Lezione n. 32  12.05.26

Al termine del corso che è basato soprattutto sul Manuale Frosini, che si limita volutamente alle democrazie stabilizzate possiamo porci le seguenti domande_

le democrazie stabilizzate lo sono davvero? La stabilizzazione può essere messa in dubbio almeno in parte? La stabilizzazione è cioè irreversibile?

le autocrazie, ossia i regimi avversari delle democrazie stabilizzate sono in ascesa? Quali sono le loro caratteristiche?

cosa dire della categoria per così dire intermedia delle democrazie illiberali?

La sintesi più recente della distinzione tra democrazie e autocrazie ci è fornita da Salvatore Vassallo nel suo Manuale appena uscito per il Mulino “Sistemi politici comparati” (in particolare pag. 51).

Per Vassallo è preferibile aggettivare sin da subito le democrazie come liberali per segnalare che esse si basano su un’idea di potere limitato, senza il quale la sovranità popolare potrebbe negare le libertà. E’ l’equilibrio ben delineato dall’articolo 1 della nostra Costituzione secondo cui la sovranità appartiene al popolo ma dentro precisi forme e limiti delineati dalla Costituzione stessa.

Quattro le caratteristiche fondamentali individuate delle democrazie liberali: le prime due si riferiscono al sostantivo democrazie (pluralismo politico e legittimazione dei governi) e le seconde all’aggettivo liberali (autonomia della società civile e equilibrio dei poteri).

Specularmente vengono individuate le quattro caratteristiche distintive delle autocrazie: monopolio del potere da parte di una coalizione dominante che esclude il pluralismo; assenza di elezioni competitive; repressione del dissenso; potere politico arbitrario privo di reali contrappesi.

Dopo aver adottato questo schema classificatorio Vassallo ci introduce alla concreta misurazione dei livelli di democraticità dei singoli ordinamenti, che la scienza della politica propone incrociando dati normativi e conoscenze fornite da esperti e osservatori indipendenti. Passando dalla classificazione alla misurazione c’è anche una discontinuità significativa: la prima ambisce a collocare tutti casi dentro le categorie individuate, la seconda, invece, disponendo i casi studiati in un continuum produce un esito diverso, con un’ampia zona grigia intermedia tra democrazie e autocrazie.

Nel decennio 2014-2023 (pag. 63) tra le democrazie figurano i principali Paesi europei, Usa, Canada, Giappone, Corea del Sud, Argentina, Brasile, Sudafrica, Indonesia e Colombia. Nella zona grigia troviamo un unico Paese dell’Unione europea, l’Ungheria, quindi un unico Paese candidato, l’Ucraina, India, Messico, Filippine, Kenya, Nigeria, Tanzania. Più prevedibile la lista delle autocrazie in cui è ricompresa anche la Turchia.

Nel complesso nel periodo consolidato circa un terzo della popolazione mondiale viveva in democrazie liberali, un quarto in regimi autoritari e due quinti nei regimi collocati nell’area grigia.

Queste misurazioni sono importanti per cogliere le dinamiche in senso diacronico.

Se nell’ultimo quarto del secolo precedente, con la Terza Ondata democratica studiata da Huntington, dalla Rivoluzione portoghese a quelle liberali dell’Est europeo il progresso delle democrazie è stato molto rilevante, gli anni tra 2000 e 2024 sono stati quasi tutti di significativa regressione. Sono ad esempio passati da democrazie a regimi ibridi Ungheria, Bolivia, India, Messico e Filippine. Da regimi ibridi a autoritari Mozambico, Turchia e Venezuela.

Nell’esaminare le ragioni del consolidamento delle autocrazie e delle regressioni democratiche, bisogna distinguere anzitutto i fattori che hanno favorito tali fenomeni (polarizzazione politica con la demonizzazione degli avversari, condizioni economico-sociali critiche e opportunità istituzionali in seguito all’accesso al Governo) e le caratteristiche ricorrenti (ritardo delle reazioni e natura incrementale degli abusi, tra cui la cattura delle istituzioni di garanzia e il crescente squilibrio a favore delle forze che si trovino in maggioranza).

Al di là dei singoli casi la coincidenza di molte regressioni nello stesso periodo suggerisce secondo l’Autore la presenza di fattori internazionali comuni.

Quali i conflitti più rilevanti, che hanno prodotto o almeno accelerato queste dinamiche? Secondo l’Autore i conflitti legati al terrorismo islamista post attentato alle Torri Gemelle del 2001, la Grande recessione post-2006 e la crisi dei rifugiati avvenuta tra 2014 e 2015.

Dopo il 2001 e l’attentato alle Torri Gemelle e dopo la crisi migratoria del 2015 le preoccupazioni per la sicurezza interna e per la protezione dei confini diventano dominanti e quindi le democrazie diventano meno interessate a porre vincoli relativi alla tutela dei diritti umani rispetto ai propri partner, chiamati a collaborare militarmente e/o a bloccare flussi di profughi. La crisi economica del 2008 sparge poi scetticismo sulle capacità delle democrazie di governare l’economia in modo efficace.

E’ un contesto favorevole all’affermazione di Stati autoritari come Russia e Cina, ad aumentarne la capacità di relazione sviluppando accordi con altri Stati che non richiedono in alcun modo standard di tutela dei diritti.

Le regressioni possono però anche sviluppare contraddizioni che rendono reversibile il processo, come accaduto effettivamente in Polonia, in Brasile e, dopo l’uscita del manuale, anche in Ungheria.

Da questo punto di vista vale la pena di fare un’incursione sul capitolo relativo a Ungheria e Polonia, il 13, scritto da Vassallo con Nicolò Soria. I due casi vengono accuratamente distinti perché la Polonia ha conosciuto solo una regressione legislativa e non anche costituzionale, le maggioranze non sono mai state tali da incidere con revisioni unilaterali della Carta e sono state peraltro ottenute in elezioni sempre competitive, anche se sono giunte sino alla cattura degli organi di garanzia. Viceversa l’Ungheria, dove Orban ha vinto sin dal 2010 e in vari casi senza avversari capaci di una reale contendibilità, è giunta anche fino a tale stadio, creando una serie di leggi da approvare a maggioranza di due terzi che avrebbe dovuto congelare in modo sostanzialmente irreversibili gli indirizzi politici legislativi di Orban su molte materie qualificanti (stampa, fisco, welfare, diritti civili, ecc.), anche in caso di alternanza di Governo. Non era infatti immaginabile per l’autocrate ungherese che vi sarebbe stata una maggioranza opposta in grado di superare i due terzi.

Le regressioni non sono pertanto tutte uguali e di per sé irreversibili.

Infine una notazione al Capitolo sull’Italia, l’11. Nonostante sia presente una certa retorica, specie giornalistica, su regressioni democratiche anche sul caso italiano, le conclusioni di Vassallo, pur segnalando varie disfunzioni istituzionali che andrebbero risolte, precisano che la solidità del nostro sistema democratico non è affatto in discussione, esso regge metabolizzando anche i conflitti laceranti che ogni tanto tendono a presentarsi.

Questi eventi hanno anche creato ulteriori problemi dentro le democrazie che sono rimaste tali e il cui rendimento si è spesso abbassato: in quasi tutti i Paesi europei vi sono più frammentazione e più debolezza dei Governi, appesi a maggioranze più incerte ed eterogenee.

Limitandoci alla sola Unione europea senza inseguire i sinoli casi nazionali il quadro appare forse ancora più chiaro.

Due i dati quantitativi più significativi, il primo relativamente neutro, il secondo negativo e che ha riflessi sul primo: dal 1999, anche con l’allargamento ad Est, il Ppe ha stabilmente superato i Socialisti e Democratici come gruppo maggiore; in secondo luogo tutti i tre gruppi storici di impianto europeista, ossia i due già citati e i liberali, sono stati ridimensionati in modo notevole negli ultimi anni (sono scesi dal 75 al 55 per cento dei seggi dal 2014 al 2024) a favore di vari gruppi euroscettici che si pongono alla destra del Ppe, che nel 2024 hanno totalizzato il 26% dei seggi. Un elemento che non aiuta ulteriori balzi nell’integrazione.

L’effetto combinato di questi due cambiamenti ha reso il Ppe gruppo baricentrico che, a seconda dei temi, costruisce maggioranze variabili con socialisti e liberali oppure coi gruppi alla propria destra. Questi ultimi peraltro appaiono comunque eterogenei tra loro, divisi tra posizioni più pragmatiche come quelle di Fdi che è centrale nel gruppo Ecr a quelle più intransigenti come la Lega nel gruppo dei Patrioti.

Nel frattempo le dinamiche si sono ancora più accentuate.

Il sito Europe Elects ogni mese ci dice quale sarebbe la composizione del Parlamento europeo se si votasse oggi. Bene, rispetto alle elezioni del 2024 scendono tutti i gruppi europeisti: popolari, socialisti, liberali e verdi; all’opposto si rigonfiano pressoché tutti i gruppi estremi e nazionalisti:

https://europeelects.eu

Infine, in vista della lezione conclusiva, trovate qui il testo della mia audizione in Commissione Affari Costituzionali sulla legge elettorale in discussione

https://bit.ly/3PBk3Ym


Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *