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Anche Carlo Calenda, seguendo qualche altro pessimo esempio, usa la tecnica di estrapolare un mio passaggio in Aula sulla prima lettura della riforma sulla riduzione dei parlamentari, per accusarmi di “oblio etico prima che politico”. L’etica, e anche la reputazione di ciascuno, le lascerei comunque stare e mi limiterei alla politica perché ci sono già troppi corto circuiti tra queste dimensioni in cui è bene che nessuno pretenda di ergersi a maestro.
Lo vorrei però rassicurare che, per quanto la mia memoria non sia più quella di un ventenne e probabilmente nel complesso peggiore della sua, è però meno selettiva della sua, almeno per ciò che riguarda me stesso.
Anche se questo comporta la fatica di leggere un po’ di righe e di non limitarsi a un tweet.
Calenda ed altri, infatti, non vi riproporranno il cuore di quel mio intervento che era centrato contro la forzatura dei Presidenti di Assemblea di dichiarare inammissibili gli emendamenti. Questo era il passaggio chiave:
” La cosa paradossale è che, invece, sul provvedimento riguardante la questione del numero dei parlamentari, su cui di per sé ci sarebbe potenzialmente più accordo, ci viene impedito praticamente il dialogo, perché non solo non si recepisce alcun emendamento ma addirittura si vogliono rendere inammissibili alcuni emendamenti palesemente connessi in nome di una visione microchirurgica degli interventi costituzionali che gli stessi chirurghi farebbero fatica a riconoscere… È una cosa inaccettabile specialmente su un terreno come la revisione costituzionale, che è il più importante provvedimento legislativo.”
Votammo No anche e soprattutto perché pensavamo di ricorrere alla Corte costituzionale contro quella forzatura, ma siccome non siamo soliti entrare a testa bassa in cause ad alto rischio, fatta la verifica con un ottimo avvocato sulle possibilità di successo, decidemmo di soprassedere.
Perché poi votammo Sì l’ho spiegato in Aula nella decisiva lettura finale di cui riporto qui sotto per chi ha pazienza e no vuole aderire a un oblio della ragione i due brani chiave
Se non avete voglia leggerli, potreste però riflettere (Calenda compreso) sulla differenza tra un’imposizione unilaterale iniziale e un accordo politico, quello intervenuto prima dell’ultima lettura.
Per i più attenti ecco qui i brani:
“A noi del gruppo del PD, come al gruppo Italia Viva e come al gruppo di LEU, capita oggi un compito delicato perché abbiamo l’onere della prova di spiegare perché, in quarta votazione, votiamo sì a un testo su cui abbiamo votato no nelle precedenti tre votazioni… Quindi abbiamo l’onere di spiegare bene la novità intercorsa. Noi non abbiamo mai avuto una contrarietà di principio alla riduzione del numero dei parlamentari ed è difficile per qualsiasi forza politica dire di avere una contrarietà di principio, perché lo ricordava prima il collega Fornaro, come spiega il professor Clementi nel suo saggio sull’Osservatorio delle fonti, chiunque si sia cimentato con le riforme costituzionali dal 1983 in poi ha sempre proposto la riduzione dei parlamentari. Quindi nessuno può esibire obiettivamente una contrarietà di principio. Quindi, quando ci sono questioni di principio noi le diremo, ma in questo caso la questione di principio non c’era. Se non era di principio, allora che cosa era? Era l’assenza di un contesto, perché i testi hanno senso dentro un contesto: non si possono leggere da soli. Ora noi – domani i capigruppo che hanno lavorato su questo lo spiegheranno bene – abbiamo costruito un contesto a partire dalla formazione del nuovo Governo. Tale contesto riguarda tre interventi per i quali la maggioranza, in apertura con le opposizioni, si è messa d’accordo.
Noi restiamo convinti comunque che sarebbe opportuna una riforma anche più radicale di contesto, quella per cui ci siamo battuti in maniera sfortunata nel referendum costituzionale del 2016, ma che resta valida: una Camera delle Autonomie sganciata dal rapporto fiduciario e anche più piccola a questo punto dei 200 membri e l’altra, invece, in cui il rapporto fiduciario è lasciato alla sola Camera. Però, quando non si trova il consenso sulla propria impostazione si può comunque cercare di far rientrare alcune di queste esigenze per altra via; tra queste esigenze ce ne sono due su cui la maggioranza si è trovata d’accordo e che riguardano, logicamente, la riduzione di differenze non più difendibili. Il nostro ordinamento si è mosso a partire dal 1963 sulla riduzione di differenze non ragionevoli tra Camera e Senato; ricordo a tutti che nel 1963 fu eliminata la durata di sei anni del Senato, per evitare che si potessero creare maggioranze diverse, e fu stabilita a cinque anni, ma dopo la sentenza n. 35 del 2017 sull’Italicum e dopo l’invito del Presidente della Repubblica ad armonizzare le due leggi, fintanto che le due Camere hanno tutte e due il potere fiduciario, bisogna armonizzare il più possibile le due leggi; quell’invito era un invito, sul momento, sulla legge elettorale, ma anche un invito sulle riforme costituzionali; da qui, la riduzione a diciotto anni dell’elettorato attivo, cosa che rende molto più difficile la formazione di maggioranze diverse, illogica nelle due Camere, e anche dell’elettorato passivo a 25 e, da qui, come ha spiegato il collega Fornaro, l’eliminazione della base regionale del Senato che consente due leggi ancora più simili, perché finché hanno tutte e due la fiducia più sono vicine e meglio è. Poi, accanto a questo, c’è il mantenimento dell’equilibrio voluto dai costituenti, nell’elezione del Presidente della Repubblica, fra i delegati regionali e i parlamentari.
Questi sono i tre impegni immediati che la maggioranza prende, oltre agli altri tre che la maggioranza prende da studiare insieme nei prossimi mesi: la legge elettorale, su cui non mi soffermo, perché avrà bisogno di approfondimenti specifici, ma anche due ragionamenti sull’inserimento di una differenza invece ragionevole, la vicenda dell’autonomia differenziata, che, nei mesi scorsi, ha posto il problema sia della valorizzazione del Parlamento, evitando che arrivassero testi preconfezionati e non votabili, ma anche di un coinvolgimento di tutte le regioni nel procedimento legislativo e, quindi, l’importanza di inserire i presidenti delle regioni al solo fine di votare insieme le leggi sull’autonomia differenziata. nella creazione del contesto ha inciso in maniera notevolissima la formazione del nuovo Governo a partire dal punto 10 all’accordo di governo. Quindi, noi non è che votiamo “sì” perché siamo in maggioranza e basta, noi votiamo “sì” perché quell’accordo di maggioranza ha contenuto quel punto 10 che ora stiamo sviluppando negli accordi di maggioranza e che offriamo all’opposizione. È un contesto su cui lavoriamo insieme. Ci dice qualcuno, anche sui social: ma voi vi fidate a votare oggi un testo, mentre gli altri impegni sono successivi e potrebbero essere disattesi? Ma se noi facciamo insieme un Governo, un Governo per governare l’Italia fino al 2023, non ci dovremmo fidare reciprocamente anche di questo? Allora, non avremmo dovuto fare il Governo, ma, se abbiamo fatto il Governo, ci fidiamo reciprocamente che questa maggioranza saprà dare il meglio di sé”.



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