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Comunicato
Ceccanti (PD) Avanti verso il voto di giovedì, sperabilmente a due terzi, della riforma costituzionale sul voto ai diciottenni al Senato

Come promesso prima del referendum l’aggiornamento costituzionale prosegue nelle tappe previste.
Poco fa in Aula si è conclusa la discussione generale della legge di revisione costituzionale che finalmente consentirà ai cittadini tra diciotto e venticinque anni di votare al Senato, di cui sono relatore insieme alla collega Corneli.
Una scelta che rimuove un’ingiustificata limitazione alla sovranità popolare, un’anomalia rispetto a tutte le democrazie consolidate, e che annulla praticamente i rischi di esiti irrazionali di maggioranze diversificate tra due Assemblee che danno entrambe la fiducia. Noi avremmo preferito allineare anche l’elettorato passivo del Senato a quello della Camera ed insisteremo in futuro su questa innovazione, ma non sarebbe certo un motivo per non approvare convintamente questo testo.

Questa scelta è la quarta tappa di un processo di riduzione delle differenze irragionevoli nella nostra storia costituzionale. La prima fu nel 1963 la riforma costituzionale dell’allineamento della durata del Senato (originariamente fissata a sei anni) a quella quinquennale della Camera. La seconda e la terza sono maturate nella scorsa legislatura: l’allineamento con riforma regolamentare della disciplina degli astenuti del Senato a quella della Camera e l’approvazione di una legge elettorale sostanzialmente identica tra le due Assemblee secondo il puntuale monito della Corte costituzionale nella sentenza 35/2017.
Ci sono quindi tutte le condizioni per un’approvazione giovedì a maggioranza di due terzi di questa riforma.




Intervento in apertura lavori

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Ceccanti.

STEFANO CECCANTI, Relatore. Grazie, Presidente. Alcune cose le ha dette già la collega Corneli, io richiamo le due ragioni di fondo, anzitutto, per le quali noi procediamo a questa riforma costituzionale e ci auguriamo che essa possa superare i due terzi nei consensi di quest’Aula. La prima ragione è prendere sul serio l’affermazione dell’articolo 1 sulla sovranità popolare. Se noi ci basiamo sulla sovranità popolare possiamo inventarci tante cose, ma non possiamo escludere dalla elezione di un’assemblea rappresentativa nazionale una parte dei cittadini maggiorenni. Oggi il Senato non è una Camera eletta a suffragio universale perché sette classi di età sono escluse. Questa esclusione non può avere nessuna giustificazione logica e basta da sola a motivare questa riforma. Si possono costruire Camere di tutti i tipi, ma se una Camera è eletta dai cittadini, in qualsiasi democrazia consolidata tutti i cittadini maggiorenni, nessuno escluso, devono poter votare per la Camera; e soprattutto l’età non può essere ragione di esclusione: ci possono essere esclusioni mirate per alcune categorie e per alcune situazioni che si vengono a verificare, ma non certo in base all’età.

La seconda motivazione di fondo – questa è più particolare – è che, finché noi abbiamo due Camere che danno ambedue la fiducia al Governo, è profondamente irrazionale alterare la base rappresentativa e far sì che un elettore su dieci voti solo in una Camera e non nell’altra, perché noi finiamo per produrre, per incentivare un esito diverso.

Allora, da questo punto di vista, noi ci troviamo oggi al terzo passaggio, al quarto passaggio, di un esame attento delle differenze che sono state introdotte o in Costruzione o in altri fonti e che vanno puntualmente verificate rispetto alla loro ragionevolezza. Evidentemente nessuno esclude che vi possano essere delle differenze tra Camera e Senato e che altre se ne possano aggiungere, ma tutte queste differenze devono passare ad un vaglio di ragionevolezza. Il primo vaglio fu fatto nel 1963 sulla diversa durata – Camera cinque anni e Senato sei – che apparve da subito irrazionale, tant’è che nel 1953, all’atto di votare per la Camera dei deputati, si decise di sciogliere anticipatamente il Senato per fare le elezioni lo stesso giorno, la stessa cosa si fece nel 1958 e poi nel 1963 si provvide, con la revisione costituzionale che stabilì i 630 e i 315 componenti elettivi, a ridurre la durata del Senato a cinque anni, consentendo da allora di svolgere le elezioni lo stesso giorno.

La seconda modifica che è intervenuta togliendo una irragionevolezza è stata quella del Regolamento del Senato che, fino alla scorsa legislatura, prevedeva che gli astenuti nel voto venissero sommati ai contrari. Dopo attenta riflessione, l’Assemblea del Senato cambiò il proprio Regolamento e allineò la disciplina delle astensioni a quella vigente in questo ramo del Parlamento. Le astensioni costituiscono un terzo genere rispetto al “sì” e al “no” e non possono essere equiparate né al “sì”, né al “no”, anche questa è una questione di ragionevolezza e non di logica.

Il terzo passaggio – io lo ricordo a tutti – è la conclusione della sentenza n. 35 del 2017 sulla legge elettorale. Nelle ultime parole di quella sentenza la Corte Costituzionale ha detto che le leggi elettorali non debbono ostacolare la formazione di maggioranze parlamentari omogenee nelle due Camere. Ma se questo lo devono fare le due leggi elettorali, tanto più lo può fare e lo deve fare la Costituzione, perché anche due leggi elettorali del tutto identiche, in presenza di un decimo degli elettori che votano solo per una Camera e l’altra per il “no”, tendono appunto anch’esse a produrre maggioranze parlamentari irragionevolmente disomogenee. Noi pensiamo che questa equiparazione avrebbe potuto coinvolgere anche l’elettorato passivo, perché anche in questo caso si può procedere, si può deliberare una distinzione tra l’elettorato passivo per varie ragioni, ma distinguere l’elettorato passivo in base all’età per le due Camere sembra a noi irragionevole, per cui noi riteniamo giusto pro futuro ragionare anche sull’allineamento degli elettorati passivi. Però, intanto, procediamo in modo più consensuale possibile a questa riforma, che è gerarchicamente molto più importante (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Intervento di replica
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, deputato Stefano Ceccanti.

STEFANO CECCANTI, Relatore. Grazie, Presidente. Io volevo dire fondamentalmente due cose. La prima è questa: il collega D’Ettore ci invita a chiarire l’indirizzo politico di maggioranza sulle riforme costituzionali, io però vorrei ricordare al collega D’Ettore che noi la prima lettura l’abbiamo fatta qui e io e la collega Corneli abbiamo fatto i relatori – perché la collega Corneli era di maggioranza e io ero di opposizione, così scelse il presidente Brescia – perché questa riforma era una riforma che vedeva potenzialmente tutti d’accordo. Quindi, questa riforma non nasce dal patto della nuova maggioranza, ma nasce da proposte di legge parlamentari provenienti da vari gruppi di maggioranza e di opposizione; è nata così ed è stata votata in prima lettura. Quando io ho fatto il relatore in prima lettura e il Partito Democratico era all’opposizione noi abbiamo votato questa riforma qui, non un’altra, quindi la riforma non nasce dall’indirizzo politico di maggioranza, nasce da un’intesa ampia tra i gruppi.

La seconda questione è che, quando noi affrontammo la prima lettura, eravamo sostenitori dell’allineamento anche dell’elettorato passivo, fra l’altro c’erano anche varie ipotesi in discussione di cui parlammo (o dell’allineamento secco, o di trovare un punto di equilibrio diverso sul passivo a trenta o trentacinque anni) ma ci venne detto, soprattutto dai colleghi del centrodestra, che era sgradevole mandare al Senato un testo che prevedesse per il Senato sia il cambiamento dell’elettorato attivo, sia di quello passivo. Ci venne detto: Lasciate fare ai senatori una proposta loro sull’elettorato passivo, per rispetto nei confronti dell’altra Camera, intanto noi siamo tutti d’accordo sull’elettorato attivo, è una buona ragione, visto che siamo d’accordo tutti, per votarlo tutti insieme e vedremo che cosa ci proporranno i senatori sull’elettorato passivo. Poi nessuno ha imposto ai senatori di rimandarci questa lettura così come l’avevamo fatta noi – questo vorrei replicare al collega Baldelli -, ma sono stati i senatori che, per esigenza di equilibri interni al Senato, hanno deciso che si otteneva maggiore consenso limitandosi solo alla riforma dell’elettorato attivo, anziché di quello passivo. È stata una scelta dell’Assemblea del Senato perché, se noi avessimo dovuto votare qui in prima lettura e non ci fosse stata fatta questa obiezione di galateo costituzionale, avremmo comunque fatto una scelta diversa, o di allineamento o comunque di abbassamento dell’età di quarant’anni. Quindi, il primo punto è che questa riforma, in prima lettura, è stata condivisa da tutti e non fa parte dell’indirizzo politico di maggioranza; il secondo punto è che è stata una scelta del Senato quella di limitarsi al solo elettorato attivo. Dopodiché, come sempre, dove c’è il più, c’è anche il meno: se una persona, un deputato, o un gruppo condivide l’idea che si debbano cambiare sia l’elettorato attivo che il passivo, e gli viene un testo che cambia solo quello attivo non è un motivo per non votarlo, intanto è una scelta parziale positiva. Per questo, io mi auguro fortemente, per queste due motivazioni che ho detto prima, che anche i colleghi che hanno espresso oggi legittime critiche di varia natura votino questo testo, perché io non ho sentito nessuno degli intervenienti dire che è contrario ad ampliare l’elettorato attivo ai cittadini tra i 18 e i 25 anni. Sono state fatte osservazioni di varia natura, di varia ricostruzione, però nessuno di voi ha detto: sono contro il ridurre il limite da 25 a 18 anni e, siccome nessuno di voi ha detto di non ridurre il limite da 25 a 18 anni, io invito ciascuno a portare le sue motivazioni anche critiche, ma a votare tutti “sì”, perché sarebbe un atto estremamente positivo da parte di questo Parlamento ritrovare, anche in seconda lettura, esattamente quella concordia che abbiamo avuto in prima lettura.


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