In Diario

Già a partire dalla fine degli anni ottanta
(la delega sulla riforma del codice di procedura penale) vi è stata da parte
parlamentare crescente attenzione per le procedure, sviluppando meccanismi che
rafforzano i pareri parlamentari, a fronte di principi e criteri lasciati più generici.
Si pensa che sia più efficace vincolare il Governo a pareri parlamentari sui concreti schemi di decreto più che pensare di predeterminare rigidamente gli esiti di contenuto.
Il meccanismo più usato è quello del doppio parere (spesso limitato alle parti in
cui il Governo non recepisce le condizioni); la legge 42 del 2009 ha previsto
per la prima volta un passaggio nelle aule parlamentari in caso di mancato
adeguamento: è successo con lo schema di decreto legislativo sul federalismo
fiscale municipale e con quello su Roma capitale, all’inizio della XVII
legislatura.
La Corte costituzionale non ha censurato questo trend, come si vede anche dalla giurisprudenza recente.
Nella sentenza 280 del 2004, le ricorrenti (regioni) denunciano, tra le altre
questioni, la evanescenza dei principi e criteri direttivi della delega
contenuta nell’articolo 1, commi 4, 5 e 6 della legge 131 del 2003; la Corte
si occupa delle altre questioni, dichiarando l’illegittimità costituzionale dei
commi 5 e 6 ma salvando la sostanza della delega (ad adottare decreti
legislativi “meramente ricognitivi dei principi fondamentali che si traggono
dalle leggi vigenti nelle materie previste dall’art. 117 Cost., comma terzo”);

Nelle sentenze 53 e 174 del 2005 e 350 del 2007 la Corte si attiene al
principio che il legislatore è libero nella definizione dei principi e criteri
direttivi e quindi non è mai intervenuta sulla loro evanescenza.

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