In Diario

Gli influssi americani sulla libertà religiosa al Concilio Vaticano II
di Pamela Beth Harris

ABSTRACT

Partecipando al Concilio Vaticano II, l’elite cattolica ecumenica degli Stati Uniti intendeva colmare il divario tra la Chiesa e gli ideali di democrazia e libertà religiosa.

Essi tentarono, infatti, di riprodurre nella nuova Chiesa, che avrebbe visto la luce nel Concilio, un’immagine idealizzata della Costituzione americana: tutela del pluralismo religioso, garanzia della parità di trattamento per tutte le istituzioni e organizzazioni religiose, sostegno ad una forte società civile sottoposta ad uno Stato minimo e, infine, netta separazione tra sfera secolare e spirituale.

I Cattolici americani avevano delle rilevanti ragioni di politica interna per voler riformare la Chiesa in questo modo. Fintanto che la loro Chiesa avesse respinto i principi democratici e di libertà religiosa, essi sarebbero stati sempre oggetto delle critiche e dei sospetti di chi non li riteneva dei leali cittadini. Figure politiche cattoliche come John F. Kennedy erano accettate solo fintanto che mantenevano la propria religiosità in privato, evitando così di dare l’impressione di voler diffondere i propri valori religiosi tramite l’esercizio dei pubblici poteri.

Contemporaneamente il sentimento anti-cattolico alimentava la costituzionalizzazione di un ipersecolare e rigida separazione tra autorità pubbliche e autorità religiose. Interpretando la clausola del “no establishment” del I Emendamento della Costituzione come imposizione di una rigida separazione, le corti secolariste hanno escluso l’educazione religiosa cattolica dalle scuole pubbliche e hanno impedito qualsiasi tipo di sostengo pubblico alle scuole cattoliche. In siffatto contesto i Cattolici americani hanno cercato di opporsi alla sempre crescente secolarizzazione della società americana. Al fine di ottenere il supporto di altri gruppi religiosi alla loro causa, i leader cattolici fondamentalmente dovevano dimostrarsi capaci di essere dei fedeli e leali cittadini americani.

Sotto la guida di John Courtney Murray, i cattolici americani progressisti hanno dunque avuto un enorme interesse nel promuovere il pluralismo religioso, l’eguaglianza e la libertà come valori universali teologicamente fondati. Essi compresero che i cattolici americani non potevano più guardare alla libertà religiosa solo come strumento di tutela di loro stessi, quale unica minoranza a detenere la verità universale all’interno di una “democrazia protestante”.

Nell’elaborare questa reinterpretazione teologica della dottrina della Chiesa, Murray utilizzò un metodo ermeneutico molto simile a quello della “Costituzione vivente” che andava contemporaneamente affermandosi presso la Corte suprema federale in quel periodo. Al pari, per esempio, di quanto accadeva per le iniziali prese di posizione contro l’eguaglianza razziale, le tradizionali idee papali contrarie alla democrazia e alla libertà religiosa potevano essere superate senza essere additate come sbagliate (i giudici della Corte suprema, come i papi, erano e sono molto gelosi della propria “infallibilità).

Sia prima che durante il Concilio vaticano II Murray sostenne che l’avversione della Chiesa per la democrazia e la libertà religiosa fosse spiegabile nel contesto europeo per via del liberalismo anticlericale di matrice giacobina. Comunque, apprendendo il dispiegarsi della consapevolezza storica della liberà religiosa in America, si può invece apprezzare il suo contributo per il benessere della Chiesa e il rispetto del diritto naturale. A differenza degli stati europei, il pluralismo religioso era la “condizione originaria della società americana” e non l’esito di una deflagrazione di una preesistente omogeneità religiosa (We Hold These Truths, 43). Gli Americani hanno dunque concepito la libertà religiosa non come la concessione di malavoglia di colpe religiose bensì come la protezione costituzionale per un governo limitato, rendendo possibile lo sviluppo di una società civile religiosamente ricca ed eterogenea. I Cattolici americani potevano onorare il I Emendamento come una questione di principio e non come un compromesso sorto da un’esigenza.

Attraverso la forza di questo argomento, la simpatia di Paolo VI e lo stesso interesse della Chiesa nell’ambito della Guerra fredda di promuovere il modello di libertà religiosa statunitense in contrapposizione all’ateismo comunista, la visione di Murray riuscì a confluire nella versione finale della Dignitatis Humanae. L’influenza americana sulla Dignitatis Humanae è particolarmente visibile nei primi otto paragrafi.
Ad ogni modo Murray rimase deluso dalla versione finale della Dignitatis Humanae, poiché egli ritenne che, alla fine, non fosse stato dato sufficiente risalto alla sua concezione giuridica di libertà religiosa come radicata nella dignità umana e a fronte della incompetenza dello stato nelle questioni religiose, mentre, al contrario, fosse stato dato troppo spazio alle nozioni teologiche di libertà di coscienza per perseguire la verità.

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