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Il voto sulle pregiudiziali è stato segreto
I voti contrari sono stati 254 e i favorevoli 201.

Di seguito il mio intervento

I testi presentano come certezze e come argomenti pregiudiziali quelle che sono in realtà delle preoccupazioni e dei dubbi, che si possono così sintetizzare: volete lottare contro le discriminazioni o imporre un pensiero unico su alcune questioni?

Ora, il punto è che sulla base di dubbi e di preoccupazioni si fanno emendamenti, si discute nel merito, non si presentano e non si votano pregiudiziali.

Altrimenti si fa un salto logico.

Per effettuare questo salto i presentatori delle pregiudiziali sostengono in sostanza due cose: che una legge non è necessaria e che sarebbe comunque liberticida. Per questo secondo loro si tratterebbe dell’imposizione di un pensiero unico.

Noi invece riteniamo anzitutto che una legge sia necessaria perché c’è un effettivo allarme in termini di discriminazioni e di atti violenti, legittimati anche dai nuovi social media, rispetto a caratteristiche qualificanti della persona. Come ha precisato nello scorso maggio il Presidente Mattarella, queste discriminazioni oggetto del progetto di legge “costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana”.

Il “bene giuridico” protetto dalle norme incriminatrici in tema di discriminazione, quelle preesistenti e quelle che si vorrebbero introdurre, è appunto quello a cui si riferisce il Presidente Mattarella, la dignità della persona. Quindi prima il legislatore e poi il giudice devono attuare un bilanciamento fra beni di rilievo costituzionale: la pari dignità di tutte le persone da un lato e la libertà di manifestazione del pensiero dall’altro.

Posta così la questione, la legge necessaria, se ben costruita, non è affatto liberticida, non impone un pensiero unico. Ben costruita in termini di appropriatezza (lo strumento penale è uno di quelli possibili) e di proporzionalità (entità delle pene previste).

Non è un caso se, pur essendovi state varie occasioni, la legge Mancino, su cui si interviene, non sia mai stata portata all’esame della Corte perché essa è stata sempre interpretata direttamente dai giudici conformemente ai canoni stabiliti dalla Corte medesima in sede di esame della legge Scelba, ossia in relazione al concreto pericolo di adesione di terzi all’istigazione e quindi della diffusione di condotte violente o discriminatorie.

Il confronto va spostato puntualmente sul merito, su precise preoccupazioni e formulazioni.

Avete presentato pregiudiziali sul testo approvato dalla Commissioni appoggiandovi alle condizioni e alle osservazioni soprattutto della Commissione Affari Costituzionali e del Comitato per la Legislazione.

Ora però, per onestà intellettuale, dovreste ammettere che la maggioranza ha risposto in modo puntuale a tutte le condizioni e anche ad alcune osservazioni.

Le condizioni erano due.
Una comune ai due organismi parlamentari, quella di precisare in modo più rigoroso le definizioni utilizzate (sesso, genere, identità di genere, orientamento sessuale): ciò è stato risolto con un puntuale emendamento premissivo.
La Commissione Affari Costituzionali aveva poi richiesto una riscrittura dell’articolo 3 che lo rendesse più chiaro nel suo intento garantistico, pur già presente. Ciò è stato risolto con un emendamento interpretativo che introduce soprattutto un elemento innovativo: la punibilità scatta quando vi sia “il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Per di più l’emendamento precisa che il rispetto per le manifestazioni della libertà di opinione e per le condotte che non ricadano in tale pericolo è fatto necessariamente salvo perché discendente direttamente dall’articolo 21 della Costituzione, che non si tratta di una concessione del legislatore.
Ora nessuno può dire che non sia ben delimitato il confine, i casi in cui un’opinione, una dichiarazione legittima, diventa un pericolo chiaro e presente di violenza contro la dignità della persona.
Il concreto pericolo non è un concetto generico. E’ un concetto che viene da lontano. Lo ha ben chiarito con una metafora il giudice Oliver Wendell Holmes, nella sentenza Schenck versus Stati Uniti nel lontano 1919. Scrive il giudice: la protezione più rigorosa della libertà di parola non proteggerebbe un uomo che gridasse falsamente al fuoco in un teatro causando un panico.
E’ in nome di Holmes che invitiamo quindi tutti a bocciarle. Noi non vogliamo imporre a nessuno un pensiero unico, ma chi grida falsamente sui social incitando ad atti violenti provocando un pericolo concreto ai danni della dignità della persona non difende il pluralismo, attenta a quel libero sviluppo della personalità umana a cui ci ha richiamato il Presidente Mattarella.


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  • Pierpaolo Bonfanti
    Rispondi

    Buonasera Onorevole,

    il docente di diritto costituzionale Filippo Vari (dell’Università Europea di Roma) sull’Avvenire del 29 Ottobre obietta che la mancata definizione di
    “atto discriminatorio” all’interno della proposta di legge rischi di minare la libertà di manifestazione del pensiero:

    “Atto discriminatorio, senza legame con la violenza, può ricomprendere qualsiasi comportamento, anche espressione di un diritto di libertà: la scelta di un circolo di accettare tra i soci solo uomini; quella di un proprietario di locare soltanto a ragazze; l’istituzione di convitti solo per ragazzi; la scelta di un pubblicitario di promuovere un prodotto esclusivamente con immagini di coppie eterosessuali; il rifiuto dei genitori di far partecipare a scuola i figli a lezioni di educazione civica nelle quali s’introduce l’ideologia di gender.”

    E poi aggiunge:

    “Il riferimento al ‘concreto pericolo’ è utile se legato a una fattispecie chiara, come il compimento o la minaccia di ‘atti violenti’, atti, va ribadito, che meritano pene. Ma a cosa serve limitare la punizione di convincimenti, opinioni o condotte solo se ‘idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori’ se il concetto di atto discriminatorio è vago e potenzialmente onnicomprensivo?”

    Le volevo chiedere un parere in merito.

    La ringrazio!

    Pierpaolo Bonfanti

    • Stefano Ceccanti
      Rispondi

      Discriminazione diretta e indiretta sono definite dalla direttiva 2000/78 UE e dal dlgs 216/2003 oltre che dalla giurisprudenza, gli atti discrimonatori sono già ricompresi dalla Mancino e non hanno mai comportato problemi con le fattispecie precedenti. A me quindi queste preoccupazioni, pur formulate con tono corretto e non apocalittico, non mi sembrano a prima vista convincenti. Comunque vedremo cosa ne penseranno i senatori

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