In Diario
Referendum greco: democrazia o nazionalismo?
09.07.2015

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Come interpretare il referendum greco del 5 luglio? È ovvio rispondere che si è trattato di un formidabile esercizio di democrazia.

IN BREVE

  • Il referendum greco potrebbe essere considerato l’opposto del trionfo della democrazia, in quanto stimolatore di nazionalismi
  • Il fallimento finanziario della Grecia non è dovuto alle politiche sbagliate imposte dalla Troika, ma al prolungato degrado del sistema istituzionale ed economico del paese
  • La Grecia non ha uno stato moderno. Anzi, per molti aspetti appare uno stato fallito

Più della metà degli elettori greci sono andati a votare in merito alla proposta di accordo avanzata dai creditori del paese, quindi una maggioranza significativa di quegli elettori si è espressa contro la proposta di accordo.

È certamente legittimo dubitare sulla chiarezza del quesito sottoposto agli elettori, è persino legittimo dubitare che gli elettori abbiano votato sulla proposta definitiva avanzata dai creditori e non invece su una delle tante proposte discusse ma mai formalizzate.

È persino legittimo dubitare sul fatto che i tempi stretti (una settimana) per la convocazione del referendum abbiano favorito la diffusione delle informazioni, oppure abbiano consentito a molti cittadini greci che lavorano all’estero di partecipare al referendum.

Nonostante tutto ciò, è indubbio che la scelta del governo greco di indire il referendum abbia fornito ai propri cittadini una formidabile occasione per esprimere le loro opinioni su una questione di cruciale importanza, come la partecipazione del paese alla moneta comune.

La vittoria del No (all’accordo) costituisce una conferma spettacolare delle posizioni negoziali sostenute dal governo greco e dal suo leader sin da quando si sono insediati dopo le elezioni parlamentari del gennaio 2015.

Insomma, un piccolo paese ha dimostrato come si può rispondere alle politiche imposte dai grandi paesi, ricorrendo alla democrazia e alla volontà del proprio popolo.

Tuttavia, questa interpretazione del referendum greco, molto diffusa nella sinistra radicale italiana ed europea e tra alcuni intellettuali liberal americani (come Stiglitz e Krugman), ha non pochi punti di debolezza. La democrazia, infatti, è praticata non solo in Grecia, ma anche negli altri 18 paesi dell’Eurozona.

La posizione sostenuta da quest’ultima è emersa da scelte compiute da governi democraticamente eletti, non solo da burocrazie tecniche come il Fondo monetario internazionale o la Banca cntrale eropea.

Per di più, se estendessimo la logica del referendum per decidere questioni di questo tipo, il risultato potrebbe risultare l’opposto di ciò che ci si aspetta. Facciamo l’esempio che sia possibile (cosa che non lo è sul piano costituzionale) indire un referendum in Germania, per chiedere ai cittadini di quel paese se sono disposti a sostenere la Grecia alle condizioni richieste dal governo di quel paese.

Ora, è altamente probabile che i cittadini tedeschi voterebbero massicciamente contro quelle condizioni. Se così fosse, non sarebbe anche quel voto espressione di una democrazia popolare? E se ogni paese dell’eurozona seguisse l’esempio e convocasse un referendum sull’accordo da raggiungere con il governo greco, che cosa succederebbe se i vari elettorati nazionali bocciassero quell’accordo?

Saremmo di fronte ad una democrazia contro un’altra democrazia, ad un popolo contro un altro popolo, ad una legittimità contro un’altra legittimità.

In realtà, nel contesto di un’unione monetaria, i concetti di democrazia e di popolo debbono essere ripensati. Ovvero debbono essere de-nazionalizzati. Se le scelte o le non-scelte di un paese hanno conseguenze su altri paesi, è legittimo rivolgersi al proprio popolo senza considerare gli altri popoli? La risposta è abbastanza evidente.

Se ci si libera dalla tirannia dell’ovvio, allora la scelta del governo greco di indire un referendum potrebbe addirittura apparire come l’espressione di un nazionalismo pre-interdipendenza.

Non è un caso che il No abbia vinto sulla base di una rivendicazione della sovranità nazionale, se non (addirittura) dell’orgoglio nazionale. Naturalmente, le inflessibili politiche di austerità imposte al paese sin dal 2010 dall’Eurogruppo (dei ministri economici e finanziari) e poi dall’Euro Summit (dei capi di governo) dell’Eurozona hanno contribuito potentemente ad alimentare il sentimento nazionalista (del paese povero e piccolo umiliato dai paesi ricchi e grandi).

Tuttavia, quel nazionalismo non è stato creato dalle politiche di austerità. È fondativo dell’identità greca, al punto da aver acquisito una dimensione quasi-etnica.

Peraltro, non si potrebbe spiegare la coalizione del governo guidato da Tsipras, costituita dal partito radicale di sinistra di Syriza  e dal partito radicale di destra dei Greci Indipendenti, se non si considera il tratto nazionalista che unisce i due partiti.

Ecco perché il referendum greco potrebbe essere considerato l’opposto del trionfo della democrazia, in quanto stimolatore di nazionalismi che storicamente hanno affossato quest’ultima.

Si potrebbe addirittura argomentare che i leader di Syriza e loro sostenitori europei e americani non abbiano ancora fatto i conti con l’interdipendenza monetaria ed economica che esiste nell’Eurozona.

La loro visione politica continua ad essere legata allo stato nazionale, considerato come l’orizzonte naturale della pratica democratica.

Si potrebbe addirittura ipotizzare che quei leader non ritengano possibile la democrazia sovranazionale. Ma se così è, allora sarebbe più conseguente che il governo greco portasse il paese fuori dall’Eurozona (anche se non dall’Unione Europea), riacquistando così la piena sovranità sulla moneta, così da metterla al servizio della politica nazionale.

Dopo tutto, nell’Unione europea ci sono altri paesi che hanno conservato la propria sovranità monetaria. Ma, a parte la Gran Bretagna che ha un suo mercato finanziario globale, gli altri paesi, compresi quelli scandinavi, sono largamente dipendenti dalle scelte fatte dalle istituzioni dell’Eurozona.

In alcuni casi (si pensi all’Ungheria, alla Romania o alla Bulgaria), l’indipendenza monetaria ha consentito di preservare istituzioni corrotte e di promuovere politiche illiberali che hanno ulteriormente accentuato la loro marginalità politica.

Forse perché consapevole di ciò, il governo Tsipras vuole rimanere in un sistema interdipendente in nome della propria indipendenza.

Un paradosso non da poco, per risolvere il quale occorre intervenire sia sul versante europeo che su quello greco. Per quanto riguarda l’Eurozona, essa dovrà rivedere il proprio modello di governance e le sue politiche ordo-liberali.

Non si può avere una moneta comune governata da 19 paesi diversi. L’Eurozona deve darsi una struttura sovranazionale costituita da un bilancio autonomo e da un governo comune. Ciò richiederà un nuovo trattato, siglato solamente dai paesi che condividono la moneta e che hanno quindi la necessità di costruire un controllo politico di essa.

Nello stesso tempo, però, l’élite politica che sta governando la Grecia dovrà riconoscere che non è il coraggioso Davide (del sud) che lotta contro i cattivi Golia (del nord). Il fallimento finanziario della Grecia non è dovuto alle politiche sbagliate imposte dalla Troika, ma al prolungato degrado del sistema istituzionale ed economico del paese.

Quelle politiche hanno peggiorato la malattia, ma non l’hanno creata. La Grecia non ha uno stato moderno. Anzi, per molti aspetti appare uno stato fallito.

La corruzione, l’evasione fiscale, il clientelismo, l’oligarchia, il previlegio non sono stati creati dalla Troika, né potranno essere nascosti sotto il tappeto del nazionalismo.

Se la Grecia vuole diventare un paese modernamente democratico, deve fornire ai cittadini non solo la possibilità della partecipazione elettorale, ma anche la qualità di un’amministrazione efficiente, di una fiscalità equa, di un’economia aperta.

E soprattutto deve dotarsi di una élite politica che comprenda il significato dell’interdipendenza. Ecco perché, in un’unione monetaria, è bene non essere prigionieri dell’ovvio.

Ed invece di mitizzare la democrazia nazionale, sarebbe stato meglio dare a quell’interdipendenza un carattere politico. Ovvero spingere per trasformare l’Eurozona in un’unione politica dotata di risorse proprie e di un legittimo governo. Non ci si oppone alle logiche intergovernative riaffermando l’indipendenza del proprio governo.

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