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1- Ripartire dalle chiavi di lettura di Paladin e Lanchester
Parlare di questo tema, pur brevemente, senza essere ripetitivi, è estremamente difficile perché si tratta di muoversi come nani sulle spalle di vari giganti, per un verso ovviamente Leopoldo Elia, ma per altro verso degli altri Autori che hanno scritto su questo, in particolare Livio Paladin nella presentazione agli Studi in onore, editi da Giuffré nel 1999, e dai vari testi di Fulco Lanchester, in particolare la sua relazione di apertura al convegno del 2014 su “La Sapienza del giovane Leopoldo Elia 1948-1962” .
Paladin, dopo aver colto come “caratteristica comune e pressoché costante” di Elia quella dei “collegamenti tra l’attività di studioso e l’azione dell’uomo politico”, proponeva un percorso interpretativo in cui dopo una fase iniziale, in cui “lo studioso ha avuto la prevalenza ma non l’esclusiva”, ne seguiva una successiva in cui “l’uomo pubblico e il politico direttamente coinvolto hanno gradualmente predominato” (p. XII). Anche così, però, negli “articoli giornalistici” si confermava comunque “l’intreccio fra la sua vastissima preparazione costituzionalistica di base e le sollecitazioni della vita politica quotidiana” (p. XIII).
Per Paladin la linea interpretativa è rimasta sostanzialmente la stessa: per un verso “recuperare le occasioni perdute dell’Assemblea costituente con la mutilazione dell’ordine del giorno Perassi” senza però affidare alle varie ipotesi di riforma “globali capacità rigenerative” (pp. XXX-XXXI).
Lanchester, invece, all’interno di questa obiettiva continuità, tenendo conto anche degli scritti del decennio successivo, tende maggiormente a sottolineare un certo scarto tra lo sguardo più positivo negli anni di inizio della transizione 1991-1993 e quelli successivi più preoccupati a causa della scomparsa del precedente sistema dei partiti e della confusa transizione ad uno nuovo con potenziali effetti di squilibrio del sistema stesso.
Eviterò comunque, perché ho già presentato una relazione nel convegno citato organizzato da Fulco Lanchester, di riparlare in questa sede degli interventi nella palestra di “Giurisprudenza Costituzionale” e mi concentrerò su un testo paradigmatico dell’inizio e poi, soprattutto, su due testi degli ultimi anni.

2- Il punto di partenza: Cronache Sociali e un testo paradigmatico che conferma la tesi Paladin
L’inizio è costituito dalla rivista dossettiana “Cronache Sociali”. Nel 1962 lo stesso Elia, insieme a Marcella Glisenti, cura per l’editore Luciano Landi (San Giovanni Valdarno-Roma) un’antologia di testi pubblicati dalla rivista tra il 1947 e il 1961. In quell’occasione inserisce tre delle proprie note: due sono di ricostruzione di eventi politici, una sorta di puntuale ricostruzione e decodificazione degli eventi politici e di governo (una sorta di “pastone” di alto profilo), mentre uno è un vero e proprio testo costituzionalistico per così dire ‘correttivo’ e rafforzativo del Presidente del Consiglio De Gasperi. Mentre quest’ultimo il 15 maggio 1949 per porre una decisa barriera a destra rispetto ai monarchici aveva distinto tra una valutazione politica ostile a eventuali mutamenti dell’articolo 139 della Costituzione ed una giuridica astrattamente più possibilista, m asolo direi come caso di scuola, Elia, sulla base della teoria della Costituzione materiale e dei principi supremi ad essa connessi, la escludeva anche sotto il profilo giuridico, sempre che si volesse restare “nel quadro della vigente Costituzione”, essendo appunto la forma repubblicana “nel nucleo della Costituzione materiale dello Stato italiano” (p. 416 del primo Tomo).
Siamo qui evidentemente in un testo paradigmatico che conferma la chiave di lettura di Paladin sulla chiara prevalenza dello studioso sul politico nella prima fase, anche se lo studioso non è asettico e le conseguenze politiche di quell’approccio sono piuttosto evidenti. Si tratta della linea del gruppo dossettiano, in questo caso a supporto e a rafforzamento di quella già intransigente di De Gasperi, a non accettare spostamenti a destra del quadro politico, contro le autorevolissime pulsioni in senso opposto, di cui ci ha sempre parlato Pietro Scoppola.

3- Gli ultimi anni e la verifica della tesi Lanchester
Dopo il testo di Paladin del 1999, per verificare la tesi Lanchester possiamo anzitutto, grazie ai contributi ripubblicati sul sito delle Costituzioni storiche dell’Università di Torino, rileggere i contributi successivi e individuare quelli più caratterizzanti.
Tra questi vi è senz’altro soprattutto il testo pubblicato su “Il Popolo” del 19 dicembre 2001 “Quel che Dossetti ci ha insegnato” in cui Elia spiega il senso dell’intervento di Dossetti del 1994 che coglieva in Berlusconi “una figura che rappresentava allora (e rappresenta oggi) l’esatto contrario di quel pluralismo che significa la nuova, effettiva separazione dei poteri nelle democrazie contemporanee”.
Vi è poi l’introduzione al Volume edito dal Mulino nel 2005 “La Costituzione aggredita. Forma di governo e devolution al tempo della destra” in cui sono particolarmente interessanti due notazioni apparentemente laterali, rispetto all’analisi critica puntuale, piuttosto nota, delle norme del progetto approvato dalle Camere e in attesa di essere sottoposto al referendum confermativo/oppositivo.
La prima, nella scia di Dossetti, è sempre relativa al caso Berlusconi e alla non contendibilità della sua leadership: “Se nel periodo 1994-2001 la stabilità dei governi non si è realizzata in termini fisiologici, è altrettanto vero che è mancato, specie nella XIV legislatura, qualsiasi controllo efficace sul Premier da parte dei ‘partiti personali’ affermatisi nell’area di centrodestra” (p. 10).
La seconda, nella comparazione con l’esperienza costituzionale semi-presidenziale francese, segnala la sua negatività rispetto a una possibile importazione “tenuto anche conto della minore reattività del contesto italiano sperimentata in altre circostanze storiche” (p. 17).
Risulta pertanto confermata anche la tesi Lanchester: è lo sfarinamento del soggetto partito a spingere Elia ad una maggiore cautela sulle riforme.

4- Una breve conclusione: né dogmatizzare né ripararsi dietro un’impossibile asetticità

Ovviamente come per ogni Autore a cui capita di compiere questo tragitto ben delineato da Paladin e da Lanchester, man mano che ci si allontana dal professore che commenta la politica e ci si avvicina al politico che utilizza le proprie competenze di professore, è evidente che cresca l’opinabilità dei giudizi storico-politici. E che quindi neanche i più motivati, compresi quelli di Elia, possano essere assolutizzati e dogmatizzati. Per questo è sempre bene non tentare rigide attualizzazioni.
In particolare non si può essere certi che tutti i giudizi formulati nel vivo della lotta politica rimangano inalterati in seguito e neppure che i pericoli per gli equilibri di sistema che possono sembrare gravi in una fase e che poi siano magari superati non si riaffermino in una fase successiva anche in forme diverse. Non è affatto detto, ad esempio, che il metodo, gradito a molti, di riforme puntuali anziché più organiche, praticato in questo periodo metta a priori al riparo da squilibri anche profondi.
Detto ciò, per rendere la complessità del tema affrontato, resta però una lezione permanente di Leopoldo Elia commentatore costituzionale: meglio correre i rischi segnalati che ripararsi dietro un’infeconda (anche perché impossibile) asetticità olimpica.

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