Bozza della relaizone di Giuseppe Calderisi
I DILEMMI DELLA LEGGE ELETTORALE TRA ITALIA ED EUROPA
Mercoledì 13 maggio 2026 ore 8,30
Considerato che la questione è innanzitutto quella di cambiare o no, e poi come, la legge Rosato oggi vigente, mi sembra opportuno e necessario partire dalla sua valutazione; e ricordare quando e in che contesto fu approvata, quali sono le sue caratteristiche e quali esiti ha prodotto nelle sue due applicazioni nel 2018 e nel 2022. In un paese che ha poca memoria storica (e molto spesso poca memoria anche della cronaca recente), almeno un minimo di ricostruzione storico-politica è necessaria per gli insegnamenti che se ne possono trarre.
La legge Rosato fu approvata nel 2017 in una situazione politico-istituzionale del tutto particolare. Era stato respinto il referendum confermativo sulla riforma Renzi-Boschi. La conseguente conferma del bicameralismo paritario aveva comunque messo in causa l’Italicum, la legge elettorale che era stata concepita per un sistema con rapporto fiduciario monocamerale. Subito dopo la vittoria del No essa giunse al giudizio della Corte costituzionale che (con la sentenza n. 35/2017) dichiarò illegittimo il ballottaggio; non in sé, astrattamente considerato, ma per la concreta disciplina adottata, cioè perché se ne prevedeva lo svolgimento “a tutti i costi”, “sempre e comunque”, anche tra liste con scarsissima legittimazione al primo turno, senza alcun correttivo (ad esempio la possibilità di apparentamenti tra primo e secondo turno). Per il resto, però, la Corte ritenne pienamente legittimo il sistema con il premio di maggioranza fino al 55% dei seggi complessivi, con la soglia minima del 40% dei voti per accedere al premio.
Per il Senato, invece, era rimasto il vigore il sistema che risultava dalla precedente sentenza della Corte (sentenza n. 1/2014) sul Porcellum. I due Consultellum (così vennero definiti i due sistemi derivanti dalle due sentenze della Corte) avevano caratteristiche molto diverse tra loro: alla Camera un sistema senza coalizioni, ma con il premio alla lista; al Senato un sistema senza premio ma con le coalizioni e con sbarramenti differenti a seconda che la lista fosse coalizzata oppure no (rispettivamente il 3% e l’8% a livello regionale). Pertanto erano due leggi fortemente disomogenee che potevano fornire esiti del tutto differenti e che pertanto avrebbero potuto rendere molto difficile “l’esercizio delle funzioni costituzionali del Presidente della Repubblica” (come rilevò proprio il Quirinale). Non a caso la Corte – data la permanenza del bicameralismo paritario – pose l’esigenza (al punto 15.2 della stessa sentenza n. 35/2017) dell’omogeneità dei sistemi elettorali delle due Camere. [E quindi – faccio un inciso utile per il seguito – data la legittimità del sistema con il premio di maggioranza nazionale per la Camera, se ne desume anche la legittimità di un sistema con il premio di maggioranza nazionale anche per il Senato, ovviamente purché i seggi siano ripartiti regione per regione, come richiede l’articolo 57 della Costituzione.]
Insomma, i partiti erano di fronte ad un complicato groviglio istituzionale costituito dalla permanenza del bicameralismo paritario e da queste due leggi elettorali tra loro molto disomogenee. In sostanza erano obbligati ad intervenire. Ma non sapevano come farlo di fronte alla gravissima crisi del sistema politico, divenuto nettamente tripolare (lo era divenuto già nel 2013), con il crescente aumento dei consensi del M5S. Inizialmente, Renzi e Berlusconi trovarono un’intesa per un sistema proporzionale (c. d. sistema tedesco), ma il tentativo naufragò in una delle prime votazioni a scrutinio segreto.
Alla fine i partiti si accordarono su un sistema molto singolare che non aveva affatto l’obiettivo di favorire la formazione di una maggioranza (comunque difficile nel contesto tripolare): vale a dire, scelsero un sistema a prevalenza proporzionale per i 5/8 (circa il 63%) e con il 37% di collegi uninominali (la metà rispetto al Mattarellum che ne prevedeva il 75%). Il sistema, da una parte, incentivava (e incentiva) i partiti a formare coalizioni e a presentare candidature comuni per vincere i collegi uninominali; dall’altra, prevedeva (e prevede) la presentazione al Ministero dell’Interno di programmi di governo non da parte delle coalizioni, ma di ciascun partito; e così pure per l’indicazione del capo del partito e non della coalizione. Insomma, i partiti scelsero allora questo sistema misto, in realtà caratterizzato da una doppiezza: si presentavano agli elettori formando delle coalizioni, ma – dato che ben difficilmente si sarebbe prodotta una maggioranza – erano pronti dopo il voto a scomporre le coalizioni per dar vita ad un governo di larghe intese (come il governo Letta del 2013 o anche un governo più strette intese), dando per scontato che il governo sarebbe stato costituito dalle forze non populiste e sovraniste, un governo dei “buoni”.
Senonché, alle elezioni del 2018, anche in conseguenza della vittoria del No al referendum, il M5S ottenne quasi il 33%, il centrodestra prese il 37% con la Lega primo partito al 17% e la coalizione formata dal Pd non arrivò neppure al 23%, con il Pd al 18,8%. A fronte di una offerta politica tripolare, il sistema elettorale a dominanza proporzionale non aveva prodotto una maggioranza. Per formare un governo fu pertanto necessario scomporre le coalizioni elettorali, ma la maggioranza dei seggi la ebbero proprio i “cattivi”.
Di conseguenza, si formò il governo giallo-verde guidato da Conte (non indicato come premier prima del voto, ma neppure candidato alle elezioni e del tutto sconosciuto agli stessi militanti del M5S), senza alcun rapporto tra consenso, potere e responsabilità, come dovrebbe essere in un sistema democratico. E dopo la crisi di quel governo (causata da Salvini, inebriato dal 34% ottenuto alle europee del 2019, oltre che dai mojito del Papeete), il governo giallo-rosso, con Conte che non ebbe remore a succedere a se stesso alla guida di un esecutivo con orientamento politico opposto, con una singolare e del tutto inedita forma di trasformismo parlamentare. E poi ancora il governo Draghi, con il compito di affrontare le gravi emergenze sanitarie, sociali ed economiche e di gestire il PNRR, sostenuto da tutte le forze politiche, eccetto Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, unico partito a ricoprire il ruolo di opposizione, sostenendo però – con molta intelligenza – la linea di politica estera del governo Draghi, in particolare per il sostegno all’Ucraina.
E alle successive elezioni del settembre 2022, vinse la coalizione di centrodestra guidata proprio da Giorgia Meloni. Essa conseguì il 43,8% dei voti e vinse quasi tutti i collegi uninominali, conseguendo un’ampia maggioranza di seggi (il 59% alla Camera, il 57,5% al Senato), ma solo per una ragione ben precisa: la divisione del campo antagonista. Il sistema elettorale produsse una maggioranza solo perché vi era stata un’offerta politica bipolare fortemente asimmetrica.
Veniamo dunque all’oggi: è ormai certo che questa volta il campo antagonista al centrodestra, il c.d. campo largo si presenterà unito in coalizione (per quanto relativamente dissimulata). Avremo pertanto un’offerta bipolare in cui non c’è un grande divario di consensi tra le due coalizioni. In queste condizioni il Rosatellum comporta il rischio elevatissimo di non far scaturire un vincitore con una chiara maggioranza politica. Rischia, cioè, di produrre una maggioranza parlamentare molto risicata oppure solo una maggioranza relativa dei seggi, cioè il cosiddetto ”pareggio”, che potrebbe derivare anche da esiti difformi nelle due Camere (la parificazione dell’elettorato passivo rende più improbabili esiti difformi, ma essi non possono comunque essere esclusi, perché i due sistemi elettorali hanno comunque delle differenze e perché sono comunque differenti i candidati e perché c’è comunque, statisticamente, una parte, sia pur piccola, di elettori che differenzia il voto).
E qui veniamo alla disputa – oggetto delle cronache recenti – tra c.d. “pareggisti” (cioè coloro che sono favorevoli di fatto, o addirittura “teorizzano” il c.d. “pareggio”) e i “bipolaristi” (coloro che sono favorevoli ad un sistema elettorale in grado di produrre un vincitore con una chiara maggioranza).
Premetto che personalmente non sono affatto un estimatore dell’attuale bipolarismo. La competizione tra le due coalizioni è fortemente insoddisfacente. Un bipolarismo non tra “avversari” ma tra “nemici”, animati da una contrapposizione ideologica e propagandistica esasperata, senza alcuna legittimazione reciproca. Un gravissimo difetto. [Esso risale in gran parte – tema che ho affrontato nel libro e chi qui accenno solamente – al “peccato d’origine” della seconda (fase della) Repubblica; la caduta del Muro di Berlino e i referendum elettorali per il sistema maggioritario avrebbero potuto costituire l’occasione per cercare di costruire un bipolarismo come quello che allora caratterizzava fortemente le democrazie europee: un partito popolare o liberal-conservatore, da una parte, un partito socialista riformista, dall’altro. Invece, dall’operazione politica Mani pulite scaturì un bipolarismo basato su due anomalie contrapposte: da una parte, gli eredi del Pci che perseguendo la via giudiziaria, non fecero i conti con la propria storia e con il riformismo; dall’altra, Berlusconi che dette rappresentanza alla maggiorana degli elettori che ne era rimasta priva, ma portò con se il suo enorme conflitto di interessi; (due nuove anomalie che si sostituivano alle due anomalie precedenti: il c.d. fattore K con il più forte partito comunista dell’Occidente e l’unità politica dei cattolici nella Dc). Quel bipolarismo è stato incapace di portare a compimento la transizione verso la democrazia maggioritaria e dell’alternanza avviata dai referendum elettorali e dalle leggi Mattarella; un bipolarismo che, non a caso, è poi imploso a seguito della crisi finanziaria e del debito sovrano nell’Area Euro del 2011, con tutto quello che ne è seguito, con l’ascesa del populismo e poi con l’inedita quanto fragile stabilità più recente. Come disse Napolitano il 13 ottobre 2015 nella sua dichiarazione di voto sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi: «La verità è che ancora non siamo giunti a quel che, giurando per il mio primo mandato di Presidente, definii dinanzi al Parlamento riunito “il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza”. Esso avrebbe dovuto significare il reciproco riconoscimento, rispetto ed ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità in Parlamento e nelle altre Assemblee elettive, l’individuare temi di necessaria e possibile, limpida convergenza nell’interesse generale […]. Il mio auspicio nel 2006 fu, se non ingenuo, certamente precoce. Ma l’esigenza rimane e si è fatta più scottante. Esserne consapevoli e perseguire quella “maturità” finora mancata è la prova a cui nessuna forza politica seria e nessun soggetto responsabile può più sottrarsi»].
Oggi, purtroppo, le due coalizioni sono ancor più polarizzate e sono addirittura divise al loro interno sui temi cruciali della politica estera, della difesa e della collocazione internazionale dell’Italia. Secondo i criteri della politica “classica”, è addirittura problematico definire come “coalizione” un insieme di partiti divisi su questi temi.
Nonostante tutto questo, occorre comunque decidere se, di fronte ad una situazione geopolitica internazionale in cui le coordinate globali vengono profondamente ripensate, l’Italia abbia comunque bisogno di politica e di legittimità democratica oppure se ci si debba affidare nuovamente ad un governo di grande coalizione o tecnico, addirittura all’inizio della legislatura, in conseguenza di una legge elettorale non idonea a produrre un vincitore.
Oltretutto, i “pareggisti” – che guardano, in particolare, all’elezione del nuovo PdR nel 2029 – omettono di affrontare un “piccolo” problema: quale governo dovrebbe formarsi dopo il “pareggio” e durare almeno fino al 2029? E dove sta scritto che sarebbe possibile formare un governo? Anche a prescindere dal fatto che i leader dei partiti maggiori escludono tassativamente un governo di larghe intese, i fautori del “pareggio” confidano che dopo il voto, scomponendo le coalizioni, si possa dar vita ad un governo basato sulle forze più liberali e riformiste dei due poli e dei centristi. Ma se ad avere la maggioranza per formare un governo, fossero invece le forze più populiste e sovraniste, come è accaduto nel 2018? A me sembra che i “pareggisti” si affidino troppo al “provvidenzialismo”. Ma rischiano di fare gli “apprendisti streghoni”. Se in campagna elettorale fosse solo prospettata l’eventualità che Fi e Pd, dopo il voto, possano dar vita ad un governo comune, aumenterebbero o diminuirebbero i loro consensi? E a quali cifre arriverebbe le forze più populiste e sovraniste e, in particolare, Vannacci? Il rischio di nuovi tsunami populisti, con tutto quello che sta accadendo nel mondo, non può affatto essere escluso; occorre almeno evitare di favorirli… Dopo la vittoria di Trump negli Usa, vediamo cosa sta accadendo in Europa. Ha perso Orban, ma crescono invece i consensi di Farage nel Regno Unito, dell’Afd in Germania, di Le Pen e Bardella in Francia…
Come ho detto, auspico un bipolarismo diverso, incentrato sulle forze più liberali e riformiste. Ma a questo fine occorre la politica, non le furbizie che fanno leva su un sistema elettorale che non produce un vincitore, ma il “pareggio”.
Va aggiunta un’ulteriore considerazione. Se è vero che i governi tecnici Monti e Draghi sono stati necessari per fronteggiare gravi emergenze, occorre sottolineare che dopo di essi i partiti che li hanno sostenuti non sono affatto riusciti a dar vita ad un sistema politico migliore. Anzi, dopo quello Monti abbiamo avuto l’esplosione del movimento grillino, e dopo quello Draghi ha vinto l’unico partito che era all’opposizione di quel governo, cioè Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che poi, per fortuna, su aspetti importanti, ha fatto il contrario di quanto aveva sostenuto quando era all’opposizione, e ha avuto l’intelligenza – come ho già sottolineato – di seguire la stessa politica estera del governo Draghi, in particolare con il sostegno all’Ucraina…
Per tutte le ragioni che ho esposto, ritengo pertanto che il sistema elettorale vigente sia da cambiare. E sia da cambiare per rendere chiaro il rapporto tra consenso, potere e responsabilità (nella formazione del continuum tra maggioranza elettorale, maggioranza parlamentare e governo), in modo che “il cittadino divenga arbitro della scelta del governo”, come diceva Roberto Ruffilli. Nelle altre democrazie europee ciò è possibile grazie al concorso di più fattori: norme costituzionali ed elettorali, e anche convenzioni e consuetudini costituzionali, frutto anche delle culture politiche.
Quanto alle norme costituzionali, abbiamo ancora quelle della Carta del 1948. Siamo l’unica grande democrazia parlamentare europea con una forma di governo parlamentare non razionalizzata con istituzioni di governo deboli perché – come è noto – i padri costituenti furono costretti a rinunciare ai propositi enunciati nell’odg Perassi, a causa dello scoppio della “guerra fredda”, e quindi al timore incrociato della vittoria dello schieramento opposto, la c.d. “ombra di tiranno”. Norme costituzionali che non siamo mai riusciti a rivedere perché da quarant’anni, dalla Commissione Bozzi in poi, sono falliti tutti i tentativi riformatori, anche quelli avviati in modo bipartisan. E pertanto occorre essere consapevoli, ai fini della stabilità e dell’incisività dell’azione di governo, dei limiti che derivano dal poter agire solo attraverso gli altri strumenti.
Purtroppo, anche sul piano delle convenzioni costituzionali l’Italia è del tutto carente. La principale convenzione costituzionale vigente nelle altre democrazie parlamentari europee, in base alla quale è riconosciuto pacificamente come premier di legislatura il leader indicato prima del voto dal partito che ottiene più voti, non vige in Italia. Invece nel nostro Paese, come è ben noto a tutti, la competizione per la premiership è un fattore permanente di destabilizzazione delle maggioranze di governo.
Pertanto, tutta l’attenzione è puntata sulla legge elettorale. Essa è parte fondamentale della forma di governo, certamente non sufficiente. Ma a maggior ragione occorre cercare di farla nel modo migliore. E se vogliamo ottenere gli stessi esiti che si producono nelle altre democrazie europee, non si possono copiare gli stessi sistemi elettorali di quei paesi. Non produrrebbero gli stessi esiti se applicate nel contesto italiano. Occorrono norme elettorali ad hoc, adatte al contesto di recepimento. E occorre anche una norma che recepisca la convenzione costituzionale sulla premiership vigente negli altri paesi europei. Per questo è necessaria anche una norma che preveda l’indicazione preventiva del candidato alla carica di premier, da depositare insieme al programma di ciascuna coalizione, anche senza stamparla sulla scheda elettorale, dando attuazione all’ordine del giorno Elia, approvato dal Senato 16 gennaio 2001, cioè far “emergere da una sola consultazione degli elettori la maggioranza parlamentare e l’indicazione del Presidente del Consiglio, in modo da incorporare la scelta del leader nella scelta della maggioranza”.
Personalmente, ritengo che sarebbe più rispondente alle esigenze di riforma del sistema politico-istituzionale una legge elettorale uninominale maggioritaria con ballottaggio tra i primi due candidati al primo turno (eventualmente prevedendo che una quota minoritaria di seggi sia assegnata ai “migliori perdenti” negli stessi collegi, al fine di evitare esiti elettorali troppo sbilanciati). Il ballottaggio renderebbe decisivi gli “elettori di mezzo”, collocati su posizioni non estremiste, di destra o di sinistra, pertanto avrebbe la funzione di “de-radicalizzare” il sistema politico favorendo la costruzione di due grandi formazioni, una liberal-conservatrice, l’altra riformista. Sarebbe il sistema migliore per consentire agli elettori di scegliere direttamente anche gli eletti e non solo il premier. Considerato, però, che nessun partito vuole questo sistema, occorre necessariamente prendere in considerazione la seconda opzione: il sistema elettorale a base proporzionale con premio di maggioranza, sistema che – del resto – è già utilizzato a livello comunale e regionale. In tal caso, per quanto riguarda l’indicazione del candidato premier, potrebbe forse essere sufficiente anche una norma che preveda che i partiti della coalizione dichiarino, contestualmente al deposito del programma di governo, che il nome della persona che indicheranno al Capo dello Stato come premier, in caso di vittoria, sarà il leader del partito che ha raccolto più voti (norma che, pertanto, non renderebbe neppure necessario, per il centrosinistra, lo svolgimento delle elezioni primarie).
Per quanto riguarda il sistema con il premio di maggioranza, è riaffiorata la tesi della sua presunta antidemocraticità/illegittimità, con un ritorno al passato, ai tempi della cosiddetta “legge truffa” del 1953. Ma si tratta di una tesi da respingere con forza: sul piano giuridico, perché nel frattempo è intervenuta la giurisprudenza della Corte costituzionale che lo ha ritenuto pienamente legittimo (a determinare condizioni, come già ricordato); sul piano politico, perché esso fu proposto già negli anni Ottanta, da Roberto Ruffilli e Ciriaco De Mita e da Gianfranco Pasquino, durante la Commissione Bozzi; ed è stato riproposto innumerevoli volte nel corso della c.d. Seconda Repubblica: dall’“uovo di Barbera” al “patto della crostata” della Bicamerale D’Alema. Quel patto, addirittura, ricevette una traduzione in proposta di legge da Sergio Mattarella nel 1998. Poi venne la vicenda del Porcellum,prima con il monito della Corte sugli aspetti critici (inserito in due sentenze già nel 2008), poi con la sentenza n. 1/2014. E proprio tenendo conto di questo monito e di questa sentenza della Corte, il sistema proporzionale con il premio di maggioranza nazionale per entrambe le Camere è stato riproposto da numerosissimi disegni di legge presentati da entrambi gli schieramenti, già durante il governo Monti, e poi nella successiva legislatura, fino alla proposta della Commissione per le Riforme istituita dal governo Letta, proposta da cui ebbe origine l’Italicum (oggetto della sentenza della Corte di cui ho già riferito).
Certamente, occorre che siano ben definiti alcuni “paletti” per disciplinare una legge basata sul premio di maggioranza al fine di rispettare la giurisprudenza della Corte costituzionale. E vi sono anche ragioni di opportunità politica che dovrebbero indurre comunque a non scostarsi dalle caratteristiche del sistema già dichiarato legittimo dalla Corte, anche perché essa potrebbe intervenire nuovamente su aspetti finora non affrontati esplicitamente (mi riferisco, in particolare, al limite massimo di seggi da attribuire alla coalizione vincitrice). E pertanto:
- non si oltrepassi il 55% dei seggi complessivi, al fine di non mettere in causa i quorum di garanzia previsti dalla Costituzione per l’elezione dei giudici costituzionali e dei membri laici del Csm; per l’elezione del Presidente della Repubblica, invece, occorre considerare che un premio contenuto al 55% non sarebbe in grado di assicurare l’autosufficienza della maggioranza per la scelta di un candidato molto divisivo, dato che votano anche i delegati regionali e che il voto avviene a scrutinio segreto;
- sia stabilita una soglia minima pari almeno al 40% per l’attribuzione del premio al primo turno;
- sia previsto (fino a quando permane il bicameralismo paritario) lo stesso sistema per entrambe le Camere, dato che occorrono sistemi elettorali omogenei e che, come già rilevato, il sistema con il premio di maggioranza nazionale è pienamente legittimo anche per il Senato;
- siano previste norme di coordinamento rispetto ad esiti eventualmente difformi (perché si possono assegnare i premi di Camera e Senato solo se il vincitore è lo stesso e solo se supera la soglia minima in entrambe le Camere; non sarebbe ragionevole assegnare premi che comprimano la rappresentatività senza assicurare la governabilità);
- quanto alla previsione del ballottaggio (qualora il vincitore non sia lo stesso in entrambe le Camere, ovvero qualora nessuno raggiunga la soglia minima in entrambe le Camere), si tratta di una scelta che considero molto positiva, purché il ballottaggio non sia previsto a tutti i costi, cioè si svolga solo a condizione che le due coalizioni abbiano una soglia minima di consensi, ad esempio il 35%, valutando eventualmente la possibilità di ulteriori apparentamenti dopo il primo turno. C’è però un problema: in permanenza del bicameralismo paritario, lo svolgimento del ballottaggio richiede necessariamente una norma costituzionale che consenta di decidere con una sola scheda e un solo voto il vincitore delle elezioni per entrambe le Camere, perché non si può escludere il rischio, per quanto improbabile, di esiti difformi anche nel ballottaggio, se esso si svolge con due schede o comunque con due voti distinti per Camera e Senato.
Risponde a questi requisiti la proposta di legge della maggioranza?
Ad alcuni sì, ad altri no. Senza scendere troppo in dettagli tecnici, la proposta rispetta il requisito della soglia minima del 40% e quello dell’omogeneità dei sistemi per le due Camere. Invece, va oltre il 55% per quanto riguarda il limite massimo del 55% dei seggi complessivi perché consente a chi vince con oltre il 45% dei voti di ottenere una percentuale di seggi che può giungere fino al 60%. Inoltre la proposta non prevede norme di coordinamento in caso di esiti difformi. E poi vi sono altri aspetti problematici che riguardano la scelta del premio in cifra fissa e i criteri per la scelta degli eletti (le liste corte bloccate, oppure le preferenze, oppure i capilista bloccati e le preferenze, oppure i collegi uninominali proporzionali come nel c.d. Provincellum, soluzioni tra cui scegliere valutando pregi e difetti di ciascuna).
Si pone però, innanzitutto, l’interrogativo politico di fondo. Sarebbe interesse di entrami i poli una nuova legge elettorale che produca un vincitore rispettando i paletti posti dalla Corte costituzionale. E’ noto a tutti che la vorrebbero anche Schlein e Conte, assolutamente contrari alla prospettiva del “pareggio”. L’equivalenza dei consensi dei due poli e il conseguente “velo di ignoranza” sul possibile vincitore costituirebbero il presupposto migliore per approvare una riforma bipartisan. Ma la contrapposizione ideologica e propagandistica tra i due poli impedisce al centrosinistra di poter condividere la riforma, anche nel caso in cui Giorgia Meloni e il centrodestra accettassero di modificarla, concordando le modifiche stesse. Il centrosinistra (a parte i sostenitori del pareggio) vorrebbe la riforma, ma accusando comunque Giorgia Meloni di volere i “pieni poteri”, per trarne vantaggio nella campagna comunicativa. Sinceramente, mi sembra un atteggiamento troppo ipocrita e opportunista. In casi genere a Napoli si usa un’espressione molo colorita e anche volgare, ma che rende bene il concetto: “chiagne e fotte”.
Il centrodestra ha fatto una prima mossa dicendosi pronto ad un tavolo con le opposizioni. Occorrerebbe che il centrosinistra vada a vedere l’effettiva disponibilità del centrodestra alle modifiche, ma con un’effettiva disponibilità a modificare anche il proprio atteggiamento di contrapposizione frontale. Ho forti dubbi che questo possa accadere. E se dovesse rimanere questo atteggiamento, senza giungere ad una minima intesa di merito e di metodo tra i due poli, ho seri dubbi che la riforma possa essere approvata, per quanto Giorgia Meloni possa cercare tenacemente di andare avanti (anche perché anche nel centrodestra non mancano i sostenitori del “pareggio”).
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