti – non prendiamoci in giro – diventeranno tutti licenziamenti per motivazioni economiche e quella che dovrebbe essere un’eccezione diventerà la regola. Infine, c’è una questione su cui noi ci sentiamo con la coscienza a posto. Una proposta l’abbiamo fatta e l’abbiamo espressa nell’emendamento che abbiamo presentato la volta scorsa. La proposta era che il cosiddetto nuovo contratto a tutele crescenti, strumento utile per razionalizzare e per disboscare la giungla dei contratti precari e favorire l’ingresso in un sistema di tutele dei lavoratori, in particolare di quelli giovani, dovesse avere un termine, che noi abbiamo proposto a 36 mesi, ma si poteva eventualmente anche andare oltre, ma il principio delle tutele crescenti significa che ad un certo punto la crescita finisce e si entra nella normalità. Ebbene, con questo decreto noi sanciamo invece il fatto che i nuovi assunti, giovani e vecchi, dal 1° gennaio 2015, saranno soggetti che avranno, sì, un contratto a tempo indeterminato, ma a tutele che invece di crescere saranno ridotte e ridotte per tutta la vita. È vero che questo può essere visto, anche in questo caso, nella logica dell’immagine ambivalente, come un passo in avanti per le partite IVA, per i co.co.pro. e per altri contratti precari, ma è stata sostanzialmente cancellata la possibilità, per un’intera generazione, di avere un punto di arrivo che è stato, per la generazione dei nostri padri e per la nostra, il contratto a tempo indeterminato con tutela dell’articolo 18. L’articolo 18, dobbiamo dircelo fino in fondo, che nessun imprenditore, nessun investitore estero pone al primo posto come motivazione per non venire ad investire in Italia. Sono altre le questioni, le conosciamo bene e non le ripeto per brevità, che gli imprenditori pongono al sistema Italia per rilanciare gli investimenti. Ci attendiamo, quindi, che nella replica, signor Ministro, lei sappia darci risposte chiare e non interpretabili. Il Paese ha bisogno di chiarezza, non ha bisogno di immagini ambivalenti. Noi faremo, come sempre, la nostra parte responsabilmente e chiediamo che il Governo abbia, nei confronti delle nostre osservazioni e delle nostre critiche, che sono sempre rimaste sul piano del merito e quindi animate da spirito costruttivo, delle risposte. In conclusione, desidero riconfermare in quest’Aula che il nostro impegno continuerà, perché a questa legge delega, che continua ad avere troppi elementi di genericità, seguirà il passaggio dei decreti attuativi. Riconfermiamo quindi il nostro impegno per una costante, severa e costruttiva vigilanza sui decreti attuativi, che auspichiamo e crediamo il Governo farà d’intesa ed ascoltando le Commissioni parlamentari competenti, in un rapporto corretto tra Parlamento ed Esecutivo.

PEZZOPANE. Signora Presidente, signor Ministro, siamo arrivati oggi ad un importante traguardo e non è stato semplice. Abbiamo dedicato alla discussione di questa legge delega mesi significativi in termini di tempo e di attenzione. Era giusto che si discutesse e che si trovasse il giusto equilibrio tra le varie esigenze. A mio giudizio si è raggiunta un’avanzata sintesi e il ruolo del Senato è stato importante e decisivo, perché è qui che sono avvenute le più significative modifiche ed innovazioni anche rispetto al testo iniziale del Governo. Ed i lavori in Commissione, sempre seguiti con solerzia dalla nostra sottosegretaria Villanova e con la guida del presidente Sacconi e della vice presidente Spilabotte, sono stati significativi da ogni punto di vista, anche per il dialogo costruttivo con le opposizioni, che però, stranamente, come dottor Jekyll e mister Hide, in Commissione hanno un comportamento collaborativo e tenero e poi qui in Aula scatenano le ire funeste. Francamente trovo ingiuste, assurde e poco limpide molte delle osservazioni e critiche che sono venute fuori nel dibattito. In alcuni momenti, quando ascolto alcuni commenti o interventi qui dentro mi chiedo: ma stiamo parlando della stessa cosa? Si sta parlando di quello che stiamo approvando o di altro? Da aprile non abbiamo fatto altro che discutere, modificare, precisare, ma è come se ci fosse uno scollamento tra quello che molti vogliono rappresentare all’esterno e quello che realmente stiamo facendo. Mi viene in mente Flaiano quando scrive: «I nomi collettivi servono a far confusione. Popolo, pubblico…. Un bel giorno ti accorgi che siamo noi, invece, credevi fossero gli altri». Sì, cari colleghi, tocca a noi, anche se ipocritamente si crede che tocchi sempre ad altri. Tocca a noi colmare ritardi e dare risposte. Siamo noi, qui ed ora, a dover decidere. Ci sarà chi andrà avanti, ed io sarò tra questi, e chi invece continuerà a fare comodamente l’anima bella e ad ostacolare. Ma ci rendiamo conto che troppe volte, quando abbiamo trovato le risposte, ci hanno già cambiato le domande? Forse questa è già una di quelle occasioni in cui, mentre troviamo le risposte, le domande del Paese sono già diventate altre. Viviamo così, in questo assurdo Paese, sempre in ritardo. Oggi, mentre approviamo questa delega, qualcuno si accorge che ci sono delle iniquità; altri si accorgono che c’è la disoccupazione. Altri ancora convengono che i giovani disoccupati siano troppi, come se non ci fosse una storia delle ragioni, delle questioni grandi, a volte più grandi di noi. Qualcuno sostiene che questi problemi nascano proprio con la delega. In realtà, questa è una riforma necessaria, e saranno i dettagli dei decreti delegati a specificare e scrivere il vero e complessivo jobs act. L’Italia ha bisogno delle riforme; ne hanno bisogno i giovani e i soggetti più deboli. Siamo un Paese a volte intorpidito, e non sarà svegliato da un infausto mix di rabbia, qualunquismo, esasperazione utili non certo a rafforzare le fila di certi massimalismi di una parte della nostra sinistra; ad avvantaggiarsi di questo clima saranno le aree della demagogia razzista e populista. Ma così è: si preferisce esasperare i toni per un po’ di visibilità e per trascinare anche il sindacato in una contesa politica, piuttosto che guardare al merito della riforma. Auspicabile e necessario – mi rivolgo al Ministro e al Sottosegretario – è invece un dialogo positivo tra Esecutivo, sindacati e imprese su come aumentare la produttività del Paese, e come aumentare le occasioni di lavoro. Ho sentito infatti improvvisati difensori dei diritti e dei sindacati, gli stessi che abbiamo sentito inveire contro i sindacati nell’ultima campagna elettorale. Chiedo: ma avete mai conosciuto qualche giovane o qualche disoccupato che è andato via dall’Italia per cercare altrove l’articolo 18? Io non ne conosco di questi giovani; io conosco giovani che vanno via con le lauree e con i master a cercare un lavoro, qualsiasi esso sia, a volte nero e precario. E cosa raccontiamo a questi ragazzi? Che cosa stiamo difendendo? Su cosa ci stiamo arroccando? Sull’articolo 18 o non invece sulle nostre resistenze ai mutamenti? Questa riforma è urgente, altroché. Sono stati citati i dati: al 42,9 per cento è il tasso di disoccupazione giovanile. È altissimo, troppo alto, non possiamo permettercelo. Tra i 15 e i 24 anni sono 698.000 i disoccupati e 3,2 milioni è il numero complessivo dei disoccupati. Di fronte a questi numeri enormi, non possiamo rimanere ostaggio di divisioni. Stiamo giocando una partita più grande di noi e dobbiamo averne la consapevolezza. Chiudere la riforma entro l’anno restituisce un po’ di credibilità all’Italia. Con le nuove regole dell’impiego e la contemporanea decontribuzione dal 1° gennaio per chi assume a tempo indeterminato diamo un segnale di fiducia non solo alle imprese che intendono creare lavoro ma anche a chi lo cerca. La riforma delega che approviamo cammina mentre nella legge di stabilità saranno disponibili nuove risorse per chi perde il posto di lavoro. Questa delega ha un suo equilibrio che non va snaturato; toccherà poi ai decreti attuativi, che saranno il vero cuore della riforma, entrare ancor più nel merito di alcune questioni. Banale e sciocco ridurre quindi tutto il dibattito alla questione dell’articolo 18. La legge delega ha infatti raccolto una sfida più grande: costruire un mercato del lavoro nuovo. Infatti la delega prevede anche l’armonizzazione dei sussidi di disoccupazione, la riorganizzazione delle politiche attive, la creazione di un salario minimo legale, oltre all’estensione della tutela della maternità. Inoltre, prevede una riorganizzazione del sistema dei centri per l’impiego, attraverso l’Agenzia nazionale per l’occupazione, e non dimentica il personale proveniente dalle amministrazioni o dagli uffici soppressi o riorganizzati. La delega restituisce equità ad un sistema profondamente iniquo. In Italia ci sono 8 milioni di dipendenti a tempo indeterminato protetti dall’articolo 18 nelle aziende private e 9 milioni di lavoratori a tempo determinato e con partita IVA più facilmente licenziabili che in qualsiasi altro Paese. Inoltre, voglio sottolineare come aspetto estremamente positivo che la conferma degli 80 euro mensili prevista nella legge di stabilità per i redditi fino a 26.000 euro, insomma gli 80 euro netti, sono molto più di un rinnovo del contratto. Questo è un segno concreto e positivo. La delega lavoro è qualificata come collegato alla legge di stabilità – come diceva, all’inizio della discussione, il collega senatore Ichino – con conseguenze tutte positive, ma che ci spingono a concentrarci nel lavoro in pochissimi giorni. Le modifiche apportate alla Camera dei deputati hanno migliorato, ma non hanno mutato i fondamentali della delega, e quindi sono del tutto confermati i presupposti e l’impianto definito in prima lettura al Senato. Ricordo i tre pilastri fondamentali del provvedimento: nuove norme in materia di ammortizzatori sociali, nuove norme in materia di servizi nel mercato e disciplina dei contratti di lavoro e del loro scioglimento. La delega cerca insomma di passare da un ordinamento del lavoro caratterizzato da profonde disparità di protezione, sottoposte più volte a rigide critiche dell’Europa, a un nuovo sistema, tendente piuttosto ad applicare misure per correggere le distorsioni del mercato del lavoro, ancora caratterizzato da enormi ingiustizie. In molti interventi ho sentito citare casi ed esempi: potrei farlo anche io, magari raccontando alcune pietose vicende della mia città, dove alla crisi economica, di rilievo europeo e internazionale, si è aggiunto il terremoto e il periodo post-terremoto. Sono i racconti di tante vite precarie, perché precario è il loro lavoro, e le storie di quelli che vanno via. Non intendo farlo, perché anche in quest’Aula dobbiamo rispetto a queste persone, a cui dobbiamo invece offrire delle soluzioni. Essi vanno alla ricerca del lavoro, sempre più difficile da trovare: se permettete, sono dunque orgogliosa di aver fatto questo faticoso percorso. La parola «vergogna» aleggia quasi sempre a sproposito in questa Aula, brandita come un’arma. Allora dico anche io che ci saremmo dovuti vergognare se non avessimo raggiunto questo obbiettivo e se non avessimo consentito al nostro Paese di fare un passo avanti. Non possiamo aspettare tempi migliori, che non vengono mai. «Bisogna usare il tempo come uno strumento, non come una poltrona», diceva Kennedy. Noi dobbiamo usare il tempo che ci è stato dato per cambiare il Paese. Per questo voterò convintamente questa importante riforma.

GUERRA. Signora Presidente, la delega lavoro che oggi ci prepariamo ad affrontare è sicuramente un provvedimento molto importante, che interviene o quantomeno si propone di intervenire su temi cruciali per il funzionamento del mercato del lavoro.
Ritengo molto importante la discussione parlamentare svolta e credo che anche il passaggio di oggi debba essere una occasione proficua per tutti noi per dare indicazioni, messaggi e suggerimenti al Governo e chiedere che questo, presente in Aula nella persona qualificata del Ministro del lavoro, si impegni su alcuni passaggi che restano piuttosto oscuri. Sottolineo con forza un punto qualificante del jobs act, cui tengo in modo particolare e sul quale, proprio per questo, richiamo il Governo a prendere un impegno deciso in quest’Aula per il rispetto che a quest’Assemblea è dovuto. Il punto qualificante che richiamo e sostengo con forza è la costruzione di una rete di sostegno che accompagni l’ingresso e il reingresso del lavoratore e lo sostenga in caso di perdita del lavoro. Sono due gli aspetti rilevanti: gli ammortizzatori sociali e i centri per l’impiego. Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, qua ci giochiamo una partita rilevantissima e non solo perché sappiamo che la copertura è a macchia di leopardo, ma perché sappiamo che la crisi sta colpendo in modo diseguale. Sono diversi gli anni di crisi che stanno aumentando le disuguaglianze nel nostro Paese, quindi impegnarsi su questo fronte è fondamentale. È la quarta volta che, come Parlamento, diamo una delega ad un Governo perché vada nella direzione dell’universalizzazione degli ammortizzatori sociali e questa volta deve essere quella vera! Chiediamo al Governo che questa sia una priorità e che qui si impegni a considerarla tale. C’è ovviamente un problema di risorse e in questo qualche segnale positivo è sicuramente venuto dalla legge di stabilità e dall’aumento ulteriore di risorse stanziate, che sono 2,2 miliardi oltre ai 700 già stanziati in precedenza. Si tratta di cifre non sufficienti per tutta la delega, ma importanti per gli ammortizzatori sociali. Qual è l’impegno del Governo? Quali saranno i tempi per dare attuazione a questa parte della delega che – lo sottolineo – è fondamentale e che condivido nella sua impostazione di fondo? Ricordiamo anche – e basta rifletterci un attimo – che gli ammortizzatori sociali si chiamano così perché non possono essere ricondotti ad una dimensione solo individuale, ma hanno una dimensione collettiva, perché servono a tenere la coesione sociale nei momenti di difficoltà. È quindi fondamentale che da questo processo di definizione non siano escluse tutte le parti sociali ed in particolare i sindacati, che hanno una funzione di rappresentanza dei lavoratori che non può essere assolutamente sottovalutata. È previsto in questo campo un ulteriore intervento di tipo non assicurativo bensì assistenziale, quando il prolungarsi della disoccupazione metta a repentaglio la sussistenza del lavoratore e della sua famiglia. Un intervento ponte tra gli ammortizzatori sociali e la lotta alla povertà. È fondamentale che tale intervento vada avanti, riconosco che è molto importante e che dovrebbe essere, come ho detto, un ponte verso le politiche della povertà, politiche che purtroppo non hanno trovato albergo nella legge di stabilità. Questo è un aspetto di forte debolezza, che mi fa pensare male anche indietro, su questo intervento che è previsto nella delega che oggi voteremo e la cui realizzazione deve essere assolutamente un impegno preso in questa sede dal Governo. Molto importante è anche la scelta compiuta per quanto riguarda i servizi per l’impiego, con l’unificazione delle funzioni e delle politiche attive e delle politiche passive, scelta che ancora una volta condivido appieno. Manca però un disegno chiaro, signor Ministro. Non sappiamo se questo verrà fatto con un’agenzia, con una struttura a rete organizzata sul territorio o, viceversa, se questa agenzia avrà solo una funzione di regia nel processo che investirà e continuerà ad investire in modo prevalente le Regioni. Rispondere a questa domanda è urgente. Anche in questo caso si chiede una priorità perché, tra l’altro, interferisce con la revisione delle funzioni delle Province.
Non possiamo trovarci senza l’attuazione di questo pezzo di delega quando le Province non hanno più responsabilità in merito all’impiego, né si sa chi la prenderà in carico e in quale misura. Bisogna che questo disegno sia realizzato e presto. Questo è il senso della delega che oggi vi daremo. Se non poniamo l’attenzione su questi aspetti (e taccio per questioni di tempo anche se, in realtà, le questioni inerenti la conciliazione, la maternità insieme ad altre reputo siano molto importanti), se non sentiamo in questa sede pronunciare parole chiare, non vediamo nei prossimi giorni interventi chiari su questo punto allora davvero la delega si ridurrà ad una cosa banale su cui sono stati svolti già una quantità infinita di interventi come la ridefinizione delle forme contrattuali su cui pure passi avanti significativi sono stati fatti grazie anche al nostro lavoro. Credo che, proprio perché i temi che ho richiamato sono fondamentali, sia un vero peccato che si sia data centralità nella discussione, ma anche nelle scelte dell’ultimo momento del Governo (perché questo tema non era nel disegno originale della delega), al tema della disciplina dei licenziamenti. Credo sia stato un errore perché quella scelta non è motivata. Non ci è stato spiegato perché, dal momento che gli indici di flessibilità del nostro mercato sono assolutamente cresciuti e che nessuno studio serio è stato mai in grado di dimostrare che l’articolo 18 abbia avuto influenza sulla crescita dimensionale delle imprese, sia stata fatta la riforma Fornero che ha cambiato radicalmente le carte in tavola. Proprio al riguardo vorrei fare due osservazioni. Cosa sappiamo della riforma Fornero? Due cose che ci devono aiutare nei passi successivi e su cui ancora interrogo con forza il Ministro. Quel poco che sappiamo dai monitoraggi relativi agli effetti della riforma ci dice innanzitutto che i casi risolti con la conciliazione, quindi senza l’intervento del giudice, sono in forte aumento. Allora, mi chiedo e chiedo: che ruolo avrà la tutela del diritto dei lavoratori a contestare davanti ad un organo terzo (in particolare, un giudice) le ragioni con cui il datore di lavoro ha motivato il suo licenziamento anche se sono ragioni economiche? Questa tutela è un diritto da cui non si può assolutamente prescindere ed è tutelato anche dalla carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Che ruolo avrà questo? La mia paura è che nel momento in cui si cercherà di tramutare questo in diritto, in un mero diritto di indennizzo (anche incentivato perché magari è un diritto più grande di quello che posso ottenere con un contraddittorio davanti al soggetto terzo con la conciliazione o con il giudice), si vada a ledere un diritto fondamentale: il diritto a non essere in balia della totale discrezionalità del datore di lavoro. Al riguardo formulo un suggerimento, ma anche una richiesta forte di chiarimento. Il secondo punto emerso dal monitoraggio sugli effetti della riforma Fornero è che stanno aumentando i casi di licenziamento (quelli individuali, naturalmente, perché i licenziamenti collettivi sono banali in un momento di crisi) motivati da ragioni economiche. Quando si discusse della legge Fornero si voleva già togliere la reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamento economico. Perché si inserì la clausola che il reintegro è possibile in caso di manifesta insussistenza? Proprio per evitare che diventasse il cavallo di Troia da cui far entrare licenziamenti legati ad altre ragioni e mascherati. Su questo punto chiedo con forza un’attenzione del Governo e possibilmente un impegno già in questa sede. Questa è la mia domanda (preciso che stiamo parlando di licenziamenti illegittimi giacché negli altri casi il discorso è tutt’altro): se oggi una persona viene licenziata per motivi economici e il giorno successivo nella stessa posizione viene assunta un’altra persona probabilmente si tratta di licenziamento di tipo discriminatorio. Che possibilità si ha di far valere le proprie ragioni e di ottenere comunque la reintegra? E su chi grava l’onere della prova? Questo è il punto su cui chiedo con forza di porre attenzione, altrimenti i diritti davvero vengono rovesciati e ciò non è sicuramente nelle intenzioni di questo Governo. Non sono cieca di fronte alle difficoltà degli imprenditori. Capisco le forti difficoltà legate alla situazione di crisi, ma non voglio neanche credere ad una narrazione di rapporti idilliaci perché purtroppo non è così. I terminali che abbiamo sul territorio ci dicono cosa sta succedendo: nel campo della rete delle consigliere di parità emerge il segnale dell’aumento, ad esempio, delle molestie sessuali (che non sono perseguite penalmente) perché esiste una condizione di ricattabilità. Quindi, si sopporta con più acquiescenza perché si ha paura di perdere il lavoro. L’altro – e chiudo – è un dato che ci deve dire che non è sempre una cosa così di rito ricordare la necessità di tutelare i lavoratori, che deriva dallo studio che ha pubblicato un mese fa, sul suo sito, l’ISTAT, con riguardo all’indagine fatta sul lavoro part-time. Da quell’indagine – è l’ISTAT che parla – emerge una cosa terrificante: il 40 per cento circa di ore effettivamente lavorate in più rispetto a quelle dichiarate è retribuito in chiaro. I lavoratori part-time, cioè, effettuano in più, rispetto a quelle dichiarate e retribuite in chiaro, un 40 per cento di ore e un 20 per cento delle ore di questi falsi part-time non è retribuito regolarmente o affatto. Questo ci indica che i rapporti sul mercato del lavoro tra lavoratori e datori sono – lo sappiamo da secoli – caratterizzati da una forte asimmetria. Quindi, la tutela del lavoro e del lavoratore deve continuare ad essere la nostra stella polare. Bisogna che anche questo jobs act sia fedele a questo principio.

SPILABOTTE. Signora Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, la legge delega per la riforma del lavoro è la risposta a quello che oggi rappresenta il punto più pungente di afflizione sociale: la situazione critica del mercato del lavoro. Sono diversi mesi che tale provvedimento è protagonista nelle Commissioni lavoro di Senato e Camera, come nelle Aule del Parlamento. Ringrazio quindi ringrazio il Governo per la scelta di una legge delega che ha permesso un ampio dibattito e confronto, e dunque un significativo miglioramento rispetto al testo originario. Si è trattato di un grande lavoro e di una grande battaglia portati avanti dal nostro Gruppo, il PD, che ha prodotto diversi risultati. Alla Camera si è sacrificato il dibattito affrontando ed esaminando, in tempi brevissimi, gli emendamenti. Risultati, dicevo, come ad esempio l’introduzione del compenso orario minimo solo per i lavoratori che non hanno un contratto di lavoro di riferimento. È una formula che estende l’idea della dignità della retribuzione a chi, purtroppo, non ha la possibilità di avere dei contratti di lavoro. Altro risultato è il mantenimento, in caso di cambiamento delle mansioni, della retribuzione percepita (conservare il posto di lavoro, magari con un cambio di mansione, tutelando così, anche il compenso), nonché la scelta di rendere più convenienti le assunzioni a tempo indeterminato attraverso il contratto a tutele crescenti, dove è prevista la possibilità di reintegro nel caso di licenziamenti discriminatori, nulli e disciplinari. Si è così superata la forma di lavoro precario che sta inchiodando un’intera generazione, affermando in tal modo la centralità del lavoro a tempo indeterminato. Inoltre, vi è la conferma del plafond per i voucher di 5.000 euro annuali per quanto riguarda il lavoro stagionale e saltuario. Senza dimenticare, signora Presidente, la battaglia fatta, prima in Senato e poi alla Camera, dalle parlamentari di diversi Gruppi sul tema delle dimissioni in bianco. Avremo nei decreti attuativi anche una certificazione della firma autentica della lavoratrice per combattere la barbarie delle dimissioni in bianco. Come anche l’introduzione di congedi dedicati alle donne inserite nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere. Inoltre, penso che sia stato importante cambiare una formula che c’era nella delega, ovvero quella del sostegno alla genitorialità, sostituita con la formula «sostegno alle cure parentali»: si tratta di uno schema più innovativo, che allarga la potenzialità della difesa delle persone più deboli. Tra gli altri punti importanti desidero segnalare il controllo a distanza sugli impianti e sugli strumenti di lavoro – e non sulle persone – e il mantenimento della cassa integrazione, ove l’impresa cessata, per diversi motivi, sia in grado di riprendere l’attività. È particolarmente importante l’universalizzazione per l’ASPI, con il sostegno al reddito in caso di disoccupazione a quanti oggi ne sono sprovvisti, in particolare ai molti giovani impegnati nei lavori atipici e parasubordinati. Si calcola che saranno circa 300.000 in più di oggi coloro che potranno usufruire di questo sussidio. Aumentano, quindi, la quantità e la durata di tale misura, portandole al livello degli standard europei più avanzati. È prevista inoltre una prestazione sociale per le situazioni di disoccupazione involontaria con redditi bassi, una volta esaurita l’ASPI, con l’obbligo di attivazione per cercare lavoro. È bene ricordare, colleghe e colleghi, che nella legge di stabilità per il 2015 sono contenute diverse misure che daranno immediata applicazione al contenuto della legge delega. «Manovra a espansione qualificata», l’ha definita il ministro Padoan. In particolare, sono previsti: un forte incentivo, per il 2015, per le nuove assunzioni con il nuovo contratto a tempo indeterminato, attraverso la totale decontribuzione per tre anni, per un valore annuo di 1,9 miliardi di euro; la cancellazione della tassazione IRAP riferita al lavoro, impegnando risorse per 2,7 miliardi di euro; lo stanziamento di 1,7 miliardi di euro per sostenere la riforma degli ammortizzatori sociali, in particolare per rendere universale l’ASPI e aumentarne la durata; la conferma definitiva degli 80 euro al mese per 11 milioni di lavoratori dipendenti, con un reddito annuo fino a 26.000 euro (si tratta della misura cardine della legge di stabilità). C’è poi la decisione di assumere in ruolo, dal settembre 2015, ben 150.000 insegnanti, impegnando 1,2 miliardi di euro. Parliamo, dunque, di una riduzione di tasse e contributi su imprese e famiglie che nessun Governo ha mai fatto in queste dimensioni, ovvero di un provvedimento che contribuirà, in modo sostanzioso e sostanziale, ad arrestare una situazione di recessione, che ormai da anni il nostro Paese vive, sottolineando un impegno preso dal Governo, che è quello di estendere la rete degli ammortizzatori sociali. L’obiettivo del jobs act è quindi quello di migliorare la vita dei lavoratori e di favorire la coesione sociale: per questo colgo l’occasione per ricordare che da parte nostra, di tutto il Parlamento, c’è la piena consapevolezza di non voler screditare il ruolo dei sindacati, di ciò che essi rappresentano, del loro lavoro, mantenendo viva la disponibilità a un confronto di merito. Appare purtroppo, tuttavia, poco comprensibile e poco motivata un’opposizione frontale attraverso lo sciopero generale indetto da rilevanti componenti del sindacalismo confederale, con l’obiettivo esplicito di contrastare e bloccare la riforma del lavoro e la legge di stabilità. Concludo, ringraziando tutti coloro che hanno avuto un ruolo fondamentale e decisivo nell’approvazione di questa legge delega, tutti i membri della 11a Commissione, il Presidente, senatore Maurizio Sacconi, relatore del testo in prima lettura, e il senatore Ichino, relatore per il secondo passaggio in Senato. Ringrazio il ministro Poletti e, in particolare, la sottosegretaria Bellanova, che ha dato un contributo importante durante il dibattito in Commissione. La motivazione convinta della validità di questo provvedimento non è fondata su una posizione astratta o ideologica, ma sulla convinzione di aver fatto il nostro lavoro perché il nostro compito è fare le leggi e facendo leggi vogliamo migliorare le condizioni delle persone vere e concrete, degli uomini e delle donne che stanno soffrendo una crisi, una mancanza di futuro, una preoccupazione per loro, per le loro famiglie e per i loro figli. Facciamo il nostro mestiere e il Paese ci sarà riconoscente e la distanza tra noi e il Paese reale potrà finalmente accorciarsi.

ICHINO, relatore. Signora Presidente, anche io ringrazio i colleghi che hanno partecipato a questo dibattito dando un contributo davvero importante di approfondimento e di discussione di ciascuno dei tanti aspetti di questo provvedimento così importante per il nostro Paese. Ringrazio gli Uffici che hanno assistito il nostro lavoro con grande attenzione ed efficienza, come sempre. Vorrei rapidamente rispondere alle obiezioni che sono state mosse punto per punto rinviando per prima cosa a quanto è stato detto in questa Aula ieri dal senatore Tonini riguardo alla critica di eccessiva genericità della delega e, quindi, alla possibile e prospettata censura di incostituzionalità per difetto di precisione del contenuto di questo disegno di legge. Passo invece a esaminare la critica che viene da alcuni altri interventi, in particolare da quello della senatrice D’Adda e del senatore De Cristofaro riguardo al punto del cosiddetto nuovo dualismo. Si dice che questa legge vuole superare un vecchio dualismo, ma ne crea uno nuovo. Non è così. Il vecchio dualismo, quello che abbiamo sotto gli occhi e che caratterizza il mercato del lavoro oggi, è il dualismo tra lavoratori protetti e lavoratori poco o per nulla protetti. Ciò che si determinerà per effetto di questa riforma è certo una transitoria compresenza di due regimi di protezione (quello vecchio e quello nuovo che riteniamo preferibile rispetto al vecchio, anche dal punto di vista della sicurezza economica e professionale del lavoratore), ma è preferibile non soltanto perché si supera un regime di protezione che per sua natura produce esclusione. Il vecchio regime infatti – lo si è visto e lo si è constatato attraverso decenni di esperienza – non può essere esteso all’intera forza lavoro perché non accidentalmente ma intrinsecamente produttivo di dualismo e di esclusione. Il vecchio sistema, basato sull’ingessatura del rapporto di lavoro, mette il lavoratore stesso che gode di questa protezione a grave rischio quando il gesso si scioglie perché arriva l’acquazzone. Ne sanno qualcosa i lavoratori, pur protetti dall’articolo 18, ma non protetti nel mercato del lavoro, dopo la cessazione dell’attività, la chiusura del reparto dall’azienda, finito un periodo di ammortizzatori sociali senza speranza, perché non assistiti da servizi seri di assistenza intensiva nella ricerca del nuovo posto di lavoro, nella guida del lavoratore, nel percorso di riqualificazione necessario per occupare i nuovi posti di lavoro, che pure esistono anche in questo periodo di gravissima crisi. Non dimentichiamo che in Italia oggi si registra mezzo milione di posti di lavoro che restano permanentemente scoperti per mancanza di manodopera che abbia le qualifiche richieste. È in queste situazioni che il vecchio regime di protezione mostra la corda e mostra la sua inadeguatezza. Si è detto, da parte di alcuni, che, in questo passaggio dal vecchio al nuovo sistema di protezione, il nuovo sistema di protezione non intende difendere il lavoratore dal mercato del lavoro, ma intende difenderlo proprio nel mercato del lavoro, dargli sicurezza nel passaggio dalla vecchia alla nuova occupazione: un passaggio che sarà sempre più frequente nella vita di lavoro delle prossime generazioni. Si è detto che in questa transizione dal vecchio al nuovo sarebbe in gioco la dignità e la libertà dei lavoratori. Lo hanno detto la collega Ricchiuti e la collega Paglini, e una venatura di preoccupazione in questo senso l’ho sentita anche negli interventi delle colleghe Gatti e Guerra. Ma io chiedo loro, e lo ha chiesto già anche la collega Pezzopane, se forse pensate che tutti i giovani (spesso i migliori tra i nostri figli e nipoti) che cercano all’estero il lavoro che non trovano in Italia vadano all’estero per cercare l’articolo 18. Certamente no. Non è quello che cercano. E sostenere che senza l’articolo 18 non ci sono dignità e libertà del lavoratore significa sostenere che, non soltanto quattro milioni di lavoratori dipendenti italiani (tutti i dipendenti delle aziende con meno di 15 dipendenti, tutti i dirigenti, i dipendenti dei sindacati e dei partiti, i dipendenti dei nostri Gruppi parlamentari) sarebbero tutti lavoratori privi di dignità e di libertà: concetto evidentemente insensato; ma equivarrebbe a dire che senza dignità e libertà sono 200 milioni di lavoratori dipendenti in tutta Europa. Evidentemente non è così. La dignità e libertà del lavoratore non sono date dall’ingessatura del rapporto di lavoro, ma dalla sicurezza che il lavoratore deve avere, e che noi dobbiamo essere in grado di garantire, molto meglio di quanto non lo garantiamo, anche a chi è protetto secondo il vecchio paradigma. La sicurezza che, se il posto di lavoro vecchio viene meno, questo non segnerà una catastrofe economica o professionale (o economica e professionale) per il lavoratore e per la sua famiglia. Questo è lo scopo fondamentale di questa riforma. Con riferimento sempre agli interventi della senatrice Gatti e della senatrice Ricchiuti, si obietta, a questa prospettiva, che in Italia manca il lavoro. Non c’è dubbio che in Italia la domanda di lavoro sia troppo fiacca e che debba essere rinvigorita. Altrettanto indubbio è che, nell’attuale congiuntura, l’unica leva di cui disponiamo per rinvigorire la domanda di lavoro è riaprire una porta agli investimenti esteri; porta che noi abbiamo chiusa, se è vero che da anni l’Italia si trova fortemente al di sotto della media europea per capacità di attrarre investimenti stranieri. Gli investimenti stranieri non sono ostacolati solo dalla peculiarità del nostro ordinamento di lavoro, perché pesa anche la pressione fiscale e l’inefficienza delle amministrazioni. Ma non c’è alcun dubbio che anche le peculiarità negative del nostro ordinamento del lavoro e delle disfunzioni del nostro mercato del lavoro pesino nell’ostacolare l’ingresso degli investimenti stranieri. Soprattutto, dobbiamo renderci conto del fatto che anche in periodi di crisi grave come quello che stiamo attraversando, in Italia esistono rilevanti flussi di domanda e offerta di lavoro dai quali le nuove generazioni sono totalmente escluse per un difetto gravissimo dei servizi di orientamento scolastico e professionale, un difetto che è la principale spiegazione della differenza tra il tasso di disoccupazione giovanile al 43 per cento ed il tasso di disoccupazione generale al 13 per cento. Abbiamo una situazione nella quale a questi flussi non accedono i disoccupati perché sono flussi accessibili solo sulla base di reti parentali, amicali e professionali. Chi non dispone di queste reti non accede a quegli 800.000 incontri fra domanda ed offerta di lavoro che avvengono ogni mese nel nostro Paese anche in questo periodo di crisi nera. Quando sento la collega Paglini molto opportunamente richiamare il principio per cui tutti nascono liberi ed uguali, devo dire che nel nostro mercato del lavoro queste libertà ed uguaglianza non ci sono: chi dispone delle reti parentali, amicali e professionali alimenta i flussi di incontro tra domanda ed offerta di lavoro, chi non dispone di quelle reti non ha alcun aiuto dai centri per l’impiego, salvo casi rari ed isolati di particolari efficienza. Alla senatrice Gatti non piace la pubblicità che si fa alle agenzie private. È una scelta quella che stiamo compiendo, non certo di delegare al settore privato una funzione pubblica, ma di valorizzare le agenzie specializzate, le imprese che conoscono la domanda e sanno accompagnare il lavoratore là dove il lavoro c’è. Vale a dire imprese che sanno svolgere il lavoro che oggi, come dobbiamo constatare, i centri per l’impiego non sanno svolgere, anche perché in un mercato del lavoro moderno, fortemente parcellizzato e specializzato in ciascun settore, conoscere la domanda implica avere non solo certe competenze, ma anche la capacità di adattare la griglia di lettura della domanda di lavoro in modo continuo, ciò che le strutture pubbliche per loro natura non possono fare. Puntiamo allora – e anche questa è una scelta che stiamo compiendo – sul ridare centralità al centro per l’impiego, la struttura pubblica, nel mettere in comunicazione il lavoratore con i servizi di cui egli può disporre e poi impegniamo chi vuole cooperare alla funzione pubblica a rispettarne i principi fondamentali e cioè trasparenza ed imparzialità. Laddove la struttura privata specializzata sposi questi principi, accetti di operare entro questo quadro e controllata dalla struttura pubblica, non c’è ragione di diffidare di questa cooperazione.
Credo abbia ragione la senatrice Bencini, quando denuncia, addirittura parlando di scandalo, la grave inefficienza del nostro sistema di assistenza del lavoratore nel mercato del lavoro. Con la disoccupazione generale al 13 per cento e quella giovanile al 43 per cento ci sono enormi giacimenti occupazionali che lasciamo inutilizzati, mentre ogni anno in Italia chiudono 20.000 imprese artigiane per limiti di età del titolare, senza che si possano trasferire alle nuove generazioni il know-how specifico e l’avviamento commerciale: questo è uno scandalo e dobbiamo in tutti i modi superare questa situazione! Noi dobbiamo in tutti i modi superare questa situazione. Dobbiamo in tutti i modi far sì che, da qui in avanti, non si sprechino più questi giacimenti occupazionali. A questo proposito, la senatrice Munerato dice che occorre fissare degli standard ed esigerne il rispetto da parte delle strutture che svolgono la funzione di assistenza nel mercato. È esattamente la funzione che intendiamo affidare alla nuova Agenzia nazionale per i servizi per l’impiego, cioè quello di fissare il benchmark: fissare i requisiti di efficienza ed efficacia che dovranno essere rispettati da tutte le Regioni. È una cosa che finora non abbiamo fatto e che è alla base della gravissima inefficienza e non produttività dei servizi per l’impiego in troppe Regioni (non in tutte, per fortuna, ma in troppe Regioni italiane). Occorre poi controllarne il rispetto e, laddove la Regione non sia in grado di rispettare lo standard, surrogarsi ad essa per svolgere quella funzione. Il senatore Gaetti teme che l’Agenzia determini un aumento di spese. L’obiettivo, certamente, è inverso: riqualificare una spesa pubblica in questo campo che, oggi, è già, di per sé, troppo bassa. Noi dobbiamo adeguare la nostra spesa per le politiche attive del lavoro rispetto alla media europea, ma anche la bassa nostra spesa su questo capitolo è una spesa di cattiva qualità. Dobbiamo assolutamente riqualificarla e questo è anche l’impegno che la nuova Agenzia assumerà in termini di misurabilità degli obiettivi di riqualificazione della spesa su questo terreno. In qualche misura lo stesso discorso vale per la questione delle risorse per gli ammortizzatori sociali. Noi oggi spendiamo più di 20 miliardi in politiche passive del lavoro, cioè per il sostegno del reddito a chi perde il lavoro senza alcun controllo sulla disponibilità del lavoratore e sul suo attivarsi nel mercato del lavoro, con il risultato di un assolutamente innaturale dilatarsi dei periodi di disoccupazione in corrispondenza con il periodo di durata del sostegno del reddito. Invece noi dobbiamo riqualificare questa spesa e riportare il sostegno del reddito a quella stretta coniugazione con le misure per il reinserimento del lavoratore nel tessuto produttivo che, invece, oggi manca. Con questo rispondo anche alla preoccupazione sacrosanta espressa dal senatore Fornaro. Il discorso non dovrà limitarsi alla parte assicurativa del sostegno. Qui accolgo in pieno – del resto lo stesso disegno di legge lo fa – la sollecitazione della senatrice Guerra: occorre anche che coloro che, nel periodo assicurato non riescono a trovare il lavoro, abbiano un sostegno di natura assistenziale moderno, collegato strettamente alle misure per il reinserimento nel tessuto produttivo. Tuttavia non riusciremo mai ad istituire questo reddito minimo di inserimento se non sapremo fare il reinserimento, appunto, e oggi non lo sappiamo fare. Quindi, tutto quanto stiamo facendo per darci questa capacità che gli altri Paesi del Centro e del Nord Europa hanno in misura molto superiore a noi è tutta una premessa anche per poter risolvere e dare attuazione al capitolo del reddito minimo di inserimento. Passo all’ultimo punto: gli interventi del senatore Malan e della senatrice Pelino esprimono la preoccupazione che la soppressione della figura contrattuale del collaboratore a progetto possa generare disoccupazione. Bisogna essere molto chiari, non c’è alcun dubbio sul fatto che l’intendimento non è certo quello di irrigidire il mercato del lavoro producendo disoccupazione, ma semmai il contrario: vogliamo una maggior flessibilità del mercato del lavoro e delle strutture produttive, compensata da un forte sostegno ai lavoratori nel mercato, ma certamente questo non deve mai portare a disoccupazione. Su questo però bisogna essere molto chiari, i casi sono due: o la protezione che noi istituiamo o che manteniamo nel nostro ordinamento del lavoro è capace di estendersi ed applicarsi realmente a tutti i lavoratori, di essere cioè universale, nel qual caso è una protezione che può servire utilmente a correggere le distorsioni del mercato del lavoro ed è giusto che essa si applichi a tutti i lavoratori in posizione di sostanziale dipendenza dal datore di lavoro, oppure questa protezione genera disoccupazione, cioè è incompatibile con l’equilibrio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro e quindi è uno strumento al servizio degli insider contro l’interesse degli outsider e dunque quella protezione deve essere corretta, perché l’ordinamento non può farla propria. Questo è il principio fondamentale a cui dovremo attenerci anche, ovviamente, nell’attuazione della delega, in sede di decreti delegati. Spero di aver risposto a tutte le principali obiezioni che sono state sollevate e mi scuso con i colleghi che non ho potuto menzionare, ma ho cercato di riunire gli interventi in questi capitoli per articolare le mie risposte e vi ringrazio.

POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signor Presidente, ringrazio tutti i senatori che sono intervenuti nel dibattito e voglio ringraziare il Parlamento – Camera e Senato – per il lavoro che ha svolto, in quanto credo vada detto in maniera esplicita che il testo che arriva alla conclusione di questa discussione è un testo che è stato significativamente cambiato e significativamente migliorato. Credo quindi che questo sia un dato che va assunto e riconosciuto, perché questo è il riconoscimento del lavoro che il Parlamento ha fatto e che il Governo accoglie positivamente. Il Governo ha pensato e pensa che il tema del lavoro sia una delle questioni essenziali, se non la questione essenziale, sulla quale dobbiamo agire oggi per invertire una situazione di fatto che si è realizzata in questo lungo periodo di crisi che il nostro Paese sta attraversando. Possiamo discutere sui numeri della disoccupazione, dell’occupazione, degli inoccupati o degli inattivi, possiamo riflettere su come vanno interpretati questi dati, ma oggi siamo si fronte ad un dato di fatto, che è quello di una pesantissima crisi, di una situazione di stallo del nostro Paese e di una caduta degli investimenti, dei consumi interni e dell’occupazione. Questo è il risultato di moltissimi anni e oggi giustamente ci interroghiamo tutti preoccupatissimi, a cominciare dal Governo, sullo stato delle cose, ma dobbiamo anche prendere atto che questa è la risultante di questa situazione e oggi bisogna agire perché questa situazione cambi radicalmente. La nostra scelta, allora, l’abbiamo fatta a cominciare dalla nostra posizione in Europa, perché abbiamo cominciato a lavorare pesantemente perché l’Europa cambi il proprio atteggiamento. Oggi questo viene dato quasi per scontato, sembra un fatto assunto, ma non lo è. Fino a qualche mese fa, non sarebbe stato scontato parlare delle cose così come ne parliamo oggi, discutere del piano Juncker, discutere della legge di stabilità italiana, che è stata costruita a partire da un’idea diversa da quella che storicamente si era costruita, riflettendo cioè sulla possibilità di utilizzare pienamente i Trattati, e quindi non cambiarli ma usarli, perché le cose nel tempo cambiano e bisogna avere la capacità di usare le potenzialità che all’interno dei trattati ci sono. Non bisogna, quindi, presentarsi con il cappello in mano, ma con la responsabilità, l’impegno e la coerenza che un Paese grande ed importante come l’Italia ha all’interno della dinamica europea, con l’idea cioè che, se l’Europa non cambia le sue politiche, il problema non è e non sarà solo dell’Italia, ma dell’Europa, della prospettiva generale e del posizionamento dell’Europa dentro lo scenario globale. Abbiamo fatto dunque questa scelta, collegando ad essa la legge di stabilità attualmente in discussione, che recupera risorse, taglia tasse, mette a disposizione una riduzione del cuneo fiscale, riduce il costo del lavoro per le imprese, consegnando loro una maggiore capacità di competere. Ricade poi naturalmente sulle imprese la responsabilità di investire, di stare sui mercati e di innovare i prodotti, ma questa è una condizione necessaria. Credo che quella che abbiamo fatto sia comunque una scelta giusta ed importante, una scelta compiuta – e non voglio dilungarmi su questo – lavorando su un ventaglio molto largo di riforme, perché siamo profondamente convinti che l’uscita dalla situazione in cui si trova oggi il nostro Paese non sarà possibile se non realizzando complessivamente tutte le riforme che abbiamo posto all’ordine del giorno. È chiaro che non saranno le norme a produrre i posti di lavoro: in tutta sincerità, mi pare una discussione piuttosto priva di fondamento. Le regole sono il quadro, il contesto e la condizione in cui i soggetti agiscono. Da questo punto di vista abbiamo un problema, che va detto in maniera molto chiara: sull’impresa poi possiamo discutere, perché non ho una visione romantica e non penso che l’impresa sia fatta di rose e fiori e di gente che si fa carezze. Dobbiamo però intenderci: nel nostro Paese l’impresa, che per il modo in cui funziona e per la sua tipicità deve assumersi dei rischi e fare valutazioni in un contesto di incertezza, deve tuttavia poter riferire il contesto di incertezza nel quale si muove alle proprie azioni tipiche, sapendo cioè che cosa accade sul mercato, che cosa fanno i propri concorrenti, che cosa accade sul costo delle materie prime. Questo è il punto di incertezza tipico dell’impresa. Quando all’impresa vengono aggiunte, per così dire, delle quote di incertezza, che non sono tipiche della sua funzione, da un cattivo funzionamento del sistema giudiziario o da regole del mercato del lavoro poco definite ed incerte e delle quali non si conosce l’esito finale – solo per citare alcune criticità, ma potremmo citare la burocrazia, piuttosto che i tempi per il rilascio delle autorizzazioni – si produce a quel punto un dato di inibizione che, dobbiamo saperlo, si scaricherà poi sui lavoratori, perché non ci saranno opportunità di lavoro. Questo Paese deve uscire da un binomio che oggi è chiaro. L’Italia per una certa fase ha in qualche modo accarezzato le rendite invece di scegliere con forza la politica dello stare al fianco e del premiare le opportunità, e farlo non è per nulla facile, perché le rendite sono tante, diverse, piccole e grandi e tendono a sostenersi l’una con l’altra. Intervenire per cambiare questa situazione, quindi, è e sarà uno sforzo assolutamente rilevante, ma bisogna farlo se vogliamo davvero far aumentare le opportunità, perché questo è quello che dobbiamo fare per i nostri giovani, per i disoccupati e per tutti coloro che hanno bisogno di provare a fare un passo avanti importante. La nostra idea non è certamente quella per cui saranno le regole a cambiare e a produrre posti di lavoro; siamo però convinti che un buon contesto aumenti le opportunità e che quindi dentro a un contesto migliore vi sia la possibilità di promuovere una fase di crescita ulteriore. Su questo versante credo che dovremmo anche farci una domanda. Storicamente l’Italia ha un tasso di occupazione più basso della media europea. Anche quando ha toccato le vette più alte di occupazione, l’Italia è rimasta sempre 5, 6 o 7 punti sotto il livello di occupazione di molti altri Paesi europei. Qui il tema riguarda il Nord e il Sud; riguarda gli impianti sociali; riguarda le politiche sociali, e questa è un’altra questione che il Paese ha di fronte. Sono convinto e consapevole che c’è bisogno di cambiare anche su tale versante. Non abbiamo mai costruito nel nostro Paese una politica sociale a funzione generale, capace di fare i conti con questi bisogni. E quando parliamo dell’occupazione femminile, trenta secondi dopo dobbiamo parlare di servizi e via dicendo. È di questo che dobbiamo parlare, altrimenti il tasso di occupazione continuerà ad essere storicamente e sistematicamente più basso. Ma avere un tasso di occupazione stabilmente più basso vuol dire produrre meno ricchezza, avere meno opportunità, avere una minore propulsione per il futuro. Quindi, questo è il tema che abbiamo davanti. Rispetto a detta questione, la riflessione che abbiamo avviato credo debba cercare di rispondere alle questioni generali e di farlo per la parte che compete alla legge delega.Non tornerò su tutti i temi della legge, essendo stati ampiamente e ripetutamente discussi. Voglio solo intervenire su alcuni argomenti, anche per cercare di chiarire il senso delle scelte compiute. Non credo che questa legge delega sia troppo vaga o non si capisca che cosa si voglia fare. A volte credo di poter dire che si è fatta di essa una lettura troppo parziale, nel senso che ognuno ha preso il pezzettino che gli serviva per sostenere la propria tesi. Al contrario, dobbiamo leggere tutto ciò che è scritto in ogni sua parte, i punti di equilibrio che rispondono anche a preoccupazioni che ho ascoltato evidenziare qua e che sono anche le mie preoccupazioni. Noi non vogliamo distruggere chissà che cosa o ledere i diritti dei lavoratori: è fuori dal nostro modo di pensare ed affrontare le questioni. Ma se leggiamo completamente ciò che abbiamo scritto dentro il provvedimento, troveremo dei punti di equilibrio rispetto al bisogno di avere una dimensione dinamica dell’azione dell’impresa, ma anche la tutela dei diritti e delle condizioni di vita dei lavoratori. Lo sforzo che si sostiene è il seguente: non si deve pensare che l’equilibrio si risolve tenendo le cose come sono. L’equilibrio si risolve costruendo qualcosa di nuovo equilibrato. Questo è il passaggio, lo sforzo che vogliamo fare, e su questo bisogna farsi qualche domanda e darci una qualche risposta. Perché non abbiamo mai fatto le politiche attive e non ci siamo occupati di ammortizzatori sociali? Perché oggi diciamo che siamo d’accordo? Anch’io sono d’accordo, ma la mia domanda è: come siamo arrivati qui? Perché non abbiamo fatto la scelta di investire sui servizi per l’impiego? Perché abbiamo fondato una parte essenziale degli interventi fondamentalmente attraverso i trasferimenti monetari? Questo è il tema. Dall’altro lato, perché non siamo riusciti a costruire una strumentazione che, sul piano sociale, combattesse le iniquità? Perché dentro questa crisi si è prodotta anche la situazione che chi ha di più ha ancora di più e chi ha di meno ha ancora di meno? Noi abbiamo un problema di lotta alla povertà in questo Paese. Abbiamo bisogno di costruire strumenti che agiscano anche su questo versante. Quindi, dobbiamo sapere che questo cambiamento mette in gioco una parte fondamentale delle logiche che abbiamo utilizzato. È chiaro infatti che, se valuteremo solo il fatto che l’ammortizzatore mi dà un euro in più o in meno, se dura un giorno in più o uno in meno, rimarremo sempre all’interno della vecchia logica. Se invece dentro a questo ci mettiamo che cosa accade il giorno in cui esco da una situazione in cui il mio lavoro non c’è più e fuori dalla porta trovo un sistema di servizi capace di prendersi in carico quella condizione e di aiutarmi ad occuparmi di cosa fare e di come farlo, allora probabilmente possiamo trovare un altro punto di equilibrio, che non è esattamente quello del passato, ma è quello che vogliamo fare. Quindi, noi ragioniamo in termini di estensione delle coperture. Noi ragioniamo in termini di inclusione e non di esclusione. Noi ragioniamo in termini di responsabilità, perché vogliamo che ogni cittadino si senta e sia nelle condizioni di essere responsabile rispetto anche alla condizione temporanea di non avere un lavoro e, quindi, di essere messo nella condizione di fare questo passo. Da questo punto di vista mi sento di dare una risposta: legittimamente si chiedono le risorse rispetto agli ammortizzatori sociali e alla loro estensione. Credo che le risorse appostate nella legge di stabilità siano fondamentalmente vicine all’esigenza di affrontare il tema che abbiamo di fronte. Infatti, erano appostati due miliardi di euro, che sono stati incrementati di 200 milioni per il 2015 e per il 2016, e abbiamo il Fondo per l’occupazione che vale un miliardo e 400 milioni e all’interno del quale sono postati 700 milioni per gli ammortizzatori sociali in deroga. Tuttavia – dobbiamo dircelo – sugli ammortizzatori sociali in deroga abbiamo approvato un decreto-legge che ha stretto i termini di utilizzabilità degli ammortizzatori sociali in deroga. Questi ultimi, infatti, che sono stati una risposta al dramma sociale esploso con la crisi sei, sette, otto anni fa, nel tempo, essendo in deroga e quindi con poche regole, hanno dato adito a comportamenti non sempre virtuosi e coerenti. E poiché sono finanziati con i soldi della comunità, con le tasse, credo sia giusto, necessario e doveroso andare a definirne puntualmente un buon uso. Peraltro, la norma prevede che gli ammortizzatori sociali in deroga mano a mano, con il passare del tempo, vadano ad esaurire la loro funzione. Quindi, credo che sul piano delle risorse siamo vicini all’esigenza di coprire la possibilità, dichiarata e che abbiamo intenzione di realizzare, di estendere gli stessi ammortizzatori sociali. Una seconda questione che desidero trattare rapidamente riguarda il tema della precarietà, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e dei problemi relativi a tale contesto. Da questo punto di vista si deve partire da un dato di fatto, vale a dire la fotografia, oggi, della realtà del mercato del lavoro nel nostro Paese. Su 100 avviamenti al lavoro (parlo di avviamenti, non di posti di lavoro) oggi abbiamo 85 avviamenti con contratti a tempo determinato e di tutte le altre tipologie similari e 15 a tempo indeterminato. Credo che l’affermazione contenuta nella delega, che vuole fare del contratto a tempo indeterminato il perno essenziale della nuova situazione, debba essere resa possibile e per fare ciò abbiamo bisogno di una norma più flessibile, aperta e gestibile sul piano normativo e di un dato di convenienza sul piano economico. Altrimenti il dato di fatto non è quello che succederà, non è la paura di ciò che accadrà, perché noi dobbiamo chiederci cosa è accaduto già oggi. Oggi, la pluralità di queste tipologie contrattuali e il fatto che tra di loro siano economicamente disallineate ha provocato una cannibalizzazione, nel senso che molte imprese competono tra loro non nel miglioramento della qualità del prodotto, dell’efficienza, dell’efficacia e così via, ma in una rincorsa finalizzata a catturare la tipologia contrattuale più economica. Ma se lasciamo che le cose stiano così, il sistema imprenditoriale del nostro Paese non migliorerà nella sua capacità competitiva globale, avrà sempre più problemi. Pertanto, anche qui abbiamo bisogno di dare una sistemata ad un terreno di confronto e competizione tra le imprese che avvenga sul piano della competizione e non sulla rincorsa al ribasso delle tipologie contrattuali «più competitive» in termini di flessibilità e costo, che è quanto è accaduto effettivamente in questi anni. Quindi, questa è la situazione da cambiare. Questa è la scelta che abbiamo fatto e vogliamo fare e che viene confermata da due elementi inconfutabili. Abbiamo deciso di destinare nella legge di stabilità 1,9 miliardi di euro per la decontribuzione, per i primi tre anni, dei contratti a tempo indeterminato e abbiamo deciso di ridurre la base imponibile IRAP del costo del lavoro dei contratti a tempo indeterminato. A me pare che se occorreva un segno chiaro della volontà di questo Governo di andare nella direzione del contratto a tempo indeterminato, questi due segni siano assolutamente inequivocabili. Credo che questo sia un terreno che dice in termini molto chiari quali siano le nostre volontà e i nostri impegni. Su questo versante, come in generale sul tema da cui sono partito, abbiamo ascoltato posizioni diverse sul piano sociale. Le organizzazioni sindacali e le organizzazioni di rappresentanza imprenditoriale hanno espresso le loro valutazioni e le loro opinioni, ed è previsto uno sciopero generale. Credo che da questo punto di vista quello che dobbiamo dire è che siamo rispettosi della responsabilità che ogni soggetto assume nello svolgere il proprio ruolo. È importante che si ascolti, si rifletta, si tenga in considerazione la posizione di un’associazione di rappresentanza o di un sindacato. Detto ciò, credo che dall’altro lato il Governo e il Parlamento abbiano il dovere di assumere le proprie decisioni, di compiere responsabilmente le scelte che sono demandate loro e di essere in grado di portare a compimento le scelte fatte, perché queste sono le cose che servono al nostro Paese. Non ho molte altre osservazioni da farvi, se non ribadire un dato: il Governo italiano assegna all’approvazione della legge delega in materia di lavoro un’importanza essenziale. Sono partito da questo punto e concludo il mio intervento su tale versante. Siamo convinti e consapevoli che su questo terreno si misura l’effettiva possibilità del Governo e della maggioranza di produrre un cambiamento necessario al nostro Paese. Si tratta di un passaggio difficile, pieno di tensioni e di difficoltà; lo sappiamo, lo comprendiamo, ma sappiamo anche che su molti contenuti di questa legge c’è consenso e condivisione: parlo dell’estensione degli ammortizzatori sociali e della loro riforma, delle politiche attive per il lavoro e l’occupabilità, della revisione e della semplificazione delle norme, della revisione delle tipologie contrattuali, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, della tutela della genitorialità e delle politiche per l’occupazione femminile, del coordinamento delle attività ispettive dell’Agenzia unica. Il Governo, nella stesura dei decreti, saprà tenere nella giusta considerazione il lavoro che è stato fatto in Parlamento e le posizioni che sono state espresse. Nel lavoro veramente gigantesco di cambiamento del nostro Paese c’è un impegno e una responsabilità per tutti. Credo che ognuno possa e debba fare la propria parte, e non penso che ci sia qualcuno che possa onestamente sostenere di essere a posto e di avere già fatto tutto ciò che doveva. Ho aperto il mio intervento a partire dalla drammatica consapevolezza della gravità e centralità del lavoro per i nostri giovani, per noi tutti e, in primo luogo, per il Governo. Cambiare questa situazione è l’obiettivo che ci siamo dati e lavoriamo fortemente in questa direzione. Pertanto, a nome del Governo, con l’autorizzazione del Consiglio dei ministri, pongo la questione di fiducia sull’approvazione dell’articolo unico del disegno di legge n. 1428-B, nel testo già approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati.

DISCUSSIONE QUESTIONE DI FIDUCIA

FAVERO. Signora Presidente, desidero innanzitutto ringraziare tutti i colleghi e il presidente dell’11a Commissione, il senatore Sacconi (al quale rivolgo un augurio di un pronto ristabilimento), il ministro Poletti e il sottosegretario Bellanova che ci ha accompagnato nei nove mesi di lavoro su questo provvedimento che oggi approda in Aula per la discussione. Attualmente crisi e disoccupazione rappresentano drammatiche emergenze. Di fronte alle varie forme di lavoro (dipendente, precario, nero o autonomo) è necessario che ci chiediamo che cosa sia effettivamente il lavoro e quale sarà il futuro delle nuove forme di produzione di beni e di servizi. Il fondamento della Repubblica vacilla nel momento presente sotto colpi di diseguaglianze inaccettabili: la drammatica espulsione di ultraquarantenni, il 43 per cento di disoccupazione giovanile, la precarietà imposta come amaro destino di una generazione, i nostri giovani schiacciati tra la fine di alcuni mestieri e la chiusura dei mercati. Ma sono sempre i nostri giovani le miniere di speranza che la scuola, la formazione devono e possono assolutamente far fiorire. Quale riforma allora, andando oltre l’individualismo liberista, che non si prende cura dell’altro e delle sue ferite? Occorre estendere garanzie agli esclusi, ai precari, ai giovani sfidando poteri forti, tabù e privilegi. Di nuovi lavori, di nuove tutele parliamo da anni nei nostri convegni, nei nostri editoriali, in miriadi di dichiarazioni politiche. Fa impressione riascoltare le parole di Massimo D’Alema di quasi 20 anni fa, del 1997, quando affermava: perché questa società più aperta non generi insicurezza bisogna rinnovare profondamente gli strumenti della contrattazione e costruire nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela. In caso contrario rappresenteremmo soltanto un segmento del mondo del lavoro: quello che sta in mezzo, fra chi è sufficientemente bravo per negoziare da solo e chi, in basso, vive di lavoro nero, non tutelato e precario. Ma quelli che stanno in mezzo sono sempre di meno. Ripeto: sono sempre di meno. Acutezza e lungimiranza. Ma cosa abbiamo fatto? L’ho ricordato nel mio precedente intervento in Aula, quando approvammo in prima lettura questo provvedimento: il Governo Renzi ha l’obbligo – ripeto: l’obbligo – di mettere mano ad una riforma di sistema, che colmi i vuoti del passato, ma senza ripercorre gli errori. Il cuore della riforma del lavoro è il nuovo contratto a tutele crescenti e non l’articolo 18, cui con strabismo si è guardato discutendo in questo periodo. E’ questa la risposta che dobbiamo dare ad un mercato che ha perso un milione di posti dal 2008 al primo semestre di quest’anno e dove i contratti standard tra gli under 35 si sono ridotti del 33 per cento. Il jobs act offre uno schema di costi/benefici che punta alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro, perché è solo con contratti più stabili che si accresce il capitale umano. Con gli impieghi stabili si ha il 40 per cento di probabilità in più di ottenere offerta formativa e riqualificazione professionale nel corso di una carriera lavorativa. Le aziende devono tornare ad investire anche in capitale umano per colmare quel deficit di investimento complessivo: la spesa per investimenti privati – ahimè – è passata dal 21 per cento del PIL del 2008 all’11,6 per cento attuale. Si tratta di 80 miliardi perduti ogni anno. Dice l’economista Tommaso Nannicini, consigliere di Palazzo Chigi: «È vero, con l’ingegneria dei contratti e dei rapporti di lavoro non si crea occupazione. Ciò non toglie, però, che sia utile superare i bizantinismi e le iniquità delle nostre regole e delle nostre politiche del lavoro. Nei prossimi anni, la nostra economia dovrà attraversare un profondo processo di trasformazione: lavoro e capitale dovranno spostarsi da settori poco produttivi ad altri più produttivi. Le nuove regole del mercato del lavoro dovranno aiutare questo sforzo di aggiustamento, senza farne pagare il conto ai soli lavoratori più deboli». Per questo il Governo ha giustamente fretta di intervenire; con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto livelli storici, non possiamo perdere altro tempo in convegni o tavoli. Tre sono, a mio giudizio, i capisaldi della legge che ci apprestiamo a votare e che merita la fiducia: la fiducia non solo della maggioranza, ma anche della minoranza. Il primo è il nuovo contratto a tutele crescenti, che è concepito per essere il rapporto standard, quello più utilizzato in un mercato che coniughi dinamismo e protezione dei lavoratori sul mercato; un contratto che riduca l’incertezza giudiziaria in tema di licenziamenti e faccia in modo che le imprese che hanno bisogno di aggiustare la propria forza lavoro paghino un indennizzo monetario. Ci sono disuguaglianze tra i lavoratori: dove un parasubordinato ha diritto ad un massimo di 20 giorni per la malattia, uno che lavora nella pubblica amministrazione per le cure ha 36 mesi. Queste sono disuguaglianze (sono state ricordate qui sulle donne). Il Governo sta attuando due azioni parallele, riducendo il costo del lavoro di 8.000 euro l’anno per i nuovi contratti a tempo indeterminato ed eliminando le rigidità normative sul contratto a tempo indeterminato. Concludo ricordando le parole del Papa, che, pochi giorni fa, sulle politiche del lavoro, ha affermato che si devono trovare nuovi modi per coniugare flessibilità del mercato e necessaria stabilità e certezza delle prospettive di impiego, indispensabili per lo sviluppo umano dei lavoratori. Questo provvedimento, con i decreti-legge successivi, è quella riforma necessaria alla rimessa in passo al cambio diverso del moto del Paese, insieme a quella della scuola, della giustizia della pubblica amministrazione del fisco del Senato delle autonomie, della riforma del Titolo V della Costituzione e della legge elettorale.

MANASSERO . Signora Presidente, il testo del jobs act sul quale saremo tra poco chiamati ad esprimere la nostra fiducia ha avuto, grazie al lavoro svolto nelle Commissioni di Senato e Camera, dei miglioramenti rispetto al testo della legge delega presentato dal Governo. Il lavoro parlamentare, come è giusto che sia, ci ha permesso di compiere dei passi avanti. Mi riferisco, ad esempio, ai controlli a distanza sugli impianti e non sui lavoratori e al diritto al reintegro del lavoratore licenziato non solo per motivi discriminatori, ma anche per ingiustificato motivo disciplinare, seppur solo in fattispecie che andranno opportunamente specificate. Affrontiamo questo voto con la preoccupazione e la responsabilità di dover dare risposte ai giovani e non disoccupati. Parliamo di 3.410.000 persone, come da recenti dati Istat. Penso a quei giovani che non conoscono lavoro, se non precario e sottopagato, a rischio di lavoro nero, o dietro le false partite Iva; alle ragazze e ai ragazzi che oggi, senza prospettiva, con i loro stage, servizi civile e volontariato tengono in piedi servizi importanti nella pubblica amministrazione e negli enti locali. Signor Ministro, guardiamo con preoccupazione ai primi dati avuti in Commissione sul programma garanzia giovani: le risorse, da quanto ci è noto, rischiano di non essere quell’opportunità che volevamo e soprattutto uno strumento efficace per creare lavoro stabile e radicato. È una responsabilità che sentiamo anche verso il mondo delle imprese, con particolare attenzione per le piccole e medie aziende, rispetto alle quali riconosco la condivisione dei problemi con i lavoratori. Ma sarò sincera e credo di essere in sintonia con quanto lei ha detto nella replica: non penso sia utile proporre un’idea di uguaglianza tra lavoro dipendente e impresa perché nella loro natura sono diversi. Il primo ha il compito di prestare lavoro e il secondo ha il ruolo di investire ed assumersi il rischio di impresa. Entrambi sono sfiancati dalla crisi in corso, ma dobbiamo riconoscere e affrontare le differenze e peculiarità. Se ai lavoratori oggi chiediamo di rinunciare alla prospettiva del posto fisso, al mondo delle imprese – e penso alle grandi – non possiamo limitarci a lanciare una sfida, bensì dobbiamo richiamarle alla responsabilità di partecipare fattivamente alla ripresa del Paese. A noi spetta il compito di dare norme certe ed eque. Conosciamo la misura del bisogno di lavoro e siamo convinti, come lei ci ha ribadito, che una riforma solo delle norme, necessaria per arrivare a quei punti che riconosciamo essere un buon risultato del jobs act come il riordino e la riduzione delle forme contrattuali, le politiche attive e la creazione dell’agenzia nazionale, l’estensione della maternità a tutte le lavoratrici e le norme sulla conciliazione dei tempi, da sola non è sufficiente alla creazione di posti di lavoro. Occorre una decisa politica di investimenti, pubblici e privati, ed è qui che va richiamata la responsabilità delle imprese. Abbiamo settori strategici che necessitano di una spinta propulsiva. Questi sono stati spesso protagonisti della discussione in quest’Aula, e li ricordo: la manutenzione del territorio come ripristino e prevenzione dal dissesto idrogeologico, la manutenzione del patrimonio immobiliare e per il risparmio energetico, la produzione di energia di cui siamo affamati e che vorremmo da fonti alternative e la banda larga. Politiche che nel loro intrecciarsi produrrebbero più dì un effetto positivo: il lavoro, la crescita economica e il cambiamento vero in settori strategici per l’ammodernamento di questo Paese. Voteremo questa fiducia, signor Ministro, seppur mantenendo delle contrarietà, per disciplina di Gruppo e per responsabilità verso il Paese. Condivido questa posizione con quella parte del Gruppo del Partito Democratico che ha vissuto con preoccupazione e disagio la discussione sul jobs act. Permane per noi la nostra contrarietà ad alcuni punti del testo finale. Riteniamo che si sia insistito nel mantenere la posizione iniziale sull’impostazione del “doppio binario” nel mondo del lavoro: da una parte i lavoratori già assunti, per i quali rimangono le tutele dell’articolo 18, e i nuovi assunti (giovani e non più giovani) che avranno un nuovo contratto a tutele crescenti (che ne esce purtroppo azzoppato). La crisi ha prodotto strappi evidenti nel tessuto e nella coesione sociale. Le tensioni che vediamo espresse nelle piazze e nelle manifestazioni (e anche oggi ne abbiamo testimonianze) sono ad essa ascrivibili, e pensiamo che il rischio dell’aumento delle disuguaglianze tra i lavoratori a tempo indeterminato non aiuti a ricostruire il clima necessario per fare uscire il Paese da questo momento di scoraggiamento. Dobbiamo ascoltare con attenzione le parole di questo disagio. Non è nel bene del Paese creare esasperazione e spaccature. Era questo il motivo che ci aveva portato a formulare una proposta, non accolta ma coerente con gli obiettivi del jobs act, prevedendo un termine di 36 mesi per la durata dei contratti a tutele crescenti. Purtroppo, invece, avremo solamente nuovi occupati con minori tutele per tutta la loro vita lavorativa. Abbiamo perso alcune occasioni, perché ci si è intestarditi sull’articolo 18, rinunciando ad affrontare le questioni chiave per favorire la crescita: un serio piano di investimenti e il tema dell’organizzazione e della rappresentanza sui luoghi di lavoro. Voteremo la fiducia, ma riconfermiamo il nostro impegno per una costante, severa e costruttiva vigilanza sui decreti attuativi della legge delega.

LEPRI . Signora Presidente, oggi ci accingiamo, dopo un lungo lavoro parlamentare, a varare la prima vera grande riforma organica. Intendiamoci, non che quelle finora approvate siano meno importanti, ma sono sicuramente limitate ad alcuni segmenti, ad alcune particolari elementi della cosa pubblica; altre sono in corso ed abbiamo avuto i primi passaggi parlamentari. Questo è davvero il primo atto organico complessivo capace di ridisegnare un intero comparto, quello delle politiche del lavoro. Naturalmente oggi ci auguriamo che vi sia il sostegno della maggioranza, ma da domani la sfida passa all’approvazione dei decreti legislativi. Abbiamo le linee guida, ma il più è ancora da fare in termini di leggi e di decreti attuativi. Infatti, ben sappiamo che in Italia le leggi le facciamo, spesso male, ma purtroppo ancor meno bene riusciamo a fare i decreti attuativi. Quindi abbiamo una grande sfida di fronte a noi che ci aspetta nei prossimi mesi e che ci vedrà oltremodo impegnati. In questo senso voglio subito fare un appello al Governo, che sono convinto non potrà che condividere il fatto che questa fase attuativa della delega debba essere oggetto di una forte partecipazione del Parlamento, e in modo particolare della Commissione lavoro. Sono sicuro che questo sia già un intendimento del Governo, ma credo che sia importante in questa sede evidenziare l’opportunità che non vi sia solo un passaggio formale nelle Commissioni. Forse è bene aspettare qualche settimana o qualche giorno in più, senza perdere molto tempo, pur di avere una condivisa e attenta sollecitazione e suggestione anche da parte dell’organo parlamentare. Tra i tanti elementi importanti di questo provvedimento, soprattutto alla luce del confronto avuto in queste settimane sui territori, facendo convegni e partecipando ad incontri, ascoltando molti lavoratori e imprenditori, voglio evidenziare due sole questioni. La prima riguarda la domanda che ci poniamo e che ha avuto una risposta ambivalente da parte di chi è intervenuto prima di me. Questa misura sarà decisiva nello sbloccare l’occupazione? Naturalmente la risposta è no, se affidiamo a questa misura un’aspettativa quasi messianica e risolutiva. Se, invece, più onestamente, pensiamo al contributo che, insieme ad altre misure, il jobs act potrà dare, allora possiamo dire sì. Verosimilmente questa misura potrà dare una mano per migliorare l’occupazione, consentire a più persone di trovare un lavoro e soprattutto ridare quella fiducia al mondo imprenditoriale che purtroppo – l’abbiamo confermato anche dai confronti di questi giorni – è venuta meno. In particolare, credo sia importante il combinato disposto che questo Parlamento si accinge a varare prevedendo contemporaneamente sgravi fiscali con l’IRAP, la decontribuzione (due misure importanti contenute nel disegno di legge di stabilità), e la certezza del costo di separazione. Noi scommettiamo su questo, sul fatto che, mettendo insieme dotazioni certe, sgravi fiscali certi e la certezza del costo di separazione, quando purtroppo si manifestano esigenze di licenziamento, questo combinato disposto credo potrà ridare slancio e fiducia agli imprenditori, anche a quelli stranieri. Abbiamo avuto in queste ore la notizia, che salutiamo con grande soddisfazione, dell’accordo siglato a Terni e solo ieri c’è stato l’accordo relativo all’altra acciaieria di Piombino. Sono quindi due esempi di gruppi stranieri che forse – forse! – anche grazie a questa nuova energia che il Governo e il Parlamento si accingono a riconoscere, ripartono nella scommessa in favore del nostro Paese. Lo stesso vale anche per le piccole imprese: abbiamo ascoltato molti imprenditori che dicono che sono fermi da molti mesi, perché aspettano queste misure: mi riferisco soprattutto agli imprenditori che sono sulla soglia dei 15 dipendenti, che sono disponibili a fare questo salto, ma che volevano la certezza di minori costi e anche una certezza rispetto all’eventuale licenziamento con un costo di separazione certo. Certamente anche il combinato disposto delle misure che ci accingiamo a discutere nella legge di stabilità è importante, perché crediamo che la contribuzione fino ad 8.000 euro per ogni lavoratore, la riduzione dei vincoli burocratici e l’ampliamento della platea delle persone che beneficeranno di questi sgravi fiscali possano dare uno stimolo forte agli imprenditori. La seconda considerazione che desidero avanzare, prima di concludere, riguarda le politiche attive del lavoro: abbiamo davanti la grande sfida di ridisegnare totalmente questo comparto, che davvero ha dimostrato poco efficacia. Lo confermano purtroppo anche i primi dati, che speriamo possano essere modificati, relativi alla Garanzia giovani, che dimostrano una grande difficoltà ad applicare una misura importante, anche probabilmente a causa di un certo regionalismo anarchico o comunque poco governato, che purtroppo sempre di più appare sotto i nostri occhi. Ecco allora che, ad esempio, la grande scommessa che abbiamo di fronte è quella di ripensare al ruolo delle Agenzie regionali e provinciali, che non saranno più i centri per l’impiego, ma che dovranno assumere un ruolo di governance nuovo, finora non adottato: verosimilmente ci si affiderà alle agenzie del lavoro private e del no profit, mentre le Agenzie nazionali, regionali e locali avranno il compito di occuparsi del profilo dei lavoratori, di accreditare i soggetti terzi, di definire le tariffe, di gestire il voucher, di gestire il contratto di ricollocazione, insomma di occuparsi del governo di quelle politiche attive che ancora, purtroppo, devono vedere un’efficacia vera nel nostro Paese. Cadono o si riducono molti degli gli alibi, per tutti: per gli imprenditori, per la politica, per i lavoratori. Voglio solo aggiungere una avvertenza, in conclusione: non dobbiamo mollare circa la vigilanza sulle tutele dei lavoratori. Sono sicuro che il Governo non lo fa e chi ha avanzato questo dubbio stia tranquillo, perché nessuno di noi – e certamente nessuno all’interno di questa maggioranza – intende ridurre le tutele e i diritti dei lavoratori. Ma questa avvertenza la portiamo con noi e siamo sicuri che non potrà essere disattesa. Per oggi, tuttavia, ci basta quello che abbiamo messo in campo e che ci accingiamo a votare. Sappiamo che abbiamo di fronte ancora grandi sfide, ma per oggi questi risultati certamente non sono pochi.

DICHIARAZIONE DI VOTO

PARENTE. Signor Presidente, signor Ministro, colleghe e colleghi, pensiamo che nessun’altra riforma tocchi nel profondo la vita di un Paese come quella del lavoro: tocca la vita delle persone che cercano lavoro, di chi lo perde, di chi vuole migliorare la propria condizione lavorativa; tocca la vita delle imprese, della loro possibilità di reggere in un mondo del lavoro molto competitivo e le loro opportunità di crescere; tocca, infine, anche le politiche pubbliche di un sistema Paese, a cominciare dal sistema scolastico. Pensiamo alla portata fortemente innovativa di una diversa concezione degli ammortizzatori sociali, della riduzione delle tipologie contrattuali in un momento di grande precariato, della realizzazione di un sistema efficiente di sostegno all’occupazione e del rendere semplici le regole del lavoro. A me piace più usare l’espressione «rendere semplici» che parlare di semplificazione. Inoltre, la delega lavoro non è un intervento isolato, è frutto di un disegno complessivo, di una visione di insieme che mette al centro il lavoro. Cos’altro sarebbero altrimenti l’intervento sull’IRPEF, la riduzione delle tasse sul lavoro, gli 80 euro e l’intervento sull’IRAP? È una scelta politica precisa del Governo, in un mondo così difficile, ridurre le tasse sul lavoro anche a condizioni economiche date.
E che cos’è, se non una visione d’insieme, sostenere la delega lavoro con la stabilità, con sgravi fiscali a chi assume a tempo indeterminato e con risorse economiche. Concordo pienamente con chi ha detto che le risorse sono e saranno fondamentali perché questa sia una riforma vera. Una visione d’insieme è testimoniata anche dalla battaglia che il nostro Premier sta compiendo in Europa per avere risorse per una politica di investimenti, perché la crisi che stiamo vivendo è europea. Battaglia che si sta conducendo per realizzare politiche della crescita, come ha ricordato il Ministro, perché solo con la crescita si allarga la base occupazionale ed entrano più persone nel mondo del lavoro, soprattutto giovani. Una visione d’insieme che è contenuta anche in interventi del Governo, come il sostegno al made in Italy o come una norma, su cui forse nessuno di noi ha posto tanta attenzione, contenuta nello sblocca Italia, sulla funzione sostitutiva del Governo nel caso in cui i Comuni e le Regioni non spendano risorse. Non spendere soldi pubblici è uno scandalo. Ci scandalizziamo per la corruzione dei politici ed è giusto che sia così, ma altrettanto scandaloso è che in Italia non spendiamo soldi europei. Signor Ministro e onorevoli colleghi, l’Italia ha bisogno di virtù, ed è senz’altro una virtù saper spendere le risorse europee in un momento di crisi economica ed occupazionale così forte. Dobbiamo avere politici volti al bene comune, dirigenti funzionari della pubblica amministrazione che non tengono nei cassetti autorizzazioni e pratiche. L’Italia ha bisogno di virtù per rinnovare l’intero sistema. Penso alla necessità che avremo di digitalizzare l’intero sistema produttivo italiano: occorre per questo uno sforzo di programmazione e la capacità di lavoratori e lavoratrici di prepararsi. È fondamentale avere cura del capitale umano, perché la vera tutela che noi potremo avere per i nostri lavoratori è dotarli di competenze. La delega mette una base su questo. La maggiore tutela sarà questa. Il mondo del lavoro (non cito altre cifre perché le ricordiamo tutti, e qui non dobbiamo dare cifre, ma risposte) dal 2008 ad oggi ha perso più di 2 milioni di giovani. È per questo che la ratio profonda della delega è creare un terreno favorevole di accesso al lavoro per nuovi assunti, soprattutto a tempo indeterminato, e l’impegno a non lasciare solo nessuno in tutto l’arco della vita lavorativa. Avere inoltre norme diverse per nuove assunzioni, senza intaccare le regole per chi già lavora, è nel pieno rispetto dell’articolo 3 della Costituzione. Ieri abbiamo votato le pregiudiziali di costituzionalità che non hanno fondamento su tale questione, perché le regole che stiamo approvando per raggiungere uguaglianza sostanziale delle condizioni di lavoro sono pienamente rispettose del dettato costituzionale. Questo è tanto più necessario proprio in un mondo in cui si stanno accentuando le disuguaglianze. Le disuguaglianze ci sono già: tra generazioni, tra territori, tra gli inclusi e gli esclusi dal lavoro. Ci sono già! Come si fa a non vedere, a non sentire che ci sono già ragazzi o ragazze con finta partita IVA che non hanno diritti, c’è già chi vaga da un contratto a termine all’altro senza avere un sostegno al reddito! Ci sono già le disuguaglianze. Per intervenire su queste disuguaglianze dobbiamo pensare alla costruzione di una nuova stagione di diritti, per garantire pari opportunità in un contesto mondiale totalmente cambiato. La politica, il Governo, le parti sociali devono assumersi la grande responsabilità di un rinnovato rapporto tra Governo e parti sociali per tenere insieme una società profondamente cambiata e rappresentare le diversità tra lavoratori e lavoratrici e anche per favorire un dialogo con la piazza che anche in queste ore sta protestando. Sono passati nove mesi da quando il disegno di legge delega in esame è entrato in Parlamento, e nove mesi è il tempo necessario per dare alla luce una vita. Al contrario di quanto dicevano la senatrice Bencini e la senatrice Catalfo, penso invece che ci sia stato un dialogo virtuoso tra Parlamento e Governo. Il Senato ha migliorato il testo, la Camera dei deputati ha fatto altrettanto, come ha ricordato il Ministro e come, in parte, hanno ammesso alcuni esponenti dell’opposizione in quest’Aula. Questo non è poca cosa per ristabilire un rapporto fecondo tra l’Esecutivo e noi parlamentari. Trattandosi di una legge delega, signor Ministro, ora la parola passa a voi, al Governo, che dovrà emanare decreti attuativi, ma noi parlamentari vigileremo, oltre al fatto che dovremo dare dei pareri obbligatori in sede di Commissione sull’effettiva attuazione della delega. Anche in questo caso il tempo diventa un valore. Dobbiamo essere pronti per l’inizio dell’anno, perché il Paese aspetta e noi dobbiamo dare delle risposte. È per tutte queste ragioni che il Gruppo Partito Democratico voterà la fiducia al Governo.

MINEO. Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo. Signor Presidente, non voterò la fiducia sulla legge delega perché ritengo che il Governo stia abusando in modo grave di questo istituto. Già a ottobre ha chiesto la fiducia sulla legge delega qui in Senato, quando era possibile proseguire una discussione assolutamente proficua, e l’ha chiesta sostenendo che il testo non poteva essere modificato. Poi, però, ha modificato quel testo alla Camera, e oggi ritorna al Senato e chiede di nuovo la fiducia. Allora ci sarebbe da chiedere se questa Assemblea è stata sciolta a sua insaputa. Non voterò la fiducia anche per una questione di merito, perché questa legge delega molto al Governo, ma le dichiarazioni del Premier, i continui attacchi al sindacato e le dichiarazioni secondo cui i lavoratori dipendenti sarebbero gli utilizzatori finali di un privilegio da apartheid non fanno sperare niente di buono quando si tratterà di trasformare la legge con i decreti attuativi. Francamente sento il dovere di scusarmi con tutti i senatori del Partito Democratico – davvero – se questa volta non posso far prevalere le ragioni e il sentimento comune di solidarietà che ci ha unito in questi 21 mesi davvero difficili. Sento però il dovere, in una situazione complessa come questa, con la questione morale che riesplode a Roma, con il Parlamento blindato questa mattina dai carri della polizia, perché c’era una manifestazione di protesta, di seguire la mia coscienza, che ha una certa idea della sinistra e della verità. Per questo voterò no.

Risultato della votazione del disegno di legge n. 1428-B, composto del solo articolo 1, nel testo approvato dalla Camera dei deputati

Senatori presenti 280
Senatori votanti 279
Maggioranza 140
Favorevoli 166
Contrari 112
Astenuti 1

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